Pubblichiamo
in anteprima uno degli articoli che compaiono
sul num, 1 di "ERRE", la nuova rivista che
sostituisce "Bandiera rossa". È una
risposta a John Holloway, di cui si pubblica un
articolo.
LA
SELVA E LA POLIS
Riflessioni
sulla teoria politica dello zapatismo
di Atilio Boron (Segretario esecutivo del Consiglio
latinoamericano di Scienze sociali - Clacso). Docente
di teoria politica e sociale all´Università di
Buenos Aires. Articolo pubblicato da Revista Osal
(Osservatorio sociale America Latina), giugno 2001
[...] Tre elementi principali determinano l´originalità
e l´importanza dell´esperienza zapatista nella scena
contempora-nea.
Si tratta, innanzitutto, del primo movimento armato di
massa che fa appello a una resistenza globale e senza
quartiere contro il neoliberismo. Senza volere
esagerare la vastità dell´impatto suscitato, non
solo in Messico ma anche in Euro-pa, negli Stati Uniti
e in vari altri paesi, il combinarsi della ribellione
degli indigeni e dei contadini dello Stato più
pove-ro del Messico con le moderne tecniche di
comunicazione si è rivelato in grado di produrre un´eccezionale
forza di e-spansione. In poche settimane, l´Ezln
(Esercito zapatista di liberazione nazionale) e la sua
figura più in vista, il subcomandante Marcos, sono
diventati delle icone e dei punti di riferimento
inaggirabili del movimento antiglobalizza-zione che
cominciava a delinearsi, al Nord come al Sud. L´intelligente
ricorso alle potenzialità dischiuse dai più recenti
sviluppi dell´informatica ha fatto sì che le vicende
della guerriglia zapatista - dagli scontri con l´esercito
alle dichiara-zioni e ai grandi convegni
internazionali nella Selva Lacandona - siano entrate
nell´esperienza quotidiana di milioni di persone in
tutto il mondo, che potevano assistere così allo
svolgimento, in un angolo sperduto d´America, di una
lotta di resistenza al neoliberismo, con le armi in
pugno. È facile, perciò capire come mai il movimento
del Chiapas sia diventa-to una fonte fondamentale di
ispirazione per il formarsi di altre forze
contestatarie nel mondo.
In secondo luogo, lo zapatismo ha determinato il
maggior terremoto che il Messico abbia mai conosciuto
dopo la rivo-luzione del 1910. Anche qui, non si
esagera se si sostiene che l´insurrezione in Chiapas
ha svolto un ruolo fondamentale nella sconfitta del
Pri, denunciando con un linguaggio diretto, incisivo e
radicalmente nuovo tutte le tare del regime, in
particolare il vergognoso debito storico contratto
dalla rivoluzione con chi si pensava ne fosse il
"figliol prodigo": i con-tadini e gli
indigeni dell´intero paese. Il partito al potere è
inoltre risultato incapace di dare risposta alle
esigenze e alle aspettative di larghi settori delle
classi e degli strati popolari che - specie dopo la
"svolta neoliberista" della metà degli anni
Ottanta, spinta poi al suo parossismo sotto il governo
di Carlos Salinas de Gortari - hanno dovuto sopportare
le ri-percussioni della crisi sui loro già miseri
redditi. La rivolta dell´Ezln ha riconfermato, ancora
una volta, un vecchio ada-gio della politica
latinoamericana: non vi è, a quelle latitudini,
alcuna possibilità di cambiamento, se non sotto la
minac-cia di una rivoluzione. In un continente che
conosce le maggiori disuguaglianze economiche e
sociali dell´intero pianeta, in una regione dai
contrasti estremi, in assenza di un´impetuosa
mobilitazione popolare che faccia precipitare la
società sull´orlo della rivoluzione, le politiche
riformiste del gradualismo e della moderazione portano
solamente all´immobilismo. Il flemmatico riformismo
che ha consentito all´Europa di progredire lentamente
verso una società più ugualitaria porta, da noi, al
doloroso protrarsi dell´ingiustizia. La storia
dimostra che, in America Latina, per fare le ri-forme
bisogna fare le rivoluzioni.
In terzo luogo, lo zapatismo ha avuto l´enorme
merito, rispetto alle scienze sociali - nell´asfittico
clima accademico de-gli anni Novanta, immerso nelli
snervanti e ben poco limpide fumisterie del
postmodernismo, della "svolta linguistica",
del postmarxismo, dell´individualismo metodologico e
di altre simili stravaganze - di riproporre la
problematica dei soggetti e del conflitto sociale,
lasciata cadere dagli intellettuali, tutti presi dalla
"sete del nuovo" nei loro smarrimenti
teorici.
Come sottolinea giustamente John Holloway, in quel 1°
gennaio 1994 gli zapatisti sono insorti "come
esseri preistorici che emergono dalle loro caverne per
parlare di dignità e umanità". L´improvvisa
irruzione di quei contadini, di quegli indigeni e di
altri "dannati della terra", ignorati dalla
scienza contemporanea - che hanno dovuto nascondere i
propri volti perché i potenti si degnassero di
vederli! - ha posto fine alle sterili dispute
accademiche, precipitando un´accelerata
ricomposizione degli obiettivi delle scienze sociali
nella nostra area.
Così, ha perfettamente ragione Pablo González
Casanova quando mette in risalto, nel suo intervento
al colloquio di Cuernavaca, il "contributo
universale" dello zapatismo, collocandolo a
diversi livelli. Innanzitutto, nella Selva Lacan-dona
si "riflette con eccezionale profondità su un
progetto di democrazia universale, di democrazia
alternativa, che ponga l´accento sull´organizzazione
dei poteri nelle comunità sociali in base a una forma
pluralista di democrazia, ri-spettosa di qualsiasi
religione, di qualsiasi ideologia". Inoltre,
sottolinea Casanova, l´apporto di civiltà dello
zapatismo ha radici nell´estrema sensibilità verso
ciò che fonda la problematica etica delle rivoluzioni
e dei movimenti sociali, nonché nella "scoperta
di un valore straordinario: la dignità".
Se dunque si riconosce l´eccezionale originalità e
novità dello zapatismo, occorre tuttavia analizzare
anche gli insegna-menti lezioni che i movimenti
sociali di contestazione e le forze progressiste dell´America
Latina potrebbero ricavare dall´esperienza di alcune
tesi proposte dall´Ezln. [...]
Società civile e democrazia
Lo zapatismo ha introdotto una radicale innovazione
nelle concezioni teoriche della sinistra, e ha
investito di una brezza rinfrescante i polverosi dogmi
e le dotte teorizzazioni politiche. Ci sembra comunque
più opportuno sollevare una serie di problemi
riguardanti le innovazioni teoriche di cui la
guerriglia zapatista è portatrice.
In vari interventi di Marcos e in numerosi documenti
dell´Ezln compaiono reiterati riferimenti all´"umanità"
e alla "so-cietà civile", o espressioni
quali "la democrazia di tutti" ed altre
analoghe. La "Seconda Dichiarazione della Selva
La-candona" (1994) lancia un appello appassionato
alla società civile perché "si organizzi nelle
forme che ritiene adeguate a garantire la possibilità
del passaggio alla democrazia nel nostro paese".
Analoghe affermazioni ricompaiono in forma più
accentuata nella "Quinta Dichiarazione"
(1998): "La società civile nazionale ha
rappresentato il fattore fondamenta-le che ha fatto sì
che le giuste rivendicazioni degli zapatisti e degli
indigeni dell´intero paese continuino a essere
portate avanti con mobilitazioni pacifiche";
"è ormai il momento della società civile
nazionale e delle organizzazioni politiche e sociali
autonome"; "vogliamo la democrazia, la
giustizia e la libertà per tutti" [...]
Espressioni avvalorate dagli zapati-sti, come l´"umanità"
o la "società civile", possono comportare
equivoci seri, o portare a catastrofici fallimenti se,
aldilà dell´agitazione e della propaganda, si
trasformassero in categorie di interpretazione della
realtà politica e in fari per il-luminare le tenebre
della congiuntura attuale.
Esaminiamo alcuni degli interrogativi che esse
suscitano.
Sulla "società civile" - Quale è il ruolo
delle classi sociali e dei loro conflitti in seno all´"umanità"
e alla "società civi-le" stesse? È
ragionevole pensare che gli zapatisti aderiscano alle
tesi che postulano che le classi sociali siano
scompar-se nel capitalismo globalizzato e i loro
antagonismi siano evaporati nell´atmosfera diafana
della "società reticolare"? Assolutamente
no. Eppure, il salutare rifiuto da parte degli
zapatisti di alcune delle tesi tristemente note del
"marxismo ufficiale" prevalente in Unione
Sovietica - la riduzione delle contraddizioni sociali
alla lotta di classe, il disprezzo di ogni altra
dimensione - che tanto male ha prodotto in America
Latina, non dovrebbe avvenire al prezzo di un
atteggia-mento eclettico nei confronti delle
concezioni indiscutibilmente "premarxiste"
dei teorici del "post-capitalismo", ne-gando
la realtà delle classi sociali e dello sfruttamento
capitalistico. Se le turbolenze della fine del XX
secolo qualcosa hanno confermato, è che l´andamento
del processo storico ha ampiamente convalidato le
realtà messe in luce con molto anticipo da Marx ed
Engels nel Manifesto comunista e che l´importanza
strategica delle classi sociali, lungi dal
vanifi-carsi, non ha fatto che confermarsi nel corso
di tutto il secolo.
Per questo, invocazioni generiche del tipo di quelle
prese in esame in questa sede potrebbero trasformarsi
in ostacoli di fondo ove si tratti di caratterizzare
adeguatamente le condizioni in cui si sviluppano
conflitti tra movimenti di contesta-zione e
"forze dell´ordine". I latifondisti del
Chiapas e i paramilitari che perpetuano con la
violenza la subordinazione dell´indigeno non
rientrano forse nell´"umanità" e nella
"società civile"? E che dire delle grandi
imprese impegnate a cacciare i contadini dalla Selva
Lacandona? La "società civile" sarebbe
forse un concetto che sublimerebbe la divisione tra
sfruttatori e sfruttati? Non pensiamo che gli
zapatisti nutrano su questo il minimo dubbio, ma la
leggerezza con cui ricorrono a certe espressioni
semina confusione e potrebbe avere effetti
particolarmente negativi sul futuro della sinistra nel
nostro paese.
Sulla democrazia - C´è da chiedersi se, nel discorso
zapatista, non si introducano elementi derivanti da
una concezione dello Stato e della democrazia che è
quella del liberalismo politico. Non sempre, infatti,
si coglie una consapevolezza chiara che la democrazia
è una forma di Stato e che, nel capitalismo - e più
in generale in una società classista - anche la più
evoluta delle democrazie altro non sarebbe che un
patto con cui le classi subordinate rinunciano al loro
diritto alla rivoluzione e negoziano - in condizioni
più o meno favorevoli, in funzione di un rapporto di
forza storicamente dato - le modalità del proprio
sfruttamento.
La teoria politica marxista mette in luce come la
democrazia contenga anche il suo contrario, vale a
dire la dittatura di classe. Le modalità e l´apparato
istituzionale e giuridico con cui la minoranza
proprietaria dei mezzi di produzione in-staura il
proprio potere su una maggioranza di espropriati
possono rispettare, entro certi limiti, determinati
diritti e ga-ranzie costituzionali (non si tratta di
certo di un dettaglio o di una semplice "formalità");
questo, tuttavia, non cambia affatto il carattere
dispotico di un ordinamento politico in cui le
minoranze si impongono sistematicamente sulle
mag-gioranze. Già Aristotele sosteneva che il fatto
che i poveri fossero sempre crescenti numericamente
non faceva di que-sto una questione numerica ma una
questione sociale, in altre parole un problema di come
una classe dominante si erga al di sopra di tutti
usando metodi democratici.
Nella tradizione liberale, viceversa, la democrazia si
svuota di qualsiasi contenuto ugualitario ed
emancipatore, per ri-dursi all´astratto feticcio di
una procedura amministrativa. Così Joseph Schumpeter,
vera apoteosi del non senso, ha po-tuto scrivere,
nella metà del secolo scorso, che la democrazia è un
metodo decisionale con cui la collettività può
sceglie-re "democraticamente" se conviene
perseguitare i cristiani, condannare al rogo le
streghe, o sterminare gli ebrei. Ridotta a una
procedura o a un metodo, la democrazia è indifferente
ai contenuti delle decisioni e ai valori che vi stanno
alla ba-se. Questa è l´eredità penosa che ci ha
lasciato il rifondatore del contemporaneo liberalismo
politico, la cui influenza si è durevolmente
ripercossa sul sapere convenzionale delle scienze
sociali, in particolare della scienza politica.
In sintesi: lo Stato è innanzitutto un "patto di
predominio classista", cosa che vale sia per i
paesi capitalisti della perife-ria, regolarmente
sottoposti a brutali dittature, sia per quelli più
sviluppati in cui, secondo Lenin, la democrazia
borghe-se è la "formula migliore" per
imporre il predominio di una classe, o di un´alleanza
di classi, sulle altre. Per questo un progetto che si
proponga di costruire una "democrazia
universale" - in cui oppressori ed oppressi
coabitino pacifica-mente? - non può costituire una
prospettiva sufficientemente solida per orientare l´iniziativa
dei soggetti sociali del cambiamento e garantire la
trasformazione strutturale dell´America Latina.
Il problema del potere e l´"illusione
statalista"
"Il cuore di ciò che è nuovo nello zapatismo -
sostiene Holloway - consiste nel progetto di cambiare
il mondo senza prendere il potere". Con una
formulazione più ampia, gli zapatisti sostengono:
"Non c´è bisogno di conquistare il mon-do. Ci
basta ricostruirlo". Per Holloway, lo zapatismo
consente alla sinistra di superare l´"illusione
statalista", ostacolo dottrinario di una vecchia
concezione centralista-statalista della rivoluzione,
che identificava quest´ultima con "la con-quista
del potere statale e la trasformazione della società
tramite lo Stato". A suo avviso, la controversia
marxista classi-ca, che vedeva contrapposti
sostenitori della riforma e fautori della rivoluzione,
celava, al di là delle patenti differenze, una
concordanza di fondo sul carattere
centralista-statalista del processo rivoluzionario:
"Il grande apporto degli zapati-sti è stato
quello di spezzare il nesso tra rivoluzione e
controllo dello Stato". Nei confronti di questa
affermazione si possono sollevare diverse obiezioni.
Va innanzitutto rilevato un elemento di primaria
importanza, su cui Holloway insiste: è stato lo
stesso capitalismo a svi-luppare un modello di
organizzazione sempre più centralista-statalista. Se,
nel pensiero marxista classico può notarsi
chiaramente una tendenza centralista-statalista - più
o meno accentuata a seconda dei casi - lo si deve a
due motivi.
In primo luogo il marxismo, come teoria, riproduce
nella sfera del pensiero gli avvenimenti, i processi e
le strutture pre-senti nella realtà. Inoltre, non può,
come teoria, essere vaccinato dalle influenze
esercitate sulle forze della contestazio-ne dalla
forma predominante di organizzazione degli oppressori.
Questo aspetto è stato colto con singolare lucidità
da teorici e protagonisti del rilievo di Lenin e
Gramsci, ma anche da analisti non marxisti come il
sociologo tedesco Georg Simmel. Se un sistema come il
capitalismo accentua incessantemente il ruolo dello
Stato nella riproduzione delle condi-zioni del
predominio, non sembrerebbe logico che i suoi
avversari ignorassero questo tratto distintivo,
concentrando al-trove gli sforzi. Come ignorare,
infatti, la rilevanza del ruolo dello Stato nell´accumulazione
capitalista, il cui ciclo ha avuto un´accelerazione a
partire dalla grande depressione del 1929, per
arrivare a un´evidente "statalizzazione"
del pro-cesso di accumulazione? Il fenomeno ha messo
in luce un tratto saliente dello Stato capitalista
come organizzatore del predominio della classe
capitalistica e, al tempo stesso, come
disorganizzatore delle classi dominate.
Anche se nei paesi della periferia lo Stato si è
largamente indebolito, grazie alle oligarchie che
controllano i "mercati", esso ha pur sempre
continuato a garantire fedelmente entrambe le funzioni
cui abbiamo accennato. Un movimento rivo-luzionario
anticapitalista che ignorasse un aspetto così
essenziale incontrerebbe parecchie difficoltà a
collocarsi all´altezza della situazione, se la
dinamica delle lotte sociali lo ponesse di fronte a
drastiche scelte in una situazione cri-tica. Il
capitalismo contemporaneo conduce una crociata teorica
contro lo Stato, mentre in pratica non cessa di
svilup-parne i mezzi e di assegnargli nuovi compiti e
nuove funzioni. In realtà, l´"illusione
statalista" sembra insinuarsi nelle concezioni
che, fidandosi delle apparenze, si rifiutano di
distinguere la retorica antistatalista dalla pratica
statalista del capitalismo "realmente
esistente" e di cogliere la rafforzata dimensione
strategica rivestita dallo Stato come garante del-la
continuità del predominio capitalistico.
I limiti di tale concezione si fanno più acuti quando
Holloway vi incorpora una tesi assai vicina al
pensiero neoliberista, sostenendo che "gli Stati
non sono i centri di potere presentati nelle teorie
centraliste-stataliste di Rosa Luxemburg e di
Bernstein". Questa analisi culmina nell´affermazione
della presunta scomparsa del capitale nazionale e
della sua sosti-tuzione ad opera di un capitale
globale che non si baserebbe più sugli Stati
nazionali e che ormai opererebbe sorreggen-dosi sulle
strutture offertegli dalla globalizzazione dell´economia.
Abbiamo fornito altrove le prove irrefutabili che
di-mostrano gli errori alla radice che ispirano una
tesi del genere e ai danni che potrebbe arrecare a un
movimento rivoluzionario che la facesse propria.
L´idea secondo cui i principali protagonisti della
scena economica mondiale, le "mega-imprese",
avrebbero acquistato una totale autonomia da ogni base
nazionale altro non è che una leggenda neoliberista,
smentita senza appello dai dati che riguardano l´attuale
mondo imprenditoriale. Come conciliare il presunto
carattere "post-nazionale" delle grandi
im-prese "globali" con il dato di fatto che
meno del 2% soltanto dei dirigenti delle
multinazionali americane ed europee è composto da
stranieri e che oltre l´85% dei progressi tecnologici
di queste multinazionali si collocano entro i
rispettivi confini "nazionali"? Quale che
sia l´espansione delle loro operazioni, Boeing ed
Exxon sono ditte nordamericane, esat-tamente come
Wolkswagen e Siemens sono imprese tedesche, Toyota e
Sony società giapponesi. Quando un governo ne
minaccia gli interessi, quando un concorrente
"sleale" ne mette in discussione la
posizione di predominio sul merca-to, non sono il
Segretario generale dell´Onu o il Consiglio di
sicurezza a prendere in mano le cose, ma sono di certo
gli ambasciatori degli Stati Uniti, della Germania o
del Giappone che cercano di proteggere le
"loro" imprese. Da questo punto di vista, l´esperienza
dell´Argentina degli anni Novanta è particolarmente
edificante.
Noam Chomsky cita un´indagine pubblicata dalla
rivista Fortune, in cui le 100 principali società
trasnazionali del mon-do, senza eccezione, hanno
dichiarato di avere goduto, in un modo o nell´altro,
degli interventi in loro favore dei gover-ni dei
"loro paesi", e in cui il 20% di esse
ammette di avere evitato la bancarotta grazie a
sovvenzioni e a prestiti vari concessi dai "loro
governi". Sulla stessa linea, Ellen Meiksins Wood
ha scritto ora è poco: "dietro ogni impresa
transna-zionale esiste una base nazionale che dipende
dallo Stato locale, per garantirne la possibilità di
esistere, ed esistono altri Stati che le consentono l´accesso
a nuovi mercati e a nuova forza lavoro". Per
concludere, "il nocciolo della globalizza-zione
sta nel fatto che la concorrenza non vede contrapposte
solo - e neppure soprattutto - singole aziende, ma
econo-mie nazionali. Il che significa che lo Stato
nazionale ha acquisito nuove funzioni come strumento
di questa concorren-za". Ecco perché gli Stati
nazionali continuano a svolgere un ruolo di primo
piano nel capitalismo contemporaneo. La
mondializzazione, ben lungi dal costituire il prodotto
"naturale" o spontaneo del sistema, è
viceversa la conseguenza voluta delle politiche di
Stato dei capitalismi metropolitani. Sarebbe
imprudente ignorarlo. [...]
Né si può accettare la tesi dell´"illusione
del potere", per cui occorrerebbe ormai
rinunciare alla conquista del potere po-litico.
"Il nostro progetto non è quello di diventare
potenza a dissolvere allora i rapporti di potere che,
come per esempio in Chiapas, hanno condannato le
popolazioni autoctone a più di cinquecento anni di
oppressione e di sfruttamento? Ha forse una logica
ipotizzare che chi beneficia di un sistema
pazzescamente disumano e ingiusto - i latifondisti, i
paramilitari, i cacicchi locali, ecc. - possano
ammettere da gran signori la propria sconfitta di
fronte alla società civile e accettare di sciogliere
le proprie strutture di potere senza opporre un´accanita
resistenza?
Hanno mille volte ragione gli zapatisti quando
denunciano l´illusione secondo cui basterebbe
prendere il potere per rea-lizzare i cambiamenti
formidabili messi all´ordine del giorno dalla
rivoluzione. Il fallimento senza appello del
sandini-smo in Nicaragua - una conquista del potere
cui non ha fatto seguito una trasformazione
rivoluzionaria e che è stata ra-pidamente corrotta da
un processo di degenerazione burocratica - contiene
tanti di quegli insegnamenti che sarebbe imperdonabile
errore non ascoltare l´avvertimento degli zapatisti.
Ma non si combatte il riduttivismo di coloro per i
quali basterebbe la presa del potere per realizzare il
progetto rivoluzionario commettendo l´errore
simmetrico, preten-dendo cioè che il problema del
potere ormai non si ponga più.
Ribelli o rivoluzionari?
Il fascino discreto dell´"antipolitica"
Nell´intervista rilasciata a Sherer García e
pubblicata nella rivista Proceso, Marcos si definisce
- e definisce lo zapati-smo - in questi termini:
"Ci consideriamo piuttosto dei ribelli che
vogliono cambiamenti sociali. La definizione classica
di rivoluzionario non è adeguata per noi"; e
soggiunge: "Il rivoluzionario tende a diventare
un politico, mentre un ribel-le sociale resta un
ribelle sociale. Se Marcos o lo zapatismo si
trasformassero in un progetto rivoluzionario, cioè in
qualcosa come un protagonista politico in seno alla
classe politica, lo zapatismo perderebbe allora ogni
capacità di pro-posta alternativa".
Ecco un´affermazione perlomeno bizzarra. Come pensare
infatti di costruire un mondo nuovo senza che questa
impresa assuma la forma - oggettivamente,
indipendentemente dalla volontà dei protagonisti - di
un progetto rivoluzionario? Non si offendano i
catechisti dell´estrema sinistra, ma è difficile
spiegare le rivoluzioni con la coscienza che ne hanno
i soggetti protagonisti, o con le proposte dei loro
dirigenti. La dialettica della storia - "l´astuzia
della ragione" per Hegel, o la "sorte"
per Machiavelli - fa sì che esse siano il risultato
inatteso (e, a volte, persino indesiderabile) di
determinati conflitti, in una congiuntura politica
data. Il popolino che ha assaltato la Bastiglia sapeva
forse che sarebbe stato quello l´atto fondativo di
una rivoluzione che avrebbe spazzato via l´Ancien régime?
Gli operai e i contadini che hanno intra-preso con Mao
la lunga marcia sapevano forse che il socialismo li
aendeva alla curva della strada? Il Movimento del 26
luglio voleva sì rovesciare Fulgencio Batista, ma
immaginava anche di costruire una società socialista?
E che dire degli operai, dei contadini e dei soldati
che hanno assaltato il Palazzo d´inverno degli zar a
San Pietroburgo, nel febbraio del 1917?
Come potrebbe il potere considerare le esigenze degli
zapatisti - terra, lavoro, alloggio, libertà,
democrazia, autonomia delle comunità, ecc. - se non
come un appello virulento alla rivoluzione, un
incoraggiamento alla sedizione, da reprime-re con
tutto il vigore della legge? Non è possibile ignorare
il nesso dialettico tra ribellione, riforma e
rivoluzione, secon-do cui un incidente anche di scarso
rilievo può, in determinate circostanze, diventare il
detonatore di un processo rivo-luzionario. Ricordiamo
inoltre che, per le classi dominanti, non esistono
"richieste ragionevoli" che vengano dal
basso, e meno ancora dal Chiapas.
Mentre le estorsioni perpetrate dalle grandi imprese e
le loro minacce di golpe vengono esaltate dall´ideologia
dominan-te come un´esigenza legittima delle
"forze del mercato", le più elementari
rivendicazioni degli oppressi vengono auto-maticamente
additate come irragionevoli, insensate, irresponsabili
e meritano per ciò steso punizioni esemplari.
Un obiettivo inoppugnabile
Inoppugnabile è l´argomentazione di Marcos quando
cerca di evitare un´altra deviazione dei processi
rivoluzionari. Egli dichiara tuttavia che "un
rivoluzionario si propone innanzitutto di cambiare le
cose dall´alto, e non dal basso, come fa un ribelle
sociale. Il rivoluzionario ha l´obiettivo di
organizzare un movimento, di prendere il potere e di
trasformare le cose dall´alto. Il ribelle sociale
organizza le masse e, dal basso, lavora al cambiamento
senza doversi porre il problema della presa del
potere". Ma la deviazione burocratica della
rivoluzione - particolarmente clamorosa nel caso
sovietico - esprime esattamente la capitolazione della
direzione e l´esaurirsi dello slancio rivoluzionario.
In altri termini, pretendere di trasformare le cose
dall´alto equivale a provocare l´esaurirsi della
rivoluzione. Perché assumere come paradigma del-la
"rivoluzione" ciò che ne è chiaramente
soltanto il fallimento? Una rivoluzione pilotata
"dall´alto" tutto è fuorché una
rivoluzione socialista o anticapitalista e si avvicina
di più a ciò che Gramsci chiamava una
"rivoluzione passiva", o a una
controrivoluzione, il che equivale.
E come fa il nostro ribelle sociale a organizzare le
masse e a trasformare la realtà dal basso senza
suscitare la risposta violenta di chi sta in alto? Si
può mai sostenere il progetto storico di una nuova
società prescindendo da un meccanismo dell´importanza
dello Stato? Se così fosse, come spiegare come mai l´Ezln
non abbia ancora ottenuto il riconoscimento legale del
diritto delle comunità indigene alla loro piena
autonomia, mentre la strategia di trasformazione
"dal basso" degli zapatisti gode di un´impressionante
legittimità? Non v´è dubbio che vada visto, in
questo, la concreta sanzione del fatto che,
contrariamente dalle pretese della retorica
antistatalista, lo Stato nazionale resta un elemento
cruciale dell´attuale capitalismo. Proporsi la
conquista del potere può risultare complicato e
sgradevole, ma accantonare qualsia-si discussione al
riguardo non fa avanzare di un millimetro la marcia
della storia, anzi rischia di significare un passo
in-dietro in più.
Va altresì rilevata una certa idealizzazione del
"ribelle sociale". La storia dell´America
Latina è strapiena di dirigenti sociali che, godendo
di una legittimità considerevole e per nulla
usurpata, si sono ritrovati preda dei sottili
meccanismi corporativi, di assimilazione e
integrazione, di cui è prodiga la società borghese.
La concezione del ribelle sociale pre-suppone una
verità assiomatica, che postula l´incorruttibilità
dei dirigenti sociali rispetto alla consueta
corruttibilità dei politici. Ma è un assioma
insostenibile. La storia della rivoluzione messicana e
dello Stato priista attesta l´enorme capa-cità dell´establishment
di reclutare nelle proprie file alcuni dei più
brillanti dirigenti sociali emersi dalle classi e dai
ceti subalterni. Come si dice in Messico, prima di
essere charro (burocrate di un´organizzazione sociale
inserita nell´apparato di dominio della classe
dominante) bisogna essere stato dirigente sociale e
poter contare sull´appoggio della base. L´"antipolitica"
dello zapatismo è pericolosa. Si tratta di un grave
errore, a fortiori per un movimento che punta
nientemeno che a costruire un mondo nuovo; un errore
che somiglia semanticamente alla predicazione
neoliberi-sta che tuona contro la politica intesa come
"voci", o "esternazioni negative",
nocive per il sereno andamento dei mercati. Da questo
punto di vista, nelle formulazioni zapatiste aleggia
una qualche demonizzazione della politica e dello
Stato un po´ in conformità allo Zeitgeist
("spirito del tempo") della nostra epoca,
dominata dal senso comune paziente-mente costruito dal
neoliberismo.
L´Ezln, fin dalla sua comparsa, è diventato uno dei
più belli e nobili emblemi delle resistenze e delle
lotte al neoliberi-smo, alla dittatura dei mercati e a
ogni forma di oppressione. Lo zapatismo ha dimostrato
un´efficacia impressionante, come movimento di
trasformazione che mette in discussione lo stato di
cose esistente. Va evitato - come invece accade spesso
- che un movimento emblematico, che incarna le
aspirazioni universali dell´umanità, venga
sacralizzato, che i suoi dirigenti si trasformino in
profeti e le loro parole siano innalzate al livello di
dogmi indiscutibili. Né l´eroismo, né l´abnegazione
e le sofferenze delle comunità indigene e contadine
zapatiste, né la devozione dei dirigenti al servizio
del progetto di redenzione universale dovrebbero mai
portare all´accettazione fideistica di tutto ciò che
emana dall´Ezln; sarebbe un atteggiamento del tutto
contrario agli insegnamenti più validi e più di
fondo dello stesso zapatismo.
La storia delle lotte sociali e del socialismo in
America Latina ha offerto testimonianze più che
convincenti della nostra irresistibile tendenza a
essere "più papisti del papa", a
divinizzare i dirigenti e a convertirne le
proclamazioni in rivela-zioni divine. È avvenuto con
la rivoluzione cubana e, in minor misura, con il
sandinismo. Siamo convinti che l´esercizio della
critica costituisca invece per noi il modo migliore di
contribuire al successo della lotta emancipatrice
dello zapati-smo.
Occorre affrontare con audacia le nuove sfide imposte
dall´attuale situazione, in cui i vecchi modi di
"fare politica" - l´avanguardismo, lo
spirito d´apparato e tanti altri "ismi"
ancora - hanno una volta di più dimostrato la loro
irrimediabi-le sterilità. Ma la soluzione non va
ricercata nell´"antipolitica", o nell´invocazione
romantica della società civile, dell´umanità e
della democrazia, e nemmeno nella vacuità del
discorso postmoderno sui "nuovi modi di
iniziativa poli-tica", che è solo una specie di
pudica mutanda per nascondere la dittatura dei
mercati.