Riproduciamo un articolo di Livio Maitan uscito su Liberazione.

INDIA E CINA SI RIAVVICINANO:
AVVENIMENTO DI PORTATA MONDIALE



La stampa quotidiana ha riservato una smisurata quantità di pagine alle gesta berlusconiane e alle chiassose polemiche italiane ed europee, il cui maggiore interesse, a nostro sommesso avviso, risiede nel mettere crudamente in luce l´intrinseca inconsistenza degli attuali gruppi dirigenti, non solo della nostra penisola. Ben poco spazio è stato, invece, riservato a un avvenimento di grande rilievo per il presente e, c´è da supporlo, ancor più per il futuro: il riavvicinamento tra Cina e India, avviato con la visita del premier indiano a Pechino, che sarà seguita a breve da una visita del presidente cinese a Nuova Dehli.

Svolta dopo rapporti tormentati

I rapporti tra i due grandi paesi asiatici erano stati segnati da oltre quarant´anni da aperta ostilità o, quanto meno, da profonda diffidenza. C´era stato uno scontro aperto nel 1959 al momento della crisi tibetana: l´India aveva condannato l´azione annessionistica della Cina e offerto il suo appoggio al Dalai Lama. Nel 1962 c´erano stati veri propri scontri armati, conclusisi a svantaggio dell´India. I rapporti non erano certo facilitati dalla politica di Pechino verso il tradizionale avversario dell´India, il Pakistan. La Cina dell´epoca di Mao aveva appoggiato senza riserve le brutali dittature militari di Ayub Khan e di Yahia Khan, prendendo addirittura le parti di quest´ultimo contro il movimento nazionalpopolare del Bengala orientale sfociato nella creazione del Bangladesh. Oltre venticinque anni più tardi, nel momento in cui faceva esplodere la sua bomba nucleare, l´India, per bocca del suo ministro della Difesa,non nascondeva che suo fine era non tanto controbilanciare l´armamento nucleare pakistano, quanto premunirsi contro la potenziale minaccia, a più lungo termine, della Cina, peraltro sospettata di avere aiutato il Pakistan anche in materia nucleare.
Il richiamo telegrafico di questi precedenti dà la misura della portata del riavvicinamento attuale. Sul piano più strettamente politico,la Cina ha di fatto riconosciuto la sovranità indiana sulla regione di frontiera del Sikkim (annessa dall´India nel 1975), mentre l´India ha riconosciuto che il Tibet è parte integrante della Cina, impegnandosi a non appoggiare più attività tibetane anticinesi sul proprio territorio (anche se il Dalai Lama potrà ancora risiedere, eventualmente, in India). L´accordo ha avuto egualmente una dimensione economica nel senso che ha teso a stimolare lo sviluppo di rapporti commerciali peraltro già in forte crescita in epoca più recente.

Significato geopolitico

Ma l´aspetto più significativo degli accordi di Pechino si colloca sul terreno, per dir così, della geopolitica. Dopo la fase in cui sotto Nehru l´India aveva svolto un ruolo di primo piano tra i paesi non allineati, l´India si era progressivamente avvicinata agli Stati Uniti, in funzione sia antipakistana sia anticinese. L´11 settembre, la guerra in Afghanistan e l´attacco all´Iraq mutavano profondamente il quadro .Per Washington il Pakistan diventava l´interlocutore di gran lunga privilegiato per le ragioni note su cui non c´è bisogno di ritornare. Il 24 giugno, dopo un nuovo incontro a Camp David, Bush ha ribadito: "Nella nostra lotta al terrorismo non abbiamo miglior partner del presidente Musharraf". E´ vero che Colin Powell, alla vigilia della nuova guerra, si era recato frettolosamente a Nuova Dehli per tranquillizzare il governo indiano, proponendosi, tra l´altro, come mediatore nel cronico conflitto del Kashmir. Ma di concreto non ne era uscito nulla e, peraltro, non hanno avuto successo, a proposito del Kahsmir, neppure recenti aperture strumentali indiane del premier Atal Vajpayee.
Il quale Vajpayee non ha fatto mistero delle sue reali preoccupazioni: "Abbiamo bisogno - ha detto - di un ordine mondiale multipolare che promuova una globalizzazione pragmatica, pace, stabilità e sviluppo. E´ necessario difendere l´autorità delle organizzazioni internazionali colpite nei mesi scorsi. Vogliamo sviluppare un ordine mondiale multipolare". Non è esattamente la concezione di Bush ...
  Come si è potuto constatare, pur pronunciandosi contro la guerra all´Iraq, la Cina aveva assunto un profilo piuttosto basso,in particolare rispetto a Francia e Russia. Ciò non toglie che il gruppo dirigente di Pechino non nutra già ora profonde e crescenti preoccupazioni per l´espansione militare statunitense in contigue regioni asiatiche come per l´atteggiamento del Giappone che, se non ha aperto i cordoni della borsa per finanziare la guerra come nel 1991, ha sostenuto senza riserve la politica di Bush. A maggior ragione, non può ignorare che l´attuale gruppo neoconservatore statunitense - ma non è il solo- considera che in prospettiva la Cina sarà il vero avversario mondiale degli Stati Uniti e per questo lo definisce ormai il "competitore strategico".

Parallelo tra due sviluppi

La recente vicenda ha fornito a pubblicazioni economiche l´occasione di rilanciare quel parallelo tra sviluppo cinese e sviluppo indiano che è stato un motivo ricorrente sin dalla fine degli anni ´50, una sorta di verifica sperimentale dei risultati contrapposti di un paese in cui i rapporti fondamentali di produzione e di proprietà non erano più capitalisti e di un altro, in cui questi rapporti sussistevano, anche se con un ruolo rilevante dello Stato,e le istituzioni politiche erano esaltate come democratiche (la"più grande democrazia del mondo"). Già la dinamica demografica è stata ed è nettamente diversa: l´India, in cui tentativi di controllo delle nascite, compiuti in modo sciagurato, sono stati abbandonati, superando il miliardo di abitanti, si è avvicinata alla Cina - circa un miliardo e 300 milioni - e, in prospettiva, potrebbe anche raggiungerla. Dal punto di vista del livello di vita, mentre, secondo valutazioni richiamate da The Economist, venticinque anni or sono non c´era sostanziale differenza, attualmente il reddito cinese medio sarebbe circa due volte più elevato del reddito medio indiano e, mentre in Cina solo il 5% della popolazione sarebbe al di sotto della soglia  nazionale di povertà, la percentuale indiana sarebbe del 29%. E´ l´ovvia conseguenza di ritmi di crescita ben diversi: nel corso degli ultimi dieci anni, il reddito pro capite indiano sarebbe aumentato del 4,5% all´anno, quello cinese di circa il doppio. Non va dimenticato, d´altra parte, che la Cina ha usufruito in misura molto maggiore di investimenti esteri diretti: nel 2002, 52,7% miliardi di dollari contro 2,3 miliardi all´India. Le statistiche cinesi sono spesso sottoposte a critiche non prive di fondamento: ma, pur apportando tutti i riaggiustamenti suggeriti, la situazione non cambierebbe qualitivamente.
Che cosa ci riserveranno nei prossimi decenni i due paesi che rappresentano così grande parte della popolazione mondiale sarebbe arrischiato cercar di prevedere. Ci sembra, tuttavia, probabile, che, in un mondo che verosimilmente continuerà a essere lacerato da contraddizioni di ogni genere, l´ipotesi di uno sviluppo sulla base di proiezioni della situazione e delle dinamiche attuali è poco plausibile, per non dire da escludere. L´India si trova pur sempre in una situazione di instabilità con divaricazioni profonde tra i diversi Stati. E´attualmente al potere una coalizione in cui l´egemonico  Bharatiya Janata Party deve fare i conti con una miriade di partner rissosi, espressioni di diversi interessi e concezioni e, quel che è peggio, subisce l´influenza deleteria del fondamentalismo indù. Può darsi che sia sconfitto alle prossime elezioni, ma il Partito del congresso, diretto da Sonia Ghandi, una donna di origine italiana le cui capacità di direzione sono fortemente contestate nel suo stesso partito, difficilmente riuscirebbe a imporre quella stabilizzazione tanto auspicata dalle classi dominanti. Quanto alla Cina,opera in profondità già ora - ed è destinata inevitabilmente ad approfondirsi -una divaricazione tra, da una parte, un quadro istituzionale che non ha subito mutamenti qualitativi e un sistema di accumulazione in cui allo Stato spetta pur sempre un ruolo di primo piano, e, dall´altra, la crescita del settore privato,di gran lunga il più dinamico, la presenza di capitale straniero in tutte le sue forme e l´inserimento sempre maggiore nei meccanismi dell´economia mondiale.
Ma, comunque vadano le cose, India e Cina peseranno in grandissima e forse decisiva misura sulle sorti della società mondiale: è consigliabile non perderlo di vista.



4 luglio 2003

Livio Maitan

www.elcubanolibre.net