|  |  |  |       http://www.elcubanolibre.net/     |  |  |

 
   L'invasione di Cuba.
 

L'INVASIONE DI CUBA.

di Filippo Gaja

ed. Parenti luglio 1961

 

L'invasione di Cuba, l'operazione Pluto, secondo il nome convenzionale stabilito dal comando controrivoluzionario, cominciò esattamente alle 00:10 di lunedì 17 aprile 1961. Era l'ora H prevista nei piani di sbarco. Sei vecchie navi da carico di medio tonnellaggio (fino a 5.000 tonnellate di stazza) che avevano navigato sotto bandiera liberiana, ribattezzate con nomi presi dalla fauna marina, circondate da una flottiglia di mezzi da sbarco di tipo militare, gettarono l'ancora davanti alla costa sud dell'isola, a una distanza di poco più di 100 chilometri dalla città di Cienfuegos, a 130 da Matanzas, a 180 da La Habana.

Tutte le luci spente, in un silenzio assoluto, le navi cominciarono a mettere in acqua le lance a motore e la truppa iniziò a prendere posto nei mezzi di sbarco scendendo lungo le fiancate delle navi con scale di corda. Erano circa 1.500 uomini, per la maggioranza profughi politici da Cuba, arruolati negli Stati Uniti, a Miami, o a New York, allenati da 25 ufficiali americani a Retalhuleu, in Guatemala, esclusi 12 uomini rana istruiti nella base di Vieques, a Porto Rico.

Il punto scelto per lo sbarco era la spiaggia della Ciénaga de Zapata, una vasta zona pantanosa che si estende dall'estremità occidentale della penisola di Zapata fino alla Bahía de Cochinos, per una larghezza di oltre 35 chilometri. La Brigata da sbarco era comandata da Manuel Artime Buesa, ex ufficiale dell'esercito di Castro e funzionario del Governo di La Habana, e da José A. Pérez San Román, ex capitano dell'esercito del dittatore Fulgencio Batista; sul berretto gli uomini portavano l'insegna "Dio, Patria e Libertà" e, cucite sulle spalle dell'uniforme mimetica da combattimento, le mostrine formate da una bandiera cubana con una croce bianca.

Un quarto d'ora più tardi, il bambino Valerio Rodríguez che tornava da far visita al suo maestro, percorrendo le spiaggia di Playa Girón, vide al largo le navi ferme, e rifletté che due ore prima non c'erano. Essendo un Joven Rebelde, pensò che era suo dovere osservare le navi misteriose e restò qualche minuto fra le rocce a guardare, finché gli parve di notare delle luci azzurre sull'acqua. Si mise allora a correre a perdifiato verso l'alloggiamento dei miliziani, distante un chilometro. Ma proprio in quell'istante, le navi aprirono il fuoco. Al rumore degli scoppi, Valerio Rodríguez ruzzolò per terra e corse a rifugiarsi di nuovo fra le rocce.

Radio Swan, una radio controrivoluzionaria situata nell'isola omonima, territorio degli Stati Uniti, a poca distanza dalla costa cubana, stava trasmettendo in quel momento stesso un messaggio speciale destinato alle organizzazioni terroristiche anticastriste dell'interno dell'isola. Il messaggio era l'ordine per i gruppi d'azione di attuare il piano di sabotaggio contro l'organizzazione militare e politica castrista. Poco più tardi, Radio Swan trasmetteva un comunicato straordinario: "La battaglia per liberare Cuba è incominciata. I patrioti hanno cominciato la battaglia per liberare la Patria dal dispotico dominio di Fidel Castro e per sbarazzare Cuba dalla crudele oppressione del comunismo internazionale".

II bambino Rodríguez non era in grado di apprezzare il piacere di vivere un momento straordinario della storia del suo paese, un avvenimento che doveva trascinare il mondo fin sull'orlo della guerra e condurre alla proclamazione della prima repubblica socialista dell'America Latina. Dagli avvenimenti che si sarebbero svolti nelle successive 72 ore dipendeva il destino della rivoluzione cubana.

Questa è la storia di ciò che accadde nelle 72 ore tragiche di Cuba, descritta attraverso i documenti e le testimonianze da me raccolti.

Filippo Gaja

 

I

Quasi nello stesso momento il miliziano Placido Salazar che stava facendo il suo turno di guardia a Playa Larga, in fondo alla Bahía de Cochinos, osservò una serie di imbarcazioni che scivolavano silenziose sull'acqua, e si gettò sulla manovella del telefono da campo per chiamare il capoposto. Non vedeva bene le barche che si avvicinavano, ma la sua impressione era che fossero molte e molto grandi. D'improvviso sulle imbarcazioni si accesero delle fiammelle e Placido Salazar riconobbe subito di che cosa si trattava: mitragliere da 50. Le traccianti indicavano che il fuoco delle imbarcazioni mirava a ripulire la spiaggia per una certa profondità. Si videro dei lampi più lontani e quasi simultaneamente gli scoppi delle granate intorno alla centrale telefonica. Il miliziano agitò di nuovo la manovella del telefono e informò che bisognava entrare subito in comunicazione con la Central Australia prima che le cannonate distruggessero la cabina.

- A che distanza sono da terra? - chiedeva il capoposto.

- Duecento metri, forse, saranno sulla spiaggia fra dieci minuti.

Tre minuti dopo il telefono dell'osservatorio squillò. Placido Salazar alzò il ricevitore. Il capoposto gli dava un ordine.

- Abbandonare l'osservatorio e gettare in mare le cassette di munizioni.

I trenta miliziani del plotone addetto alla sorveglianza costiera di Playa Larga indietreggiarono correndo fino all'imboccatura della strada per Central Australia e si disposero a difesa. Erano armati soltanto con pistole mitragliatrici e fucili R2, ma l'ordine che il capoposto aveva ricevuto era di impegnare il nemico e osservarlo da vicino. Non appena le prime imbarcazioni toccarono la spiaggia il plotone apri il fuoco. I controrivoluzionari uscirono correndo dai mezzi da sbarco e cominciarono subito a sparare con tutte le armi. Dal mare veniva il fuoco delle mitragliere pesanti. Dopo poco entrarono in azione anche i mortai e i bazookas.

Il fuoco del nemico era più intenso che preciso, ma i miliziani non potevano resistere e cominciarono a ritirarsi lungo la strada, spostandosi ora a destra ora a sinistra, sparando di quando in quando qualche raffica di pistola mitragliatrice e lanciando bombe a mano.

Due chilometri e mezzo più a occidente, sulla costa in una località detta Caletón, un altro piccolo gruppo di miliziani resisteva. Erano 40 uomini ma avevano soltanto 12 fucili. Molti erano maestri aggregati al reparto costiero della milizia per la campagna contro l'analfabetismo. Gli invasori stavano sparando contro lo yacht "Bravo", alla fonda. Il "Bravo" è lo yacht sul quale di solito Fidel Castro passa le sue vacanze e probabilmente gli invasori sapevano che a bordo era montata una mitragliera da 50 millimetri. Ma già ai primi rumori dello sbarco, i miliziani avevano smontato la mitragliera portandola a terra con tutte le munizioni, e ora se ne servivano per battere le imbarcazioni nemiche. Il piccolo reparto attestato a una curva della strada resistette finche poté, poi iniziò il ripiegamento lungo il terrapieno che da Caletón porta a San Tomás.

A Central Australia, il messaggio dei miliziani di Playa Larga aveva colto il comandante del presidio nel sonno. Era lontano le mille miglia dall'immaginare che il nemico avrebbe scelto la Ciénaga de Zapata per sbarcare, tanto che la sera prima, aveva ordinato che si lasciasse sui camion il raccolto di canna da zucchero e che le operazioni di scarico si rinviassero. Si sarebbe scaricato all'indomani.

L'ufficiale diede ordine di mantenere il contatto con il plotone della guardia costiera, che essendo munito di una radio portatile andava via via descrivendo le fasi dello sbarco avversario, e di liberare gli autocarri. Poi chiamò il comando di Jagüey Grande chiedendo ordini.

 

II

Esattamente alle 02:15 Fidel Castro venne svegliato dal suo segretario. Castro stava dormendo profondamente. Gli ultimi giorni erano stati di tensione estrema. La domenica si era svolta una manifestazione pubblica, il funerale delle vittime del bombardamento aereo di sabato mattina, e si era affaticato tenendo un lungo discorso. La notizia che il segretario gli portava era che si stava combattendo a Playa Girón e a Playa Larga. I plotoni di sorveglianza costiera che si trovavano sul posto avevano iniziato la resistenza.

Castro ordinò che si verificasse l'esattezza della notizia. Da tre giorni le notizie di navi da sbarco scorte nel tal punto o nel tal altro punto della costa cubana non facevano che accavallarsi. Pochi minuti dopo sopraggiunse però un'informazione che eliminava ogni dubbio. C'erano i primi feriti. Si comunicava che una forza militare sconosciuta e di entità imprecisata stava tenendo sotto il tiro di cannoni senza rinculo, bazookas, mitragliere da 50 e cannoni da marina le spiagge di Playa Girón e di Playa Larga, nella Ciénaga de Zapata. Non poteva più esserci dubbio: il nemico sbarcava.

Da Jagüey Grande giunsero conferme parziali, messaggi laconici pieni di ansiosa incertezza. Si chiedevano con urgenza disposizioni e rinforzi. Qualche minuto più tardi, la radio portatile del reparto avanzato della milizia cominciò a fornire dati precisi: osservate sei grandi navi e decine di mezzi da sbarco minori. Il nemico occupava l'abitato di Playa Girón e di Playa Larga e scavava buche di protezione per le armi pesanti mentre alcuni reparti di avanscoperta si spingevano lungo le strade verso l'interno in tutte le direzioni.

Castro si trasferì al Quartier Generale dell'Ejército Rebelde e della milizia e prese in considerazione la situazione in base alle prime notizie. La zona dove lo sbarco si verificava era una delle meno protette dell'isola. La possibilità di uno sbarco nemico in quel punto era stato considerato in precedenza come una ipotesi molto vaga.

Comunque il 339° Battaglione di miliziani, di Cienfuegos si trovava accasermato a Central Australia, dove stava aiutando i contadini a tagliare canna da zucchero. Diversi plotoni di miliziani, contadini e carbonai, perlustravano la zona di Cayo Ramona, Soplillar e Buena Ventura. Queste erano le sole truppe vicine al luogo dello sbarco, per di più male armate. Erano in condizione di dare man forte ai reparti di sorveglianza costiera, ma non potevano essere in grado di contrastare il passo al nemico. Non avevano né un mortaio né un bazooka.

Castro, nella sala operazioni dello Stato Maggiore, stava cercando di immaginare quale potesse essere il piano del nemico studiando su una grande carta il luogo nel quale il nemico era sbarcato: la penisola di Zapata.

Le caratteristiche della penisola di Zapata sono particolari. Castro immaginava che la scelta del luogo dipendesse proprio da quelle caratteristiche geografiche. La penisola presenta una fascia di terra dura rocciosa, larga da due a dieci chilometri, lungo la costa. Ma al nord di questa fascia, verso l'interno, si stende una palude impraticabile, in cui sorge una vegetazione tropicale foltissima.

Prima della Rivoluzione non esistevano vie di comunicazione attraverso la Ciénaga de Zapata. I paesi e le città che si trovano al di 1à della palude, nell'interno dell'isola, e cioè Jagüey Grande, Covadonga, Australia, non avevano accesso al mare. All'interno della Ciénaga de Zapata esistono solo piccoli villaggi di tagliatori di legna e carbonai, che un tempo vivevano in condizioni miserabili e che dovevano impiegare tre giorni per arrivare con la loro merce al più vicino mercato. Prima c'erano soltanto due ferrovie a scartamento ridotto, costruite dalle industrie zuccheriere, che conducevano da Central Australia a Cochinos e da Covadonga a Girón. La Rivoluzione ha costruito tre strade che attraversano la Ciénaga de Zapata su solidi terrapieni e uniscono Playa Girón con le industrie zuccheriere, Central Australia, 10 miglia a nordovest, e Covadonga, 20 miglia a nordest. Queste strade sono le uniche vie di accesso alla Ciénaga: fuori di esse non è possibile alcun movimento.

Gli ufficiali dello stato maggiore e Castro si chiedevano perché i controrivoluzionari avessero iniziato l'invasione sbarcando nel luogo più inadatto dell'isola per una offensiva. Qual era il vero calcolo dell'avversario?

Per dare una risposta a questa domanda, Castro chiese la più precisa valutazione possibile delle forze nemiche. Egli aveva già un'idea, ma desiderava una conferma delle sue supposizioni per agire. Ormai albeggiava. La radio dei plotoni di vigilanza costiera comunicò che il nemico aveva sbarcato una brigata forte da 1.200 a 1.500 uomini, dotata di armi pesanti. Dal fuoco di interdizione fatto dai controrivoluzionari per proteggere il primo balzo in avanti delle truppe, risultava che il nemico sparava con molti mortai pesanti da 4,2, cannoni senza rinculo da 75, e da 57 millimetri, mitragliatrici pesanti, da 50 e da 30; e stava sbarcando carri armati Sherman e autocarri blindati armati con mitragliatrici pesanti da 50. La fanteria sembrava avere una dotazione incredibile di armi automatiche.

Ciò bastava a Castro. Presentò agli ufficiali la sua ipotesi:

1 - Il nemico sbarcava presupponendo il totale dominio dell'aria, e certamente prevedeva di occupare e usare per una forza aerea tattica l'aeroporto da poco costruito a Playa Girón.

2 - Il nemico aveva deciso di occupare tutto il territorio della Ciénaga de Zapata appunto perché circondato completamente dal mare da una parte e dalla palude dall'altra. Sarebbe stata una posizione difficile da attaccare dal di fuori, e facile da difendere dal di dentro, specialmente se i difensori avessero avuto la supremazia nel cielo.

Le conclusioni di Castro erano che, se il nemico fosse riuscito a occupare il territorio della Ciénaga sarebbe stato duro riconquistarla. I miliziani e 1'Ejército Rebelde sarebbero stati obbligati ad avanzare sulle strade costruite sopra la palude. Il nemico avrebbe potuto difendere agevolmente le vie d'accesso alla palude con carri armati, cannoni anticarro, mortai pesanti, mitragliere da 50, bazookas. Militarmente un compito facile, poiché non vi sarebbero state protezioni di sorta per i miliziani al contrattacco. Un carro armato di traverso sulla strada avrebbe costituito un ostacolo insormontabile. Se il nemico avesse potuto contare realmente su un'aviazione efficiente, la situazione sarebbe divenuta assai grave, la lotta per la cacciata degli invasori sanguinosa e incerta. Non si poteva prevedere quale sarebbe stato l'aiuto straniero al nemico se la battaglia si fosse prolungata.

Alle quattro e mezzo della mattina, l'atmosfera creata dalle parole di Castro nella sala operazioni dello Stato Maggiore di La Habana era di intensa drammaticità. I volti degli ufficiali esprimevano una viva preoccupazione. Castro, pallidissimo, in piedi, parlava delle intenzioni dell'avversario con estrema calma. Il suo problema principale in quel momento era vedere i vari aspetti della situazione con lucidità.

Secondo Castro la mossa del nemico nel corso della notte sarebbe stata quella di avanzare il più velocemente possibile sulle strade costruite dalla Rivoluzione attraverso la Ciénaga de Zapata per costituire prima dell'alba dei caposaldi fuori della palude, in corrispondenza ai punti di ingresso delle strade nella Ciénaga, e quindi avrebbe operato il maggior numero di distruzioni sulle strade per rendere impossibile il transito ai mezzi motorizzati dell'Ejército Rebelde. Guai se il nemico avesse avuto il tempo di svolgere queste distinzioni, scavare trincee ed elevare difese.

L'idea dello sbarco nella Ciénaga de Zapata, in vista dei particolari obiettivi politici che il nemico si proponeva, non era priva di una sua logica. Lo Stato Maggiore controrivoluzionario, probabilmente su suggerimento di ufficiali americani, aveva immaginato di fare della Ciénaga de Zapata una striscia di terra circondata dal mare e dalla palude, una specie di isola artificiale. La riuscita del piano militare avversario dipendeva ora da due fattori: il completamento dell'occupazione del territorio di cui il nemico voleva impadronirsi, e l'effettivo controllo del cielo da parte dei controrivoluzionari.

 

III

Abbandonando la sede del quartier generale per recarsi al fronte, Castro, mezz'ora dopo, aveva già dato le disposizioni fondamentali che dovevano salvare la situazione. Era necessario un manipolo di forti combattenti, e questo manipolo furono gli uomini del 339° Battaglione di Fanteria della milizia, armati con fucili mitragliatori, pistole mitragliatrici e fucili, senza bazookas né mortai.

Castro aveva dato ordine che il battaglione di miliziani di Cienfuegos raggiungesse immediatamente Playa Larga e attaccasse il nemico. Doveva resistere a tutti i costi, per conservare una testa di ponte al di 1à della palude, entro il territorio che il nemico si apprestava a occupare. Non essere espulsi completamente dalla Ciénaga de Zapata significava conservare la possibilità di attaccare il nemico direttamente entro la testa di ponte, provocare il crollo dei presupposti fondamentali del piano avversario che prevedeva un'occupazione di sorpresa di tutta la Ciénaga.

Tenendo Playa Larga, e sgombra la strada per Playa Larga, si sarebbe consentito in seguito un attacco sul fianco al grosso del corpo di spedizione nemico. Se il nemico avesse mandato in avanti le sue colonne e fosse stato attaccato sul fianco, sarebbe stato costretto a ritirarle per non veder tagliata loro la ritirata.

Castro si fece chiamare al telefono il comandante del battaglione e gli illustrò quali fossero le probabili intenzioni del nemico e l'importanza della missione affidata al suo reparto, cioè tenere un pezzo di terra ferma dall'altra parte della Ciénaga e impedire al nemico di avanzare sulla strada da Playa Larga a Central Australia.

Simultaneamente, lo Stato Maggiore di La Habana diede ordine al battaglione della scuola per ufficiali della milizia di Matanzas, con tre batterie di mortai pesanti e una compagnia di carri armati, rinforzati da un altro battaglione di miliziani di Matanzas e da reparti di cannoni anticarro, di marciare alla maggior velocità possibile verso Jovenallos, e di qui dirigersi verso Playa Larga in soccorso al battaglione di Cienfuegos. Castro faceva molto assegnamento sul comandante della scuoia per ufficiali della milizia di Matanzas, Fernández, un ex combattente della guerra di Spagna, per la rapidità dello spostamento. Il battaglione degli allievi ufficiali della milizia era considerato il miglior reparto delle forze armate cubane, se fosse arrivato in tempo per rilevare il battaglione di Cienfuegos prima che fosse distrutto dal nemico, avrebbe salvato la situazione.

Questa fu la manovra difensiva principale. Ma contemporaneamente, fu dato ordine a due battaglioni di miliziani, di stanza a Las Villas, di muoversi rapidamente verso la zona di Yaguaramás e Covadonga e avanzare fino a prendere contatto con il nemico. Sulla strada di Yaguaramás e Covadonga, s'erano già attestati a difesa piccoli plotoni di miliziani che si trovavano nella Ciénaga in servizio di pattugliamento e ai quali era stato dato ordine di cercare di contrastare il passo al nemico lungo le due strade corrispondenti. C'era già notizia che questi reparti avevano incontrato le avanguardie del nemico nella notte e stavano combattendo.

Era ancora buio.

Le prime luci s'annunciavano appena. Radio Habana iniziò d'improvviso le trasmissioni per ripetere, a brevi intervalli, l'ordine a tutti i miliziani di raggiungere i comandi assegnati. Negli intervalli l'emittente trasmetteva gli inni della Rivoluzione. Cuba si svegliò di soprassalto. La gente si chiamava dalle strade, nei cortili. La radio non diceva ancora i motivi della chiamata alle armi, ma non c'era nessuno in tutta l'isola che non sapesse la verità. Era l'invasione.

Mentre veniva proclamata la mobilitazione generale, allo Stato Maggiore castrista non si era ancora certi che la Ciénaga de Zapata fosse l'unico obiettivo del nemico. Molti degli ufficiali si attendevano qualche altro sbarco. Castro aveva chiesto una jeep per il fronte. Allacciandosi il cinturone con la pistola, previde che se ci fosse stato qualche altro sbarco, si sarebbe quasi certamente trattato di una manovra diversiva.

All'alba, giunse la notizia che il nemico stava lanciando i paracadutisti per occupare gli accessi alla Ciénaga, e questo diede la certezza che la conquista della palude era prevista dal piano.

 

IV

Il 339° Battaglione di fanteria della milizia, formato tutto con uomini di Cienfuegos, era giunto a Central Australia da 4 giorni soltanto, proveniente dalle montagne dell'Escambray. La domenica il Battaglione aveva tagliato canna da zucchero, poiché questo è il compito dei battaglioni della milizia quando non c'è da combattere, dare una mano dove occorre. Il comando di zona aveva spedito il battaglione a Central Australia "di riserva tattica" ordinando che aiutasse i contadini nelle pause delle esercitazioni militari.

Essendo stato faticoso il giorno, i giovani miliziani dormivano profondamente, e parecchi tardarono a svegliarsi quando, poco dopo l'una, nella notte, l'accampamento fu messo in subbuglio dalla notizia che il plotone avanzato di Playa Larga stava osservando i controrivoluzionari che sbarcavano.

Il miliziano Luis Tellería, tiratore di fucile mitragliatore 7,32, pensò che sarebbe stato bene avere un po' più di munizioni e si accordò con i compagni di squadra per andarne a cercare al deposito. Ne volevano almeno due caricatori in più ciascuno. Passando accanto all'ufficio del comando, Luis Tellería vide della gente eccitata che usciva dalla stanza dell'ufficiale e dava l'incredibile notizia che aveva telefonato lui, Fidel, in persona e aveva detto: "Il paese è nelle vostre mani".

In quel momento il comandante del battaglione usciva correndo anche lui dal comando e urlava qualche cosa che non si riusciva a capire che cosa fosse e a chi; il mitragliere Tellería vide uscire gli autocarri dalle rimesse e udì gli ordini di adunata. Il tenente urlava un mucchio di cose tutte insieme, far presto, le munizioni, stare uniti, silenzio, attenti agli ordini, le comunicazioni radio. Stava ancora urlando quando il primo camion parti a tutta velocità verso Playa Larga, seguito da tutta la colonna.

Luis Tellería installò la sua 7,32 sul tetto del camion.

Da Central Australia a Playa Larga corrono meno di trenta chilometri. Erano forse le tre e mezzo quando il primo autocarro giunse a un chilometro dall'ingresso di Playa Larga, prima dell'incrocio della strada che porta a Caletón. Si udì il colpo secco di un cannone senza rinculo e la colonna si arrestò. Si levò una voce nella notte: 

- "Siamo dell'esercito di liberazione. Miliziani, unitevi a noi!"

Era uno dei controrivoluzionari che chiedeva la resa. Dai camion carichi di miliziani si levò un urlo "Patria  o  muerte!". I  miliziani  si  gettarono  dai  camion mentre i controrivoluzionari iniziavano a sparare. I proiettili sibilavano, uno dei camion prese fuoco. L'autocarro sul quale si trovava Luis Tellería fu crivellato di proiettili alla prima scarica. Luis, con la sua mitragliatrice in una mano, e un caricatore nell'altra, saltò dal veicolo e si buttò nella cunetta a lato della strada piazzando la sua arma, e apri il fuoco.

Fece una prima raffica 1unga, poi ricordò che doveva sparare a piccole raffiche.

Il  comandante del battaglione stava urlando di sparare mirando, guardando alle lingue di fuoco che uscivano dalle armi dei controrivoluzionari.

Fra miliziani e nemici potevano esserci forse cinquanta metri, forse cento. Un carro armato nemico cominciò ad avanzare. Il comandante del battaglione ordinò che si entrasse nella vegetazione ai lati della strada. Il carro armato non avrebbe potuto manovrare perché sarebbe affondato nel pantano, non avrebbe potuto abbandonare la strada. Una volta passato il carro, bisognava iniziare una sparatoria intermittente, per impedire alla fanteria di avanzare.

Il carro passò sulla strada con gran rumore. Dietro venivano alcuni controrivoluzionari che furono subito centrati dai miliziani. Il carro tornò indietro. Il nemico aprì un fuoco infernale, battendo metro per metro la strada avanti a sé.

Gli invasori usavano una mitragliatrice da 50, piazzata in un luogo che dominava la strada e un cannone da 75 senza rinculo che sparava da qualche centinaio di metri. Alla destra del cannone, il carro armato Sherman, dietro al quale si proteggevano dei tiratori di bazookas

Il 339° Battaglione retrocedette lentamente nella notte, contrastando il passo al nemico. Alle prime luci dell'alba, il battaglione aveva perso qualche chilometro, subendo molte perdite. Ma i controrivoluzionari non avevano potuto procedere velocemente verso i loro obiettivi e avevano perduto tempo prezioso.

All'alba si udì un rombo di aerei. Era il nemico che lanciava unità di paracadutisti alle spalle del battaglione. I paracadutisti prendevano terra 8 chilometri dietro un luogo chiamato Pálpite. Il comandante del battaglione cercò di mettersi in contatto con il comando zona per aver ordini. Al comando sapevano già che i paracadutisti stavano scendendo. L'ordine era di attaccarli e aprirsi il varco per la ritirata, continuando a retrocedere il più lentamente possibile. Sarebbero arrivati rinforzi. Erano in marcia.

Il lancio di paracadutisti sembrava piuttosto nutrito: erano ondate di una ventina d'uomini ciascuna. La retroguardia del battaglione impegnò immediatamente i paracadutisti, senza poter impedire loro di prendere posizione, a cavallo della strada.

Il battaglione ora aveva tagliata la strada della ritirata. Se non fossero arrivati presto i rinforzi si sarebbe dovuto scegliere tra morire o arrendersi. Con la luce era arrivato un altro problema: L'aviazione nemica. Bisognava mantenere il contatto con il nemico, restargli vicino. Gli aerei non avrebbero potuto mitragliare né spezzonare il battaglione, perché avrebbero corso il pericolo di colpire i controrivoluzionari che avanzavano.

Il comandante chiese via radio al comando il permesso di abbandonare la strada e di piazzare gli uomini entro la vegetazione. Non restava altra soluzione. Il nemico restò padrone della strada, ma solo i carri armati potevano transitarvi. Dal folto della vegetazione i miliziani sparavano sulla fanteria. Con un fuoco rabbioso di tutte le armi, i controrivoluzionari cercarono disperatamente di ridurre al silenzio il battaglione di Cienfuegos, che continuava a indietreggiare, contenendo l'avanzata del nemico.

Si combatté in questo modo per tutta la mattinata. Verso mezzogiorno il comando comunicò che stava sopraggiungendo il battaglione allievi ufficiali della milizia, del corpo di artiglieria, con bazookas, cannoni senza rinculo e carri armati.

Il battaglione di ufficiali della milizia di Matanzas, mentre stava accorrendo in aiuto al battaglione di Cienfuegos, era stato attaccato da aerei controrivoluzionari che gli avevano causato parecchie perdite. Poiché gli aerei portavano dipinte le stesse insegne dell'aviazione cubana, i soldati castristi li salutarono agitando le mani. In tal modo subirono un attacco allo scoperto ed ebbero molti morti.

Gli ufficiali della milizia furono poi attaccati sulla strada e dovettero impegnare un forte combattimento per passare. L'ordine era di spezzare la resistenza avversaria e proseguire fino al ricongiungimento con il battaglione di Cienfuegos senza curarsi dei nuclei nemici che la colonna lasciava dietro di sé. Il battaglione aveva cozzato nella strada con il reparto di paracadutisti lanciato all'alba dal nemico, e che aveva già attaccato la retroguardia del battaglione di Cienfuegos.

La resistenza dei paracadutisti fu accanita. Se il rinforzo per Playa Larga fosse passato, tutto il piano sarebbe stato compromesso. Era il momento cruciale della battaglia. Intervenne anche l'aviazione castrista a mitragliare e a bombardare le posizioni dei paracadutisti che tenevano la strada e impedivano al battaglione di allievi ufficiali di Matanzas (e al battaglione di fanteria, che a esso si era aggregato per rinforzarlo), di proseguire. Infine la resistenza dei paracadutisti fu vinta. I controrivoluzionari abbandonarono la strada rifugiandosi nel pantano. Alcuni si arresero. I battaglioni rivoluzionari poterono passare.

Alle 15:00 finalmente il 339° Battaglione di miliziani di Cienfuegos ebbe il cambio nel compito di contenere la spinta offensiva dei controrivoluzionari. Il nemico avverti immediatamente che la situazione era mutata. Vide spuntare i primi carri armati castristi e fu investito da una gragnola di colpi di mortaio da 120: erano i mortai degli allievi ufficiali della milizia di Matanzas.

 

V

La prima cura di Castro, non appena avuta notizia dello sbarco, era stata quella di assicurarsi che non si commettessero imprudenze con gli aerei. In previsione che il nemico nella notte ripetesse gli attacchi aerei ai campi di aviazione, aveva ordinato che i due apparecchi apparissero sulla pista dell'aeroporto di San Antonio, in condizioni di prendere il volo alle prime luci del giorno. Gli altri dovevano essere lasciati nei luoghi in cui erano stati fino ad allora nascosti e custoditi.

A mano a mano che l'attacco controrivoluzionario procedeva, e che le sue intenzioni apparivano più chiare, Castro accentuò la sua convinzione che il presupposto fondamentale dell'azione nemica fosse la certezza di avere conquistato il predominio dell'aria. Finalmente capiva perché avessero attaccato gli aeroporti il 15 mattina, due giorni prima dello sbarco. Dal punto di vista militare era stato un errore. Lo Stato Maggiore di La Habana ne aveva dedotto che l'invasione fosse una questione di ore e aveva messo l'organizzazione di difesa in stato di preallarme, rinforzando la sorveglianza su tutte le coste. La ragione per cui il nemico aveva tardato due giorni a sbarcare era questa: che riteneva di avere distrutto tutti gli aerei castristi.

Castro era nel vero: cinque giorni più tardi, fra i documenti catturati a Playa Girón nel comando della Brigata da sbarco controrivoluzionaria, fu trovato un rapporto che confermava pienamente le sue supposizioni. I controrivoluzionari erano sicuri che l'aviazione del Governo di La Habana non  esisteva praticamente più. Questo errore doveva segnare le sorti della spedizione.

Lungi dall'essere distrutta, l'aviazione di Castro era invece quasi intatta. Fin dai primi momenti, lo Stato Maggiore castrista poté disporre di due aerei a reazione, due aerei tipo Sea Fury e due B26.

Non era gran che, ma, se i controrivoluzionari lo avessero saputo, certamente non avrebbero iniziato l'operazione Pluto.

 

INFORMAZIONI SULL'EFFICIENZA AEREA DEI CASTRISTI TROVATE SU UFFICIALI CONTRORIVOLUZIONARI CATTURATI

Forza aerea: vedasi appendice B relativa alle informazioni sulla localizzazione e sulla capacità operativa attuale della Forza Aerea Cubana di Castro.

Appendice B: la forza aerea nemica è completamente disorganizzata e ha una scarsa capacita operativa. Dopo la drastica purga attuata da Castro nel giugno 1959, l'aviazione cubana è rimasta praticamente senza piloti allenati e senza specialisti per la manutenzione degli aerei. La forza aerea non ha squadriglie organizzate, né voli, né unità convenzionali. I decolli individuali sono controllati e disposti principalmente dal quartier generale di La Habana. La maggior parte degli aerei sono antiquati e inoperativi e ciò è dovuto alla manutenzione inadeguata e alla mancanza dei pezzi di ricambio.

I pochi aerei considerati operativi sono in condizioni di prendere il volo, ma non completamente in condizioni di combattere. L'efficacia di combattimento della forza aerea cubana è quasi inesistente. Possiede una capacità di osservazione e di preavviso limitata e potrebbe portare qualche attacco di mitragliamento contro una forza di invasione armata in modo leggero. In termini generali, caccia aerea e pattugliamento di vigilanza.

 

RELAZIONE SUL BOMBARDAMENTO DEGLI AEROPORTI CASTRISTI TROVATA SU UFFICIALI CONTRORIVOLUZIONARI

Rapporto della forza aerea: all'alba del giorno 15 aprile, è stato realizzato un attacco alla base di San Antonio, che ha messo fuori combattimento da 8 a 10 aerei; a Ciudad Libertad, da 6 a 8 aerei; a Santiago de Cuba, 12 aerei. Oggi è stato abbattuto un B26, n. 903, e un Sea Fury è stato avariato, fuori combattimento per una settimana almeno. Distrutto un camion rosso e bianco che conteneva da 20 a 30 uomini: da considerare che almeno 18 sono morti. Una cannoniera affondata dalla forza aerea fra Batabanó e 1'Isola dei Pini. Le nostre forze di fanteria a terra hanno abbattuto un Sea Fury, e un altro è stato colpito (correzione: un B26) lasciando cosi alla forza nemica in tutto 8 aerei a reazione, 2 Sea Fury, e da 1 a 2 B26. La nostra forza aerea ha le seguenti missioni per oggi: dalle ore 3 alle ore 4, protezione della zona di sbarco. Nella notte, 6 aerei tenteranno di distruggere il resto della forza aerea nemica.

 

Quello che era accaduto era semplicissimo. Avendo pochissimi aerei a disposizione, lo Stato Maggiore di Castro si era preoccupato di non lasciarli distruggere da un attacco di sorpresa. Si era cosi studiato un sistema per nascondere e disperdere gli apparecchi fuori dai campi di aviazione, lasciando sulle piste di atterraggio carcasse di aerei in apparente buono stato e apparecchi fuori uso perché privi di pezzi di ricambio.

L'attuazione di questo piano era stata faticosa e aveva richiesto molti lavori, ma al momento opportuno si scopri che era stata utilissima. L'attacco aereo di sorpresa, a conti fatti, aveva prodotto danni più apparenti che reali. Molti degli aerei che i controrivoluzionari avevano visti distrutti dall'alto erano aerei finti. Un aereo da combattimento soltanto era stato effettivamente perduto dall'aviazione castrista nel bombardamento, sull'aeroporto di Santiago de Cuba, oltre a un certo numero di aerei civili; un altro aereo da combattimento era stato distrutto nella base di San Antonio assieme a un quadrimotore civile da trasporto. Ma ne restavano altri. A Ciudad Libertad, l'aeroporto di La Habana, non era stato colpito nessun aereo militare, ma soltanto un autocarro pieno di bombe.

Sei aerei erano in condizioni di prendere immediatamente il volo, dunque, e Castro decise di usarli con la massima energia, concentrando nello stesso tempo il maggior numero di batterie contraeree intorno agli aeroporti dai quali i sei apparecchi sarebbero decollati, per difenderli da qualsiasi attacco.

Castro chiese di sapere quanto tempo avrebbero impiegato i meccanici a tirar fuori gli aerei di riserva e a montare i pezzi staccati; e il comando dell'aviazione rispose che sarebbe occorso almeno tutto il giorno. In ogni modo, a lavoro terminato ci sarebbero stati più aerei che piloti. Castro comprese che doveva scegliere e stabilì che gli aerei avrebbero avuto come obiettivo unico le navi nemiche che si trovavano davanti a Playa Larga e a Playa Girón oltre che la testa di ponte. Per il primo giorno almeno la fanteria avrebbe combattuto senza appoggio aereo e senza artiglieria contraerea di protezione. Egli ammise che si distogliessero gli aeroplani dagli attacchi alle navi soltanto in un momento, quando fu necessario mitragliare e spezzonare i paracadutisti che tenevano la strada da Central Australia a Playa Larga e impedivano il passaggio del battaglione di allievi ufficiali della milizia di Matanzas che dovevano ricongiungersi con il battaglione di miliziani di Cienfuegos.

Vedendosi attaccati dagli aerei castristi che credevano distrutti, gli ufficiali della Brigata da sbarco compresero che la situazione si sarebbe presto fatta critica. Una serie di chiamate drammatiche parti per le basi aeree del Nicaragua. Tutto fu inutile. Era impossibile che partendo dalle basi del Nicaragua l'aviazione potesse mantenere un ombrello aereo di protezione costante sulla testa di ponte. Per poter agire efficacemente, l'aviazione controrivoluzionaria sarebbe dovuta decollare dal campo di aviazione di Playa Girón, ma questo campo d'aviazione era inutilizzabile perché si trovava sotto il tiro nemico. L'unica possibilità era che entrassero in azione gli aerei americani. Mentre sulle navi e nella testa di ponte si attendeva che la decisione politica, una decisione politica di grande importanza in verità, fosse presa, gli aerei castristi avevano già iniziato il loro lavoro.

I sei aerei avevano iniziato ad attaccare le navi e a mitragliare le lance che stavano portando a terra il materiale. Avendo le basi di decollo vicinissime, a cento chilometri, e dandosi il cambio a due a due, tennero sotto il fuoco la flotta nemica costantemente, ritardando le operazioni di sbarco. L'obiettivo principale nella prima parte della mattina furono le navi che stavano sbarcando la truppa a Playa Larga. Castro diede ordine che si impedisse a tutti i costi a questo gruppo degli invasori di far giungere rinforzi alla colonna che già stava marciando verso Central Australia, contenuta a stento dai miliziani di Cienfuegos.

Gli aerei presero ad attaccare la nave "Aguja" (il cui nome in realtà era "Houston") carica di soldati pronti a sbarcare e la costrinsero a riprendere il largo. Quel che accadde non è chiaro, ma probabilmente la nave ebbe ordine di ritirarsi dalla spiaggia per mettersi sotto la protezione di unità navali non identificate che incrociavano al largo. Ma a un miglio e mezzo dal punto di sbarco, mentre già stava avviandosi a uscire dalla Baia, la "Aguja" fu centrata da una bomba e cominciò a far acqua. La nave aveva ancora a bordo, al completo, il Quinto Battaglione della Brigata e, per evitare l'affondamento, il comandante della nave decise di arenarla.

Gli uomini del Quinto Battaglione dovettero cosi cercare scampo buttandosi in acqua e molti non arrivarono alla riva. I reparti che toccarono la costa erano decimati, quasi senza armi, senza più alcuna efficacia combattiva; in parte si trincerarono sulla costa, in parte si dispersero nella palude; comunque non poterono intervenire nella battaglia di Playa Larga nella quale il loro apporto sarebbe stato essenziale nel momento in cui si trattava di sopraffare la resistenza del battaglione di Cienfuegos.

 

VI

La nave "Houston", o "Aguja" che dir si voglia, aveva toccato con la chiglia il fondo della Bahía de Cochinos, e i naufraghi del Quinto Battaglione bagnati e sgomenti stavano meditando sulle imprecisioni del servizio informazione, appollaiati sulle rocce della costa est della baia. Al comando della Brigata da sbarco, a Playa Girón, si stava facendo un primo bilancio dell'operazione. Gli ufficiali commentavano nervosamente il fatto che l'applicazione del piano di sbarco fosse stata imperfetta.

Fin dall'inizio, c'erano stati degli inceppi nello svolgimento dell'operazione, mentre secondo le previsioni tutto sarebbe dovuto andare liscio, almeno nelle prime ore. La mancanza di esperienza di combattimento da parte degli uomini aveva ingigantito difficoltà minime.

Lo sbarco a Playa Larga aveva incontrato la resistenza dei trenta uomini del plotone di vigilanza, i quali avevano iniziato il fuoco con armi automatiche leggere, centrando i mezzi da sbarco prima ancora che toccassero la spiaggia. Poiché erano molto dispersi, era stato difficile localizzarli. C'era voluta almeno un'ora per assodare che quello che faceva resistenza era un piccolo reparto; il ritardo era stato fatale  al  Quinto  Battaglione,  che  sarebbe  dovuto scendere dalla nave "Aguja" subito dopo che avesse preso terra il Secondo Battaglione della Brigata d'invasione. Il ritardo del Secondo Battaglione nel consolidare le posizioni sulla spiaggia fece si che solo all'alba gli uomini del Quinto potessero prendere posto sulle lance. E con le luci dell'alba arrivarono gli aerei nemici. Le operazioni di sbarco dovettero essere sospese finché la nave fu colpita e, per evitare l'affondamento, fu arenata.

La perdita dell' "Aguja" e del Quinto Battaglione aveva a sua volta ritardato lo scatto in avanti del Secondo Battaglione. E quando l'avanzata verso Central Australia era cominciata sulla strada che attraversa la Ciénaga de Zapata, già il battaglione di miliziani di Cienfuegos era arrivato a pochi chilometri da Playa Larga e si disponeva a contrastare disperatamente la spinta in avanti delle truppe controrivoluzionarie. Praticamente dimezzata nelle sue forze, la colonna controrivoluzionaria aveva perso molto della sua combattività. Gli uomini combattevano malvolentieri. Erano abbastanza intelligenti per comprendere che tutta l'operazione era seriamente compromessa.

Già dalle prime luci dell'alba del 17 aprile, gli uomini del Secondo Battaglione speravano che il comando decidesse subito il reimbarco. Il Secondo Battaglione era formato quasi esclusivamente di studenti ed ex studenti delle università cattolica e di stato di La Habana, giovani in grado di analizzare le situazioni e trarne delle conclusioni; per la maggioranza essi appartenevano a famiglie ricche, non avevano alcuna vocazione eroica e molto scarsa preparazione militare. Dal comando della Brigata giunsero ripetute sollecitazioni a sbrigarsi. Il comando del Secondo Battaglione chiese rinforzi in sostituzione del Quinto Battaglione andato perduto, e gli fu promesso che una parte delle riserve disponibili sarebbero subito accorse lungo la strada costiera che corre da Playa Girón a Playa Larga, il che in seguito avvenne.

Questa strada cominciava già a essere la grande preoccupazione del comando della Brigata da sbarco. Era chiaro che se il nemico fosse riuscito a tenere aperta la strada attraverso la Ciénaga, cosa ormai molto probabile, e fosse riuscito a prendere Playa Girón, avrebbe potuto attaccare Playa Larga percorrendo la strada costiera: questo avrebbe significato il fallimento dello sbarco.

A Playa Girón, lo sbarco era stato più regolare. C'era stata anche a Playa Girón una resistenza dei plotoni di sorveglianza costiera castristi, ma i primi reparti sbarcati formati da uomini d'una certa esperienza militare non s'erano ingannati sulla consistenza reale della forza nemica, cosicché avevano potuto attestarsi e ripulire la spiaggia in breve tempo. L'unico incidente degno di nota era stato l'affondamento di uno dei mezzi da sbarco che aveva urtato contro una roccia non segnalata.

La celerità delle operazioni di sbarco aveva consentito di portare a terra tutti gli uomini prima che facesse giorno, di prendere subito l'aeroporto di Playa Girón e di spingere le pattuglie avanzate nelle direzioni previste, sulle strade che attraversano la Ciénaga de Zapata.

Anche il lancio dei paracadutisti era avvenuto regolarmente, all'alba, in tre gruppi. Il primo, come si è già detto, era sceso sulla strada da Playa Larga a Central Australia, alle spalle del battaglione dei miliziani castristi di Cienfuegos, per tagliargli la ritirata e i rifornimenti, e agevolare il Secondo Battaglione nella sua avanzata. Il luogo del lancio era stato scelto all'ultimo momento. In origine, secondo il piano di operazioni, questo reparto di paracadutisti avrebbe dovuto essere lanciato molto più a nord, ma il ritardo nello svolgimento del piano aveva indotto i capi controrivoluzionari a lanciarlo in modo che potesse attaccare subito alle spalle l'ostinato battaglione di Cienfuegos. A causa della scarsa preparazione, la zona di lancio era stata sbagliata e una parte dei paracadutisti era caduta in piena palude, affondando nel fango. Ciononostante, il reparto aveva preso possesso della strada e stava trasmettendo con la radio che si attestava a difesa in attesa di essere investito dalle sopraggiungenti colonne di miliziani castristi.

Il secondo gruppo di paracadutisti era sceso sulla strada che da San Blas va a Covadonga, e il terzo sulla strada che va da San Blas a Yaguaramás, le altre due principali vie di attraversamento della grande palude. San Blas era caduta nelle mani della Brigata. Le truppe stavano fortificando il nodo stradale di San Blas.

Su queste strade, il lancio dei paracadutisti aveva tagliato fuori piccoli reparti di miliziani contadini e carbonai che, secondo gli ordini di Castro, stavano accorrendo, a piedi, per impegnare le colonne controrivoluzionarie in avanzata. Plotoni di miliziani isolati dentro alla Ciénaga, erano stati agganciati dalle truppe controrivoluzionarie in località Cayo Ramona, ma non erano eliminabili a causa della loro estrema agilità di manovra sul terreno paludoso.

In teoria, il controllo di queste strade attraverso la Ciénaga era effettivo, tuttavia il problema era ora di sapere se ci sarebbe stato il tempo di consolidare i caposaldi all'ingresso della palude, di fortificare i punti di resistenza e operare sulla strada le distruzioni che avrebbero impedito all'avversario l'uso di truppe corazzate.

Nei piani, l'occupazione delle centrali zuccheriere di Central Australia e Covadonga era ritenuta importante. Gli edifici delle centrali, all'ingresso delle strade che attraversano la Ciénaga, potevano essere tramutati in fortilizi.

Ora, nessuna delle due centrali si trovava nelle mani dei controrivoluzionari. I paracadutisti comunicavano di trovarsi a circa un chilometro e mezzo di distanza dalla centrale di Covadonga e di avere incontrato resistenza. (In realtà la centrale di Covadonga in quel momento era difesa da soli undici uomini). Central Australia era ben lontana per il momento dall'essere investita, poiché la strada di Playa Larga era sbarrata dal battaglione di Cienfuegos.

L'aviazione stava comunicando che un intenso movimento di truppe verso il fronte era in atto nella retrovia avversaria. Mentre gli aerei di Castro attaccavano le navi, l'aviazione controrivoluzionaria doveva essere impiegata esclusivamente per appoggiare la fanteria nella sua manovra di consolidamento della testa di ponte. Il comando della Brigata di Playa Girón tempestava di avvisi radio il quartier generale dell'invasione perché si convincessero gli americani a dare il loro appoggio aereo. Era una questione di ore. O questo appoggio veniva o lo sbarco poteva essere considerato fallito.

Le navi restarono cosi senza la protezione dell'aviazione che  dovette attaccare invece a terra tutti i reparti della Milizia e dell'Ejército Rebelde (Ejército Rebelde è la denominazione assunta dalle formazioni di combattenti castristi sulla Sierra Maestra. L'Ejército Rebelde inquadra oggi la truppa d'assalto in unità formate di veterani della Rivoluzione) che stavano accorrendo verso la zona dello sbarco. Gli spezzonamenti e i mitragliamenti si susseguirono nell'intento di ritardare la marcia delle formazioni castriste. La Brigata aveva bisogno di tempo per rimuovere gli ostacoli che aveva incontrato sulle strade dell'invasione e annientare i focolai di resistenza. La radio di Playa Girón stava comunicando continuamente queste difficoltà al quartier generale e informava che il nemico era assai combattivo. Le defezioni previste dal servizio informazioni non si erano affatto verificate. Esercito e milizia sembravano essere completamente fedeli a Castro.

 

VII

Gli annunci pessimistici della radio del comando di Playa Girón non avevano fatto molta impressione al quartier generale dell'invasione situato in un luogo imprecisato dei Caraibi, dato che alle 8:05 1'Associated Press trasmetteva la seguente notizia urgente:

"Fort Lauderdale (Florida) 17 - Due capi del movimento rivoluzionario anticastrista negli Stati Uniti, José Miró Cardona e Antonio De Varona sono in viaggio per Cuba e sbarcheranno nell'isola non appena le truppe ribelli avranno stabilito una testa di ponte. Lo hanno reso noto oggi fonti degli esiliati cubani. Cardona è presidente del movimento e De Varona è il coordinatore del Fronte Democratico Rivoluzionario".

Poco più tardi, alle 9:09, un'altra informazione dettata dal governo cubano in esilio diceva: "Washington, 17 - Gli esiliati cubani hanno dichiarato che la grande macchina che dovrà abbattere il regime di Fidel Castro è entrata in azione. Secondo gli esiliati cubani, l'invasione ha preso terra in tre punti. Gli esiliati hanno informato che le forze anticastriste che si trovano dentro Cuba hanno mantenuto contatto con i gruppi di opposizione che si trovano fuori Cuba. Poco prima che le comunicazioni telefoniche fra Stati Uniti e Cuba fossero interrotte stanotte, messaggi in codice informavano che gruppi di invasione erano giunti alla costa dell'isola sabato notte senza avere incontrato resistenza. Pare che un gruppo di invasori sia sbarcato sulla costa sud di Cuba, nella provincia di Matanzas, a Playa Larga nella Bahía de Cochinos. Le fonti degli esiliati hanno informato che questa unità ha incontrato una certa resistenza da parte delle forze castriste, ma che stava realizzando progressi. Gli esiliati hanno dichiarato che molti dei miliziani di Castro, cosi come soldati dell'Esercito e della Marina, si sono uniti agli invasori e che Santiago de Cuba, città che si trova all'estremo orientale dell'isola, potrebbe a quest'ora essere già nelle mani degli invasori".

Ma a quell'ora, parecchie cose erano già chiare a Playa Girón, e sia San Román che Artime sapevano perfettamente che a causa della breccia rimasta aperta sul fianco di Playa Larga l'invasione aveva almeno il cinquanta per cento di probabilità di terminare in una catastrofe. Essi avevano anche già comunicato i loro dubbi. Sembra quindi inspiegabile che si diffondessero queste notizie scientemente false, il cui risultato non poteva essere che quello di fare apparire in seguito più grande lo smacco degli invasori della controrivoluzione. Per tutta la giornata il mondo avrebbe ricevuto una serie di annunci strabilianti quanto infondati.

Forse le due macchine, quella bellica e quella propagandistica, procedevano ciascuna per conto proprio ma anche questo manca di una vera logica. Infatti, la macchina propagandistica era controllata dagli americani, i quali non avevano alcun interesse a che le notizie false fossero diffuse, dato che in caso di sconfitta la perdita di prestigio più grave sarebbe stata loro.