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L'INVASIONE
DI CUBA.
di
Filippo Gaja
ed.
Parenti luglio 1961
L'invasione
di Cuba, l'operazione Pluto, secondo il nome
convenzionale stabilito dal comando
controrivoluzionario, cominciò esattamente alle
00:10 di lunedì 17 aprile 1961. Era l'ora H
prevista nei piani di sbarco. Sei vecchie navi
da carico di medio tonnellaggio (fino a 5.000
tonnellate di stazza) che avevano navigato sotto
bandiera liberiana, ribattezzate con nomi presi
dalla fauna marina, circondate da una flottiglia
di mezzi da sbarco di tipo militare, gettarono
l'ancora davanti alla costa sud dell'isola, a
una distanza di poco più di 100 chilometri
dalla città di Cienfuegos, a 130 da Matanzas, a
180 da La Habana.
Tutte
le luci spente, in un silenzio assoluto, le navi
cominciarono a mettere in acqua le lance a
motore e la truppa iniziò a prendere posto nei
mezzi di sbarco scendendo lungo le fiancate
delle navi con scale di corda. Erano circa 1.500
uomini, per la maggioranza profughi politici da
Cuba, arruolati negli Stati Uniti, a Miami, o a
New York, allenati da 25 ufficiali americani a
Retalhuleu, in Guatemala, esclusi 12 uomini rana
istruiti nella base di Vieques, a Porto Rico.
Il
punto scelto per lo sbarco era la spiaggia della
Ciénaga de Zapata, una vasta zona pantanosa che
si estende dall'estremità occidentale della
penisola di Zapata fino alla Bahía de Cochinos,
per una larghezza di oltre 35 chilometri. La
Brigata da sbarco era comandata da Manuel Artime
Buesa, ex ufficiale dell'esercito di Castro e
funzionario del Governo di La Habana, e da José
A. Pérez San Román, ex capitano dell'esercito
del dittatore Fulgencio Batista; sul berretto
gli uomini portavano l'insegna "Dio, Patria
e Libertà" e, cucite sulle spalle
dell'uniforme mimetica da combattimento, le
mostrine formate da una bandiera cubana con una
croce bianca.
Un
quarto d'ora più tardi, il bambino Valerio Rodríguez
che tornava da far visita al suo maestro,
percorrendo le spiaggia di Playa Girón, vide al
largo le navi ferme, e rifletté che due ore
prima non c'erano. Essendo un Joven Rebelde,
pensò che era suo dovere osservare le navi
misteriose e restò qualche minuto fra le rocce
a guardare, finché gli parve di notare delle
luci azzurre sull'acqua. Si mise allora a
correre a perdifiato verso l'alloggiamento dei
miliziani, distante un chilometro. Ma proprio in
quell'istante, le navi aprirono il fuoco. Al
rumore degli scoppi, Valerio Rodríguez ruzzolò
per terra e corse a rifugiarsi di nuovo fra le
rocce.
Radio
Swan, una radio controrivoluzionaria situata
nell'isola omonima, territorio degli Stati
Uniti, a poca distanza dalla costa cubana, stava
trasmettendo in quel momento stesso un messaggio
speciale destinato alle organizzazioni
terroristiche anticastriste dell'interno
dell'isola. Il messaggio era l'ordine per i
gruppi d'azione di attuare il piano di
sabotaggio contro l'organizzazione militare e
politica castrista. Poco più tardi, Radio Swan
trasmetteva un comunicato straordinario:
"La battaglia per liberare Cuba è
incominciata. I patrioti hanno cominciato la
battaglia per liberare la Patria dal dispotico
dominio di Fidel Castro e per sbarazzare Cuba
dalla crudele oppressione del comunismo
internazionale".
II
bambino Rodríguez non era in grado di
apprezzare il piacere di vivere un momento
straordinario della storia del suo paese, un
avvenimento che doveva trascinare il mondo fin
sull'orlo della guerra e condurre alla
proclamazione della prima repubblica socialista
dell'America Latina. Dagli avvenimenti che si
sarebbero svolti nelle successive 72 ore
dipendeva il destino della rivoluzione cubana.
Questa
è la storia di ciò che accadde nelle 72 ore
tragiche di Cuba, descritta attraverso i
documenti e le testimonianze da me raccolti.
Filippo
Gaja
I
Quasi
nello stesso momento il miliziano Placido
Salazar che stava facendo il suo turno di
guardia a Playa Larga, in fondo alla Bahía de
Cochinos, osservò una serie di imbarcazioni che
scivolavano silenziose sull'acqua, e si gettò
sulla manovella del telefono da campo per
chiamare il capoposto. Non vedeva bene le barche
che si avvicinavano, ma la sua impressione era
che fossero molte e molto grandi. D'improvviso
sulle imbarcazioni si accesero delle fiammelle e
Placido Salazar riconobbe subito di che cosa si
trattava: mitragliere da 50. Le traccianti
indicavano che il fuoco delle imbarcazioni
mirava a ripulire la spiaggia per una certa
profondità. Si videro dei lampi più lontani e
quasi simultaneamente gli scoppi delle granate
intorno alla centrale telefonica. Il miliziano
agitò di nuovo la manovella del telefono e
informò che bisognava entrare subito in
comunicazione con la Central Australia prima che
le cannonate distruggessero la cabina.
-
A che distanza sono da terra? - chiedeva il
capoposto.
-
Duecento metri, forse, saranno sulla spiaggia
fra dieci minuti.
Tre
minuti dopo il telefono dell'osservatorio squillò.
Placido Salazar alzò il ricevitore. Il
capoposto gli dava un ordine.
-
Abbandonare l'osservatorio e gettare in mare le
cassette di munizioni.
I
trenta miliziani del plotone addetto alla
sorveglianza costiera di Playa Larga
indietreggiarono correndo fino all'imboccatura
della strada per Central Australia e si
disposero a difesa. Erano armati soltanto con
pistole mitragliatrici e fucili R2, ma l'ordine
che il capoposto aveva ricevuto era di impegnare
il nemico e osservarlo da vicino. Non appena le
prime imbarcazioni toccarono la spiaggia il
plotone apri il fuoco. I controrivoluzionari
uscirono correndo dai mezzi da sbarco e
cominciarono subito a sparare con tutte le armi.
Dal mare veniva il fuoco delle mitragliere
pesanti. Dopo poco entrarono in azione anche i
mortai e i bazookas.
Il
fuoco del nemico era più intenso che preciso,
ma i miliziani non potevano resistere e
cominciarono a ritirarsi lungo la strada,
spostandosi ora a destra ora a sinistra,
sparando di quando in quando qualche raffica di
pistola mitragliatrice e lanciando bombe a mano.
Due
chilometri e mezzo più a occidente, sulla costa
in una località detta Caletón, un altro
piccolo gruppo di miliziani resisteva. Erano 40
uomini ma avevano soltanto 12 fucili. Molti
erano maestri aggregati al reparto costiero
della milizia per la campagna contro
l'analfabetismo. Gli invasori stavano sparando
contro lo yacht "Bravo", alla fonda.
Il "Bravo" è lo yacht sul quale di
solito Fidel Castro passa le sue vacanze e
probabilmente gli invasori sapevano che a bordo
era montata una mitragliera da 50 millimetri. Ma
già ai primi rumori dello sbarco, i miliziani
avevano smontato la mitragliera portandola a
terra con tutte le munizioni, e ora se ne
servivano per battere le imbarcazioni nemiche.
Il piccolo reparto attestato a una curva della
strada resistette finche poté, poi iniziò il
ripiegamento lungo il terrapieno che da Caletón
porta a San Tomás.
A
Central Australia, il messaggio dei miliziani di
Playa Larga aveva colto il comandante del
presidio nel sonno. Era lontano le mille miglia
dall'immaginare che il nemico avrebbe scelto la
Ciénaga de Zapata per sbarcare, tanto che la
sera prima, aveva ordinato che si lasciasse sui
camion il raccolto di canna da zucchero e che le
operazioni di scarico si rinviassero. Si sarebbe
scaricato all'indomani.
L'ufficiale
diede ordine di mantenere il contatto con il
plotone della guardia costiera, che essendo
munito di una radio portatile andava via via
descrivendo le fasi dello sbarco avversario, e
di liberare gli autocarri. Poi chiamò il
comando di Jagüey Grande chiedendo ordini.
II
Esattamente
alle 02:15 Fidel Castro venne svegliato dal suo
segretario. Castro stava dormendo profondamente.
Gli ultimi giorni erano stati di tensione
estrema. La domenica si era svolta una
manifestazione pubblica, il funerale delle
vittime del bombardamento aereo di sabato
mattina, e si era affaticato tenendo un lungo
discorso. La notizia che il segretario gli
portava era che si stava combattendo a Playa Girón
e a Playa Larga. I plotoni di sorveglianza
costiera che si trovavano sul posto avevano
iniziato la resistenza.
Castro
ordinò che si verificasse l'esattezza della
notizia. Da tre giorni le notizie di navi da
sbarco scorte nel tal punto o nel tal altro
punto della costa cubana non facevano che
accavallarsi. Pochi minuti dopo sopraggiunse però
un'informazione che eliminava ogni dubbio.
C'erano i primi feriti. Si comunicava che una
forza militare sconosciuta e di entità
imprecisata stava tenendo sotto il tiro di
cannoni senza rinculo, bazookas, mitragliere da
50 e cannoni da marina le spiagge di Playa Girón
e di Playa Larga, nella Ciénaga de Zapata. Non
poteva più esserci dubbio: il nemico sbarcava.
Da
Jagüey Grande giunsero conferme parziali,
messaggi laconici pieni di ansiosa incertezza.
Si chiedevano con urgenza disposizioni e
rinforzi. Qualche minuto più tardi, la radio
portatile del reparto avanzato della milizia
cominciò a fornire dati precisi: osservate sei
grandi navi e decine di mezzi da sbarco minori.
Il nemico occupava l'abitato di Playa Girón e
di Playa Larga e scavava buche di protezione per
le armi pesanti mentre alcuni reparti di
avanscoperta si spingevano lungo le strade verso
l'interno in tutte le direzioni.
Castro
si trasferì al Quartier Generale dell'Ejército
Rebelde e della milizia e prese in
considerazione la situazione in base alle prime
notizie. La zona dove lo sbarco si verificava
era una delle meno protette dell'isola. La
possibilità di uno sbarco nemico in quel punto
era stato considerato in precedenza come una
ipotesi molto vaga.
Comunque
il 339° Battaglione di miliziani, di Cienfuegos
si trovava accasermato a Central Australia, dove
stava aiutando i contadini a tagliare canna da
zucchero. Diversi plotoni di miliziani,
contadini e carbonai, perlustravano la zona di
Cayo Ramona, Soplillar e Buena Ventura. Queste
erano le sole truppe vicine al luogo dello
sbarco, per di più male armate. Erano in
condizione di dare man forte ai reparti di
sorveglianza costiera, ma non potevano essere in
grado di contrastare il passo al nemico. Non
avevano né un mortaio né un bazooka.
Castro,
nella sala operazioni dello Stato Maggiore,
stava cercando di immaginare quale potesse
essere il piano del nemico studiando su una
grande carta il luogo nel quale il nemico era
sbarcato: la penisola di Zapata.
Le
caratteristiche della penisola di Zapata sono
particolari. Castro immaginava che la scelta del
luogo dipendesse proprio da quelle
caratteristiche geografiche. La penisola
presenta una fascia di terra dura rocciosa,
larga da due a dieci chilometri, lungo la costa.
Ma al nord di questa fascia, verso l'interno, si
stende una palude impraticabile, in cui sorge
una vegetazione tropicale foltissima.
Prima
della Rivoluzione non esistevano vie di
comunicazione attraverso la Ciénaga de Zapata.
I paesi e le città che si trovano al di 1à
della palude, nell'interno dell'isola, e cioè
Jagüey Grande, Covadonga, Australia, non
avevano accesso al mare. All'interno della Ciénaga
de Zapata esistono solo piccoli villaggi di
tagliatori di legna e carbonai, che un tempo
vivevano in condizioni miserabili e che dovevano
impiegare tre giorni per arrivare con la loro
merce al più vicino mercato. Prima c'erano
soltanto due ferrovie a scartamento ridotto,
costruite dalle industrie zuccheriere, che
conducevano da Central Australia a Cochinos e da
Covadonga a Girón. La Rivoluzione ha costruito
tre strade che attraversano la Ciénaga de
Zapata su solidi terrapieni e uniscono Playa Girón
con le industrie zuccheriere, Central Australia,
10 miglia a nordovest, e Covadonga, 20 miglia a
nordest. Queste strade sono le uniche vie di
accesso alla Ciénaga: fuori di esse non è
possibile alcun movimento.
Gli
ufficiali dello stato maggiore e Castro si
chiedevano perché i controrivoluzionari
avessero iniziato l'invasione sbarcando nel
luogo più inadatto dell'isola per una
offensiva. Qual era il vero calcolo
dell'avversario?
Per
dare una risposta a questa domanda, Castro
chiese la più precisa valutazione possibile
delle forze nemiche. Egli aveva già un'idea, ma
desiderava una conferma delle sue supposizioni
per agire. Ormai albeggiava. La radio dei
plotoni di vigilanza costiera comunicò che il
nemico aveva sbarcato una brigata forte da 1.200
a 1.500 uomini, dotata di armi pesanti. Dal
fuoco di interdizione fatto dai
controrivoluzionari per proteggere il primo
balzo in avanti delle truppe, risultava che il
nemico sparava con molti mortai pesanti da 4,2,
cannoni senza rinculo da 75, e da 57 millimetri,
mitragliatrici pesanti, da 50 e da 30; e stava
sbarcando carri armati Sherman e autocarri
blindati armati con mitragliatrici pesanti da
50. La fanteria sembrava avere una dotazione
incredibile di armi automatiche.
Ciò
bastava a Castro. Presentò agli ufficiali la
sua ipotesi:
1
- Il nemico sbarcava presupponendo il totale
dominio dell'aria, e certamente prevedeva di
occupare e usare per una forza aerea tattica
l'aeroporto da poco costruito a Playa Girón.
2
- Il nemico aveva deciso di occupare tutto il
territorio della Ciénaga de Zapata appunto
perché circondato completamente dal mare da una
parte e dalla palude dall'altra. Sarebbe stata
una posizione difficile da attaccare dal di
fuori, e facile da difendere dal di dentro,
specialmente se i difensori avessero avuto la
supremazia nel cielo.
Le
conclusioni di Castro erano che, se il nemico
fosse riuscito a occupare il territorio della Ciénaga
sarebbe stato duro riconquistarla. I miliziani e
1'Ejército Rebelde sarebbero stati obbligati ad
avanzare sulle strade costruite sopra la palude.
Il nemico avrebbe potuto difendere agevolmente
le vie d'accesso alla palude con carri armati,
cannoni anticarro, mortai pesanti, mitragliere
da 50, bazookas. Militarmente un compito facile,
poiché non vi sarebbero state protezioni di
sorta per i miliziani al contrattacco. Un carro
armato di traverso sulla strada avrebbe
costituito un ostacolo insormontabile. Se il
nemico avesse potuto contare realmente su
un'aviazione efficiente, la situazione sarebbe
divenuta assai grave, la lotta per la cacciata
degli invasori sanguinosa e incerta. Non si
poteva prevedere quale sarebbe stato l'aiuto
straniero al nemico se la battaglia si fosse
prolungata.
Alle
quattro e mezzo della mattina, l'atmosfera
creata dalle parole di Castro nella sala
operazioni dello Stato Maggiore di La Habana era
di intensa drammaticità. I volti degli
ufficiali esprimevano una viva preoccupazione.
Castro, pallidissimo, in piedi, parlava delle
intenzioni dell'avversario con estrema calma. Il
suo problema principale in quel momento era
vedere i vari aspetti della situazione con
lucidità.
Secondo
Castro la mossa del nemico nel corso della notte
sarebbe stata quella di avanzare il più
velocemente possibile sulle strade costruite
dalla Rivoluzione attraverso la Ciénaga de
Zapata per costituire prima dell'alba dei
caposaldi fuori della palude, in corrispondenza
ai punti di ingresso delle strade nella Ciénaga,
e quindi avrebbe operato il maggior numero di
distruzioni sulle strade per rendere impossibile
il transito ai mezzi motorizzati dell'Ejército
Rebelde. Guai se il nemico avesse avuto il tempo
di svolgere queste distinzioni, scavare trincee
ed elevare difese.
L'idea
dello sbarco nella Ciénaga de Zapata, in vista
dei particolari obiettivi politici che il nemico
si proponeva, non era priva di una sua logica.
Lo Stato Maggiore controrivoluzionario,
probabilmente su suggerimento di ufficiali
americani, aveva immaginato di fare della Ciénaga
de Zapata una striscia di terra circondata dal
mare e dalla palude, una specie di isola
artificiale. La riuscita del piano militare
avversario dipendeva ora da due fattori: il
completamento dell'occupazione del territorio di
cui il nemico voleva impadronirsi, e l'effettivo
controllo del cielo da parte dei
controrivoluzionari.
III
Abbandonando
la sede del quartier generale per recarsi al
fronte, Castro, mezz'ora dopo, aveva già dato
le disposizioni fondamentali che dovevano
salvare la situazione. Era necessario un
manipolo di forti combattenti, e questo manipolo
furono gli uomini del 339° Battaglione di
Fanteria della milizia, armati con fucili
mitragliatori, pistole mitragliatrici e fucili,
senza bazookas né mortai.
Castro
aveva dato ordine che il battaglione di
miliziani di Cienfuegos raggiungesse
immediatamente Playa Larga e attaccasse il
nemico. Doveva resistere a tutti i costi, per
conservare una testa di ponte al di 1à della
palude, entro il territorio che il nemico si
apprestava a occupare. Non essere espulsi
completamente dalla Ciénaga de Zapata
significava conservare la possibilità di
attaccare il nemico direttamente entro la testa
di ponte, provocare il crollo dei presupposti
fondamentali del piano avversario che prevedeva
un'occupazione di sorpresa di tutta la Ciénaga.
Tenendo
Playa Larga, e sgombra la strada per Playa
Larga, si sarebbe consentito in seguito un
attacco sul fianco al grosso del corpo di
spedizione nemico. Se il nemico avesse mandato
in avanti le sue colonne e fosse stato attaccato
sul fianco, sarebbe stato costretto a ritirarle
per non veder tagliata loro la ritirata.
Castro
si fece chiamare al telefono il comandante del
battaglione e gli illustrò quali fossero le
probabili intenzioni del nemico e l'importanza
della missione affidata al suo reparto, cioè
tenere un pezzo di terra ferma dall'altra parte
della Ciénaga e impedire al nemico di avanzare
sulla strada da Playa Larga a Central Australia.
Simultaneamente,
lo Stato Maggiore di La Habana diede ordine al
battaglione della scuola per ufficiali della
milizia di Matanzas, con tre batterie di mortai
pesanti e una compagnia di carri armati,
rinforzati da un altro battaglione di miliziani
di Matanzas e da reparti di cannoni anticarro,
di marciare alla maggior velocità possibile
verso Jovenallos, e di qui dirigersi verso Playa
Larga in soccorso al battaglione di Cienfuegos.
Castro faceva molto assegnamento sul comandante
della scuoia per ufficiali della milizia di
Matanzas, Fernández, un ex combattente della
guerra di Spagna, per la rapidità dello
spostamento. Il battaglione degli allievi
ufficiali della milizia era considerato il
miglior reparto delle forze armate cubane, se
fosse arrivato in tempo per rilevare il
battaglione di Cienfuegos prima che fosse
distrutto dal nemico, avrebbe salvato la
situazione.
Questa
fu la manovra difensiva principale. Ma
contemporaneamente, fu dato ordine a due
battaglioni di miliziani, di stanza a Las
Villas, di muoversi rapidamente verso la zona di
Yaguaramás e Covadonga e avanzare fino a
prendere contatto con il nemico. Sulla strada di
Yaguaramás e Covadonga, s'erano già attestati
a difesa piccoli plotoni di miliziani che si
trovavano nella Ciénaga in servizio di
pattugliamento e ai quali era stato dato ordine
di cercare di contrastare il passo al nemico
lungo le due strade corrispondenti. C'era già
notizia che questi reparti avevano incontrato le
avanguardie del nemico nella notte e stavano
combattendo.
Era
ancora buio.
Le
prime luci s'annunciavano appena. Radio Habana
iniziò d'improvviso le trasmissioni per
ripetere, a brevi intervalli, l'ordine a tutti i
miliziani di raggiungere i comandi assegnati.
Negli intervalli l'emittente trasmetteva gli
inni della Rivoluzione. Cuba si svegliò di
soprassalto. La gente si chiamava dalle strade,
nei cortili. La radio non diceva ancora i motivi
della chiamata alle armi, ma non c'era nessuno
in tutta l'isola che non sapesse la verità. Era
l'invasione.
Mentre
veniva proclamata la mobilitazione generale,
allo Stato Maggiore castrista non si era ancora
certi che la Ciénaga de Zapata fosse l'unico
obiettivo del nemico. Molti degli ufficiali si
attendevano qualche altro sbarco. Castro aveva
chiesto una jeep per il fronte. Allacciandosi il
cinturone con la pistola, previde che se ci
fosse stato qualche altro sbarco, si sarebbe
quasi certamente trattato di una manovra
diversiva.
All'alba,
giunse la notizia che il nemico stava lanciando
i paracadutisti per occupare gli accessi alla Ciénaga,
e questo diede la certezza che la conquista
della palude era prevista dal piano.
IV
Il
339° Battaglione di fanteria della milizia,
formato tutto con uomini di Cienfuegos, era
giunto a Central Australia da 4 giorni soltanto,
proveniente dalle montagne dell'Escambray. La
domenica il Battaglione aveva tagliato canna da
zucchero, poiché questo è il compito dei
battaglioni della milizia quando non c'è da
combattere, dare una mano dove occorre. Il
comando di zona aveva spedito il battaglione a
Central Australia "di riserva tattica"
ordinando che aiutasse i contadini nelle pause
delle esercitazioni militari.
Essendo
stato faticoso il giorno, i giovani miliziani
dormivano profondamente, e parecchi tardarono a
svegliarsi quando, poco dopo l'una, nella notte,
l'accampamento fu messo in subbuglio dalla
notizia che il plotone avanzato di Playa Larga
stava osservando i controrivoluzionari che
sbarcavano.
Il
miliziano Luis Tellería, tiratore di fucile
mitragliatore 7,32, pensò che sarebbe stato
bene avere un po' più di munizioni e si accordò
con i compagni di squadra per andarne a cercare
al deposito. Ne volevano almeno due caricatori
in più ciascuno. Passando accanto all'ufficio
del comando, Luis Tellería vide della gente
eccitata che usciva dalla stanza dell'ufficiale
e dava l'incredibile notizia che aveva
telefonato lui, Fidel, in persona e aveva detto:
"Il paese è nelle vostre mani".
In
quel momento il comandante del battaglione
usciva correndo anche lui dal comando e urlava
qualche cosa che non si riusciva a capire che
cosa fosse e a chi; il mitragliere Tellería
vide uscire gli autocarri dalle rimesse e udì
gli ordini di adunata. Il tenente urlava un
mucchio di cose tutte insieme, far presto, le
munizioni, stare uniti, silenzio, attenti agli
ordini, le comunicazioni radio. Stava ancora
urlando quando il primo camion parti a tutta
velocità verso Playa Larga, seguito da tutta la
colonna.
Luis
Tellería installò la sua 7,32 sul tetto del
camion.
Da
Central Australia a Playa Larga corrono meno di
trenta chilometri. Erano forse le tre e mezzo
quando il primo autocarro giunse a un chilometro
dall'ingresso di Playa Larga, prima
dell'incrocio della strada che porta a Caletón.
Si udì il colpo secco di un cannone senza
rinculo e la colonna si arrestò. Si levò una
voce nella notte:
-
"Siamo dell'esercito di liberazione.
Miliziani, unitevi a noi!"
Era
uno dei controrivoluzionari che chiedeva la
resa. Dai camion carichi di miliziani si levò
un urlo "Patria
o muerte!".
I miliziani si
gettarono
dai
camion mentre i controrivoluzionari
iniziavano a sparare. I proiettili sibilavano,
uno dei camion prese fuoco. L'autocarro sul
quale si trovava Luis Tellería fu crivellato di
proiettili alla prima scarica. Luis, con la sua
mitragliatrice in una mano, e un caricatore
nell'altra, saltò dal veicolo e si buttò nella
cunetta a lato della strada piazzando la sua
arma, e apri il fuoco.
Fece
una prima raffica 1unga, poi ricordò che doveva
sparare a piccole raffiche.
Il
comandante del battaglione stava urlando
di sparare mirando, guardando alle lingue di
fuoco che uscivano dalle armi dei
controrivoluzionari.
Fra
miliziani e nemici potevano esserci forse
cinquanta metri, forse cento. Un carro armato
nemico cominciò ad avanzare. Il comandante del
battaglione ordinò che si entrasse nella
vegetazione ai lati della strada. Il carro
armato non avrebbe potuto manovrare perché
sarebbe affondato nel pantano, non avrebbe
potuto abbandonare la strada. Una volta passato
il carro, bisognava iniziare una sparatoria
intermittente, per impedire alla fanteria di
avanzare.
Il
carro passò sulla strada con gran rumore.
Dietro venivano alcuni controrivoluzionari che
furono subito centrati dai miliziani. Il carro
tornò indietro. Il nemico aprì un fuoco
infernale, battendo metro per metro la strada
avanti a sé.
Gli
invasori usavano una mitragliatrice da 50,
piazzata in un luogo che dominava la strada e un
cannone da 75 senza rinculo che sparava da
qualche centinaio di metri. Alla destra del
cannone, il carro armato Sherman, dietro al
quale si proteggevano dei tiratori di bazookas
Il
339° Battaglione retrocedette lentamente nella
notte, contrastando il passo al nemico. Alle
prime luci dell'alba, il battaglione aveva perso
qualche chilometro, subendo molte perdite. Ma i
controrivoluzionari non avevano potuto procedere
velocemente verso i loro obiettivi e avevano
perduto tempo prezioso.
All'alba
si udì un rombo di aerei. Era il nemico che
lanciava unità di paracadutisti alle spalle del
battaglione. I paracadutisti prendevano terra 8
chilometri dietro un luogo chiamato Pálpite. Il
comandante del battaglione cercò di mettersi in
contatto con il comando zona per aver ordini. Al
comando sapevano già che i paracadutisti
stavano scendendo. L'ordine era di attaccarli e
aprirsi il varco per la ritirata, continuando a
retrocedere il più lentamente possibile.
Sarebbero arrivati rinforzi. Erano in marcia.
Il
lancio di paracadutisti sembrava piuttosto
nutrito: erano ondate di una ventina d'uomini
ciascuna. La retroguardia del battaglione impegnò
immediatamente i paracadutisti, senza poter
impedire loro di prendere posizione, a cavallo
della strada.
Il
battaglione ora aveva tagliata la strada della
ritirata. Se non fossero arrivati presto i
rinforzi si sarebbe dovuto scegliere tra morire
o arrendersi. Con la luce era arrivato un altro
problema: L'aviazione nemica. Bisognava
mantenere il contatto con il nemico, restargli
vicino. Gli aerei non avrebbero potuto
mitragliare né spezzonare il battaglione, perché
avrebbero corso il pericolo di colpire i
controrivoluzionari che avanzavano.
Il
comandante chiese via radio al comando il
permesso di abbandonare la strada e di piazzare
gli uomini entro la vegetazione. Non restava
altra soluzione. Il nemico restò padrone della
strada, ma solo i carri armati potevano
transitarvi. Dal folto della vegetazione i
miliziani sparavano sulla fanteria. Con un fuoco
rabbioso di tutte le armi, i controrivoluzionari
cercarono disperatamente di ridurre al silenzio
il battaglione di Cienfuegos, che continuava a
indietreggiare, contenendo l'avanzata del
nemico.
Si
combatté in questo modo per tutta la mattinata.
Verso mezzogiorno il comando comunicò che stava
sopraggiungendo il battaglione allievi ufficiali
della milizia, del corpo di artiglieria, con
bazookas, cannoni senza rinculo e carri armati.
Il
battaglione di ufficiali della milizia di
Matanzas, mentre stava accorrendo in aiuto al
battaglione di Cienfuegos, era stato attaccato
da aerei controrivoluzionari che gli avevano
causato parecchie perdite. Poiché gli aerei
portavano dipinte le stesse insegne
dell'aviazione cubana, i soldati castristi li
salutarono agitando le mani. In tal modo
subirono un attacco allo scoperto ed ebbero
molti morti.
Gli
ufficiali della milizia furono poi attaccati
sulla strada e dovettero impegnare un forte
combattimento per passare. L'ordine era di
spezzare la resistenza avversaria e proseguire
fino al ricongiungimento con il battaglione di
Cienfuegos senza curarsi dei nuclei nemici che
la colonna lasciava dietro di sé. Il
battaglione aveva cozzato nella strada con il
reparto di paracadutisti lanciato all'alba dal
nemico, e che aveva già attaccato la
retroguardia del battaglione di Cienfuegos.
La
resistenza dei paracadutisti fu accanita. Se il
rinforzo per Playa Larga fosse passato, tutto il
piano sarebbe stato compromesso. Era il momento
cruciale della battaglia. Intervenne anche
l'aviazione castrista a mitragliare e a
bombardare le posizioni dei paracadutisti che
tenevano la strada e impedivano al battaglione
di allievi ufficiali di Matanzas (e al
battaglione di fanteria, che a esso si era
aggregato per rinforzarlo), di proseguire.
Infine la resistenza dei paracadutisti fu vinta.
I controrivoluzionari abbandonarono la strada
rifugiandosi nel pantano. Alcuni si arresero. I
battaglioni rivoluzionari poterono passare.
Alle
15:00 finalmente il 339° Battaglione di
miliziani di Cienfuegos ebbe il cambio nel
compito di contenere la spinta offensiva dei
controrivoluzionari. Il nemico avverti
immediatamente che la situazione era mutata.
Vide spuntare i primi carri armati castristi e
fu investito da una gragnola di colpi di mortaio
da 120: erano i mortai degli allievi ufficiali
della milizia di Matanzas.
V
La
prima cura di Castro, non appena avuta notizia
dello sbarco, era stata quella di assicurarsi
che non si commettessero imprudenze con gli
aerei. In previsione che il nemico nella notte
ripetesse gli attacchi aerei ai campi di
aviazione, aveva ordinato che i due apparecchi
apparissero sulla pista dell'aeroporto di San
Antonio, in condizioni di prendere il volo alle
prime luci del giorno. Gli altri dovevano essere
lasciati nei luoghi in cui erano stati fino ad
allora nascosti e custoditi.
A
mano a mano che l'attacco controrivoluzionario
procedeva, e che le sue intenzioni apparivano più
chiare, Castro accentuò la sua convinzione che
il presupposto fondamentale dell'azione nemica
fosse la certezza di avere conquistato il
predominio dell'aria. Finalmente capiva perché
avessero attaccato gli aeroporti il 15 mattina,
due giorni prima dello sbarco. Dal punto di
vista militare era stato un errore. Lo Stato
Maggiore di La Habana ne aveva dedotto che
l'invasione fosse una questione di ore e aveva
messo l'organizzazione di difesa in stato di
preallarme, rinforzando la sorveglianza su tutte
le coste. La ragione per cui il nemico aveva
tardato due giorni a sbarcare era questa: che
riteneva di avere distrutto tutti gli aerei
castristi.
Castro
era nel vero: cinque giorni più tardi, fra i
documenti catturati a Playa Girón nel comando
della Brigata da sbarco controrivoluzionaria, fu
trovato un rapporto che confermava pienamente le
sue supposizioni. I controrivoluzionari erano
sicuri che l'aviazione del Governo di La Habana
non esisteva praticamente più. Questo errore doveva segnare le
sorti della spedizione.
Lungi
dall'essere distrutta, l'aviazione di Castro era
invece quasi intatta. Fin dai primi momenti, lo
Stato Maggiore castrista poté disporre di due
aerei a reazione, due aerei tipo Sea Fury e due
B26.
Non
era gran che, ma, se i controrivoluzionari lo
avessero saputo, certamente non avrebbero
iniziato l'operazione Pluto.
INFORMAZIONI
SULL'EFFICIENZA AEREA DEI CASTRISTI TROVATE SU
UFFICIALI CONTRORIVOLUZIONARI CATTURATI
Forza
aerea: vedasi appendice B relativa alle
informazioni sulla localizzazione e sulla
capacità operativa attuale della Forza Aerea
Cubana di Castro.
Appendice
B: la forza aerea nemica è completamente
disorganizzata e ha una scarsa capacita
operativa. Dopo la drastica purga attuata da
Castro nel giugno 1959, l'aviazione cubana è
rimasta praticamente senza piloti allenati e
senza specialisti per la manutenzione degli
aerei. La forza aerea non ha squadriglie
organizzate, né voli, né unità convenzionali.
I decolli individuali sono controllati e
disposti principalmente dal quartier generale di
La Habana. La maggior parte degli aerei sono
antiquati e inoperativi e ciò è dovuto alla
manutenzione inadeguata e alla mancanza dei
pezzi di ricambio.
I
pochi aerei considerati operativi sono in
condizioni di prendere il volo, ma non
completamente in condizioni di combattere.
L'efficacia di combattimento della forza aerea
cubana è quasi inesistente. Possiede una
capacità di osservazione e di preavviso
limitata e potrebbe portare qualche attacco di
mitragliamento contro una forza di invasione
armata in modo leggero. In termini generali,
caccia aerea e pattugliamento di vigilanza.
RELAZIONE
SUL BOMBARDAMENTO DEGLI AEROPORTI CASTRISTI
TROVATA SU UFFICIALI CONTRORIVOLUZIONARI
Rapporto
della forza aerea: all'alba del giorno 15
aprile, è stato realizzato un attacco alla base
di San Antonio, che ha messo fuori combattimento
da 8 a 10 aerei; a Ciudad Libertad, da 6 a 8
aerei; a Santiago de Cuba, 12 aerei. Oggi è
stato abbattuto un B26, n. 903, e un Sea Fury è
stato avariato, fuori combattimento per una
settimana almeno. Distrutto un camion rosso e
bianco che conteneva da 20 a 30 uomini: da
considerare che almeno 18 sono morti. Una
cannoniera affondata dalla forza aerea fra
Batabanó e 1'Isola dei Pini. Le nostre forze di
fanteria a terra hanno abbattuto un Sea Fury, e
un altro è stato colpito (correzione: un B26)
lasciando cosi alla forza nemica in tutto 8
aerei a reazione, 2 Sea Fury, e da 1 a 2 B26. La
nostra forza aerea ha le seguenti missioni per
oggi: dalle ore 3 alle ore 4, protezione della
zona di sbarco. Nella notte, 6 aerei tenteranno
di distruggere il resto della forza aerea
nemica.
Quello
che era accaduto era semplicissimo. Avendo
pochissimi aerei a disposizione, lo Stato
Maggiore di Castro si era preoccupato di non
lasciarli distruggere da un attacco di sorpresa.
Si era cosi studiato un sistema per nascondere e
disperdere gli apparecchi fuori dai campi di
aviazione, lasciando sulle piste di atterraggio
carcasse di aerei in apparente buono stato e
apparecchi fuori uso perché privi di pezzi di
ricambio.
L'attuazione
di questo piano era stata faticosa e aveva
richiesto molti lavori, ma al momento opportuno
si scopri che era stata utilissima. L'attacco
aereo di sorpresa, a conti fatti, aveva prodotto
danni più apparenti che reali. Molti degli
aerei che i controrivoluzionari avevano visti
distrutti dall'alto erano aerei finti. Un aereo
da combattimento soltanto era stato
effettivamente perduto dall'aviazione castrista
nel bombardamento, sull'aeroporto di Santiago de
Cuba, oltre a un certo numero di aerei civili;
un altro aereo da combattimento era stato
distrutto nella base di San Antonio assieme a un
quadrimotore civile da trasporto. Ma ne
restavano altri. A Ciudad Libertad, l'aeroporto
di La Habana, non era stato colpito nessun aereo
militare, ma soltanto un autocarro pieno di
bombe.
Sei
aerei erano in condizioni di prendere
immediatamente il volo, dunque, e Castro decise
di usarli con la massima energia, concentrando
nello stesso tempo il maggior numero di batterie
contraeree intorno agli aeroporti dai quali i
sei apparecchi sarebbero decollati, per
difenderli da qualsiasi attacco.
Castro
chiese di sapere quanto tempo avrebbero
impiegato i meccanici a tirar fuori gli aerei di
riserva e a montare i pezzi staccati; e il
comando dell'aviazione rispose che sarebbe
occorso almeno tutto il giorno. In ogni modo, a
lavoro terminato ci sarebbero stati più aerei
che piloti. Castro comprese che doveva scegliere
e stabilì che gli aerei avrebbero avuto come
obiettivo unico le navi nemiche che si trovavano
davanti a Playa Larga e a Playa Girón oltre che
la testa di ponte. Per il primo giorno almeno la
fanteria avrebbe combattuto senza appoggio aereo
e senza artiglieria contraerea di protezione.
Egli ammise che si distogliessero gli aeroplani
dagli attacchi alle navi soltanto in un momento,
quando fu necessario mitragliare e spezzonare i
paracadutisti che tenevano la strada da Central
Australia a Playa Larga e impedivano il
passaggio del battaglione di allievi ufficiali
della milizia di Matanzas che dovevano
ricongiungersi con il battaglione di miliziani
di Cienfuegos.
Vedendosi
attaccati dagli aerei castristi che credevano
distrutti, gli ufficiali della Brigata da sbarco
compresero che la situazione si sarebbe presto
fatta critica. Una serie di chiamate drammatiche
parti per le basi aeree del Nicaragua. Tutto fu
inutile. Era impossibile che partendo dalle basi
del Nicaragua l'aviazione potesse mantenere un
ombrello aereo di protezione costante sulla
testa di ponte. Per poter agire efficacemente,
l'aviazione controrivoluzionaria sarebbe dovuta
decollare dal campo di aviazione di Playa Girón,
ma questo campo d'aviazione era inutilizzabile
perché si trovava sotto il tiro nemico. L'unica
possibilità era che entrassero in azione gli
aerei americani. Mentre sulle navi e nella testa
di ponte si attendeva che la decisione politica,
una decisione politica di grande importanza in
verità, fosse presa, gli aerei castristi
avevano già iniziato il loro lavoro.
I
sei aerei avevano iniziato ad attaccare le navi
e a mitragliare le lance che stavano portando a
terra il materiale. Avendo le basi di decollo
vicinissime, a cento chilometri, e dandosi il
cambio a due a due, tennero sotto il fuoco la
flotta nemica costantemente, ritardando le
operazioni di sbarco. L'obiettivo principale
nella prima parte della mattina furono le navi
che stavano sbarcando la truppa a Playa Larga.
Castro diede ordine che si impedisse a tutti i
costi a questo gruppo degli invasori di far
giungere rinforzi alla colonna che già stava
marciando verso Central Australia, contenuta a
stento dai miliziani di Cienfuegos.
Gli
aerei presero ad attaccare la nave
"Aguja" (il cui nome in realtà era
"Houston") carica di soldati pronti a
sbarcare e la costrinsero a riprendere il largo.
Quel che accadde non è chiaro, ma probabilmente
la nave ebbe ordine di ritirarsi dalla spiaggia
per mettersi sotto la protezione di unità
navali non identificate che incrociavano al
largo. Ma a un miglio e mezzo dal punto di
sbarco, mentre già stava avviandosi a uscire
dalla Baia, la "Aguja" fu centrata da
una bomba e cominciò a far acqua. La nave aveva
ancora a bordo, al completo, il Quinto
Battaglione della Brigata e, per evitare
l'affondamento, il comandante della nave decise
di arenarla.
Gli
uomini del Quinto Battaglione dovettero cosi
cercare scampo buttandosi in acqua e molti non
arrivarono alla riva. I reparti che toccarono la
costa erano decimati, quasi senza armi, senza più
alcuna efficacia combattiva; in parte si
trincerarono sulla costa, in parte si dispersero
nella palude; comunque non poterono intervenire
nella battaglia di Playa Larga nella quale il
loro apporto sarebbe stato essenziale nel
momento in cui si trattava di sopraffare la
resistenza del battaglione di Cienfuegos.
VI
La
nave "Houston", o "Aguja"
che dir si voglia, aveva toccato con la chiglia
il fondo della Bahía de Cochinos, e i naufraghi
del Quinto Battaglione bagnati e sgomenti
stavano meditando sulle imprecisioni del
servizio informazione, appollaiati sulle rocce
della costa est della baia. Al comando della
Brigata da sbarco, a Playa Girón, si stava
facendo un primo bilancio dell'operazione. Gli
ufficiali commentavano nervosamente il fatto che
l'applicazione del piano di sbarco fosse stata
imperfetta.
Fin
dall'inizio, c'erano stati degli inceppi nello
svolgimento dell'operazione, mentre secondo le
previsioni tutto sarebbe dovuto andare liscio,
almeno nelle prime ore. La mancanza di
esperienza di combattimento da parte degli
uomini aveva ingigantito difficoltà minime.
Lo
sbarco a Playa Larga aveva incontrato la
resistenza dei trenta uomini del plotone di
vigilanza, i quali avevano iniziato il fuoco con
armi automatiche leggere, centrando i mezzi da
sbarco prima ancora che toccassero la spiaggia.
Poiché erano molto dispersi, era stato
difficile localizzarli. C'era voluta almeno
un'ora per assodare che quello che faceva
resistenza era un piccolo reparto; il ritardo
era stato fatale
al Quinto
Battaglione,
che
sarebbe
dovuto scendere dalla nave
"Aguja" subito dopo che avesse preso
terra il Secondo Battaglione della Brigata
d'invasione. Il ritardo del Secondo Battaglione
nel consolidare le posizioni sulla spiaggia fece
si che solo all'alba gli uomini del Quinto
potessero prendere posto sulle lance. E con le
luci dell'alba arrivarono gli aerei nemici. Le
operazioni di sbarco dovettero essere sospese
finché la nave fu colpita e, per evitare
l'affondamento, fu arenata.
La
perdita dell' "Aguja" e del Quinto
Battaglione aveva a sua volta ritardato lo
scatto in avanti del Secondo Battaglione. E
quando l'avanzata verso Central Australia era
cominciata sulla strada che attraversa la Ciénaga
de Zapata, già il battaglione di miliziani di
Cienfuegos era arrivato a pochi chilometri da
Playa Larga e si disponeva a contrastare
disperatamente la spinta in avanti delle truppe
controrivoluzionarie. Praticamente dimezzata
nelle sue forze, la colonna controrivoluzionaria
aveva perso molto della sua combattività. Gli
uomini combattevano malvolentieri. Erano
abbastanza intelligenti per comprendere che
tutta l'operazione era seriamente compromessa.
Già
dalle prime luci dell'alba del 17 aprile, gli
uomini del Secondo Battaglione speravano che il
comando decidesse subito il reimbarco. Il
Secondo Battaglione era formato quasi
esclusivamente di studenti ed ex studenti delle
università cattolica e di stato di La Habana,
giovani in grado di analizzare le situazioni e
trarne delle conclusioni; per la maggioranza
essi appartenevano a famiglie ricche, non
avevano alcuna vocazione eroica e molto scarsa
preparazione militare. Dal comando della Brigata
giunsero ripetute sollecitazioni a sbrigarsi. Il
comando del Secondo Battaglione chiese rinforzi
in sostituzione del Quinto Battaglione andato
perduto, e gli fu promesso che una parte delle
riserve disponibili sarebbero subito accorse
lungo la strada costiera che corre da Playa Girón
a Playa Larga, il che in seguito avvenne.
Questa
strada cominciava già a essere la grande
preoccupazione del comando della Brigata da
sbarco. Era chiaro che se il nemico fosse
riuscito a tenere aperta la strada attraverso la
Ciénaga, cosa ormai molto probabile, e fosse
riuscito a prendere Playa Girón, avrebbe potuto
attaccare Playa Larga percorrendo la strada
costiera: questo avrebbe significato il
fallimento dello sbarco.
A
Playa Girón, lo sbarco era stato più regolare.
C'era stata anche a Playa Girón una resistenza
dei plotoni di sorveglianza costiera castristi,
ma i primi reparti sbarcati formati da uomini
d'una certa esperienza militare non s'erano
ingannati sulla consistenza reale della forza
nemica, cosicché avevano potuto attestarsi e
ripulire la spiaggia in breve tempo. L'unico
incidente degno di nota era stato l'affondamento
di uno dei mezzi da sbarco che aveva urtato
contro una roccia non segnalata.
La
celerità delle operazioni di sbarco aveva
consentito di portare a terra tutti gli uomini
prima che facesse giorno, di prendere subito
l'aeroporto di Playa Girón e di spingere le
pattuglie avanzate nelle direzioni previste,
sulle strade che attraversano la Ciénaga de
Zapata.
Anche
il lancio dei paracadutisti era avvenuto
regolarmente, all'alba, in tre gruppi. Il primo,
come si è già detto, era sceso sulla strada da
Playa Larga a Central Australia, alle spalle del
battaglione dei miliziani castristi di
Cienfuegos, per tagliargli la ritirata e i
rifornimenti, e agevolare il Secondo Battaglione
nella sua avanzata. Il luogo del lancio era
stato scelto all'ultimo momento. In origine,
secondo il piano di operazioni, questo reparto
di paracadutisti avrebbe dovuto essere lanciato
molto più a nord, ma il ritardo nello
svolgimento del piano aveva indotto i capi
controrivoluzionari a lanciarlo in modo che
potesse attaccare subito alle spalle l'ostinato
battaglione di Cienfuegos. A causa della scarsa
preparazione, la zona di lancio era stata
sbagliata e una parte dei paracadutisti era
caduta in piena palude, affondando nel fango.
Ciononostante, il reparto aveva preso possesso
della strada e stava trasmettendo con la radio
che si attestava a difesa in attesa di essere
investito dalle sopraggiungenti colonne di
miliziani castristi.
Il
secondo gruppo di paracadutisti era sceso sulla
strada che da San Blas va a Covadonga, e il
terzo sulla strada che va da San Blas a Yaguaramás,
le altre due principali vie di attraversamento
della grande palude. San Blas era caduta nelle
mani della Brigata. Le truppe stavano
fortificando il nodo stradale di San Blas.
Su
queste strade, il lancio dei paracadutisti aveva
tagliato fuori piccoli reparti di miliziani
contadini e carbonai che, secondo gli ordini di
Castro, stavano accorrendo, a piedi, per
impegnare le colonne controrivoluzionarie in
avanzata. Plotoni di miliziani isolati dentro
alla Ciénaga, erano stati agganciati dalle
truppe controrivoluzionarie in località Cayo
Ramona, ma non erano eliminabili a causa della
loro estrema agilità di manovra sul terreno
paludoso.
In
teoria, il controllo di queste strade attraverso
la Ciénaga era effettivo, tuttavia il problema
era ora di sapere se ci sarebbe stato il tempo
di consolidare i caposaldi all'ingresso della
palude, di fortificare i punti di resistenza e
operare sulla strada le distruzioni che
avrebbero impedito all'avversario l'uso di
truppe corazzate.
Nei
piani, l'occupazione delle centrali zuccheriere
di Central Australia e Covadonga era ritenuta
importante. Gli edifici delle centrali,
all'ingresso delle strade che attraversano la Ciénaga,
potevano essere tramutati in fortilizi.
Ora,
nessuna delle due centrali si trovava nelle mani
dei controrivoluzionari. I paracadutisti
comunicavano di trovarsi a circa un chilometro e
mezzo di distanza dalla centrale di Covadonga e
di avere incontrato resistenza. (In realtà la
centrale di Covadonga in quel momento era difesa
da soli undici uomini). Central Australia era
ben lontana per il momento dall'essere
investita, poiché la strada di Playa Larga era
sbarrata dal battaglione di Cienfuegos.
L'aviazione
stava comunicando che un intenso movimento di
truppe verso il fronte era in atto nella
retrovia avversaria. Mentre gli aerei di Castro
attaccavano le navi, l'aviazione
controrivoluzionaria doveva essere impiegata
esclusivamente per appoggiare la fanteria nella
sua manovra di consolidamento della testa di
ponte. Il comando della Brigata di Playa Girón
tempestava di avvisi radio il quartier generale
dell'invasione perché si convincessero gli
americani a dare il loro appoggio aereo. Era una
questione di ore. O questo appoggio veniva o lo
sbarco poteva essere considerato fallito.
Le
navi restarono cosi senza la protezione
dell'aviazione che
dovette attaccare invece a terra tutti i
reparti della Milizia e dell'Ejército Rebelde
(Ejército Rebelde è la denominazione assunta
dalle formazioni di combattenti castristi sulla
Sierra Maestra. L'Ejército Rebelde inquadra
oggi la truppa d'assalto in unità formate di
veterani della Rivoluzione) che stavano
accorrendo verso la zona dello sbarco. Gli
spezzonamenti e i mitragliamenti si susseguirono
nell'intento di ritardare la marcia delle
formazioni castriste. La Brigata aveva bisogno
di tempo per rimuovere gli ostacoli che aveva
incontrato sulle strade dell'invasione e
annientare i focolai di resistenza. La radio di
Playa Girón stava comunicando continuamente
queste difficoltà al quartier generale e
informava che il nemico era assai combattivo. Le
defezioni previste dal servizio informazioni non
si erano affatto verificate. Esercito e milizia
sembravano essere completamente fedeli a Castro.
VII
Gli
annunci pessimistici della radio del comando di
Playa Girón non avevano fatto molta impressione
al quartier generale dell'invasione situato in
un luogo imprecisato dei Caraibi, dato che alle
8:05 1'Associated Press trasmetteva la seguente
notizia urgente:
"Fort
Lauderdale (Florida) 17 - Due capi del movimento
rivoluzionario anticastrista negli Stati Uniti,
José Miró Cardona e Antonio De Varona sono in
viaggio per Cuba e sbarcheranno nell'isola non
appena le truppe ribelli avranno stabilito una
testa di ponte. Lo hanno reso noto oggi fonti
degli esiliati cubani. Cardona è presidente del
movimento e De Varona è il coordinatore del
Fronte Democratico Rivoluzionario".
Poco
più tardi, alle 9:09, un'altra informazione
dettata dal governo cubano in esilio diceva:
"Washington, 17 - Gli esiliati cubani hanno
dichiarato che la grande macchina che dovrà
abbattere il regime di Fidel Castro è entrata
in azione. Secondo gli esiliati cubani,
l'invasione ha preso terra in tre punti. Gli
esiliati hanno informato che le forze
anticastriste che si trovano dentro Cuba hanno
mantenuto contatto con i gruppi di opposizione
che si trovano fuori Cuba. Poco prima che le
comunicazioni telefoniche fra Stati Uniti e Cuba
fossero interrotte stanotte, messaggi in codice
informavano che gruppi di invasione erano giunti
alla costa dell'isola sabato notte senza avere
incontrato resistenza. Pare che un gruppo di
invasori sia sbarcato sulla costa sud di Cuba,
nella provincia di Matanzas, a Playa Larga nella
Bahía de Cochinos. Le fonti degli esiliati
hanno informato che questa unità ha incontrato
una certa resistenza da parte delle forze
castriste, ma che stava realizzando progressi.
Gli esiliati hanno dichiarato che molti dei
miliziani di Castro, cosi come soldati
dell'Esercito e della Marina, si sono uniti agli
invasori e che Santiago de Cuba, città che si
trova all'estremo orientale dell'isola, potrebbe
a quest'ora essere già nelle mani degli
invasori".
Ma
a quell'ora, parecchie cose erano già chiare a
Playa Girón, e sia San Román che Artime
sapevano perfettamente che a causa della breccia
rimasta aperta sul fianco di Playa Larga
l'invasione aveva almeno il cinquanta per cento
di probabilità di terminare in una catastrofe.
Essi avevano anche già comunicato i loro dubbi.
Sembra quindi inspiegabile che si diffondessero
queste notizie scientemente false, il cui
risultato non poteva essere che quello di fare
apparire in seguito più grande lo smacco degli
invasori della controrivoluzione. Per tutta la
giornata il mondo avrebbe ricevuto una serie di
annunci strabilianti quanto infondati.
Forse
le due macchine, quella bellica e quella
propagandistica, procedevano ciascuna per conto
proprio ma anche questo manca di una vera
logica. Infatti, la macchina propagandistica era
controllata dagli americani, i quali non avevano
alcun interesse a che le notizie false fossero
diffuse, dato che in caso di sconfitta la
perdita di prestigio più grave sarebbe stata
loro.
L'unica
interpretazione possibile è che i
controrivoluzionari responsabili e gli americani
non credettero a quanto si diceva loro da Playa
Girón, e ciò per un motivo: la spedizione era
stata preparata con una cura meticolosa in tutti
i particolari, preceduta da un lungo lavoro di
informazione, di osservazioni aeree, di missioni
speciali. Il risultato di questo studio
complesso era stato che l'operazione era
destinata a svolgersi inizialmente con il
massimo di sicurezza. L'opinione dei tecnici
militari era che si trattava di una faccenda che
un qualsiasi reggimento di fanteria americana
avrebbe sbrigato in poche ore.
Ad
annientamento della Brigata concluso, Castro poté
esaminare i piani operazionali della Brigata
d'invasione, trovati nel Comando Brigata a Playa
Girón.
Lo
Stato Maggiore controrivoluzionario, vale a dire
i tecnici militari americani, avevano stilato la
previsione di operazioni rapide e facili, in cui
l'ipotesi di una reazione nemica è appena
accennata.
Ecco
qui di seguito, testuale, il piano operazionale
della Brigata d'invasione.
PIANO
DI OPERAZIONI I-200
1)
Alle ore "H" 14 si effettua
un'operazione diversiva sulla costa nelle
vicinanze di Santa Fé per ottenere che il
nemico faccia confluire le sue forze navali,
terrestri e aeree in questa zona.
2)
La forza aerea tattica inizia le sue operazioni
non appena viene occupato il campo d'atterraggio
nella zona dell'operazione (Aeroporto di Playa
Girón).
3)
Si distruggono i principali ponti delle
ferrovie e delle strade nella zona di La Habana,
Matanzas, Jovellanos, Colón, Santa Clara e
Cienfuegos, per isolare la zona d'occupazione
delle operazioni nemiche.
4)
Il gruppo da Trasporto Aereo, trasferisce
elementi della Brigata alla zona dell'obiettivo
per dar luogo a un lancio di paracadutisti.
5)
Il Gruppo da Trasporto Marittimo
trasporta e sbarca truppe della Brigata mediante
operazioni anfibie.
6)
Il giorno D, due navi, (il
"Barracuda" e il "Marsopa")
assistono lo sbarco delle truppe, con
proporzionato appoggio di fuoco.
MISSIONE
Cominciando
alla ora H del giorno D la Brigata inizia uno
sbarco anfibio e di paracadutisti, prende,
occupa e difende una testa di ponte nei settori
della Bahía de Cochinos e di Playa Girón,
nella Ciénaga de Zapata per stabilire una base
dalla quale poter realizzare operazioni
terrestri e aeree contro il Governo di Castro a
Cuba.
1)
Con inizio il giorno D7, la Brigata si
imbarca sulle navi d'assalto in un porto base di
retrovia. L'imbarco è completato alle ore 24
del giorno D4.
2)
Il giorno D3 le navi d'assalto
"Barracuda", "Marsopa",
"Aguja", "Sardina",
"Tiburón" e "Ballena"
salpano dal porto base di retrovia.
3)
Le navi procedono indipendentemente fino
all'alba del giorno D-l; a tale ora si
riuniscono per formare un convoglio di appoggio
nella zona di fronte a Playa Girón. Le navi
"Barracuda" e "Aguja"
procedono in avanti con destinazione Bahía de
Cochinos, e sbarcano le truppe imbarcate sulla
nave "Aguja". Non appena iniziato lo
sbarco il "Barracuda" si ritira in
alto mare e pattuglia l'entrata della Bahía de
Cochinos. Allorché 1'"Aguja" termina
lo sbarco, si ritira; il "Barracuda"
procede fino a Playa Girón e pattuglia la costa
per 5 miglia a est, cannoneggiando eventuali
veicoli e truppe nemiche osservati sulla strada
costiera.
4)
Nella zona di trasporto di fronte a Playa
Girón si svolgeranno le seguenti attività:
a)
Il "Tiburón" mette in mare una
piccola lancia con uomini rana allenati alla
demolizione sottomarina. I nuotatori procedono
fino a Playa Girón per esplorare e segnalare
gli accessi alla stessa.
b)
Con un battaglione di fanteria, la
Compagnia Carri Armati si trasferisce dalla nave
"Sardina" su tre mezzi da sbarco tipo
LCU, e su tre tipo LCVP; non appena il
"Sardina" ha completato il
trasferimento della truppa, si ritira in alto
mare in attesa di istruzioni per sbarcare il
carico del materiale.
c)
La nave "Marsopa" si accosta
alla nave "Tiburón" per prelevare un
battaglione di fanteria e quindi procede al suo
imbarco, seguita da un mezzo da sbarco LCVP
5)
Una volta che la spiaggia è stata
segnalata e le luci di posizione installate
dagli uomini rana, le truppe su mezzi LCVP
cominciano a sbarcare, alla ora H, a Playa Girón.
I mezzi da sbarco tipo LCU sbarcano invece i
carri armati e i veicoli.
6)
Raggiunto il suo settore, la nave
"Marsopa" sbarca truppe, e, terminato
la sbarco, si ritira a Playa Girón funzionando
come nave comando, per il controllo delle
operazioni di sbarco.
7)
All'alba si effettua un lancio di
paracadutisti per occupare gli accessi alla zona
della testa di ponte.
8)
Una volta giunte a terra, le truppe
prendono e difendono una testa di ponte secondo
quanto indicato nell'Allegato B.
SCHEMA
OPERATIVO
All'alba
del giorno D:
Primo
Battaglione (Paracadutisti)
All'ora
H, una compagnia paracadutisti rinforzata
discende nella zona di lancio 1 e 2 prende
l'obiettivo A e stabilisce il posto avanzato n°
1 al congiungimento successivo con il Secondo
battaglione, la compagnia rinforzata si aggrega
a detto battaglione.
All'ora
H, l'intero battaglione paracadutisti viene
lanciato nella zona di lancio 3, 4 e 5, prende e
difende gli obiettivi C e D, e sgombra dalle
pattuglie nemiche la zona H e G, stabilendo i
posti avanzati n° 2 e n° 3.
Al
congiungimento del Primo Battaglione con il
Quarto Battaglione, che sopraggiunge da Playa
Girón, nella zona H, una compagnia fucilieri
del Quarto Battaglione si aggrega al Primo
Battaglione Paracadutisti.
Un
plotone di cannoni senza rinculo da 75
millimetri (escluse due squadre) e un plotone
mitragliatrici (escluse due squadre) si uniscono
allo stesso battaglione.
Secondo
Battaglione (rinforzato)
All'ora
H sbarca sulla Playa Larga, si riunisce con una
compagnia rinforzata del Primo Battaglione nella
zona di lancio n° 1. Una compagnia del Primo
Battaglione si aggrega al Secondo Battaglione a
ricongiungimento avvenuto.
Occupa
e difende l'obiettivo A e il posto avanzato.
Terzo
Battaglione
All'ora
H sbarca a Playa Girón, occupa e difende gli
obiettivi E ed F, e stabilisce i posti avanzati
7 e 8.
Quinto
Battaglione
Sbarca
sulla Playa Larga immediatamente dopo il Secondo
Battaglione.
Occupa
e difende la zona costiera nel settore.
Stabilisce
il posto avanzato n° 4.
Stabilisce
contatto con il Secondo Battaglione, nella zona
di lancio n° 1 alle ore 06:00 del mattino del
giorno D+1. Deve mantenersi pronto a rinforzare
il Secondo Battaglione qualora questo fosse
attaccato.
Sesto
Battaglione
Sbarca
a Playa Girón immediatamente dopo il
Battaglione Cannoni. Occupa e difende il campo
di aviazione a Playa Girón e la zona costiera
di questo settore. Rileva il Quarto Battaglione
nel compito di protezione del Posto di
rifornimento della Brigata. Dà assistenza alle
operazioni di sbarco. Non oltre il giorno D+1,
il battaglione, esclusa una compagina, si
trasferisce nella zona di riunione. Rinforza i
posti avanzati n° 5 e 6, e si prepara a
occupare le posizioni J e K. Una compagnia
continua ad aiutare le operazioni di scarico a
Playa Girón.
Compagnia
Carri Armati (rinforzata con una squadra
fucilieri del Quarto battaglione)
All'ora
H sbarca mediante mezzi da sbarco LCU a Playa
Girón. Nell'atto stesso dello sbarco, un carro
con gli elementi di una squadra fucilieri, si
dirige seguendo la strada costiera verso la zona
tenuta dal Terzo Battaglione e gli si aggrega
Due
carri armati si uniscono a una compagnia del
Quarto Battaglione. I carri armati e la
compagnia di fanteria raggiungono il Primo
Battaglione nella zona H. Raggiunta la zona dei
carri armati, la compagnia rientra a Playa Girón
restando di riserva.
Battaglione
Cannoni (escluse due squadre di cannoni senza
rinculo da 75 millimetri e due squadre di
mitragliatrici)
All'ora
H sbarca con mezzi LCVP e LCU, a Playa Girón
subito dopo il Quarto Battaglione. Una compagnia
di mortai 4,2 concede il proprio appoggio al
Primo e al Terzo Battaglione. Un plotone di
cannoni senza rinculo da 75 millimetri si
aggrega al Primo Battaglione. Ugualmente un
plotone di mitragliatrici si aggrega al Primo
Battaglione.
Quarto
Battaglione (motorizzato, con esclusione di una
squadra cannoni)
All'ora
H sbarca a Playa Girón e scarica il materiale
contenuto negli automezzi, stabilendo il posto
rifornimento della Brigata, assicurandone la
protezione fino al momento in cui non viene
rilevata dal Sesto Battaglione. Una compagnia,
rinforzata da due carri armati, si trasferisce
su autocarri nella zona di congiungimento, zona
H, con il Primo Battaglione, aggregandosi a
quest'ultimo. G1i automezzi tornano al centro
controllo del Quarto Battaglione.
Il
Battaglione Motorizzato resta in condizioni di
riserva sul campo di aviazione di Playa Girón,
e si tiene pronto a eseguire un contrattacco e a
correre di rinforzo nei vari settori di
operazione. Deve ugualmente tenersi pronto a
distaccare pattuglie motorizzate.
PIANO
AMMINISTRATIVO I-400 CHE ACCOMPAGNA IL PIANO DI
OPERAZIONI I-200 IN RIFERIMENTO ALLA CARTA DEL
PIANO D'OPERAZIONE PLUTO
1)
Fonte
di approvvigionamento
navi
della
Brigata, operanti dalle basi logistiche
della Brigata.
2)
Codice dei colori:
a)
Rosso: rifornimenti relativi al periodo
da D a D+10. Tonnellaggio totale 415. A bordo
della nave "Ballena". Scarico:
immediatamente dopo lo sbarco della truppa.
b)
Azzurro:
rifornimenti per il
periodo
da D+11
a D+20. Tonnellaggio totale: 530. A bordo della
nave "Atun". Scarico: dopo lo sbarco
del materiale
rosso.
c)
Verde: rifornimenti per il periodo
D+21=D+30. Tonnellaggio totale 607. Resta in
attesa nelle basi logistiche della Brigata.
Trasporto programmatico per via aerea e
marittima, a cominciare dal giorno D+21.
d)
Bianco: munizioni per le armi montate
sulle navi. Tonnellaggio totale 25.
e)
Giallo: rifornimenti che potranno essere
richiesti al di 1à del periodo di 30 giorni,
bastanti per 10 giorni: 887,8 tonnellate.
f)
Nero: armi per reparti di guerriglia, e
alleati che dovessero cooperare e unirsi alla
Brigata. Consistono di armi, munizioni ed
equipaggiamento per comunicazioni. Armi per 1000
uomini caricate sulle navi "Marsopa" e
"Barracuda". Armi per altri 2000
uomini, caricate sulla nave "Tiburón".
Armi per altri 5000 uomini disponibili per
essere trasportate per via aerea o marittima al
momento in cui fossero richieste.
Questi
erano i piani relativi allo sbarco della Brigata
d'invasione, redatti secondo il tipico stile dei
"marines". Sono state qui omesse le
parti che riguardano la distribuzione,
l'evacuazione dei feriti, la circolazione della
zona d'operazioni, i servizi ausiliari. Tutto
esattamente previsto, ogni problema pienamente
risolto, nulla lasciato al caso.
Ma
già dieci ore dopo che il convoglio era entrato
in vista della costa della penisola di Zapata,
tutti gli uomini dell'invasione erano già
convinti che c'era qualche cosa di sbagliato nel
piano. L'errore stava nell'aver concepito il
piano come una pura e semplice passeggiata
militare.
VIII
Le
truppe castriste stavano marciando da tutte le
province vicine verso la zona di operazioni per
partecipare alla battaglia di annientamento
della Brigata controrivoluzionaria di invasione.
Il 17 aprile fu una giornata particolarmente
calda nell'isola di Cuba, e il caldo rendeva più
faticosa la marcia.
Lo
Stato Maggiore, non potendo ancora disporre di
tutti gli aerei necessari perché i meccanici li
stavano montando, ordinò che le armi pesanti e
i carri armati, salvo le unità di impiego
urgente, fossero trasportati dalle basi fin nei
pressi delle vie di grande comunicazione ma
restassero al coperto fino al tramonto per
sottrarsi all'osservazione aerea e al
bombardamento dell'avversario.
Non
v'era praticamente alcun reparto di cannoni
pesanti, di carri armati pesanti e medi nei
dintorni della Ciénaga de Zapata, e questo in
altre condizioni avrebbe potuto essere un errore
fatale. Certamente il nemico era bene informato
di ciò, come si poté poi notare analizzando i
suoi piani vuoti di precauzioni.
L'eroismo
del battaglione di Cienfuegos, la rapidità
della intuizione di Fidel Castro, la manovra
fulminea del battaglione di allievi ufficiali
della Milizia di Matanzas, permisero di
rovesciare una situazione che, nelle prime ore
dello sbarco, si era presentata molto difficile.
Sapeva
il servizio informazioni del Governo di La
Habana ciò che stava per accadere? Perché non
aveva predisposto mezzi sufficienti nelle
vicinanze della Ciénaga de Zapata?
Il
governo rivoluzionario aveva ricevuto notizie
abbastanza precise su ciò che stava
preparandosi. Sapeva anche che i
controrivoluzionari avevano esagerato il numero
dei soldati che dicevano di aver reclutato.
Avevano parlato di cinquemila uomini, ma il
nucleo pronto a entrare in azione era molto
minore, non poteva superare le duemila unità. I
più preparati erano quelli che si trovavano in
Guatemala.
La
preparazione di questa forza nemica era stata
oggetto di studio da parte dello Stato Maggiore,
già nove mesi prima. Castro, a quell'epoca,
aveva pienamente convenuto sulla logicità delle
conclusioni dello Stato Maggiore sulle
intenzioni del nemico. Era probabile che quelle
truppe dovessero essere allenate per uno sbarco
all'Isola dei Pini.
Occupando
1'Isola dei Pini e liberando le varie migliaia
di prigionieri custoditi nelle fortezze del
l'isola, quasi
tutti
prigionieri
politici,
il comando controrivoluzionario poteva
avere tre scopi:
1.
Disporre immediatamente di gente ben
disposta a lottare contro Castro, con cui
ingrossare le file dell'esercito di invasione.
2.
Conquistare una zona del territorio
nazionale abbastanza vasto e abbastanza lungo
per potervi insediare un "governo"
provvisorio. La difficoltà maggiore dei
controrivoluzionari doveva essere quella di non
avere alcuna base territoriale, essendo per
tanto obbligati a operare dal Guatemala, dal
Nicaragua o dagli Stati Uniti, vale a dire da
territorio straniero, incorrendo nella
violazione di norme internazionali e agendo
nell'illegalità. Nessuna nazione al mondo
poteva ufficialmente approvare l'esistenza di
basi militari su territorio nicaraguense e
guatemalteco per attaccare Cuba, né tantomeno
riconoscere un "governo" cubano in
esilio su questa base. La cosa però avrebbe
cambiato aspetto ove in un modo qualsiasi
l'esercito di questo "governo" in
esilio si fosse impadronito di una parte del
territorio nazionale. In questo caso, alcune
nazioni avrebbero potuto riconoscere questo
"governo" e prestargli aiuto.
Certamente l'avrebbero fatto almeno quattro
stati: Nicaragua, Guatemala, Panama e Stati
Uniti.
3.
Una volta presa l'isola difficilmente
l'esercito di Castro avrebbe potuto
riconquistarla; non avendo una marina da guerra
né un'aviazione sufficiente, tanto più che
immancabilmente; a conquista avvenuta dell'Isola
dei Pini, il nemico avrebbe potuto ottenere
l'appoggio diretto della marina e delle
aviazioni "amiche"
Dall'Isola
dei Pini il governo controrivoluzionario avrebbe
potuto poi fare una politica più libera e
attiva, e iniziare una guerra di logorio contro
Castro, con bombardamenti quotidiani di Cuba,
paralizzando l'attività economica nell'Isola.
Questa era la strategia avversaria. Più tardi
venne la conferma che il nemico stava
frettolosamente preparando il colpo di mano
contro 1'Isola dei Pini, e Castro decise di
premunirsi, ordinando che si facesse subito
dell'Isola dei Pini una roccaforte imprendibile.
A
cominciare dall'estate 1960, l'isola fu
fortificata con trincee, cannoni pesanti, unità
di fanteria, batterie di mortai, cannoni
anticarro senza rinculo, mitragliere antiaeree a
quattro canne, e artiglieria antiaerea pesante,
in modo tale che l'isola divenne praticamente
invulnerabile. Per attaccarla, il nemico avrebbe
dovuto impiegare un esercito enorme, mezzi
navali molto numerosi, un grande numero di
aerei, con scarsa probabilità di potervi metter
piede. Il risultato della mossa di Castro fu che
la Central Intelligence Agency americana
sconsigliò vivamente l'operazione militare
contro 1'Isola dei Pini e il "governo"
cubano in esilio decise di desistere dal
proposito.
Il
problema se il servizio segreto americano era
male, oppure bene informato, sulla reale
efficienza difensiva delle truppe di Castro,
resta quanto mai aperto dopo di ciò. È strano
che gli americani fossero bene informati su
quanto accadeva nell'Isola dei Pini, e male
informati su quanto avrebbe potuto accadere a
Cuba.
Mi
sembra assai più probabile che il servizio
segreto americano fosse perfettamente informato
che i miliziani erano molto bene armati, con
artiglieria, obici, mortai pesanti, carri armati
e mitragliere da 50 e da 30 millimetri, e che il
loro spirito combattivo era alto.
La
mia opinione è che un servizio segreto esperto,
come quello americano, non abbia potuto prendere
eccessivamente sul serio le informazioni
ottimistiche fornite dai gruppi
controrivoluzionari che preconizzavano la
ribellione e la resa praticamente immediata
dell'avversario.
Palesemente,
Allan Dulles e i suoi collaboratori conoscevano
esattamente che se si fosse trattato di stare a
osservare come andavano a finire le cose in uno
scontro diretto fra castristi e anticastristi
era più che certo quale poteva essere la fine
del dramma. Non c'era nessuna possibilità che i
controrivoluzionari potessero piegare da soli
Castro sul piano militare e politico. La Central
Intelligence Agency non credette a una sola
parola delle relazioni che informavano che 1'Ejército
Rebelde e la Milizia castrista si sarebbero
battuti fiaccamente o addirittura si sarebbero
arresi.
I
veri agenti segreti americani dovettero fornire
ben altre informazioni, agli uffici di
Washington sul come sarebbero andate le cose,
informazioni delle quali deriva la logica
dell'operazione nella Ciénaga de Zapata.
Sfumata
la conquista dell'Isola dei Pini, i
controrivoluzionari avevano cercato di
fortificare i gruppi ribelli che operavano sulle
montagne dell'Escambray. La Central Agency aveva
fornito il suo appoggio al piano, lanciando per
via aerea armi, munizioni e viveri ai
partigiani. Qui la teoria era che si potesse
stabilire una base solida intorno all'aeroporto
di Trinidad. Ma nel dicembre 1960 e nel gennaio
1961, Castro lanciò un'offensiva massiccia
contro i controrivoluzionari dell'Escambray,
riuscendo a liquidarli quasi completamente.
Nel
corso dell'esperienza Escambray, il cui unico
risultato era stato quello di riempire di
controrivoluzionari i campi di concentramento e
le prigioni, e creare all'interno dell'isola un
clima di tensione e di mobilitazione a favore
del governo di Castro, il servizio segreto
americano comprese perfettamente almeno
due fenomeni:
1)
Non c'era stato che un debole appoggio di una
parte della popolazione ai ribelli;
2)
Castro possedeva una forza militare vera e
propria, bene allenata, entusiasta ed
efficiente.
Dopodiché,
gli ufficiali del C.I.A. di Washington ebbero la
certezza matematica che la soluzione al problema
di Cuba, dal loro punto di vista, non poteva
risiedere che in una operazione militare che
avesse le seguenti caratteristiche:
1)
Impiego di una aliquota di uomini bene
allenati, non essendo possibile reclutare un
grosso esercito di cubani veramente pronti a
battersi. Si potevano mettere assieme forse
duemila uomini, certo non di più.
2)
Assoluta sorpresa iniziale, su terreno
senza difesa.
3)
Facile difesa del territorio conquistato,
per il tempo necessario a giustificare
l'insediamento di un Governo, il quale
richiedesse immediatamente l'intervento delle
truppe amiche.
4)
A breve distanza dallo sbarco, impiego dì
"marines" quali "truppe
amiche" in misura considerevole, con
l'appoggio più ampio dell'aviazione americana.
Questo
era il solo modo per tentare la riconquista di
Cuba: restringere l'azione dei cubani a uno
sbarco rapido, di sorpresa, senza troppo
pericolo. Dopodiché, create le premesse
politiche necessarie, dovevano entrare in azione
i "marines". Per creare le premesse
politiche, sarebbe stato sufficiente un
sommovimento interno bastante per proclamare di
fronte al mondo che l'opinione pubblica cubana
ne aveva abbastanza di Castro. Per questo non
sarebbe stato necessario che il popolo scendesse
in piazza a lato dei controrivoluzionari, ma che
vi scendessero un certo numero di squadre
d'azione armate e attrezzate per un lavoro
terroristico. Ciò non avrebbe potuto servire a
liquidare Castro all'interno, ma almeno a creare
quello stato di confusione che avrebbe ritardato
la mobilitazione dei miliziani e della difesa
contro lo sbarco. Inoltre, avrebbe comportato,
da parte di Castro, l'impiego di molta truppa
per mantenere l'ordine nelle città e nei paesi,
e il fronte dello sbarco ne sarebbe stato
alleggerito.
In
questo modo il piano era abbastanza ragionevole.
Più o meno si erano svolte in questo modo le
cose in Spagna nel 1936, quando Franco occupò
un tratto del territorio nazionale venendo dal
Marocco, e quindi 1'Italia e la Germania gli
mandarono navi, armi e uomini. Il servizio
segreto americano partiva dal presupposto che i
controrivoluzionari non avrebbero potuto
costituire un vero pericolo per Castro neppure
con tutti gli aiuti immaginabili.
Quindi,
l'attenzione del tecnici del servizio segreto
americano si era concentrata nel localizzare in
Cuba un luogo in cui poter impiegare un corpo di
spedizione della forza di un reggimento, con la
certezza tecnica di poter difendere la posizione
conquistata. Per questo pretesero che la
composizione della forza combattente
controrivoluzionaria cubana, fornisse loro le
necessarie garanzie umane. I funzionari della
Central Intelligence Agency erano convinti che
degli intellettuali si sarebbero battuti più
coraggiosamente e più tenacemente, in quanto
sorretti da una spinta idealistica. Ciò spiega
la composizione sociale del corpo di spedizione,
che esamineremo in seguito.
Per
maggior garanzia, i soldati allenati allo sbarco
furono isolati e sottoposti a un brutale
"training" propagandistico adatto a
creare il clima di fanatismo utile a
un'operazione del genere.
Ciò
in pratica non risultò affatto producente.
L'eccessivo ottimismo con cui i soldati
controrivoluzionari scesero a terra, fu la prima
causa del loro rapido crollo psicologico.
Il
Governo di La Habana, dal canto suo, dopo la
vittoria dell'Escambray, non era più ben sicuro
di quale sarebbe stata la prossima mossa del
nemico se avrebbe attaccato in forze, o non
avrebbe invece fatto sbarcare una serie di
piccoli gruppi di 200 o 300 uomini ciascuno in
punti differenti dell'isola, riservandosi di
appoggiare ulteriormente quello che avesse
incontrato minor resistenza. Perciò, lo Stato
Maggiore dell'Ejército Rebelde e della Milizia
avevano studiato una dislocazione delle forze
idonee a controllare tutti i punti probabili di
sbarco, gli accessi alle zone montagnose, e che
permettesse di attaccare rapidamente i
controrivoluzionari ovunque fossero sbarcati.
La
tattica degli sbarchi multipli, che avrebbe
permesso ai controrivoluzionari di affermare sul
piano della propaganda internazionale, che
nemici di Castro erano un po' dappertutto, parve
decisamente la più probabile allo Stato
Maggiore di La Habana. Tra l'altro la sconfitta
diluita in tanti piccoli insuccessi sarebbe
stata meno grave per i controrivoluzionari che
uno smacco massiccio. Castro stesso non riteneva
credibile che gli americani avrebbero dato il
loro assenso a un'impresa che comportasse la
probabilità di una sconfitta totale, per timore
di un contraccolpo politico, nell'America
Latina, nel mondo, con una perdita di prestigio
e danni conseguenti. Uno dei posti in cui il
Governo di La Habana si attendeva meno uno
sbarco, era proprio la Ciénaga de Zapata.
Intorno
al 5 aprile erano giunte a Cuba notizie che il
nemico si stava imbarcando in Guatemala, e che
il corpo di spedizione era in movimento.
Nell'imminenza dell'attacco la vigilanza su
tutte le coste fu rinforzata, e in questa
occasione furono spediti alcuni plotoni di
osservazione anche sulla Ciénaga di Zapata.
Il
14 aprile, sul far della sera, fu segnalato
dalla ricognizione un movimento di navi in alto
mare, e in base a certe notizie provenienti
dalla provincia di Oriente su un certo
nervosismo regnante fra i gruppi
controrivoluzionari, lo Stato Maggiore delle
Forze Rivoluzionarie di Castro dichiarò il
preallarme, e a partire dalla mezzanotte lo
stato di allarme permanente. Castro raggiunse la
sede dello Stato Maggiore per dirigere le
operazioni personalmente. Era ormai chiaro che,
da un momento all'altro, si sarebbe visto quali
fossero le vere intenzioni dell'avversario.
Nella
notte fu annunciato da Oriente che un naviglio
di piccolo tonnellaggio si trovava di fronte a
Baracoa. Immediatamente fu disposta una
concentrazione di mezzi in quella zona. Già
esisteva sul posto uno schieramento piuttosto
robusto: un battaglione di fanteria schierato
fra Baracoa e Moa, rinforzato da batterie di
mortai e di anticarro. Come misura suppletiva si
ordinò alle batterie di cannoni pesanti di
avvicinarsi alla costa dalle loro basi situate
al centro dell'isola per battere il naviglio da
sbarco quando fosse stato in vista.
Le
misure ordinate da Castro erano piene di
cautele, poiché era prevedibile che il nemico
avrebbe tentato qualche manovra diversiva, e
prima di agire bisognava individuare i veri e più
importanti movimenti del nemico. Nei giorni
precedenti, i mezzi d'osservazione della marina
e dell'aviazione avevano osservato un grande
movimento di navi americane al largo.
Avvicinandosi alla costa, e poi allontanandosi
velocemente, le navi cercavano di creare
disorientamento e tensione nei servizi di
vigilanza costieri. C'era stato anche un mezzo
incidente con una cannoniera americana che s'era
avvicinata alla costa pur restando fuori delle
acque territoriali cubane, senza alcuna bandiera
né segno di riconoscimento. Una motosilurante
cubana s'era avvicinata per intercettarla e
subito all'orizzonte erano apparse altre navi
americane e aerei, e la motosilurante aveva
ricevuto l'ordine di ritirarsi.
Quasi
costantemente negli ultimi giorni erano state
segnalate navi americane al largo della Costa
settentrionale cubana, di fronte a La Habana e a
Pinar del Río, a una distanza dalle 8 alle 10
miglia da terra.
Nella
notte dal 14 al 15 Castro ordinò che un aereo
si levasse per controllare la situazione della
presunta flottiglia da sbarco nemica, ma il
pilota comunicò che non poteva distinguere
nulla. Disgraziatamente l'aereo si incendiò
improvvisamente, a tre miglia dalla costa, e
scomparve in mare. Per tutto il resto della
notte, l'attesa fu vana.
L'atteso
sbarco a Baracoa non si verificò affatto.
Il
movimento di navi osservato da terra si dissolse
nel nulla nel corso della notte. All'alba, il
mare risultò sgombro. Castro e il suo Stato
Maggiore stavano considerando che cosa quel
singolare avvenimento potesse significare e
aspettando notizie quando, alle 6 della mattina
del giorno 15 aprile, sabato, un B26 sorvolò La
Habana e pochi minuti dopo si udì la
deflagrazione delle bombe e il tipico rumore
secco dell'artiglieria contraerea. Dopo pochi
minuti squillò il telefono e giunse la notizia
che l'aeroporto di Ciudad de La Habana, era
stato attaccato e bombardato. Sopraggiunse un
altro B26, che lasciò cadere altre bombe.
Castro
e i suoi ufficiali si guardarono in faccia,
Castro era pallido e aveva l'espressione
preoccupata.
Fece
chiamare al telefono subito gli aeroporti di San
Antonio e di Santiago de Cuba, e seppe che
simultaneamente anche questi due aeroporti erano
stati attaccati. Ciò poteva avere un solo
significato. Era l'aggressione. Ormai sapeva che
sarebbe avvenuto entro poche ore, ma non sapeva
dove. Per dare risposta a questa domanda doveva
attendere, come abbiamo visto, due sole notti.
IX
Impartiti
gli ordini di mobilitazione generale, Fidel
Castro fin dal mattino del 17 si trasferì al
fronte. I membri del Governo avrebbero preferito
che il Primo Ministro restasse a La Habana e
dirigesse le operazioni da dietro un tavolino.
Castro aveva invece deciso di partire subito e
s'era fatto preparare una jeep con una scorta.
Gli sembrava ridicolo restare nella capitale,
mentre il nemico era sbarcato. Due anni di
Governo non hanno sopito gli istinti del
rivoluzionario, come ai tempi della Sierra
Maestra, Castro è sempre pronto all'azione.
Inoltre era sdegnato, furente, e per niente al
mondo avrebbe rinunciato a esserci di persona in
quei combattimenti.
Arrivò
a Central Australia a giorno fatto e insediò il
suo Quartier Generale nella palazzina
dell'amministrazione. In quel momento la
situazione non era affatto chiara, e il nemico
stava marciando verso Central Australia sulla
strada che veniva da Playa Larga. Castro aveva
deciso tuttavia di attendere lì l'arrivo dei
rinforzi, poiché quello era il punto più
delicato del fronte; e con il telefono e le
radio portatili si informava e ordinava i
trasferimenti.
Alle
spalle della Ciénaga de Zapata si stavano
intanto mettendo in azione due distinte forze
militari. L'una accorreva nella zona delle
operazioni, l'altra era organizzata a difesa dei
nodi stradali e degli obiettivi strategici per
l'eventualità che l'invasione della Ciénaga
fosse stata seguita da altri sbarchi. Già al
primo mattino, dopo appelli della radio, la
situazione all'interno del paese era rivelatrice
del fatto che il popolo si disponeva a lottare.
Il Paese si era messo da solo in stato di
assedio, e i controrivoluzionari erano rimasti
paralizzati. Gli operai e i contadini avevano
risposto alla chiamata, scendendo nelle strade
vestiti nelle uniformi di miliziani, armati,
calmi, per le strade delle città e dei paesi, a
partire dall'alba, era un andirivieni di
soldati; transitavano in ogni senso camion,
trasporti, carri armati, traini di cannoni
anticarro, plotoni di miliziani e di miliziane.
La Habana e le città costiere erano trasformate
in campi trincerati. Ovunque si scavavano
trincee e si riempivano sacchetti di sabbia.
Ogni angolo di strada veniva sistemato a difesa;
si piazzavano le mine anticarro.
Castro
fu informato a Central Australia della reazione
del popolo all'invasione e ne fu visibilmente
rallegrato. I suoi occhi erano umidi di gioia.
Resosi
conto con i suoi occhi della situazione, cominciò
a dare le disposizioni che dovevano permettere
di annientare in poche ore il corpo di
spedizione avversario. La situazione ormai non
poteva più cambiare, a meno che non si
verificasse un nuovo sbarco. Ma le informazioni
lo escludevano. Le truppe impiegate dal nemico
erano le migliori che avesse. Alcune migliaia di
elementi raccogliticci, non del tutto allenati e
addestrati, e male armati, si trovavano ancora
nei campi del Guatemala e del Nicaragua, ma non
potevano essere di alcuna efficacia militare in
una situazione difficile. L'unica possibilità
che gli invasori avevano di cavarsela, in quel
momento Castro ne era già certissimo, era un
aiuto diretto degli americani, ma le notizie che
i suoi collaboratori gli davano da La Habana,
sulla reazione nel mondo alla notizia
dell'invasione, tendevano a escludere questa
possibilità. L'ambasciatore russo aveva
annunciato una dichiarazione pubblica di
Krusciov. L'ambasciatore cinese aveva comunicato
"lo spirito di concreta collaborazione del
Governo della Cina nei confronti di Cuba nel
presente momento". Questo a Castro bastava.
Gli Stati Uniti non avrebbero mosso un dito.
A
mezzogiorno di lunedì 17 aprile 1961 questi
erano i discorsi che si udivano nei cortili
della centrale zuccheriera di Australia fra gli
ufficiali della milizia e dell'Ejército
Rebelde: poco prima Castro aveva tenuto una
breve riunione di Governo; aveva parlato
brevemente muovendosi a grandi passi da un lato
all'altro della stanza, toccandosi di tratto in
tratto la barba, agitando le braccia per
sottolineare il senso delle parole. Era calmo.
Aveva anche scherzato. La riunione è stata
udita da tutti poiché la porta della sala era
aperta.
Castro
aveva comunicato la sua convinzione tecnica di
poter vincere rapidamente quella battaglia. La
sua prima intuizione del problema si era
rivelata esatta. Già in quel momento la
situazione del nemico era critica, poiché non
si erano verificati i tre presupposti
fondamentali della sua azione:
1)
L'occupazione totale della Ciénaga de
Zapata e il controllo integrale delle vie di
comunicazione attraverso la palude non erano
state raggiunte. La resistenza del battaglione
di Cienfuegos aveva lasciato aperta la strada
diretta alla stessa base di sbarco
dell'avversario.
2)
Non c'era stata alcuna sollevazione di
alcun genere all'interno del Paese, e il Governo
controllava la situazione, essendo cosi in grado
di concentrare tutti i mezzi necessari contro lo
sbarco della Ciénaga, il morale delle truppe
combattenti era altissimo e ciò aveva
costituito una deludente sorpresa per il nemico.
Come avevano dichiarato i primi prigionieri,
essi si attendevano una resa generale quasi
immediata, il delinearsi della sconfitta
prevedibilmente avrebbe ridotto la combattività
dell'avversario, la cui omogeneità ideologica
era dubbia.
3)
Il nemico non aveva il controllo totale
dell'aria. La presenza di aerei castristi in
efficienza aveva permesso l'affondamento di una
nave e impedito lo sbarco di un battaglione,
rallentato le operazioni di consolidamento della
testa di ponte, impedendo che il piano nemico
fosse messo in atto in tutte le sue parti e con
la dovuta rapidità. Il nemico aveva potuto
occupare solo una parte del territorio che si
era ripromesso di prendere, e stabilire solo una
parte dei capisaldi a difesa che avrebbero dato
maggiori probabilità di riuscita all'invasione.
Alle
3 del pomeriggio, la colonna formata dal
battaglione allievi ufficiali della milizia di
Matanzas, da un altro battaglione di fanteria di
Matanzas, da carri armati, mortai e bazookas
dopo aver spezzato la resistenza dei
paracadutisti, aveva raggiunto il battaglione
dei miliziani di Cienfuegos, ormai ridotti allo
stremo delle forze, e gli aveva dato il cambio.
Con l'arrivo della colonna di rinforzo, il
principale problema era risolto. I miliziani
tenevano ormai una delle strade di
attraversamento della palude, e spingevano le
loro posizioni nel cuore stesso dello
schieramento nemico.
Nel
tardo pomeriggio, dopo breve preparazione di
artiglieria di piccolo calibro e mortai pesanti,
i miliziani passarono all'attacco sulla strada
di Playa Larga, tentando di fare indietreggiare
il nemico. I controrivoluzionari fecero
intervenire l'aviazione, senza della quale la
situazione si sarebbe fatta critica. I B26
spezzonarono per tutto il resto del pomeriggio
gli allievi ufficiali miliziani obbligandoli a
segnare il passo. Il battaglione doveva
attaccare su una strada stretta, in un luogo in
cui la palude lambiva praticamente la strada, e
gli aerei avversari mitragliavano continuamente
quella strada.
Fu
un combattimento durissimo. I
controrivoluzionari impiegarono tutte le armi
pesanti in dotazione, costringendo i miliziani,
per evitare il concentramento del fuoco su di
loro, anche da parte dell'aviazione, ad
avvicinarsi il più possibile al nemico. Sul
resto del fronte, i castristi non avevano potuto
impedire al nemico di conseguire i primi
obiettivi; salvo il fatto che i rinforzi erano
riusciti ad arrivare in tempo per impedire ai
paracadutisti controrivoluzionari di occupare la
centrale zuccheriera di Covadonga e un
battaglione di fanteria teneva la linea a 5
chilometri dagli edifici dell'industria, sulla
strada per Playa Girón.
Su
tutte le altre possibili direttive di marcia
degli invasori, reparti di miliziani, attestati
solidamente a difesa, ne impedivano l'avanzata.
Intorno a tutta la Ciénaga de Zapata, il
cerchio era stretto. Dalle basi più lontane,
stavano accorrendo i reparti d'attacco dell'Ejército
Rebelde e della Milizia, l'artiglieria pesante,
i battaglioni corazzati e l'artiglieria
contraerea. Attendevano l'imbrunire per prendere
posizione, allo scopo di sottrarsi agli attacchi
aerei. Lo Stato Maggiore aveva dato questo
ordine, per precauzione.
Non
si voleva rischiare nulla.
Il
lavoro che in quello stesso pomeriggio svolse
l'aviazione cubana governativa fu veramente
straordinario. Ciò che realizzarono i
pochissimi piloti castristi fu una vera
prodezza. Senza possibilità di riposo né di
sostituzione alcuna, con aerei vecchi e logori,
dall'alba al tramonto, attaccarono
incessantemente le navi e le imbarcazioni
nemiche davanti a Playa Girón. Nel pomeriggio,
l'aviazione controrivoluzionaria fu chiamata a
proteggere le navi. Per lunghe ore, sulla
flotta, fu un continuo duello aereo.
La
prima perdita dell'aviazione castrista fu un
"Sea Fury" pilotato dall'ufficiale
dell'aviazione rivoluzionaria Ulloa, abbattuto
da due B26. Un altro aereo si inabissò in mare,
colpito dal fuoco antiaereo di una delle
imbarcazioni. Nonostante le perdite, l'aviazione
cubana insisté nell'attacco alle navi, e alla
fine della giornata aveva affondato 4 navi,
lasciando al nemico solo 2 grosse navi e un
certo numero di mezzi da sbarco.
Questa
era, dunque, la situazione al termine della
prima giornata di combattimenti. Un bilancio
nettamente positivo per le forze castriste,
pieno di amare sorprese per i
controrivoluzionari. Esso poteva essere cosi
riassunto:
1)
la brigata da sbarco aveva perduto più
di metà della flotta d'appoggio con la maggior
parte del materiale;
2)
l'aviazione castrista, lungi dall'essere
distrutta, era perfettamente operante;
le
truppe di Castro tenevano una posizione ferma
entro la Ciénaga de Zapata, sulla strada da
Australia a Playa Larga, a meno di 10 chilometri
dalla spiaggia.
X
La
notte dal 17 al 18, Castro stabilì il suo
comando nella palazzina dell'amministrazione di
Central Australia. Erano con lui Osmany
Cienfuegos e altri ufficiali dell'Ejército
Rebelde. Castro aveva chiesto un silenzio
assoluto. Era stato tutto il pomeriggio al
fronte, ed era rientrato al comando per
organizzare l'attacco definitivo per l'alba.
Castro
chino su una carta della Ciénaga de Zapata dava
gli ordini. Si udivano sulla strada i rumori dei
convogli di autocarri che portavano i
rifornimenti al fronte, le colonne dei
battaglioni di rinforzo che accorrevano, il
cigolio dei carri armati e dei trattori che
trascinavano i pezzi d'artiglieria pesante. Più
che del generale, Castro aveva l'aria di un
professore di università. Ascoltava le notizie
al telefono, scrivendo brevi note su foglietti
che passava ai suoi aiutanti a destra e a
sinistra. Al telefono Fidel Castro parlava con
voce ferma, pacata, senza alzare mai il tono,
senza irritarsi mai. Gli ufficiali che venivano
dalla linea gli portavano gli ultimi
particolari. Castro li interrogava chiedendo
sempre nuove precisazioni. Nella elaborazione
dei piani d'attacco egli è sempre
meticolosissimo: non trascura nessun
particolare, non lascia nulla al caso. Anche
nella Sierra Maestra, le azioni di guerriglia
venivano da lui studiate con la
massima precisione.
Castro
chiamava al telefono i comandanti dei
battaglioni, per informarli sull'andamento delle
operazioni e sul comportamento delle truppe.
--
È un combattimento duro. Fernández si sta
battendo come un leone contro il nemico. Vedremo
quel che accadrà domani, sì ... vedremo
domani.
Non
dubitava minimamente del successo, ma non voleva
farlo sapere. È un ottimista nato, ma non gli
piace di sembrarlo. Diceva a tratti: "Vamos
a ver", vedremo.
A
un certo momento, passò l'ordine alle truppe
che si trovavano in una certa posizione di
attestarsi a difesa. Gli comunicarono che in
linea non c'erano né pale né picconi per
scavare una buca. Castro chiamò il comandante
del reparto al telefono.
--
E con che cosa scavavamo le buche nella Sierra
Maestra? Per caso avevamo pale e picconi? No.
Eppure le buche si scavavano ... Andiamo, si
scavino quelle buche.
Dispose
per le cinque e mezzo esatte un attacco aereo
sulla testa di ponte nemica. Gli aerei dovevano
attaccare dal mare l'avversario a Playa Girón.
In
silenzio, tracciava dei piccoli segni sulla
carta topografica, analizzando le
caratteristiche del terreno sul quale si sarebbe
svolto il combattimento. Ogni tanto traeva le
sue conclusioni a voce alta.
Esaurito
l'esame della situazione di un settore, passava
a considerarne un altro. Gli ufficiali
attendevano in piedi, attorno al tavolo le
disposizioni.
-
Domattina bisogna prendere Playa Larga.
-
Sarebbe bene mandare truppe attraverso Cayo
Ramona per tagliare loro la ritirata attraverso
la laguna. Dì, Borges, chi credi che potremmo
mandare (Borges,
ufficiale
della
milizia,
nella
vita
civile
è medico
dentista) al fronte, truppe della riserva? Il
111° Battaglione?
Non
attese la risposta. Tornò a rivolgersi allo
stesso ufficiale.
-
Credi che potresti andare, dentista?
Si, certo ... .
-
E tu, Masiques, la tua gente cammina?
Sì cammina, stanno marciando ora.
Castro
spostò la sua matita su un altro settore della
carta e concluse:
-
Dai, allora.
XI
Alle
00:10 della notte fra lunedì 17 e martedì 18,
esattamente 24 ore dopo la comparsa della flotta
nemica nella Bahía de Cochinos, l'artiglieria
castrista apri il fuoco su Playa Larga e sulle
posizioni controrivoluzionarie che difendevano
la testa di ponte in questo settore dando agli
invasori il segnale del principio della fine. In
questo settore, la Milizia e 1'Ejército Rebelde
avevano concentrato una batteria di obici da
122, e 8 batterie di artiglieria contraerea, una
batteria di cannoni da 37, una batteria di
bazookas e una colonna di fanteria d'assalto. Un
diluvio di colpi di tutte le armi pesanti dei
castristi investì i controrivoluzionari da
mezzanotte all'alba; la batteria di obici da 122
batteva la spiaggia. Alle prime luci, fu
lanciato un attacco di carri armati, con
l'appoggio dell'artiglieria. Un carro armato fu
messo fuori uso dai controrivoluzionari, a 150
metri dalle loro linee. I carri dovettero
ritirarsi.
Nella
notte, i controrivoluzionari si erano
trincerati, in buche profonde, interrando un
carro Sherman all'ingresso della spiaggia. Con
l'artiglieria anticarro di piccolo e grosso
calibro, i bazookas e le mitragliere da 50,
battevano la strada in ogni punto, e la strada
continuava a essere il solo luogo su cui i
miliziani potevano avanzare.
Inutilmente
i castristi tentarono a più riprese di
sloggiare l'avversario dalle sue posizioni. I
loro assalti furono respinti uno dopo l'altro.
Quel combattimento che si svolgeva all'alba, di
fronte a Playa Larga, era forse il più duro di
tutta la battaglia. Un combattimento strano.
Le
strade che attraversano la Ciénaga sono
terrapieni artificiali che sorgono
dall'acquitrino; sui lati il terreno solido è
scosceso e ha una larghezza variabile, talora
soltanto un metro, talora 10, 20 e anche 50
metri. Tutto intorno alla strada la vegetazione
è alta, foltissima.
Anche
alla luce del giorno era quindi difficile per i
miliziani localizzare il nemico: le uniformi
mimetiche lo dissimulavano perfettamente.
Per
stanarlo, i miliziani e i soldati dell'Ejército
Rebelde dovevano avanzare lentamente sparando in
continuazione finché il nemico non rispondesse.
Una volta localizzata la posizione avversaria
entravano in azione bazookas, cannoni senza
rinculo, mortai. Il nemico indietreggiava di
poche decine di metri e tutto ricominciava da
capo.
Se
il piano d'attacco dell'invasione fosse stato
portato a termine, e si fosse dato il tempo ai
controrivoluzionari di far saltare qualche
tratto di strada, costruire trincee e difese
permanenti nei caposaldi, il compito della
riconquista della Ciénaga sarebbe stato molto
arduo, per le truppe di Castro. Riprendere metro
per metro l'immensa palude sarebbe costato
perdite umane incalcolabili.
In
quelle condizioni, tuttavia, la difesa dei
controrivoluzionari era un'impresa disperata. I
miliziani erano riusciti a ridurre al silenzio
una mitragliatrice da 50, un cannone senza
rinculo da 76 e vari mortai. Pur essendo
costretti a ritirarsi, avevano lasciato il
nemico malconcio. Informato dell'asprezza dello
scontro, che era costato molti morti, Castro
ordinò una manovra diversiva. Un reparto fu
mandato attraverso un terrapieno perché
prendesse sul fianco l'avversario.
Se
la manovra fosse riuscita, questo reparto
avrebbe tagliato la ritirata al battaglione
controrivoluzionario arroccato sulle posizioni
di Playa Larga. Alle 8 del mattino, il reparto
comunicò via radio di essere pronto a prendere
il nemico sul fianco.
Gli
obici da 122 stavano iniziando una preparazione
d'artiglieria, quando improvvisamente si levò
dalla colonna dei miliziani un urlo. Gli
ufficiali comunicavano la notizia che il nemico
aveva abbandonato Playa Larga e stava ripiegando
sulla strada costiera verso Playa Girón.
Il
180° Battaglione della Milizia entrò a Playa
Larga alle dieci del mattino. Un gruppo di
maestri che erano stati fatti prigionieri dai
controrivoluzionari, al momento dello sbarco,
riferirono che il nemico era ubriaco. Nella
notte, sotto il fuoco dell'artiglieria
castrista, i soldati dell'invasione avevano
bevuto per rincuorarsi. All'alba, quando avevano
compreso che ogni resistenza sarebbe stata
impossibile, lo scoramento si era dipinto
chiaramente sui loro volti. Infischiandosene
degli ordini avevano dato fondo al whisky VAT 69
di cui vi erano molte cassette nel campo. Il
terreno abbandonato dal nemico era ingombro di
cadaveri, armi, munizioni. Nelle trincee era
praticamente intatto l'equipaggiamento personale
della truppa controrivoluzionaria. Avevano
portato nell'invasione perfino il borotalco per
i piedi e la senape. Un equipaggiamento di
lusso.
XII
Playa
Girón era ormai l'ultimo caposaldo
dell'invasione nella Ciénaga de Zapata. La
caduta di Playa Larga l'aveva però reso
vulnerabile. Poteva essere attaccato lungo la
striscia costiera di terra ferma, abbastanza
larga per la manovra dei carri armati. La
resistenza dei controrivoluzionari non avrebbe
potuto durare a lungo.
Se
il comando nemico si proponeva di salvare la
situazione, a questo punto aveva solo tre
scelte: sbarcare nuove truppe con l'appoggio di
navi da guerra e aerei stranieri; oppure tentare
un semplice reimbarco con l'appoggio di naviglio
e aviazione stranieri; oppure ancora, attuare
una manovra diversiva sbarcando in un altro
punto della costa e contemporaneamente inviare
rinforzi a Playa Girón. L'ipotesi più
probabile era che il comando nemico avesse
deciso di abbandonare i difensori della testa di
ponte al loro destino. La situazione
internazionale si era aggravata a tal punto da
sconsigliare un intervento degli Stati Uniti. I
controrivoluzionari non avevano altre truppe
addestrate, e neppure navi per trasportarle.
Tuttavia
lo Stato Maggiore castrista decise di far
presto. Un successo fulmineo avrebbe
moltiplicato l'effetto
propagandistico
della vittoria
nel mondo. Si diede quindi ordine alla colonna che aveva
conquistato Playa Larga di muoversi verso Playa
Girón, e agganciare le retroguardie nemiche. I
miliziani si mossero da Playa Larga verso Playa
Girón alle 15:15. Sin dalle prime ore del
mattino i castristi erano all'offensiva su tutto
il resto del fronte. I combattimenti erano duri.
La notizia della caduta di Playa Larga aveva
acceso d'ardore i combattenti delle colonne
governative. La sensazione di essere in una
trappola mortale dava ai controrivoluzionari il
coraggio della disperazione.
Lo
schieramento della Brigata da sbarco controllava
ancora le due strade attraverso la Ciénaga de
Zapata da Playa Girón a Covadonga e Yaguaramás,
e il nodo stradale di San Blas, all'interno
della Ciénaga, tenuto dai paracadutisti. Ma su
tutta la linea era però in fase di
ripiegamento.
La
mancata occupazione dello zuccherificio di
Covadonga era stata un notevole handicap per
l'invasione. I castristi erano riusciti a tenere
gli edifici della centrale fino all'arrivo dei
rinforzi, nel pomeriggio di lunedì 17, poi
subito avevano iniziato a guadagnare terreno.
All'alba del giorno 18 anche da Yaguaramás la
colonna governativa avanzava, impiegando due
compagnie di carri armati medi e pesanti, e
artiglieria di medio calibro.
I
controrivoluzionari affrettavano la ritirata sul
far della notte, per attestarsi a San Blas.
Durante la notte fra il 18 e il 19,
l'artiglieria, gli obici da 122 e i mortai
batterono le posizioni controrivoluzionarie a
San Blas e a Playa Girón. Castro venne a
visitare le truppe su tutti i settori. La testa
di ponte controrivoluzionaria aveva ormai una
profondità massima di 7 chilometri.
Il
Primo Ministro ispezionò la milizia e ordinò
che la mattina si attaccasse contemporaneamente
su tutti i lati con carri armati. Andò a
parlare personalmente con i carristi:
"Ragazzi"
disse "che i carri armati arrivino al mare
domani!".
All'alba
del 19, l'ultima offensiva per l'annientamento
della testa di ponte ebbe inizio. Nelle file
castriste c'era aria di festa. La gente cantava.
I carri armati avanzavano su San Blas. Alle 9 e
mezzo San Blas cadde. I controrivoluzionari si
ritirarono combattendo verso la spiaggia. La
sacca era ormai molto piccola. Il nuovo problema
di Castro era solo quello di evitare, nella
maggior misura possibile, che i superstiti si
disperdessero, com'egli immaginava, nella
boscaglia acquitrinosa cosparsa da una
vegetazione fittissima. Mentre l'artiglieria e i
mortai battevano furiosamente tutto il settore
ancora in mano al nemico, ordinò che si
lasciasse una zona completamente senza pericolo,
per stimolare il nemico a rifugiarvisi. Li si
sarebbe arreso.
Prima
di dichiarare chiusa la partita, quella mattina,
i controrivoluzionari tentarono un grosso colpo.
Un B26 attaccò d'improvviso il quartier
generale governativo a Central Australia,
sperando di trovarvi Fidel Castro. Castro c'era
infatti, ma sin dal giorno innanzi il quartier
generale era difeso da un poderoso schieramento
di artiglieria contraerea. Non appena il B26 fu
segnalato, i cannoni e le mitragliere
cominciarono a sparare di conserva. Il B26 fu
abbattuto al primo passaggio.
Asserragliati
nell'abitato di Playa Girón i
controrivoluzionari parevano disposti a battersi
sino alla fine. Alle undici del mattino;
sperando forse di alleggerire la pressione, gli
invasori partirono al contrattacco. Venne avanti
prima un carro armato Sherman, che sparava con
tutte le sue armi, mentre dalle posizioni
arretrate partiva una valanga di colpi di
mortaio e di armi pesanti che investivano in
pieno i miliziani.
Una
squadra della 4a compagnia bazookas del1'Ejército
Rebelde piazzò tre pezzi a triangolo per
fermare il carro armato. Poco dopo però,
comparve un aereo B26 che iniziò il
mitragliamento della strada, davanti al carro
armato al fine di proteggerne l'avanzata.
Finalmente
il soldato José Bechara riuscì a piazzare il
suo colpo di bazookas sul fianco del carro,
mentre sul lato opposto anche il soldato Céspedes
Batista faceva altrettanto. Lo Sherman era
immobilizzato.
Nel
tentativo di salvare dalla cattura l'equipaggio,
una jeep con sei uomini a bordo usci a tutta
velocità dagli avamposti dei
controrivoluzionari, aprendo il fuoco con fucili
mitragliatori sui miliziani che si stavano
avvicinando al carro. Dal folto della
vegetazione si fece udire un cannone dei
miliziani e la jeep volò in aria. L'equipaggio
dello Sherman aprì la botola e usci con le mani
alzate. Era l'ultimo carro del corpo di
spedizione.
Il
nemico continuò fino al pomeriggio la sua
resistenza disperata e testarda. Una drammatica
serie di appelli radio allo Stato Maggiore
dell'invasione, perché si convincessero gli
americani a reimbarcare i superstiti era già
partita dalla spiaggia di Playa Girón. Le unità
navali americane al largo della costa, non
potevano intervenire senza l'ordine del loro
Governo e questo aveva deciso di mantenersi,
almeno ufficialmente, estraneo alla vicenda.
Alcuni
piccoli mezzi navali carichi di un centinaio
d'uomini salparono da Playa Girón tentando di
raggiungere il largo ma non riuscirono a
staccarsi da terra. Gli aerei castristi li
attaccarono in picchiata, affondandoli tutti.
Nessuno riuscì a fuggire.
Playa
Girón cadde alle 17:30 di mercoledì 19 aprile
1961. Le colonne castriste entrarono
nell'abitato. Fidel Castro convocò subito una
conferenza dei capi. Si riunirono Almeida, Martínez
Sánchez, Tomasevich, Duque, Bordón, Faustino e
gli altri. L'ex caposaldo controrivoluzionario
era pieno di miliziani, soldati dell'Ejército
Rebelde e contadini.
Nelle
prime ore dopo la caduta di Playa Girón si
fecero 300 prigionieri. Molti contadini del
luogo che erano stati catturati dagli invasori
dopo lo sbarco, e liberati dopo la resa,
gridarono indignati contro di loro. Fidel Castro
saltò su un bidone di benzina, fece segno di
tacere e con voce ferma ordinò che i
prigionieri fossero rispettati. La gente tacque.
Castro chiamò subito gli ufficiali e impartì
l'ordine di spiegare ai miliziani come un
comportamento corretto nei confronti dei
prigionieri fosse doveroso, al di 1à di
qualsiasi risentimento.
Intorno
agli invasori si formarono crocchi di miliziani
muti e severi. Molti dei prigionieri piangevano
e si lamentavano d'essere stati
"ingannati".
XIII
La
fulminea conclusione della battaglia della Ciénaga
de Zapata apri una serie di problemi. La sera
del 19, tirando le somme, sul campo di battaglia
alcuni conti non tornavano. Il nemico aveva
lasciato sul terreno 82 morti in tutto. Nelle
carcasse delle navi affondate dovevano trovarsi
altri cadaveri. Ma sommando i caduti effettivi,
e quelli presunti, i 338 prigionieri, fino
allora catturati, di cui 95 feriti, mancava la
metà esatta della Brigata d'invasione. Dove era
andata a finire? Si trovava nella Ciénaga.
Tutte le misure prese per evitare che il nemico
vinto si rifugiasse nella palude non erano
servite a nulla. I controrivoluzionari non
avevano in ogni modo via d'uscita. Quanto tempo
avrebbero potuto resistere in quella prigione di
acqua e di fango, dipendeva soltanto dalla
resistenza fisica di ciascuno e dalla quantità
di viveri e di acqua potabile che avevano potuto
portare con sé. Il pericolo di sortite
organizzate, di resistenze o colpi di mano era
praticamente inesistente. Tantomeno esisteva il
pericolo che potessero uscire dalla Ciénaga per
raggiungere le montagne, che sorgevano assai
lontano.
Castro
era contrario all'idea di un rastrellamento in
forze nella Ciénaga. Avrebbe impegnato un
numero enorme di uomini, e sarebbe costato
probabilmente altre vite umane. E per
quell'avventura si era già pagato un prezzo di
sangue troppo alto. Bisognava attendere. Ogni
sentiero, ogni terrapieno, ogni sbocco anche
piccolo della Ciénaga doveva essere presidiato.
Ove fosse stato necessario, si sarebbe potuto
dare fuoco a qualche tratto della vegetazione
per indurre il nemico a uscire dal suo rifugio.
Ma soprattutto, bisognava attendere. Finita la
battaglia della velocità, cominciava quella
della pazienza.
Com'era
previsto, i controrivoluzionari si decisero
presto a uscire dalla Ciénaga de Zapata la sera
del 22 aprile i prigionieri raggiunsero la cifra
di 438.
Nella
giornata del 23 ne furono catturati altri 166.
La sera del 24 i prigionieri catturati erano già
743. Si era arreso anche uno dei capi, San Román.
Nella notte di giovedì 27, la cifra sorpassò i
1100.
Piccoli
gruppi continuarono a uscire nei giorni seguenti
dalla palude. Il 2 maggio si arrese un gruppo di
13 invasori. Fra questi fu identificato Manuel
Artime, il secondo capo dell'invasione. I conti
cominciavano a tornare.
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