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Ai
vertici dell’Ulivo, Ds e Margherita, i
girotondini in tutta evidenza non piacciono: li
percepiscono come estremisti, anche se nella realtà
sono portatori di istanze semplicemente
democratiche. Li avvertono come “disordine”
dei percorsi “ordinati” (?) della Politica,
quella con la P maiuscola. Li vivono, insomma,
come gente che disturba il manovratore. Perciò,
nei loro confronti, oscillano tra diffidenza e
arroganza, tra toni paternalistici e messaggi di
malevolenza. Che dire del sublime Rutelli quando
avverte, dalle colonne della Repubblica che «i
girotondi non bastano»? Se fossi uno dei
promotori della manifestazione del 14 settembre,
mi sentirei alquanto offesa da un’osservazione
così ridondante e così banalotta - nemmeno Nanni
Moretti (che pure non scherza quanto a senso
d’onnipotenza di sé) può aver mai pensato
davvero di stare svolgendo una missione politica
risolutiva. Ma che dire, soprattutto, di Massimo
D’Alema che, da un altro importante quotidiano,
il Corriere della sera, lancia una specie di
scomunica? ll presidente dei Ds non solo fa sapere
che, lui, il 14 settembre non ci sarà (e questa
libertà di scelta appartiene in effetti agli
inalienabili diritti di ogni persona), ma spiega
che, nella sostanza, il movimento dei
*girotondini* aiuta soprattutto il governo
Berlusconi. Finalmente, un po’ di chiarezza.
Manca solo un avverbio, tante volte detto e nel
’900 sentito: oggettivamente. Ma il concetto è
proprio quello lì: la radicalità è sempre
complice (appunto "oggettivamente") del
nemico. E chi protesta troppo fa,
"oggettivamente" il gioco dei padroni.
Come dire: D’Alema perde il pelo, ma non il
vizio
In realtà, la vera novità di questo ultimo
D’Alema a tutto campo è un’altra: la sua
adesione ad un’idea espliicitamente
neo-autoritaria, ultradecisionista, quasi
schmittiana, della politica. Nell’intervista
al Corriere, il leader della Quercia dichiara
testualmente: «Sono
così favorevole al sistema maggioritario che,
fosse in me, la legge finanziaria non dovrebbe
essere emendabile». Un’affermazione
che ha dell’incredibile, ma che non ha nulla di
casuale: è il punto di arrivo di una cultura
politica dove l’assolutizzazione della
dimensione del governo si salda “logicamente”
con la rinuncia ad ogni ottica di classe e con
l’idea, conseguente, della neutralità delle «leggi
dell’economia». Alla politica in senso proprio
resta solo uno spazio, quello riservato alle
questioni di coscienza, alla morale. Perché
D’Alema vorrebbe una finanziaria non emendabile?
Perché, nella visione postcomunista (e nella
sua), la politica sociale ed economica, appunto
definita da questo tipo di legge, è una
prerogativa per eccellenza dell’esecutivo, del
governo: il quale deve poter esercitare le sue
scelte fuori e oltre ogni mediazione, e ogni
concessione alla logica della rappresentanza. E
perché è concepita come un’operazione di
natura sostanzialmente tecnica, non connessa cioé
a un’idea di società, a ideologie politiche, o
a rapporti di classe. In effetti, non è questa la
modalità con la quale i governi di centrosinistra
hanno presentato le loro ultime finanziarie? Più
in generale, la sinistra moderata ha davvero rotto
con la sua storia quando ha assunto il capitalismo
come l’unico modo di produzione possibile.
Correggibile, magari, in qualcuna delle sue
storture più gravi, ma pur sempre nella sua
essenza eterno - anzi, “naturale”, proprio
come le leggi dell’economia (?). Proprio come le
leggi finanziarie.
Quello di D’Alema, in fondo, è un approdo
politico annunciato: un conservatorismo che ha
pochissimo di liberale e ancor meno di
democratico. Solo una domanda: ma da dove gli
viene la persuasione, così pertinace e insistita,
di avere «governato bene» quando ha governato,
di essere ancor oggi a a capo di una una «classe
dirigente» credibile, insomma di essere il
migliore? Non è forse vero che, almeno negli
ultimi dieci anni anni, non ne ha azzeccata una?
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