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L'INVASIONE
DI CUBA.
di
Filippo Gaja
ed.
Parenti luglio 1961
L'invasione
di Cuba, l'operazione Pluto, secondo il nome
convenzionale stabilito dal comando
controrivoluzionario, cominciò esattamente alle
00:10 di lunedì 17 aprile 1961. Era l'ora H
prevista nei piani di sbarco. Sei vecchie navi
da carico di medio tonnellaggio (fino a 5.000
tonnellate di stazza) che avevano navigato sotto
bandiera liberiana, ribattezzate con nomi presi
dalla fauna marina, circondate da una flottiglia
di mezzi da sbarco di tipo militare, gettarono
l'ancora davanti alla costa sud dell'isola, a
una distanza di poco più di 100 chilometri
dalla città di Cienfuegos, a 130 da Matanzas, a
180 da La Habana.
Tutte
le luci spente, in un silenzio assoluto, le navi
cominciarono a mettere in acqua le lance a
motore e la truppa iniziò a prendere posto nei
mezzi di sbarco scendendo lungo le fiancate
delle navi con scale di corda. Erano circa 1.500
uomini, per la maggioranza profughi politici da
Cuba, arruolati negli Stati Uniti, a Miami, o a
New York, allenati da 25 ufficiali americani a
Retalhuleu, in Guatemala, esclusi 12 uomini rana
istruiti nella base di Vieques, a Porto Rico.
Il
punto scelto per lo sbarco era la spiaggia della
Ciénaga de Zapata, una vasta zona pantanosa che
si estende dall'estremità occidentale della
penisola di Zapata fino alla Bahía de Cochinos,
per una larghezza di oltre 35 chilometri. La
Brigata da sbarco era comandata da Manuel Artime
Buesa, ex ufficiale dell'esercito di Castro e
funzionario del Governo di La Habana, e da José
A. Pérez San Román, ex capitano dell'esercito
del dittatore Fulgencio Batista; sul berretto
gli uomini portavano l'insegna "Dio, Patria
e Libertà" e, cucite sulle spalle
dell'uniforme mimetica da combattimento, le
mostrine formate da una bandiera cubana con una
croce bianca.
Un
quarto d'ora più tardi, il bambino Valerio Rodríguez
che tornava da far visita al suo maestro,
percorrendo le spiaggia di Playa Girón, vide al
largo le navi ferme, e rifletté che due ore
prima non c'erano. Essendo un Joven Rebelde,
pensò che era suo dovere osservare le navi
misteriose e restò qualche minuto fra le rocce
a guardare, finché gli parve di notare delle
luci azzurre sull'acqua. Si mise allora a
correre a perdifiato verso l'alloggiamento dei
miliziani, distante un chilometro. Ma proprio in
quell'istante, le navi aprirono il fuoco. Al
rumore degli scoppi, Valerio Rodríguez ruzzolò
per terra e corse a rifugiarsi di nuovo fra le
rocce.
Radio
Swan, una radio controrivoluzionaria situata
nell'isola omonima, territorio degli Stati
Uniti, a poca distanza dalla costa cubana, stava
trasmettendo in quel momento stesso un messaggio
speciale destinato alle organizzazioni
terroristiche anticastriste dell'interno
dell'isola. Il messaggio era l'ordine per i
gruppi d'azione di attuare il piano di
sabotaggio contro l'organizzazione militare e
politica castrista. Poco più tardi, Radio Swan
trasmetteva un comunicato straordinario:
"La battaglia per liberare Cuba è
incominciata. I patrioti hanno cominciato la
battaglia per liberare la Patria dal dispotico
dominio di Fidel Castro e per sbarazzare Cuba
dalla crudele oppressione del comunismo
internazionale".
II
bambino Rodríguez non era in grado di
apprezzare il piacere di vivere un momento
straordinario della storia del suo paese, un
avvenimento che doveva trascinare il mondo fin
sull'orlo della guerra e condurre alla
proclamazione della prima repubblica socialista
dell'America Latina. Dagli avvenimenti che si
sarebbero svolti nelle successive 72 ore
dipendeva il destino della rivoluzione cubana.
Questa
è la storia di ciò che accadde nelle 72 ore
tragiche di Cuba, descritta attraverso i
documenti e le testimonianze da me raccolti.
Filippo
Gaja
I
Quasi
nello stesso momento il miliziano Placido
Salazar che stava facendo il suo turno di
guardia a Playa Larga, in fondo alla Bahía de
Cochinos, osservò una serie di imbarcazioni che
scivolavano silenziose sull'acqua, e si gettò
sulla manovella del telefono da campo per
chiamare il capoposto. Non vedeva bene le barche
che si avvicinavano, ma la sua impressione era
che fossero molte e molto grandi. D'improvviso
sulle imbarcazioni si accesero delle fiammelle e
Placido Salazar riconobbe subito di che cosa si
trattava: mitragliere da 50. Le traccianti
indicavano che il fuoco delle imbarcazioni
mirava a ripulire la spiaggia per una certa
profondità. Si videro dei lampi più lontani e
quasi simultaneamente gli scoppi delle granate
intorno alla centrale telefonica. Il miliziano
agitò di nuovo la manovella del telefono e
informò che bisognava entrare subito in
comunicazione con la Central Australia prima che
le cannonate distruggessero la cabina.
-
A che distanza sono da terra? - chiedeva il
capoposto.
-
Duecento metri, forse, saranno sulla spiaggia
fra dieci minuti.
Tre
minuti dopo il telefono dell'osservatorio squillò.
Placido Salazar alzò il ricevitore. Il
capoposto gli dava un ordine.
-
Abbandonare l'osservatorio e gettare in mare le
cassette di munizioni.
I
trenta miliziani del plotone addetto alla
sorveglianza costiera di Playa Larga
indietreggiarono correndo fino all'imboccatura
della strada per Central Australia e si
disposero a difesa. Erano armati soltanto con
pistole mitragliatrici e fucili R2, ma l'ordine
che il capoposto aveva ricevuto era di impegnare
il nemico e osservarlo da vicino. Non appena le
prime imbarcazioni toccarono la spiaggia il
plotone apri il fuoco. I controrivoluzionari
uscirono correndo dai mezzi da sbarco e
cominciarono subito a sparare con tutte le armi.
Dal mare veniva il fuoco delle mitragliere
pesanti. Dopo poco entrarono in azione anche i
mortai e i bazookas.
Il
fuoco del nemico era più intenso che preciso,
ma i miliziani non potevano resistere e
cominciarono a ritirarsi lungo la strada,
spostandosi ora a destra ora a sinistra,
sparando di quando in quando qualche raffica di
pistola mitragliatrice e lanciando bombe a mano.
Due
chilometri e mezzo più a occidente, sulla costa
in una località detta Caletón, un altro
piccolo gruppo di miliziani resisteva. Erano 40
uomini ma avevano soltanto 12 fucili. Molti
erano maestri aggregati al reparto costiero
della milizia per la campagna contro
l'analfabetismo. Gli invasori stavano sparando
contro lo yacht "Bravo", alla fonda.
Il "Bravo" è lo yacht sul quale di
solito Fidel Castro passa le sue vacanze e
probabilmente gli invasori sapevano che a bordo
era montata una mitragliera da 50 millimetri. Ma
già ai primi rumori dello sbarco, i miliziani
avevano smontato la mitragliera portandola a
terra con tutte le munizioni, e ora se ne
servivano per battere le imbarcazioni nemiche.
Il piccolo reparto attestato a una curva della
strada resistette finche poté, poi iniziò il
ripiegamento lungo il terrapieno che da Caletón
porta a San Tomás.
A
Central Australia, il messaggio dei miliziani di
Playa Larga aveva colto il comandante del
presidio nel sonno. Era lontano le mille miglia
dall'immaginare che il nemico avrebbe scelto la
Ciénaga de Zapata per sbarcare, tanto che la
sera prima, aveva ordinato che si lasciasse sui
camion il raccolto di canna da zucchero e che le
operazioni di scarico si rinviassero. Si sarebbe
scaricato all'indomani.
L'ufficiale
diede ordine di mantenere il contatto con il
plotone della guardia costiera, che essendo
munito di una radio portatile andava via via
descrivendo le fasi dello sbarco avversario, e
di liberare gli autocarri. Poi chiamò il
comando di Jagüey Grande chiedendo ordini.
II
Esattamente
alle 02:15 Fidel Castro venne svegliato dal suo
segretario. Castro stava dormendo profondamente.
Gli ultimi giorni erano stati di tensione
estrema. La domenica si era svolta una
manifestazione pubblica, il funerale delle
vittime del bombardamento aereo di sabato
mattina, e si era affaticato tenendo un lungo
discorso. La notizia che il segretario gli
portava era che si stava combattendo a Playa Girón
e a Playa Larga. I plotoni di sorveglianza
costiera che si trovavano sul posto avevano
iniziato la resistenza.
Castro
ordinò che si verificasse l'esattezza della
notizia. Da tre giorni le notizie di navi da
sbarco scorte nel tal punto o nel tal altro
punto della costa cubana non facevano che
accavallarsi. Pochi minuti dopo sopraggiunse però
un'informazione che eliminava ogni dubbio.
C'erano i primi feriti. Si comunicava che una
forza militare sconosciuta e di entità
imprecisata stava tenendo sotto il tiro di
cannoni senza rinculo, bazookas, mitragliere da
50 e cannoni da marina le spiagge di Playa Girón
e di Playa Larga, nella Ciénaga de Zapata. Non
poteva più esserci dubbio: il nemico sbarcava.
Da
Jagüey Grande giunsero conferme parziali,
messaggi laconici pieni di ansiosa incertezza.
Si chiedevano con urgenza disposizioni e
rinforzi. Qualche minuto più tardi, la radio
portatile del reparto avanzato della milizia
cominciò a fornire dati precisi: osservate sei
grandi navi e decine di mezzi da sbarco minori.
Il nemico occupava l'abitato di Playa Girón e
di Playa Larga e scavava buche di protezione per
le armi pesanti mentre alcuni reparti di
avanscoperta si spingevano lungo le strade verso
l'interno in tutte le direzioni.
Castro
si trasferì al Quartier Generale dell'Ejército
Rebelde e della milizia e prese in
considerazione la situazione in base alle prime
notizie. La zona dove lo sbarco si verificava
era una delle meno protette dell'isola. La
possibilità di uno sbarco nemico in quel punto
era stato considerato in precedenza come una
ipotesi molto vaga.
Comunque
il 339° Battaglione di miliziani, di Cienfuegos
si trovava accasermato a Central Australia, dove
stava aiutando i contadini a tagliare canna da
zucchero. Diversi plotoni di miliziani,
contadini e carbonai, perlustravano la zona di
Cayo Ramona, Soplillar e Buena Ventura. Queste
erano le sole truppe vicine al luogo dello
sbarco, per di più male armate. Erano in
condizione di dare man forte ai reparti di
sorveglianza costiera, ma non potevano essere in
grado di contrastare il passo al nemico. Non
avevano né un mortaio né un bazooka.
Castro,
nella sala operazioni dello Stato Maggiore,
stava cercando di immaginare quale potesse
essere il piano del nemico studiando su una
grande carta il luogo nel quale il nemico era
sbarcato: la penisola di Zapata.
Le
caratteristiche della penisola di Zapata sono
particolari. Castro immaginava che la scelta del
luogo dipendesse proprio da quelle
caratteristiche geografiche. La penisola
presenta una fascia di terra dura rocciosa,
larga da due a dieci chilometri, lungo la costa.
Ma al nord di questa fascia, verso l'interno, si
stende una palude impraticabile, in cui sorge
una vegetazione tropicale foltissima.
Prima
della Rivoluzione non esistevano vie di
comunicazione attraverso la Ciénaga de Zapata.
I paesi e le città che si trovano al di 1à
della palude, nell'interno dell'isola, e cioè
Jagüey Grande, Covadonga, Australia, non
avevano accesso al mare. All'interno della Ciénaga
de Zapata esistono solo piccoli villaggi di
tagliatori di legna e carbonai, che un tempo
vivevano in condizioni miserabili e che dovevano
impiegare tre giorni per arrivare con la loro
merce al più vicino mercato. Prima c'erano
soltanto due ferrovie a scartamento ridotto,
costruite dalle industrie zuccheriere, che
conducevano da Central Australia a Cochinos e da
Covadonga a Girón. La Rivoluzione ha costruito
tre strade che attraversano la Ciénaga de
Zapata su solidi terrapieni e uniscono Playa Girón
con le industrie zuccheriere, Central Australia,
10 miglia a nordovest, e Covadonga, 20 miglia a
nordest. Queste strade sono le uniche vie di
accesso alla Ciénaga: fuori di esse non è
possibile alcun movimento.
Gli
ufficiali dello stato maggiore e Castro si
chiedevano perché i controrivoluzionari
avessero iniziato l'invasione sbarcando nel
luogo più inadatto dell'isola per una
offensiva. Qual era il vero calcolo
dell'avversario?
Per
dare una risposta a questa domanda, Castro
chiese la più precisa valutazione possibile
delle forze nemiche. Egli aveva già un'idea, ma
desiderava una conferma delle sue supposizioni
per agire. Ormai albeggiava. La radio dei
plotoni di vigilanza costiera comunicò che il
nemico aveva sbarcato una brigata forte da 1.200
a 1.500 uomini, dotata di armi pesanti. Dal
fuoco di interdizione fatto dai
controrivoluzionari per proteggere il primo
balzo in avanti delle truppe, risultava che il
nemico sparava con molti mortai pesanti da 4,2,
cannoni senza rinculo da 75, e da 57 millimetri,
mitragliatrici pesanti, da 50 e da 30; e stava
sbarcando carri armati Sherman e autocarri
blindati armati con mitragliatrici pesanti da
50. La fanteria sembrava avere una dotazione
incredibile di armi automatiche.
Ciò
bastava a Castro. Presentò agli ufficiali la
sua ipotesi:
1
- Il nemico sbarcava presupponendo il totale
dominio dell'aria, e certamente prevedeva di
occupare e usare per una forza aerea tattica
l'aeroporto da poco costruito a Playa Girón.
2
- Il nemico aveva deciso di occupare tutto il
territorio della Ciénaga de Zapata appunto
perché circondato completamente dal mare da una
parte e dalla palude dall'altra. Sarebbe stata
una posizione difficile da attaccare dal di
fuori, e facile da difendere dal di dentro,
specialmente se i difensori avessero avuto la
supremazia nel cielo.
Le
conclusioni di Castro erano che, se il nemico
fosse riuscito a occupare il territorio della Ciénaga
sarebbe stato duro riconquistarla. I miliziani e
1'Ejército Rebelde sarebbero stati obbligati ad
avanzare sulle strade costruite sopra la palude.
Il nemico avrebbe potuto difendere agevolmente
le vie d'accesso alla palude con carri armati,
cannoni anticarro, mortai pesanti, mitragliere
da 50, bazookas. Militarmente un compito facile,
poiché non vi sarebbero state protezioni di
sorta per i miliziani al contrattacco. Un carro
armato di traverso sulla strada avrebbe
costituito un ostacolo insormontabile. Se il
nemico avesse potuto contare realmente su
un'aviazione efficiente, la situazione sarebbe
divenuta assai grave, la lotta per la cacciata
degli invasori sanguinosa e incerta. Non si
poteva prevedere quale sarebbe stato l'aiuto
straniero al nemico se la battaglia si fosse
prolungata.
Alle
quattro e mezzo della mattina, l'atmosfera
creata dalle parole di Castro nella sala
operazioni dello Stato Maggiore di La Habana era
di intensa drammaticità. I volti degli
ufficiali esprimevano una viva preoccupazione.
Castro, pallidissimo, in piedi, parlava delle
intenzioni dell'avversario con estrema calma. Il
suo problema principale in quel momento era
vedere i vari aspetti della situazione con
lucidità.
Secondo
Castro la mossa del nemico nel corso della notte
sarebbe stata quella di avanzare il più
velocemente possibile sulle strade costruite
dalla Rivoluzione attraverso la Ciénaga de
Zapata per costituire prima dell'alba dei
caposaldi fuori della palude, in corrispondenza
ai punti di ingresso delle strade nella Ciénaga,
e quindi avrebbe operato il maggior numero di
distruzioni sulle strade per rendere impossibile
il transito ai mezzi motorizzati dell'Ejército
Rebelde. Guai se il nemico avesse avuto il tempo
di svolgere queste distinzioni, scavare trincee
ed elevare difese.
L'idea
dello sbarco nella Ciénaga de Zapata, in vista
dei particolari obiettivi politici che il nemico
si proponeva, non era priva di una sua logica.
Lo Stato Maggiore controrivoluzionario,
probabilmente su suggerimento di ufficiali
americani, aveva immaginato di fare della Ciénaga
de Zapata una striscia di terra circondata dal
mare e dalla palude, una specie di isola
artificiale. La riuscita del piano militare
avversario dipendeva ora da due fattori: il
completamento dell'occupazione del territorio di
cui il nemico voleva impadronirsi, e l'effettivo
controllo del cielo da parte dei
controrivoluzionari.
III
Abbandonando
la sede del quartier generale per recarsi al
fronte, Castro, mezz'ora dopo, aveva già dato
le disposizioni fondamentali che dovevano
salvare la situazione. Era necessario un
manipolo di forti combattenti, e questo manipolo
furono gli uomini del 339° Battaglione di
Fanteria della milizia, armati con fucili
mitragliatori, pistole mitragliatrici e fucili,
senza bazookas né mortai.
Castro
aveva dato ordine che il battaglione di
miliziani di Cienfuegos raggiungesse
immediatamente Playa Larga e attaccasse il
nemico. Doveva resistere a tutti i costi, per
conservare una testa di ponte al di 1à della
palude, entro il territorio che il nemico si
apprestava a occupare. Non essere espulsi
completamente dalla Ciénaga de Zapata
significava conservare la possibilità di
attaccare il nemico direttamente entro la testa
di ponte, provocare il crollo dei presupposti
fondamentali del piano avversario che prevedeva
un'occupazione di sorpresa di tutta la Ciénaga.
Tenendo
Playa Larga, e sgombra la strada per Playa
Larga, si sarebbe consentito in seguito un
attacco sul fianco al grosso del corpo di
spedizione nemico. Se il nemico avesse mandato
in avanti le sue colonne e fosse stato attaccato
sul fianco, sarebbe stato costretto a ritirarle
per non veder tagliata loro la ritirata.
Castro
si fece chiamare al telefono il comandante del
battaglione e gli illustrò quali fossero le
probabili intenzioni del nemico e l'importanza
della missione affidata al suo reparto, cioè
tenere un pezzo di terra ferma dall'altra parte
della Ciénaga e impedire al nemico di avanzare
sulla strada da Playa Larga a Central Australia.
Simultaneamente,
lo Stato Maggiore di La Habana diede ordine al
battaglione della scuola per ufficiali della
milizia di Matanzas, con tre batterie di mortai
pesanti e una compagnia di carri armati,
rinforzati da un altro battaglione di miliziani
di Matanzas e da reparti di cannoni anticarro,
di marciare alla maggior velocità possibile
verso Jovenallos, e di qui dirigersi verso Playa
Larga in soccorso al battaglione di Cienfuegos.
Castro faceva molto assegnamento sul comandante
della scuoia per ufficiali della milizia di
Matanzas, Fernández, un ex combattente della
guerra di Spagna, per la rapidità dello
spostamento. Il battaglione degli allievi
ufficiali della milizia era considerato il
miglior reparto delle forze armate cubane, se
fosse arrivato in tempo per rilevare il
battaglione di Cienfuegos prima che fosse
distrutto dal nemico, avrebbe salvato la
situazione.
Questa
fu la manovra difensiva principale. Ma
contemporaneamente, fu dato ordine a due
battaglioni di miliziani, di stanza a Las
Villas, di muoversi rapidamente verso la zona di
Yaguaramás e Covadonga e avanzare fino a
prendere contatto con il nemico. Sulla strada di
Yaguaramás e Covadonga, s'erano già attestati
a difesa piccoli plotoni di miliziani che si
trovavano nella Ciénaga in servizio di
pattugliamento e ai quali era stato dato ordine
di cercare di contrastare il passo al nemico
lungo le due strade corrispondenti. C'era già
notizia che questi reparti avevano incontrato le
avanguardie del nemico nella notte e stavano
combattendo.
Era
ancora buio.
Le
prime luci s'annunciavano appena. Radio Habana
iniziò d'improvviso le trasmissioni per
ripetere, a brevi intervalli, l'ordine a tutti i
miliziani di raggiungere i comandi assegnati.
Negli intervalli l'emittente trasmetteva gli
inni della Rivoluzione. Cuba si svegliò di
soprassalto. La gente si chiamava dalle strade,
nei cortili. La radio non diceva ancora i motivi
della chiamata alle armi, ma non c'era nessuno
in tutta l'isola che non sapesse la verità. Era
l'invasione.
Mentre
veniva proclamata la mobilitazione generale,
allo Stato Maggiore castrista non si era ancora
certi che la Ciénaga de Zapata fosse l'unico
obiettivo del nemico. Molti degli ufficiali si
attendevano qualche altro sbarco. Castro aveva
chiesto una jeep per il fronte. Allacciandosi il
cinturone con la pistola, previde che se ci
fosse stato qualche altro sbarco, si sarebbe
quasi certamente trattato di una manovra
diversiva.
All'alba,
giunse la notizia che il nemico stava lanciando
i paracadutisti per occupare gli accessi alla Ciénaga,
e questo diede la certezza che la conquista
della palude era prevista dal piano.
IV
Il
339° Battaglione di fanteria della milizia,
formato tutto con uomini di Cienfuegos, era
giunto a Central Australia da 4 giorni soltanto,
proveniente dalle montagne dell'Escambray. La
domenica il Battaglione aveva tagliato canna da
zucchero, poiché questo è il compito dei
battaglioni della milizia quando non c'è da
combattere, dare una mano dove occorre. Il
comando di zona aveva spedito il battaglione a
Central Australia "di riserva tattica"
ordinando che aiutasse i contadini nelle pause
delle esercitazioni militari.
Essendo
stato faticoso il giorno, i giovani miliziani
dormivano profondamente, e parecchi tardarono a
svegliarsi quando, poco dopo l'una, nella notte,
l'accampamento fu messo in subbuglio dalla
notizia che il plotone avanzato di Playa Larga
stava osservando i controrivoluzionari che
sbarcavano.
Il
miliziano Luis Tellería, tiratore di fucile
mitragliatore 7,32, pensò che sarebbe stato
bene avere un po' più di munizioni e si accordò
con i compagni di squadra per andarne a cercare
al deposito. Ne volevano almeno due caricatori
in più ciascuno. Passando accanto all'ufficio
del comando, Luis Tellería vide della gente
eccitata che usciva dalla stanza dell'ufficiale
e dava l'incredibile notizia che aveva
telefonato lui, Fidel, in persona e aveva detto:
"Il paese è nelle vostre mani".
In
quel momento il comandante del battaglione
usciva correndo anche lui dal comando e urlava
qualche cosa che non si riusciva a capire che
cosa fosse e a chi; il mitragliere Tellería
vide uscire gli autocarri dalle rimesse e udì
gli ordini di adunata. Il tenente urlava un
mucchio di cose tutte insieme, far presto, le
munizioni, stare uniti, silenzio, attenti agli
ordini, le comunicazioni radio. Stava ancora
urlando quando il primo camion parti a tutta
velocità verso Playa Larga, seguito da tutta la
colonna.
Luis
Tellería installò la sua 7,32 sul tetto del
camion.
Da
Central Australia a Playa Larga corrono meno di
trenta chilometri. Erano forse le tre e mezzo
quando il primo autocarro giunse a un chilometro
dall'ingresso di Playa Larga, prima
dell'incrocio della strada che porta a Caletón.
Si udì il colpo secco di un cannone senza
rinculo e la colonna si arrestò. Si levò una
voce nella notte:
-
"Siamo dell'esercito di liberazione.
Miliziani, unitevi a noi!"
Era
uno dei controrivoluzionari che chiedeva la
resa. Dai camion carichi di miliziani si levò
un urlo "Patria
o muerte!".
I miliziani si
gettarono
dai
camion mentre i controrivoluzionari
iniziavano a sparare. I proiettili sibilavano,
uno dei camion prese fuoco. L'autocarro sul
quale si trovava Luis Tellería fu crivellato di
proiettili alla prima scarica. Luis, con la sua
mitragliatrice in una mano, e un caricatore
nell'altra, saltò dal veicolo e si buttò nella
cunetta a lato della strada piazzando la sua
arma, e apri il fuoco.
Fece
una prima raffica 1unga, poi ricordò che doveva
sparare a piccole raffiche.
Il
comandante del battaglione stava urlando
di sparare mirando, guardando alle lingue di
fuoco che uscivano dalle armi dei
controrivoluzionari.
Fra
miliziani e nemici potevano esserci forse
cinquanta metri, forse cento. Un carro armato
nemico cominciò ad avanzare. Il comandante del
battaglione ordinò che si entrasse nella
vegetazione ai lati della strada. Il carro
armato non avrebbe potuto manovrare perché
sarebbe affondato nel pantano, non avrebbe
potuto abbandonare la strada. Una volta passato
il carro, bisognava iniziare una sparatoria
intermittente, per impedire alla fanteria di
avanzare.
Il
carro passò sulla strada con gran rumore.
Dietro venivano alcuni controrivoluzionari che
furono subito centrati dai miliziani. Il carro
tornò indietro. Il nemico aprì un fuoco
infernale, battendo metro per metro la strada
avanti a sé.
Gli
invasori usavano una mitragliatrice da 50,
piazzata in un luogo che dominava la strada e un
cannone da 75 senza rinculo che sparava da
qualche centinaio di metri. Alla destra del
cannone, il carro armato Sherman, dietro al
quale si proteggevano dei tiratori di bazookas
Il
339° Battaglione retrocedette lentamente nella
notte, contrastando il passo al nemico. Alle
prime luci dell'alba, il battaglione aveva perso
qualche chilometro, subendo molte perdite. Ma i
controrivoluzionari non avevano potuto procedere
velocemente verso i loro obiettivi e avevano
perduto tempo prezioso.
All'alba
si udì un rombo di aerei. Era il nemico che
lanciava unità di paracadutisti alle spalle del
battaglione. I paracadutisti prendevano terra 8
chilometri dietro un luogo chiamato Pálpite. Il
comandante del battaglione cercò di mettersi in
contatto con il comando zona per aver ordini. Al
comando sapevano già che i paracadutisti
stavano scendendo. L'ordine era di attaccarli e
aprirsi il varco per la ritirata, continuando a
retrocedere il più lentamente possibile.
Sarebbero arrivati rinforzi. Erano in marcia.
Il
lancio di paracadutisti sembrava piuttosto
nutrito: erano ondate di una ventina d'uomini
ciascuna. La retroguardia del battaglione impegnò
immediatamente i paracadutisti, senza poter
impedire loro di prendere posizione, a cavallo
della strada.
Il
battaglione ora aveva tagliata la strada della
ritirata. Se non fossero arrivati presto i
rinforzi si sarebbe dovuto scegliere tra morire
o arrendersi. Con la luce era arrivato un altro
problema: L'aviazione nemica. Bisognava
mantenere il contatto con il nemico, restargli
vicino. Gli aerei non avrebbero potuto
mitragliare né spezzonare il battaglione, perché
avrebbero corso il pericolo di colpire i
controrivoluzionari che avanzavano.
Il
comandante chiese via radio al comando il
permesso di abbandonare la strada e di piazzare
gli uomini entro la vegetazione. Non restava
altra soluzione. Il nemico restò padrone della
strada, ma solo i carri armati potevano
transitarvi. Dal folto della vegetazione i
miliziani sparavano sulla fanteria. Con un fuoco
rabbioso di tutte le armi, i controrivoluzionari
cercarono disperatamente di ridurre al silenzio
il battaglione di Cienfuegos, che continuava a
indietreggiare, contenendo l'avanzata del
nemico.
Si
combatté in questo modo per tutta la mattinata.
Verso mezzogiorno il comando comunicò che stava
sopraggiungendo il battaglione allievi ufficiali
della milizia, del corpo di artiglieria, con
bazookas, cannoni senza rinculo e carri armati.
Il
battaglione di ufficiali della milizia di
Matanzas, mentre stava accorrendo in aiuto al
battaglione di Cienfuegos, era stato attaccato
da aerei controrivoluzionari che gli avevano
causato parecchie perdite. Poiché gli aerei
portavano dipinte le stesse insegne
dell'aviazione cubana, i soldati castristi li
salutarono agitando le mani. In tal modo
subirono un attacco allo scoperto ed ebbero
molti morti.
Gli
ufficiali della milizia furono poi attaccati
sulla strada e dovettero impegnare un forte
combattimento per passare. L'ordine era di
spezzare la resistenza avversaria e proseguire
fino al ricongiungimento con il battaglione di
Cienfuegos senza curarsi dei nuclei nemici che
la colonna lasciava dietro di sé. Il
battaglione aveva cozzato nella strada con il
reparto di paracadutisti lanciato all'alba dal
nemico, e che aveva già attaccato la
retroguardia del battaglione di Cienfuegos.
La
resistenza dei paracadutisti fu accanita. Se il
rinforzo per Playa Larga fosse passato, tutto il
piano sarebbe stato compromesso. Era il momento
cruciale della battaglia. Intervenne anche
l'aviazione castrista a mitragliare e a
bombardare le posizioni dei paracadutisti che
tenevano la strada e impedivano al battaglione
di allievi ufficiali di Matanzas (e al
battaglione di fanteria, che a esso si era
aggregato per rinforzarlo), di proseguire.
Infine la resistenza dei paracadutisti fu vinta.
I controrivoluzionari abbandonarono la strada
rifugiandosi nel pantano. Alcuni si arresero. I
battaglioni rivoluzionari poterono passare.
Alle
15:00 finalmente il 339° Battaglione di
miliziani di Cienfuegos ebbe il cambio nel
compito di contenere la spinta offensiva dei
controrivoluzionari. Il nemico avverti
immediatamente che la situazione era mutata.
Vide spuntare i primi carri armati castristi e
fu investito da una gragnola di colpi di mortaio
da 120: erano i mortai degli allievi ufficiali
della milizia di Matanzas.
V
La
prima cura di Castro, non appena avuta notizia
dello sbarco, era stata quella di assicurarsi
che non si commettessero imprudenze con gli
aerei. In previsione che il nemico nella notte
ripetesse gli attacchi aerei ai campi di
aviazione, aveva ordinato che i due apparecchi
apparissero sulla pista dell'aeroporto di San
Antonio, in condizioni di prendere il volo alle
prime luci del giorno. Gli altri dovevano essere
lasciati nei luoghi in cui erano stati fino ad
allora nascosti e custoditi.
A
mano a mano che l'attacco controrivoluzionario
procedeva, e che le sue intenzioni apparivano più
chiare, Castro accentuò la sua convinzione che
il presupposto fondamentale dell'azione nemica
fosse la certezza di avere conquistato il
predominio dell'aria. Finalmente capiva perché
avessero attaccato gli aeroporti il 15 mattina,
due giorni prima dello sbarco. Dal punto di
vista militare era stato un errore. Lo Stato
Maggiore di La Habana ne aveva dedotto che
l'invasione fosse una questione di ore e aveva
messo l'organizzazione di difesa in stato di
preallarme, rinforzando la sorveglianza su tutte
le coste. La ragione per cui il nemico aveva
tardato due giorni a sbarcare era questa: che
riteneva di avere distrutto tutti gli aerei
castristi.
Castro
era nel vero: cinque giorni più tardi, fra i
documenti catturati a Playa Girón nel comando
della Brigata da sbarco controrivoluzionaria, fu
trovato un rapporto che confermava pienamente le
sue supposizioni. I controrivoluzionari erano
sicuri che l'aviazione del Governo di La Habana
non esisteva praticamente più. Questo errore doveva segnare le
sorti della spedizione.
Lungi
dall'essere distrutta, l'aviazione di Castro era
invece quasi intatta. Fin dai primi momenti, lo
Stato Maggiore castrista poté disporre di due
aerei a reazione, due aerei tipo Sea Fury e due
B26.
Non
era gran che, ma, se i controrivoluzionari lo
avessero saputo, certamente non avrebbero
iniziato l'operazione Pluto.
INFORMAZIONI
SULL'EFFICIENZA AEREA DEI CASTRISTI TROVATE SU
UFFICIALI CONTRORIVOLUZIONARI CATTURATI
Forza
aerea: vedasi appendice B relativa alle
informazioni sulla localizzazione e sulla
capacità operativa attuale della Forza Aerea
Cubana di Castro.
Appendice
B: la forza aerea nemica è completamente
disorganizzata e ha una scarsa capacita
operativa. Dopo la drastica purga attuata da
Castro nel giugno 1959, l'aviazione cubana è
rimasta praticamente senza piloti allenati e
senza specialisti per la manutenzione degli
aerei. La forza aerea non ha squadriglie
organizzate, né voli, né unità convenzionali.
I decolli individuali sono controllati e
disposti principalmente dal quartier generale di
La Habana. La maggior parte degli aerei sono
antiquati e inoperativi e ciò è dovuto alla
manutenzione inadeguata e alla mancanza dei
pezzi di ricambio.
I
pochi aerei considerati operativi sono in
condizioni di prendere il volo, ma non
completamente in condizioni di combattere.
L'efficacia di combattimento della forza aerea
cubana è quasi inesistente. Possiede una
capacità di osservazione e di preavviso
limitata e potrebbe portare qualche attacco di
mitragliamento contro una forza di invasione
armata in modo leggero. In termini generali,
caccia aerea e pattugliamento di vigilanza.
RELAZIONE
SUL BOMBARDAMENTO DEGLI AEROPORTI CASTRISTI
TROVATA SU UFFICIALI CONTRORIVOLUZIONARI
Rapporto
della forza aerea: all'alba del giorno 15
aprile, è stato realizzato un attacco alla base
di San Antonio, che ha messo fuori combattimento
da 8 a 10 aerei; a Ciudad Libertad, da 6 a 8
aerei; a Santiago de Cuba, 12 aerei. Oggi è
stato abbattuto un B26, n. 903, e un Sea Fury è
stato avariato, fuori combattimento per una
settimana almeno. Distrutto un camion rosso e
bianco che conteneva da 20 a 30 uomini: da
considerare che almeno 18 sono morti. Una
cannoniera affondata dalla forza aerea fra
Batabanó e 1'Isola dei Pini. Le nostre forze di
fanteria a terra hanno abbattuto un Sea Fury, e
un altro è stato colpito (correzione: un B26)
lasciando cosi alla forza nemica in tutto 8
aerei a reazione, 2 Sea Fury, e da 1 a 2 B26. La
nostra forza aerea ha le seguenti missioni per
oggi: dalle ore 3 alle ore 4, protezione della
zona di sbarco. Nella notte, 6 aerei tenteranno
di distruggere il resto della forza aerea
nemica.
Quello
che era accaduto era semplicissimo. Avendo
pochissimi aerei a disposizione, lo Stato
Maggiore di Castro si era preoccupato di non
lasciarli distruggere da un attacco di sorpresa.
Si era cosi studiato un sistema per nascondere e
disperdere gli apparecchi fuori dai campi di
aviazione, lasciando sulle piste di atterraggio
carcasse di aerei in apparente buono stato e
apparecchi fuori uso perché privi di pezzi di
ricambio.
L'attuazione
di questo piano era stata faticosa e aveva
richiesto molti lavori, ma al momento opportuno
si scopri che era stata utilissima. L'attacco
aereo di sorpresa, a conti fatti, aveva prodotto
danni più apparenti che reali. Molti degli
aerei che i controrivoluzionari avevano visti
distrutti dall'alto erano aerei finti. Un aereo
da combattimento soltanto era stato
effettivamente perduto dall'aviazione castrista
nel bombardamento, sull'aeroporto di Santiago de
Cuba, oltre a un certo numero di aerei civili;
un altro aereo da combattimento era stato
distrutto nella base di San Antonio assieme a un
quadrimotore civile da trasporto. Ma ne
restavano altri. A Ciudad Libertad, l'aeroporto
di La Habana, non era stato colpito nessun aereo
militare, ma soltanto un autocarro pieno di
bombe.
Sei
aerei erano in condizioni di prendere
immediatamente il volo, dunque, e Castro decise
di usarli con la massima energia, concentrando
nello stesso tempo il maggior numero di batterie
contraeree intorno agli aeroporti dai quali i
sei apparecchi sarebbero decollati, per
difenderli da qualsiasi attacco.
Castro
chiese di sapere quanto tempo avrebbero
impiegato i meccanici a tirar fuori gli aerei di
riserva e a montare i pezzi staccati; e il
comando dell'aviazione rispose che sarebbe
occorso almeno tutto il giorno. In ogni modo, a
lavoro terminato ci sarebbero stati più aerei
che piloti. Castro comprese che doveva scegliere
e stabilì che gli aerei avrebbero avuto come
obiettivo unico le navi nemiche che si trovavano
davanti a Playa Larga e a Playa Girón oltre che
la testa di ponte. Per il primo giorno almeno la
fanteria avrebbe combattuto senza appoggio aereo
e senza artiglieria contraerea di protezione.
Egli ammise che si distogliessero gli aeroplani
dagli attacchi alle navi soltanto in un momento,
quando fu necessario mitragliare e spezzonare i
paracadutisti che tenevano la strada da Central
Australia a Playa Larga e impedivano il
passaggio del battaglione di allievi ufficiali
della milizia di Matanzas che dovevano
ricongiungersi con il battaglione di miliziani
di Cienfuegos.
Vedendosi
attaccati dagli aerei castristi che credevano
distrutti, gli ufficiali della Brigata da sbarco
compresero che la situazione si sarebbe presto
fatta critica. Una serie di chiamate drammatiche
parti per le basi aeree del Nicaragua. Tutto fu
inutile. Era impossibile che partendo dalle basi
del Nicaragua l'aviazione potesse mantenere un
ombrello aereo di protezione costante sulla
testa di ponte. Per poter agire efficacemente,
l'aviazione controrivoluzionaria sarebbe dovuta
decollare dal campo di aviazione di Playa Girón,
ma questo campo d'aviazione era inutilizzabile
perché si trovava sotto il tiro nemico. L'unica
possibilità era che entrassero in azione gli
aerei americani. Mentre sulle navi e nella testa
di ponte si attendeva che la decisione politica,
una decisione politica di grande importanza in
verità, fosse presa, gli aerei castristi
avevano già iniziato il loro lavoro.
I
sei aerei avevano iniziato ad attaccare le navi
e a mitragliare le lance che stavano portando a
terra il materiale. Avendo le basi di decollo
vicinissime, a cento chilometri, e dandosi il
cambio a due a due, tennero sotto il fuoco la
flotta nemica costantemente, ritardando le
operazioni di sbarco. L'obiettivo principale
nella prima parte della mattina furono le navi
che stavano sbarcando la truppa a Playa Larga.
Castro diede ordine che si impedisse a tutti i
costi a questo gruppo degli invasori di far
giungere rinforzi alla colonna che già stava
marciando verso Central Australia, contenuta a
stento dai miliziani di Cienfuegos.
Gli
aerei presero ad attaccare la nave
"Aguja" (il cui nome in realtà era
"Houston") carica di soldati pronti a
sbarcare e la costrinsero a riprendere il largo.
Quel che accadde non è chiaro, ma probabilmente
la nave ebbe ordine di ritirarsi dalla spiaggia
per mettersi sotto la protezione di unità
navali non identificate che incrociavano al
largo. Ma a un miglio e mezzo dal punto di
sbarco, mentre già stava avviandosi a uscire
dalla Baia, la "Aguja" fu centrata da
una bomba e cominciò a far acqua. La nave aveva
ancora a bordo, al completo, il Quinto
Battaglione della Brigata e, per evitare
l'affondamento, il comandante della nave decise
di arenarla.
Gli
uomini del Quinto Battaglione dovettero cosi
cercare scampo buttandosi in acqua e molti non
arrivarono alla riva. I reparti che toccarono la
costa erano decimati, quasi senza armi, senza più
alcuna efficacia combattiva; in parte si
trincerarono sulla costa, in parte si dispersero
nella palude; comunque non poterono intervenire
nella battaglia di Playa Larga nella quale il
loro apporto sarebbe stato essenziale nel
momento in cui si trattava di sopraffare la
resistenza del battaglione di Cienfuegos.
VI
La
nave "Houston", o "Aguja"
che dir si voglia, aveva toccato con la chiglia
il fondo della Bahía de Cochinos, e i naufraghi
del Quinto Battaglione bagnati e sgomenti
stavano meditando sulle imprecisioni del
servizio informazione, appollaiati sulle rocce
della costa est della baia. Al comando della
Brigata da sbarco, a Playa Girón, si stava
facendo un primo bilancio dell'operazione. Gli
ufficiali commentavano nervosamente il fatto che
l'applicazione del piano di sbarco fosse stata
imperfetta.
Fin
dall'inizio, c'erano stati degli inceppi nello
svolgimento dell'operazione, mentre secondo le
previsioni tutto sarebbe dovuto andare liscio,
almeno nelle prime ore. La mancanza di
esperienza di combattimento da parte degli
uomini aveva ingigantito difficoltà minime.
Lo
sbarco a Playa Larga aveva incontrato la
resistenza dei trenta uomini del plotone di
vigilanza, i quali avevano iniziato il fuoco con
armi automatiche leggere, centrando i mezzi da
sbarco prima ancora che toccassero la spiaggia.
Poiché erano molto dispersi, era stato
difficile localizzarli. C'era voluta almeno
un'ora per assodare che quello che faceva
resistenza era un piccolo reparto; il ritardo
era stato fatale
al Quinto
Battaglione,
che
sarebbe
dovuto scendere dalla nave
"Aguja" subito dopo che avesse preso
terra il Secondo Battaglione della Brigata
d'invasione. Il ritardo del Secondo Battaglione
nel consolidare le posizioni sulla spiaggia fece
si che solo all'alba gli uomini del Quinto
potessero prendere posto sulle lance. E con le
luci dell'alba arrivarono gli aerei nemici. Le
operazioni di sbarco dovettero essere sospese
finché la nave fu colpita e, per evitare
l'affondamento, fu arenata.
La
perdita dell' "Aguja" e del Quinto
Battaglione aveva a sua volta ritardato lo
scatto in avanti del Secondo Battaglione. E
quando l'avanzata verso Central Australia era
cominciata sulla strada che attraversa la Ciénaga
de Zapata, già il battaglione di miliziani di
Cienfuegos era arrivato a pochi chilometri da
Playa Larga e si disponeva a contrastare
disperatamente la spinta in avanti delle truppe
controrivoluzionarie. Praticamente dimezzata
nelle sue forze, la colonna controrivoluzionaria
aveva perso molto della sua combattività. Gli
uomini combattevano malvolentieri. Erano
abbastanza intelligenti per comprendere che
tutta l'operazione era seriamente compromessa.
Già
dalle prime luci dell'alba del 17 aprile, gli
uomini del Secondo Battaglione speravano che il
comando decidesse subito il reimbarco. Il
Secondo Battaglione era formato quasi
esclusivamente di studenti ed ex studenti delle
università cattolica e di stato di La Habana,
giovani in grado di analizzare le situazioni e
trarne delle conclusioni; per la maggioranza
essi appartenevano a famiglie ricche, non
avevano alcuna vocazione eroica e molto scarsa
preparazione militare. Dal comando della Brigata
giunsero ripetute sollecitazioni a sbrigarsi. Il
comando del Secondo Battaglione chiese rinforzi
in sostituzione del Quinto Battaglione andato
perduto, e gli fu promesso che una parte delle
riserve disponibili sarebbero subito accorse
lungo la strada costiera che corre da Playa Girón
a Playa Larga, il che in seguito avvenne.
Questa
strada cominciava già a essere la grande
preoccupazione del comando della Brigata da
sbarco. Era chiaro che se il nemico fosse
riuscito a tenere aperta la strada attraverso la
Ciénaga, cosa ormai molto probabile, e fosse
riuscito a prendere Playa Girón, avrebbe potuto
attaccare Playa Larga percorrendo la strada
costiera: questo avrebbe significato il
fallimento dello sbarco.
A
Playa Girón, lo sbarco era stato più regolare.
C'era stata anche a Playa Girón una resistenza
dei plotoni di sorveglianza costiera castristi,
ma i primi reparti sbarcati formati da uomini
d'una certa esperienza militare non s'erano
ingannati sulla consistenza reale della forza
nemica, cosicché avevano potuto attestarsi e
ripulire la spiaggia in breve tempo. L'unico
incidente degno di nota era stato l'affondamento
di uno dei mezzi da sbarco che aveva urtato
contro una roccia non segnalata.
La
celerità delle operazioni di sbarco aveva
consentito di portare a terra tutti gli uomini
prima che facesse giorno, di prendere subito
l'aeroporto di Playa Girón e di spingere le
pattuglie avanzate nelle direzioni previste,
sulle strade che attraversano la Ciénaga de
Zapata.
Anche
il lancio dei paracadutisti era avvenuto
regolarmente, all'alba, in tre gruppi. Il primo,
come si è già detto, era sceso sulla strada da
Playa Larga a Central Australia, alle spalle del
battaglione dei miliziani castristi di
Cienfuegos, per tagliargli la ritirata e i
rifornimenti, e agevolare il Secondo Battaglione
nella sua avanzata. Il luogo del lancio era
stato scelto all'ultimo momento. In origine,
secondo il piano di operazioni, questo reparto
di paracadutisti avrebbe dovuto essere lanciato
molto più a nord, ma il ritardo nello
svolgimento del piano aveva indotto i capi
controrivoluzionari a lanciarlo in modo che
potesse attaccare subito alle spalle l'ostinato
battaglione di Cienfuegos. A causa della scarsa
preparazione, la zona di lancio era stata
sbagliata e una parte dei paracadutisti era
caduta in piena palude, affondando nel fango.
Ciononostante, il reparto aveva preso possesso
della strada e stava trasmettendo con la radio
che si attestava a difesa in attesa di essere
investito dalle sopraggiungenti colonne di
miliziani castristi.
Il
secondo gruppo di paracadutisti era sceso sulla
strada che da San Blas va a Covadonga, e il
terzo sulla strada che va da San Blas a Yaguaramás,
le altre due principali vie di attraversamento
della grande palude. San Blas era caduta nelle
mani della Brigata. Le truppe stavano
fortificando il nodo stradale di San Blas.
Su
queste strade, il lancio dei paracadutisti aveva
tagliato fuori piccoli reparti di miliziani
contadini e carbonai che, secondo gli ordini di
Castro, stavano accorrendo, a piedi, per
impegnare le colonne controrivoluzionarie in
avanzata. Plotoni di miliziani isolati dentro
alla Ciénaga, erano stati agganciati dalle
truppe controrivoluzionarie in località Cayo
Ramona, ma non erano eliminabili a causa della
loro estrema agilità di manovra sul terreno
paludoso.
In
teoria, il controllo di queste strade attraverso
la Ciénaga era effettivo, tuttavia il problema
era ora di sapere se ci sarebbe stato il tempo
di consolidare i caposaldi all'ingresso della
palude, di fortificare i punti di resistenza e
operare sulla strada le distruzioni che
avrebbero impedito all'avversario l'uso di
truppe corazzate.
Nei
piani, l'occupazione delle centrali zuccheriere
di Central Australia e Covadonga era ritenuta
importante. Gli edifici delle centrali,
all'ingresso delle strade che attraversano la Ciénaga,
potevano essere tramutati in fortilizi.
Ora,
nessuna delle due centrali si trovava nelle mani
dei controrivoluzionari. I paracadutisti
comunicavano di trovarsi a circa un chilometro e
mezzo di distanza dalla centrale di Covadonga e
di avere incontrato resistenza. (In realtà la
centrale di Covadonga in quel momento era difesa
da soli undici uomini). Central Australia era
ben lontana per il momento dall'essere
investita, poiché la strada di Playa Larga era
sbarrata dal battaglione di Cienfuegos.
L'aviazione
stava comunicando che un intenso movimento di
truppe verso il fronte era in atto nella
retrovia avversaria. Mentre gli aerei di Castro
attaccavano le navi, l'aviazione
controrivoluzionaria doveva essere impiegata
esclusivamente per appoggiare la fanteria nella
sua manovra di consolidamento della testa di
ponte. Il comando della Brigata di Playa Girón
tempestava di avvisi radio il quartier generale
dell'invasione perché si convincessero gli
americani a dare il loro appoggio aereo. Era una
questione di ore. O questo appoggio veniva o lo
sbarco poteva essere considerato fallito.
Le
navi restarono cosi senza la protezione
dell'aviazione che
dovette attaccare invece a terra tutti i
reparti della Milizia e dell'Ejército Rebelde
(Ejército Rebelde è la denominazione assunta
dalle formazioni di combattenti castristi sulla
Sierra Maestra. L'Ejército Rebelde inquadra
oggi la truppa d'assalto in unità formate di
veterani della Rivoluzione) che stavano
accorrendo verso la zona dello sbarco. Gli
spezzonamenti e i mitragliamenti si susseguirono
nell'intento di ritardare la marcia delle
formazioni castriste. La Brigata aveva bisogno
di tempo per rimuovere gli ostacoli che aveva
incontrato sulle strade dell'invasione e
annientare i focolai di resistenza. La radio di
Playa Girón stava comunicando continuamente
queste difficoltà al quartier generale e
informava che il nemico era assai combattivo. Le
defezioni previste dal servizio informazioni non
si erano affatto verificate. Esercito e milizia
sembravano essere completamente fedeli a Castro.
VII
Gli
annunci pessimistici della radio del comando di
Playa Girón non avevano fatto molta impressione
al quartier generale dell'invasione situato in
un luogo imprecisato dei Caraibi, dato che alle
8:05 1'Associated Press trasmetteva la seguente
notizia urgente:
"Fort
Lauderdale (Florida) 17 - Due capi del movimento
rivoluzionario anticastrista negli Stati Uniti,
José Miró Cardona e Antonio De Varona sono in
viaggio per Cuba e sbarcheranno nell'isola non
appena le truppe ribelli avranno stabilito una
testa di ponte. Lo hanno reso noto oggi fonti
degli esiliati cubani. Cardona è presidente del
movimento e De Varona è il coordinatore del
Fronte Democratico Rivoluzionario".
Poco
più tardi, alle 9:09, un'altra informazione
dettata dal governo cubano in esilio diceva:
"Washington, 17 - Gli esiliati cubani hanno
dichiarato che la grande macchina che dovrà
abbattere il regime di Fidel Castro è entrata
in azione. Secondo gli esiliati cubani,
l'invasione ha preso terra in tre punti. Gli
esiliati hanno informato che le forze
anticastriste che si trovano dentro Cuba hanno
mantenuto contatto con i gruppi di opposizione
che si trovano fuori Cuba. Poco prima che le
comunicazioni telefoniche fra Stati Uniti e Cuba
fossero interrotte stanotte, messaggi in codice
informavano che gruppi di invasione erano giunti
alla costa dell'isola sabato notte senza avere
incontrato resistenza. Pare che un gruppo di
invasori sia sbarcato sulla costa sud di Cuba,
nella provincia di Matanzas, a Playa Larga nella
Bahía de Cochinos. Le fonti degli esiliati
hanno informato che questa unità ha incontrato
una certa resistenza da parte delle forze
castriste, ma che stava realizzando progressi.
Gli esiliati hanno dichiarato che molti dei
miliziani di Castro, cosi come soldati
dell'Esercito e della Marina, si sono uniti agli
invasori e che Santiago de Cuba, città che si
trova all'estremo orientale dell'isola, potrebbe
a quest'ora essere già nelle mani degli
invasori".
Ma
a quell'ora, parecchie cose erano già chiare a
Playa Girón, e sia San Román che Artime
sapevano perfettamente che a causa della breccia
rimasta aperta sul fianco di Playa Larga
l'invasione aveva almeno il cinquanta per cento
di probabilità di terminare in una catastrofe.
Essi avevano anche già comunicato i loro dubbi.
Sembra quindi inspiegabile che si diffondessero
queste notizie scientemente false, il cui
risultato non poteva essere che quello di fare
apparire in seguito più grande lo smacco degli
invasori della controrivoluzione. Per tutta la
giornata il mondo avrebbe ricevuto una serie di
annunci strabilianti quanto infondati.
Forse
le due macchine, quella bellica e quella
propagandistica, procedevano ciascuna per conto
proprio ma anche questo manca di una vera
logica. Infatti, la macchina propagandistica era
controllata dagli americani, i quali non avevano
alcun interesse a che le notizie false fossero
diffuse, dato che in caso di sconfitta la
perdita di prestigio più grave sarebbe stata
loro.
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