L´ULTIMA LETTERA DI BUCHARIN A STALIN


di Jean-Michel Krivine




Pubblichiamo di seguito una lettera rimasta "rigorosamente privata" per 56 anni. Prese a circolare clandestinamente in Unione sovietica nel 1991 La rivista Istotchnik ("La fonte") la portava a conoscenza dei lettori per la prima volta nel 1992. Una prima versione francese uscì come traduzione da la Stampa, poi ne apparve un´altra dal testo russo presentata da Nicolas Werth nel 1999 in Le debat, poi in Le communisme (rivista diretta da S. Courtois - n. 61, I trim. 2000). Il testo originale si conserva nei fondi dello speciale dipartimento del Comitato centrale presso gli Archivi presidenziali, dal novembre 1938.
Si tratta dunque di una rarità: è l´ultima lettera scritta da N. Bucharin a Stalin, nel dicembre 1937, tre mesi prima del processo ma dopo oltre dieci mesi dall´arresto Non la conosceva nessuno, neppure la vedova, Anna Larina, che non ne parla nelle Memorie, scritte nel 1989, che descrivono il marito come un uomo che, se aveva orrore della doppiezza, aveva un "carattere complicato", era molto emotivo e spesso politicamente disorientato.

Chi era Bucharin?

Era sicuramente stato uno dei più popolari tra i leader bolscevichi dell´epoca della rivoluzione. Nella sua famosa Lettera al Congresso del 24 dicembre 1922, Lenin gli rende omaggio definendolo "un teorico dei più notevoli e di grandissimo valore", che godeva "a buon diritto dell´affetto di tutto il Partito". In seguito Lenin avanza qualche riserva sui suoi orientamenti teorici ("non ha mai capito a fondo la dialettica"). Bucharin sarà caratterizzato dalle sue oscillazioni permanenti: dopo aver fatto parte dell´Opposizione di sinistra che rifiuterà la pace separata con la Germania proposta da Lenin nel 1918 (la famosa "pace di Brest-Litovsk"), si schiererà con il triumvirato di Stalin-Zinovev-Kamenev che avrebbe regnato sul partito per due anni dopo la morte di Lenin nel gennaio del 1924. Era il periodo della Nep (Nuova politica economica), avviato nel 1921, la cui rigida applicazione aveva favorito il rinascere di una nuova borghesia, soprattutto nelle campagne. Nel 1926-27 Zinovev e Kamenev si schiereranno momentaneamente con Trotskij e l´Opposizione di sinistra , che chiedevano che si cominciasse progressivamente a collettivizzare l´agricoltura e a pianificare l´economia. Bucharin rimane fedele a Stalin. Ma quando quest´ultimo riprende, come caricatura, le proposte dell´Opposizione di sinistra e quando effettua la brusca svolta del 1928 verso la collettivizzazione forzata e la pianificazione generalizzata, Bucharin continua a sostenere la linea precedente del "socialismo a passi da tartaruga", appoggiandosi a Tomski (il decano del movimento sindacale bolscevico) e a Rykov (il successore di Lenin alla presidenza del Consiglio dei commissari del popolo). Costituiscono allora l´"opposizione di destra", ma non per molto. Costretti a capitolare e ad ammettere i propri errori, si pentiranno. Bucharin si dedicherà allora all´Accademia delle Scienze. Tornerà ad avere una responsabilità politica solo nel 1934, quando diventerà redattore capo delle Izvestia ("Le notizie").
Denunciato da alcuni imputati nel primo processo di Mosca, in cui comparivano Zinovev e Kamenev, nell´agosto del 1936, verrà considerato sospetto, indagato, permanentemente spiato, interrogato a più riprese, minacciato, reso sempre più fragile e alla fine espulso dal partito e arrestato alla fine di febbraio del 1937, durante una seduta del Plenum del Comitato centrale.
La moglie riferisce che, qualche giorno prima dell´arresto, che si aspettava, le consegnò una lettera "Alla futura generazione dei dirigenti del Partito", chiedendole di impararla a memoria e poi di distruggerla. In essa difendeva la propria onorabilità, sosteneva di non avere più divergenze con la direzione ormai da sette anni e metteva in discussione i servizi segreti, "organizzazione degenerata di burocrati senza ideali, moralmente frustrati ma lautamente remunerati". Su Stalin è molto riservato: quei burocrati "si coprono con la passata autorità della Ceka al solo scopo di alimentare la diffidenza morbosa di Stalin (ho paura di dire di più)". E concludeva con questo volo lirico: "Sappiate, compagni, che sulla bandiera che voi sorreggete, in marcia trionfale verso il comunismo, c´è anche una goccia del mio sangue!".
Anna Larina sostiene che la lettera, da lei conservata a memoria per decenni e poi finalmente riscritta, venne per sua iniziativa trasmessa al Comitato centrale del Pcus per la prima volta nel 1961, quando aveva richiesto a più riprese la riabilitazione del marito. Occorrerà aspettare il 1998 perché Gorbacev ne autorizzasse la riabilitazione "giuridica".
I tre processi di Mosca si svolgeranno dal 1936 al 1938 nella Casa dei sindacati. Vi furono processate e condannate cinquantaquattro persone, la maggior parte delle quali furono poi fucilate. Fra queste, tutti i membri dell´Ufficio politico dell´epoca di Lenin, tranne Stalin (e Trotskij, l´imputato principale, che però si trovava all´estero). Tutti confesseranno i peggiori crimini: atti di terrorismo per impadronirsi del potere, atti di sabotaggio per restaurare il capitalismo con l´aiuto dei servizi segreti tedeschi e giapponesi, assassini in serie (Kirov nel 1934, Gorki nel 1936, il figlio ed altri). Le accuse si fanno sempre più gravi via via che i processi si susseguono. La maggior parte degli imputati rifiutano l´assistenza degli avvocati e chiedono le punizioni più severe, che verranno loro generosamente concesse.

Perché le confessioni?

Si tratta di una domanda non nuova, cui si sono date molte risposte, una delle più famose delle quali è quella proposta da Arthur Koestler nel romanzo Mezzanotte nel secolo, scritto nel 1939, in cui la figura dell´imputato Rubachov si ispira fortemente a Bucharin: certamente, i metodi violenti si aggiungono all´intimidazione psicologica, ma la confessione diventa il modo supremo di servire la rivoluzione quando il rivoluzionario non ha più niente da offrire se non il suo onore di comunista. Non era molto convincente, come avrebbe fatto notare la storica Annie Kriegel, ex stalinista d´assalto, perché anche non comunisti hanno confessato "tutto" (i menscevichi nel 1931 o i capi religiosi delle democrazie popolari dopo la guerra); d´altronde, quando il PCF ha organizzato i propri "processi di Mosca a Parigi" a partire dagli anni ´50 (i casi Marty-Tillon, Lecoeur, ecc.) nessun imputato confessò crimini immaginari. Annie Kriegel, che conosceva bene le cose dall´interno, ha scritto nel 1972 l´appassionante I Grandi processi nel sistema comunista (Gallimard, Parigi) la cui lettura è sempre attuale, se si prescinde dalla riconferma della sua opinione che il sistema staliniano fosse conforme alla "essenza originaria del bolscevismo". Probabilmente, questa convinzione le ha permesso di ignorare completamente gli scritti di Trotskij sui processi di Mosca e sulle relative confessioni. Dal 1936, immediatamente dopo il primo processo, il figlio di Trotskij, Leon Sedov, redigeva il Libro rosso sul processo di Mosca (Les cahiers di CERMTRI, n. 86, settembre 1997), per una pubblicazione del Partito operaio internazionalista, in tiratura contenuta. La spiegazione delle confessioni non è quella di Koestler: "No, sul banco degli imputati c´erano soltanto le ombre dello Smirnov della guerra civile o dello Zinovev dei primi anni dell´Internazionale comunista. Sui banchi degli imputati c´erano uomini infranti, schiacciati, finiti. Prima di ucciderli fisicamente, Stalin li aveva spezzati moralmente". Dopo aver mostrato come Stalin avesse raggiunto i propri fini "con prudenza, progressivamente, sospingendo la gente gradatamente, sempre più in basso", prosegue: "Per questo è superficiale paragonare il comportamento degli imputati di Mosca a quello tenuto di fronte ai carnefici fascisti da alcuni coraggiosi militanti. Questi non erano frustrati da un decennio di predominio stalinista; non erano isolati come le vittime di Stalin, sentivano dietro di sé il sostegno del proletariato mondiale". Infine, Sedov fa notare che solo i militanti piegati hanno avuto diritto al processo; gli altri, molto più numerosi, sono stati fucilati o sono scomparsi e non se ne conosce la sorte.
Quanto a Trotskij, dopo il secondo processo (quello di Piatachov, Radek, ecc.), nel 1937, scrive I Crimini di Stalin, in cui completa le spiegazioni precedenti e preannuncia l´arrivo di un prossimo processo: "Gli ingenui domandano: come fa Stalin a non avere paura che le vittime denuncino il falso in udienza? Un rischio del genere è del tutto insignificante. La maggior parte degli imputati tremano non solo per sé, ma anche per i propri familiari. Non è facile decidersi a sfruttare l´udienza per la denuncia se si ha una moglie, un figlio, una figlia, nelle mani della GPU. Non ci sono state torture fisiche. Le confessioni "spontanee" di ogni imputato sono la semplice prosecuzioni delle sue abiure precedenti. Come  convincere il pubblico e l´umanità intera che per dieci anni non si è fatto altro che calunniare se stessi?".


Tragico ingranaggio

Bucharin arriverà nella sua lettera a Stalin a sostenere "la grande e audace idea di purga generale" pur ricordando a se stesso di essere innocente dei crimini che ha ammesso in fase istruttoria. Quei crimini li ha "riconosciuti" solo tardivamente. Molto istruttivo al riguardo è leggere le cinque lettere precedenti quella a Stalin, redatte tra fine agosto 1936 e fine gennaio 1937 (in Communisme, cit.). Nei cinque mesi precedenti l´arresto si difende come un poveraccio e si abbassa fino ad approvare al cento per cento la liquidazione dei compagni dopo il primo processo di Mosca: "Che quei farabutti siano stati fucilati, bene: l´aria è diventata subito pura. E il processo avrà avuto forti ripercussioni sul piano internazionale" (Lettera ai membri dell´Ufficio politico, 27 agosto 1936), "ma se non credete a ciò che ha detto Kamenev, quel cinico assassino, quell´essere ignobile, quella carogna, perché allora accettate risoluzioni che votano organizzazioni del Partito (come quella di Kiev) che `ero al corrente´ di non so che cosa? (Lettera a Voroscilov, 31 agosto 1936). "Voglio assicurarti ancora una volta, Viaceslav Michailovic, e assicurare voi tutti: qualsiasi cosa facciate di me, sappiate che non avrò mai il minimo risentimento, il minimo rancore verso la direzione del Partito, perché capisco perfettamente tutta la complessità della situazione" (Lettera a Molotov, 1 dicembre 1936). "Niente e nessuno mi costringerà a dire `sì´ se la verità è `no´. [...] La menzogna può uccidermi, ma non mi costringerà mai ad autocalunniarmi" (Bozza di Lettera a Stalin, 16 gennaio 1937. Non si sa se Bucharin l´abbia mai spedita al destinatario).
Dieci mesi dopo è spezzato e durante il processo, che si terrà dal 2 al 13 marzo 1938, quello del "Blocco dei destri e dei trotskisti", si dichiarerà responsabile di tutti gli atti commessi dai coimputati, pur non avendovi partecipato direttamente.
L´ultima Lettera a Stalin rappresenta l´illustrazione del tragico ingranaggio in cui finisce chi comincia a rinnegare le proprie idee, convinto che si tratti solo di un male temporaneo e che si potrà sempre riaffermarle in tempi migliori.
L´autore di queste righe ha avuto la fortuna di incontrare Anna Larina a Parigi nel 1990 e poi di andarla a trovare a Mosca il 19 aprile del 1991. Aveva appena saputo di questa lettera ed era sconvolta: "Perché ha scritto una cosa simile? Certamente, ci teneva alla vita, eppure!".
(da "Inprecor", n. 475/476, ottobre-novembre 2002)



N. I. Bucharin
LETTERA A STALIN
[Dagli Archivi della Presidenza del Pcus, f.3, inv.24, dos.427, f. 13-18, pubblicato in Istocnik, 1993. Le note dono di N. Wert - Traduzione dal francese, da Inprecor, n. 475-476, ottobre-novembre 2002]

Rigorosamente privata
Personale
Chiedo che nessuno legga questa lettera [sottolineature dell´A.] senza l´autorizzazione di V. Stalin.
A I. V. Stalin
Josif Vissarionovitch!
Ti scrivo questa lettera, che è sicuramente la mia ultima lettera, benché mi trovi in stato di arresto, senza formalismi, tanto più che la scrivo solo per te e la sua esistenza o meno dipenda solo da te...
Oggi si chiude l´ultima pagina della mia tragedia e, forse, della mia vita. Ho esitato a lungo prima di scrivere, tremo per l´emozione, migliaia di sensazioni mi travolgono e riesco a controllarmi a fatica. Ma proprio perché mi trovo sull´orlo dell´abisso voglio scrivere questa lettera di addio, finché sono in tempo, finche riesco a scrivere, finché i miei occhi sono ancora aperti e il mio cervello funziona.
Perché non vi siano malintesi, voglio dirti subito che per il mondo esterno (la società):
1. Non ritratterò pubblicamente niente di quanto ho scritto durante l´istruttoria.
2. Non ti chiederò niente su questo, e tutto quel che ne discende, non implorerò nulla che possa deviare la faccenda dal corso che sta seguendo.
Ti scrivo solo per tua informazione personale, non posso abbandonare questa vita senza averti scritto queste poche ultime righe, perché sono tormentato da diverse cose che devi conoscere:
1. Trovandomi sull´orlo del baratro da cui non c´è ritorno, ti do la mia parola d´onore che sono innocente dei crimini che ho ammesso nel corso dell´istruttoria.
2. Facendomi l´esame di coscienza, posso aggiungere a tutto quello che ho già detto al Plenum [il Plenum del CC svoltosi dal 23 febbraio al 5 marzo 1937, al termine del quale Bucharin e Rychov furno arrestati] quanto segue, e cioè:
a) Un giorno ho sentito parlare della critica rivolta, mi sembra, da Kuzmin [V. Kuzmin: giovane economista vicino alle idee di Bucharin. Kuzmin come Aichenwald facevano partesi una cerchia di economisti che si riunivano periodicamente, agli inizi degli anni Trenta, intorno a Bucharin. In una di queste riunioni, nel 1932 o 1933, Kuzmin avrebbe detto che bisognava eliminare fisicamente Stalin. Nel 1933 la maggior parte dei "giovani economisti buchariniani" furono arrestati dalla Gpu e condannati a morte nel 1937-1938.], ma non mi è mai venuto in mente di dargli la minima importanza.
b) Su quella riunione [v. sopra] di cui non sapevo niente (idem per quanto riguarda la piattaforma di Riutin [Nel 1932, Martemian Riutin redasse due testi molto critici sulla politica di Stalin dal 1929: una "piattaforma politica" dal titolo "Stalin e la crisi della dittatura proletaria" e un appello "A tutti i membri del partito". Arrestato dalla Gpu, fu condannato a una pesante pena di detenzione in un campo. Stalin avrebbe voluto che lo si condannasse a morte, ma gli altri membri dell´Ufficio politico si opposero a questa misura estrema, fino allora mai applicata a nessun dirigente politico.]. Me ne ha appena accennato Aichenvald, per strada, post factum ("i giovani si sono riuniti, hanno fatto un´esposizione"), o qualcosa del genere. Èvero, ammetto di averlo nascosto, ho avuto pietà dei "giovani".
c) Nel 1932, ho fatto il doppio gioco con i miei "discepoli": Pensavo sinceramente o che li avrei riportati completamente sulla retta via del Partito, o li avrei allontanati. Tutto qui. H appena finito di emendare la mia coscienza fin nei minimi dettagli, Tutto il resto, o non c´è stato o, se c´è stato, non ne sapevo niente.Al Plenum ho detto la verità, tutta la verità, ma nessuno mi ha creduto. E ora ti ripeto questa assoluta verità: in tutti gli ultimi anni ho seguito onestamente e sinceramente la linea del Partito e ho imparato, nel mio animo, a rispettarti e ad amarti.
3. Non avevo altra "soluzione" che confermare le accuse e le testimonianze degli altri e svilupparle; diversamente, si sarebbe potuto pensare che io non "cedevo".
4. A parte le circostanze esterne e la considerazione 3 (sopra riportata), ecco il risultato delle mie riflessioni su tutto quel che succede, ecco la conclusione cui sono arrivato. C´è la grande e audace idea dell´epurazione generale a) in rapporto alla minaccia di guerra, b) in rapporto al passaggio alla democrazia. Questa epurazione tocca a) i colpevoli, b) gli elementi dubbi, c) i potenziali elementi equivoci. Non può evidentemente non riguardarmi. I primi sono messi in condizione di non nuocere in un modo, gli altri in un altro e i terzi in un altro ancora. In questo modo la direzione del Partito non corre alcun rischio, si dota di una totale garanzia.
Ti prego, non pensare che ragionando così tra me e me io ti rivolga qualche rimprovero. Sono maturato, capisco che i grandi progetti, le grandi idee, i grandi interessi sono più importanti di tutto, che sarebbe meschino mettere il problema della mia miseranda persona sullo stesso piano di questi interessi di importanza mondiale e storica, che gravano soprattutto sulle tue spalle.
Ed ecco ciò che mi tormenta di più, il paradosso più insopportabile:
5) Se fossi assolutamente sicuro che tu veda le cose come me, allora la mia anima sarebbe sgombra di un peso tremendo. Ebbene, che fare? Se è necessario, è necessario! Ma credimi, il mio cuore sanguina al solo pensiero che tu possa credere nella realtà dei miei crimini, che tu possa credere dal fondo alla tua anima, che io sia veramente colpevole di quegli orrori. Se così fosse, che cosa vorrebbe dire) Vorrebbe dire che io stesso contribuisco alla rovina di una serie di persone (a partire da me stesso), che faccio il Male consapevolmente! In questo caso, non si spiega più niente. E tutto si ingarbuglia nella mia mente e ho voglia di urlare e di sbattere la testa contro il muro! In questo caso, infatti, sono io a causare la rovina degli altri. Che fare? Che fare?
6. Non provo un oncia di risentimento. Non sono cristiano. Certo, ho le mie stranezze. Ritengo di dovere espiare per gli anni in cui ho ralmente condotto una battaglia di opposizione contro la Linea del Partito. Sai, quello che più mi tormenta in questo istante è un episodio che forse hai dimenticato. Un giorno, probabilmente era durante l´estate del 1928, ero da te e mi hai detto: "Sai perché ti sono amico? Perché tu sei incapace di tramare contro chiunque". Concordo, e subito dopo corro da Kamenev ("primo incontro"). Mi creda o no, è questo episodio che mi tormenta, è il peccato originale, il peccato di Giuda. Dio mio! Che imbecille, che stupido ero allora! E adesso, espio per tutto questo al prezzo del mio onore e della mia vita. Perdonami, per questo, Koba. Scrivo e piango. Non mi importa più niente, e lo sai bene: non faccio che aggravare la mia sorte, scrivendoti tutto questo. Ma non posso tacere, senza chiederti per l´ultima volta perdono. Per questo non sono in collera con nessuno, né con la direzione del Partito, né con gli istruttori, e ti chiedo ancora una volta perdono, benché sia punito in modo che tutto ormai è solo tenebre...
7. Quando avevo alcune allucinazioni, ti ho visto varie volte e una volta ho visto Nedajda Serguievna [si tratta di N. S. Allilueva, la moglie di Stalin, suicidatasi nel 1932]. Si è avvicinata a me e mi ha detto: "Che cosa vi hanno fatto, N. I.? Vado a dire a Jossif che venga ad aiutarvi". Era tutto così reale che ho fatto un balzo e ho sentito il bisogno di scriverti perché... venga ad aiutarmi! La realtà si mescolava male di te e non ha caso il nio inconscio infelice ti ha chiamato alla mia riscossa. Quando penso alle ore che abbiamo passato a discutere insieme... Dio mio, perché non c´è un apparecchio che ti permetta di vedere la mia anima lacerata, dilaniata come da becchi d´uccello! Se solo tu potessi vedere come sono intimemamente affezionato a te, non come tutti gli Stetski e Tal´ èAlexis Steski, redattore capo della rivista Bolchevik; Boris Tal´ responsabile del dipartimento "Stampa" del Comitato centrale e vieredattore capo delle Izvestia.] Suvvia, perdonami per tutta questa "psicologia". Non c´è piàù Angelo che possa stornare la spada di Abramo! Che i Destino si compia!
8) Permettimi, infine, dichiudere con queste ultime, piccole richieste:
a) Preferirei mille volte morire che sopportare il processo che mi attende. Non so come potrò vincere il mio carattere, tu lo conosci. Non sono un nemico del Partito, né un nemico dell´Urss, e farò tutto ciò che potrò, ma, viste le circostanze, le mie forze sono scemate e sensazioni dolorose affluiscono nell´animo mio. Tralasciando ogni sentimento di dignità e di vergogna, sono disposto a mettermi in ginocchio e a implorarti di evitaremi questo processo. Sicuramente, però, non c´è più niente da fare e io ti chiedo, se è ancora possibile, di permettermi di morire prima del processo, anche se so che, su questo, tu sei severissimo.
b) Se è una sentenza di morte quella che mi attende, ti prego, ti supplico in nome di ciò che ti è caro, di non farmi fucilare, voglio assumere da solo del veleno (dammi della morfina, per addormentarmi e non svegliarmi più). Questo è un aspetto per me molto importante, sto cercando le parole per supplicarti: politicamente, questo non farà torto a nessuno, nessuno lo saprà. Ma almeno lasciami vivere gli ultimi istanti come voglio. Abbi pietà! Visto che mi conosci bene, capisci cosa voglio dire. A volte, guardo la morte con occhi lucidi e so bene di essere capaci di atti di coraggio. Eppure, a volte, questo mio stesso io è così debole, così infranto che non è più capace di nulla. Allora, se devo morire, voglio una dose di morfina, te ne supplico...
c)Voglio poter dire addio a mia moglie e a mio figlio, non a mia figlia. Ho pietà di lei, sarebbe troppo duro per lei. Quanto ad Aiuta, è giovane, supererà la cosa, e poi ho voglia di dirle addio. Ti chiedo di poterla incontrare prima del processo. Perché? Quando chi mi è vicino sentirà ciò che ho confessato, potrebbe mettere fine ai suoi giorni. Devo prepararli in qualche modo. Penso sarebbe meglio anche nell´interesse della vicenda, della sua interpretazione ufficiale.
d) Se mai mi venisse risparmiata la vita, vorrei (ma dovrei parlarne con mia moglie) andare in esilio in America per X anni. Argomenti a favore: farei campagna sui processi, condurrei una a morte contro Trotskij, riavvicinerei a noi vastistrati intellettuali, sarei in pratica l´anti-Trotskij e condurrei tutta la faccenda con formidabile entusiasmo. Potreste inviare insieme a me un cechista sperimentato e, come ulteriore garanzia, potreste tenere in Urss mia moglie in ostaggio per sei mesi, il tempo perché possa dimostrare nei fatti come taglio la gola a Trotsky & C., ecc.
Se avessi anche solo un atomo di dubbio su questa variante, mandami anche per venticinque anni in esilio a Petchora o alla Kolyma, in un campo. Vi organizzerei un´università, un museo, una stazione tecnica, degli istituti, una galleria d´arte, un museo etnografico, un museo zoologico, un giornale del campo. In una parola, condurrei un lavoro pionieristico di base, fino alla fine dei miei giorni, insieme alla mia famiglia. Per la verità, non ho quasi speranza, poiché il semplice fatto del cambiamento di direttiva del Plenum di febbraio è gravido di significato (e vedo bene che il processo non avrà luogo domani).
Ecco dunque le mie ultime richieste (ancora: il lavoro filosofico, che è rimasto a casa mia, contiene parecchie cose utili).
Iossif Vissarionovich! Tu hai perso con me uno dei tuoi generali più capaci e devoti. Va bene, è acqua passata. Ricordo quel che Marx scriveva a proposito di Barclay de Tolly, accusato da Alessandro I di averlo tradito. Diceva che l´imperatore si era privato di un eccellente collaboratore. Con che amarezza ci penso! Mi preparo interiormente a lasciare questa vita, e non provo, verso voi tutti, verso il Partito, verso la nostra Causa, nient´altro che un sentimento di immenso amore senza limiti. Farò tutto ciò che è umanamente possibile e impossibile. Ti ho scritto su tutto. Su tutto o messo il puntino sulle i. L´ho fatto in anticipo, perché non so in che stato sarò domani, dopodomani, ecc.
Ora invece, con la testa pesante e le lacrime agli occhi, sono ancora in grado di scrivere. La mia coscienza è pura davanti a te, Koba. Ti chiedo un´ultima volta perdono (un perdono spirituale).Ti abbraccio, nel pensiero. Addio per i secoli dei secoli e non serbare rancore all´infelice che sono. N. Bucharin (10 dicembre 1937).


Gli ultimi anni di Stalin, visti dall´interno dell´Urss


di Antonio Moscato



L´utilizzazione giornalistica scorretta di qualche documento offerto a buon prezzo agli studiosi occidentali dopo l´apertura degli Archivi dell´Urss (ma in fondo si trattava di un solo vero caso di ricostruzione poco scrupolosa di una frase in un documento poco leggibile da parte di uno storico fino a quel momento ineccepibile), ha portato a una diffidenza esagerata su tutto quel che proviene da quegli archivi, che invece hanno cominciato ad essere studiati sistematicamente da ricercatori russi del tutto rispettabili.
Un esempio ottimo è il libro di Elena Zubkova, Quando c´era Stalin, il Mulino, Bologna, 2003, che utilizza in modo rigoroso sia la saggistica russa e sovietica precedente, sia la memorialistica pubblicata largamente nel momento di maggiore slancio della glasnost, ma soprattutto una fonte particolarmente interessante: le lettere inviate spontaneamente dai cittadini sovietici al Comitato centrale o direttamente a Stalin, quelle indirizzate alla redazione della rivista "Novyi mir" che tra il 1953 e il 1957 rappresentò il punto di riferimento più importante per il rinnovamento della società sovietica, e la posta intercettata, esaminata e utilizzata (spesso con esiti tragici per gli autori) dalla censura militare dell´apparato statale di sicurezza durante la guerra e nel periodo immediatamente successivo.
Con maggiori cautele, ma con non minore interesse, la Zubkova utilizza gli studi sulla pubblica opinione condotti dagli organi di governo, al momento di determinate campagne o su alcuni strati sociali, su scala nazionale o in certe regioni. Sono i dati sulla carestia del 1946-1947, e sulle condizioni terribili di vita, alloggio e lavoro nell´immediato dopoguerra (agghiaccianti i resoconti delle autorità sulla salute degli adolescenti che avevano rimpiazzato gli adulti nelle fabbriche, lavorando 10 o 12 ore in condizioni analoghe a quelle descritte da Engels o da Marx per l´Inghilterra della prima metà dell´Ottocento).
Anche sulla preparazione della riforma monetaria del 1947, ci sono pagine sorprendenti, sia sulle voci che la accompagnarono, sia sul suo aggiramento da parte dei burocrati che dovevano preparare nella massima segretezza la sostituzione della carta moneta circolante, ma che avvertirono tempestivamente i loro complici nelle malversazioni, che provvidero subito ad acquistare oro o beni di ogni genere, per sottrarre al controllo le somme accumulate illegalmente.
L´attenzione della Zubkova si concentra soprattutto sui mutamenti dell´opinione pubblica, dal revival della fede religiosa in genere e delle sette millenaristiche in particolare, alla straordinaria fioritura di iniziative studentesche indipendenti dalle strutture burocratizzate del Komsomol. Alcune di esse, iniziate con innocui giornalini di istituto e poi, dopo il loro divieto, proseguite con altrettanto innocenti fogli "clandestini", finirono per essere catalogate come attività controrivoluzionarie antisovietiche, e sanzionate con alcune condanne a morte e molte a dieci o anche venticinque anni di reclusione.
Naturalmente almeno le pene detentive realmente scontate furono meno lunghe di quelle comminate perché già nel 1953 (per iniziativa dello stesso Berija) e poi soprattutto nel 1956 la maggior parte dei detenuti (che secondo lo stesso Berija erano ancora due milioni e mezzo, e tra cui si moltiplicavano forme a volte durissime di insubordinazione e di rivolta), furono rilasciati. Ma il ritorno a casa degli ex deportati non fu tranquillo, sia perché molti, pur "riabilitati", continuavano a essere colpiti da vessazioni varie (ad esempio non potevano accedere a molti incarichi o iscriversi alle università), sia perché una parte della popolazione li guardava con sospetto.
La grande poetessa Anna Achmatova, dopo il XX Congresso, quando il processo di riabilitazione assunse caratteristiche di massa, osservò che "ora che i condannati stanno tornando , vi sono due Russie che si osservano, l´una di fronte all´altra: quella di coloro che finirono nei campi e quella di chi ve li mandò". La Zubkova osserva, concordando con lo storico Sarapov, che le Russie in realtà erano tre: c´erano anche coloro che non erano stati deportati, ma che non erano stati delatori o collaboratori dell´ingiustizia.
Una parte del libro si basa sui dibattiti che esplosero sulle riviste letterarie, e ovviamente soprattutto su "Novyi mir", con una partecipazione straordinaria dei lettori e con momenti pubblici di grande intensità (con la folla arrampicata sulle facciate per ascoltare almeno dalle finestre la discussione).
L´autrice riporta integralmente la lettera di un ingegnere che per decenni non aveva mai letto i romanzi criticati dalla "Pravda" e che in sanatorio - in mancanza di altro - aveva preso per la prima volta in mano "Novyi mir", rimanendo folgorato dal romanzo di Vasilij Grossman "Per la giustizia", che era stato stroncatissimo dalla critica ufficiale: in esso scopriva che "la gente è rappresentata come davvero è nella vita, e non secondo una qualche divisione precostituita tra buoni e cattivi".
Sorprendente anche la parte del libro dedicata alle elezioni del 1946, ovviamente con candidato unico, ma in cui nel pur relativo segreto dell´urna non pochi elettori riuscirono a scrivere commenti oltraggiosi sui candidati e in genere sui dirigenti. Peraltro non è neppure escluso che gli informatori drammatizzassero il fenomeno, magari per attribuire a ignoti contestatori quel che in segreto pensavano essi stessi. Più in generale l´autrice osserva in modo metodologicamente corretto che i sondaggi sullo stato d´animo delle masse possono essere distorti dal fatto che i funzionari preposti segnalavano probabilmente soprattutto le "idee pericolose" che richiedevano una particolare vigilanza anziché quelle banali e conformiste.
Ma la sensazione che la Zubkova riesce a trasmetterci è che in quegli anni di decompressione dopo la terribile esperienza della guerra ci fosse un´aspettativa profonda di cambiamento, che fu delusa e bruciò un´intera generazione. Tra cui, soprattutto, gran parte dei reduci dalle campagne vittoriose fuori dei confini sovietici, su cui si appuntò il sospetto che - sotto l´influenza di quel che avevano visto a Praga o Berlino - potessero rappresentare una nuova generazione "decabrista" (come quella che poco più di dieci anni dopo il ritorno dall´Europa occupata nel corso delle guerre contro Napoleone, tentò il primo moto rivoluzionario in Russia). Per questo su di loro, e ancor più su quelli che erano sopravvissuti ai lager nazisti (in cui erano finiti prigionieri spesso per gli errori dei loro superiori inetti), si concentrò la "vigilanza" e presto la repressione che doveva chiudere quella fase di speranze, in cui si erano manifestate per la prima volte dopo decenni le forze per cambiare gli assetti dell´Urss staliniana. Un´occasione sprecata allora, e ancor più nel 1956, per la "sindrome ungherese" che bloccò il "disgelo" e la grande fioritura di energie creative. Quando trent´anni dopo il processo riprenderà, sarà troppo tardi: le spinte alla ricerca di una soluzione socialista alla crisi erano state bruciate, o annegate nell´alcool o nelle sette religiose, il dissenso punito ed esasperato aveva imboccato quasi sempre la strada del rifiuto assoluto dell´esperienza rivoluzionaria e dell´imitazione subalterna delle idee proposte dall´Occidente capitalistico.

Elena Zubkova, Quando c´era Stalin. I russi dalla guerra al disgelo, il Mulino, Bologna, 2003, pp. 284, Euro 21.

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