L´ULTIMA
LETTERA DI BUCHARIN A STALIN
di Jean-Michel Krivine
Pubblichiamo di seguito una lettera rimasta
"rigorosamente privata" per 56 anni.
Prese a circolare clandestinamente in Unione
sovietica nel 1991 La rivista Istotchnik ("La
fonte") la portava a conoscenza dei lettori
per la prima volta nel 1992. Una prima versione
francese uscì come traduzione da la Stampa, poi
ne apparve un´altra dal testo russo presentata da
Nicolas Werth nel 1999 in Le debat, poi in Le
communisme (rivista diretta da S. Courtois - n.
61, I trim. 2000). Il testo originale si conserva
nei fondi dello speciale dipartimento del Comitato
centrale presso gli Archivi presidenziali, dal
novembre 1938.
Si tratta dunque di una rarità: è l´ultima
lettera scritta da N. Bucharin a Stalin, nel
dicembre 1937, tre mesi prima del processo ma dopo
oltre dieci mesi dall´arresto Non la conosceva
nessuno, neppure la vedova, Anna Larina, che non
ne parla nelle Memorie, scritte nel 1989, che
descrivono il marito come un uomo che, se aveva
orrore della doppiezza, aveva un "carattere
complicato", era molto emotivo e spesso
politicamente disorientato.
Chi era Bucharin?
Era sicuramente stato uno dei più popolari tra i
leader bolscevichi dell´epoca della rivoluzione.
Nella sua famosa Lettera al Congresso del 24
dicembre 1922, Lenin gli rende omaggio definendolo
"un teorico dei più notevoli e di
grandissimo valore", che godeva "a buon
diritto dell´affetto di tutto il Partito".
In seguito Lenin avanza qualche riserva sui suoi
orientamenti teorici ("non ha mai capito a
fondo la dialettica"). Bucharin sarà
caratterizzato dalle sue oscillazioni permanenti:
dopo aver fatto parte dell´Opposizione di
sinistra che rifiuterà la pace separata con la
Germania proposta da Lenin nel 1918 (la famosa
"pace di Brest-Litovsk"), si schiererà
con il triumvirato di Stalin-Zinovev-Kamenev che
avrebbe regnato sul partito per due anni dopo la
morte di Lenin nel gennaio del 1924. Era il
periodo della Nep (Nuova politica economica),
avviato nel 1921, la cui rigida applicazione aveva
favorito il rinascere di una nuova borghesia,
soprattutto nelle campagne. Nel 1926-27 Zinovev e
Kamenev si schiereranno momentaneamente con
Trotskij e l´Opposizione di sinistra , che
chiedevano che si cominciasse progressivamente a
collettivizzare l´agricoltura e a pianificare l´economia.
Bucharin rimane fedele a Stalin. Ma quando quest´ultimo
riprende, come caricatura, le proposte dell´Opposizione
di sinistra e quando effettua la brusca svolta del
1928 verso la collettivizzazione forzata e la
pianificazione generalizzata, Bucharin continua a
sostenere la linea precedente del "socialismo
a passi da tartaruga", appoggiandosi a Tomski
(il decano del movimento sindacale bolscevico) e a
Rykov (il successore di Lenin alla presidenza del
Consiglio dei commissari del popolo).
Costituiscono allora l´"opposizione di
destra", ma non per molto. Costretti a
capitolare e ad ammettere i propri errori, si
pentiranno. Bucharin si dedicherà allora all´Accademia
delle Scienze. Tornerà ad avere una responsabilità
politica solo nel 1934, quando diventerà
redattore capo delle Izvestia ("Le
notizie").
Denunciato da alcuni imputati nel primo processo
di Mosca, in cui comparivano Zinovev e Kamenev,
nell´agosto del 1936, verrà considerato
sospetto, indagato, permanentemente spiato,
interrogato a più riprese, minacciato, reso
sempre più fragile e alla fine espulso dal
partito e arrestato alla fine di febbraio del
1937, durante una seduta del Plenum del Comitato
centrale.
La moglie riferisce che, qualche giorno prima dell´arresto,
che si aspettava, le consegnò una lettera
"Alla futura generazione dei dirigenti del
Partito", chiedendole di impararla a memoria
e poi di distruggerla. In essa difendeva la
propria onorabilità, sosteneva di non avere più
divergenze con la direzione ormai da sette anni e
metteva in discussione i servizi segreti,
"organizzazione degenerata di burocrati senza
ideali, moralmente frustrati ma lautamente
remunerati". Su Stalin è molto riservato:
quei burocrati "si coprono con la passata
autorità della Ceka al solo scopo di alimentare
la diffidenza morbosa di Stalin (ho paura di dire
di più)". E concludeva con questo volo
lirico: "Sappiate, compagni, che sulla
bandiera che voi sorreggete, in marcia trionfale
verso il comunismo, c´è anche una goccia del mio
sangue!".
Anna Larina sostiene che la lettera, da lei
conservata a memoria per decenni e poi finalmente
riscritta, venne per sua iniziativa trasmessa al
Comitato centrale del Pcus per la prima volta nel
1961, quando aveva richiesto a più riprese la
riabilitazione del marito. Occorrerà aspettare il
1998 perché Gorbacev ne autorizzasse la
riabilitazione "giuridica".
I tre processi di Mosca si svolgeranno dal 1936 al
1938 nella Casa dei sindacati. Vi furono
processate e condannate cinquantaquattro persone,
la maggior parte delle quali furono poi fucilate.
Fra queste, tutti i membri dell´Ufficio politico
dell´epoca di Lenin, tranne Stalin (e Trotskij, l´imputato
principale, che però si trovava all´estero).
Tutti confesseranno i peggiori crimini: atti di
terrorismo per impadronirsi del potere, atti di
sabotaggio per restaurare il capitalismo con l´aiuto
dei servizi segreti tedeschi e giapponesi,
assassini in serie (Kirov nel 1934, Gorki nel
1936, il figlio ed altri). Le accuse si fanno
sempre più gravi via via che i processi si
susseguono. La maggior parte degli imputati
rifiutano l´assistenza degli avvocati e chiedono
le punizioni più severe, che verranno loro
generosamente concesse.
Perché le confessioni?
Si tratta di una domanda non nuova, cui si sono
date molte risposte, una delle più famose delle
quali è quella proposta da Arthur Koestler nel
romanzo Mezzanotte nel secolo, scritto nel 1939,
in cui la figura dell´imputato Rubachov si ispira
fortemente a Bucharin: certamente, i metodi
violenti si aggiungono all´intimidazione
psicologica, ma la confessione diventa il modo
supremo di servire la rivoluzione quando il
rivoluzionario non ha più niente da offrire se
non il suo onore di comunista. Non era molto
convincente, come avrebbe fatto notare la storica
Annie Kriegel, ex stalinista d´assalto, perché
anche non comunisti hanno confessato
"tutto" (i menscevichi nel 1931 o i capi
religiosi delle democrazie popolari dopo la
guerra); d´altronde, quando il PCF ha organizzato
i propri "processi di Mosca a Parigi" a
partire dagli anni ´50 (i casi Marty-Tillon,
Lecoeur, ecc.) nessun imputato confessò crimini
immaginari. Annie Kriegel, che conosceva bene le
cose dall´interno, ha scritto nel 1972 l´appassionante
I Grandi processi nel sistema comunista
(Gallimard, Parigi) la cui lettura è sempre
attuale, se si prescinde dalla riconferma della
sua opinione che il sistema staliniano fosse
conforme alla "essenza originaria del
bolscevismo". Probabilmente, questa
convinzione le ha permesso di ignorare
completamente gli scritti di Trotskij sui processi
di Mosca e sulle relative confessioni. Dal 1936,
immediatamente dopo il primo processo, il figlio
di Trotskij, Leon Sedov, redigeva il Libro rosso
sul processo di Mosca (Les cahiers di CERMTRI, n.
86, settembre 1997), per una pubblicazione del
Partito operaio internazionalista, in tiratura
contenuta. La spiegazione delle confessioni non è
quella di Koestler: "No, sul banco degli
imputati c´erano soltanto le ombre dello Smirnov
della guerra civile o dello Zinovev dei primi anni
dell´Internazionale comunista. Sui banchi degli
imputati c´erano uomini infranti, schiacciati,
finiti. Prima di ucciderli fisicamente, Stalin li
aveva spezzati moralmente". Dopo aver
mostrato come Stalin avesse raggiunto i propri
fini "con prudenza, progressivamente,
sospingendo la gente gradatamente, sempre più in
basso", prosegue: "Per questo è
superficiale paragonare il comportamento degli
imputati di Mosca a quello tenuto di fronte ai
carnefici fascisti da alcuni coraggiosi militanti.
Questi non erano frustrati da un decennio di
predominio stalinista; non erano isolati come le
vittime di Stalin, sentivano dietro di sé il
sostegno del proletariato mondiale". Infine,
Sedov fa notare che solo i militanti piegati hanno
avuto diritto al processo; gli altri, molto più
numerosi, sono stati fucilati o sono scomparsi e
non se ne conosce la sorte.
Quanto a Trotskij, dopo il secondo processo
(quello di Piatachov, Radek, ecc.), nel 1937,
scrive I Crimini di Stalin, in cui completa le
spiegazioni precedenti e preannuncia l´arrivo di
un prossimo processo: "Gli ingenui domandano:
come fa Stalin a non avere paura che le vittime
denuncino il falso in udienza? Un rischio del
genere è del tutto insignificante. La maggior
parte degli imputati tremano non solo per sé, ma
anche per i propri familiari. Non è facile
decidersi a sfruttare l´udienza per la denuncia
se si ha una moglie, un figlio, una figlia, nelle
mani della GPU. Non ci sono state torture fisiche.
Le confessioni "spontanee" di ogni
imputato sono la semplice prosecuzioni delle sue
abiure precedenti. Come convincere il
pubblico e l´umanità intera che per dieci anni
non si è fatto altro che calunniare se
stessi?".
Tragico ingranaggio
Bucharin arriverà nella sua lettera a Stalin a
sostenere "la grande e audace idea di purga
generale" pur ricordando a se stesso di
essere innocente dei crimini che ha ammesso in
fase istruttoria. Quei crimini li ha
"riconosciuti" solo tardivamente. Molto
istruttivo al riguardo è leggere le cinque
lettere precedenti quella a Stalin, redatte tra
fine agosto 1936 e fine gennaio 1937 (in
Communisme, cit.). Nei cinque mesi precedenti l´arresto
si difende come un poveraccio e si abbassa fino ad
approvare al cento per cento la liquidazione dei
compagni dopo il primo processo di Mosca:
"Che quei farabutti siano stati fucilati,
bene: l´aria è diventata subito pura. E il
processo avrà avuto forti ripercussioni sul piano
internazionale" (Lettera ai membri dell´Ufficio
politico, 27 agosto 1936), "ma se non credete
a ciò che ha detto Kamenev, quel cinico
assassino, quell´essere ignobile, quella carogna,
perché allora accettate risoluzioni che votano
organizzazioni del Partito (come quella di Kiev)
che `ero al corrente´ di non so che cosa?
(Lettera a Voroscilov, 31 agosto 1936).
"Voglio assicurarti ancora una volta,
Viaceslav Michailovic, e assicurare voi tutti:
qualsiasi cosa facciate di me, sappiate che non
avrò mai il minimo risentimento, il minimo
rancore verso la direzione del Partito, perché
capisco perfettamente tutta la complessità della
situazione" (Lettera a Molotov, 1 dicembre
1936). "Niente e nessuno mi costringerà a
dire `sì´ se la verità è `no´. [...] La
menzogna può uccidermi, ma non mi costringerà
mai ad autocalunniarmi" (Bozza di Lettera a
Stalin, 16 gennaio 1937. Non si sa se Bucharin l´abbia
mai spedita al destinatario).
Dieci mesi dopo è spezzato e durante il processo,
che si terrà dal 2 al 13 marzo 1938, quello del
"Blocco dei destri e dei trotskisti", si
dichiarerà responsabile di tutti gli atti
commessi dai coimputati, pur non avendovi
partecipato direttamente.
L´ultima Lettera a Stalin rappresenta l´illustrazione
del tragico ingranaggio in cui finisce chi
comincia a rinnegare le proprie idee, convinto che
si tratti solo di un male temporaneo e che si potrà
sempre riaffermarle in tempi migliori.
L´autore di queste righe ha avuto la fortuna di
incontrare Anna Larina a Parigi nel 1990 e poi di
andarla a trovare a Mosca il 19 aprile del 1991.
Aveva appena saputo di questa lettera ed era
sconvolta: "Perché ha scritto una cosa
simile? Certamente, ci teneva alla vita,
eppure!".
(da "Inprecor", n. 475/476,
ottobre-novembre 2002)
N. I. Bucharin
LETTERA A STALIN
[Dagli Archivi della Presidenza del Pcus, f.3,
inv.24, dos.427, f. 13-18, pubblicato in Istocnik,
1993. Le note dono di N. Wert - Traduzione dal
francese, da Inprecor, n. 475-476,
ottobre-novembre 2002]
Rigorosamente privata
Personale
Chiedo che nessuno legga questa lettera
[sottolineature dell´A.] senza l´autorizzazione
di V. Stalin.
A I. V. Stalin
Josif Vissarionovitch!
Ti scrivo questa lettera, che è sicuramente la
mia ultima lettera, benché mi trovi in stato di
arresto, senza formalismi, tanto più che la
scrivo solo per te e la sua esistenza o meno
dipenda solo da te...
Oggi si chiude l´ultima pagina della mia tragedia
e, forse, della mia vita. Ho esitato a lungo prima
di scrivere, tremo per l´emozione, migliaia di
sensazioni mi travolgono e riesco a controllarmi a
fatica. Ma proprio perché mi trovo sull´orlo
dell´abisso voglio scrivere questa lettera di
addio, finché sono in tempo, finche riesco a
scrivere, finché i miei occhi sono ancora aperti
e il mio cervello funziona.
Perché non vi siano malintesi, voglio dirti
subito che per il mondo esterno (la società):
1. Non ritratterò pubblicamente niente di quanto
ho scritto durante l´istruttoria.
2. Non ti chiederò niente su questo, e tutto quel
che ne discende, non implorerò nulla che possa
deviare la faccenda dal corso che sta seguendo.
Ti scrivo solo per tua informazione personale, non
posso abbandonare questa vita senza averti scritto
queste poche ultime righe, perché sono tormentato
da diverse cose che devi conoscere:
1. Trovandomi sull´orlo del baratro da cui non c´è
ritorno, ti do la mia parola d´onore che sono
innocente dei crimini che ho ammesso nel corso
dell´istruttoria.
2. Facendomi l´esame di coscienza, posso
aggiungere a tutto quello che ho già detto al
Plenum [il Plenum del CC svoltosi dal 23 febbraio
al 5 marzo 1937, al termine del quale Bucharin e
Rychov furno arrestati] quanto segue, e cioè:
a) Un giorno ho sentito parlare della critica
rivolta, mi sembra, da Kuzmin [V. Kuzmin: giovane
economista vicino alle idee di Bucharin. Kuzmin
come Aichenwald facevano partesi una cerchia di
economisti che si riunivano periodicamente, agli
inizi degli anni Trenta, intorno a Bucharin. In
una di queste riunioni, nel 1932 o 1933, Kuzmin
avrebbe detto che bisognava eliminare fisicamente
Stalin. Nel 1933 la maggior parte dei
"giovani economisti buchariniani" furono
arrestati dalla Gpu e condannati a morte nel
1937-1938.], ma non mi è mai venuto in mente di
dargli la minima importanza.
b) Su quella riunione [v. sopra] di cui non sapevo
niente (idem per quanto riguarda la piattaforma di
Riutin [Nel 1932, Martemian Riutin redasse due
testi molto critici sulla politica di Stalin dal
1929: una "piattaforma politica" dal
titolo "Stalin e la crisi della dittatura
proletaria" e un appello "A tutti i
membri del partito". Arrestato dalla Gpu, fu
condannato a una pesante pena di detenzione in un
campo. Stalin avrebbe voluto che lo si condannasse
a morte, ma gli altri membri dell´Ufficio
politico si opposero a questa misura estrema, fino
allora mai applicata a nessun dirigente
politico.]. Me ne ha appena accennato Aichenvald,
per strada, post factum ("i giovani si sono
riuniti, hanno fatto un´esposizione"), o
qualcosa del genere. Èvero, ammetto di averlo
nascosto, ho avuto pietà dei "giovani".
c) Nel 1932, ho fatto il doppio gioco con i miei
"discepoli": Pensavo sinceramente o che
li avrei riportati completamente sulla retta via
del Partito, o li avrei allontanati. Tutto qui. H
appena finito di emendare la mia coscienza fin nei
minimi dettagli, Tutto il resto, o non c´è stato
o, se c´è stato, non ne sapevo niente.Al Plenum
ho detto la verità, tutta la verità, ma nessuno
mi ha creduto. E ora ti ripeto questa assoluta
verità: in tutti gli ultimi anni ho seguito
onestamente e sinceramente la linea del Partito e
ho imparato, nel mio animo, a rispettarti e ad
amarti.
3. Non avevo altra "soluzione" che
confermare le accuse e le testimonianze degli
altri e svilupparle; diversamente, si sarebbe
potuto pensare che io non "cedevo".
4. A parte le circostanze esterne e la
considerazione 3 (sopra riportata), ecco il
risultato delle mie riflessioni su tutto quel che
succede, ecco la conclusione cui sono arrivato. C´è
la grande e audace idea dell´epurazione generale
a) in rapporto alla minaccia di guerra, b) in
rapporto al passaggio alla democrazia. Questa
epurazione tocca a) i colpevoli, b) gli elementi
dubbi, c) i potenziali elementi equivoci. Non può
evidentemente non riguardarmi. I primi sono messi
in condizione di non nuocere in un modo, gli altri
in un altro e i terzi in un altro ancora. In
questo modo la direzione del Partito non corre
alcun rischio, si dota di una totale garanzia.
Ti prego, non pensare che ragionando così tra me
e me io ti rivolga qualche rimprovero. Sono
maturato, capisco che i grandi progetti, le grandi
idee, i grandi interessi sono più importanti di
tutto, che sarebbe meschino mettere il problema
della mia miseranda persona sullo stesso piano di
questi interessi di importanza mondiale e storica,
che gravano soprattutto sulle tue spalle.
Ed ecco ciò che mi tormenta di più, il paradosso
più insopportabile:
5) Se fossi assolutamente sicuro che tu veda le
cose come me, allora la mia anima sarebbe sgombra
di un peso tremendo. Ebbene, che fare? Se è
necessario, è necessario! Ma credimi, il mio
cuore sanguina al solo pensiero che tu possa
credere nella realtà dei miei crimini, che tu
possa credere dal fondo alla tua anima, che io sia
veramente colpevole di quegli orrori. Se così
fosse, che cosa vorrebbe dire) Vorrebbe dire che
io stesso contribuisco alla rovina di una serie di
persone (a partire da me stesso), che faccio il
Male consapevolmente! In questo caso, non si
spiega più niente. E tutto si ingarbuglia nella
mia mente e ho voglia di urlare e di sbattere la
testa contro il muro! In questo caso, infatti,
sono io a causare la rovina degli altri. Che fare?
Che fare?
6. Non provo un oncia di risentimento. Non sono
cristiano. Certo, ho le mie stranezze. Ritengo di
dovere espiare per gli anni in cui ho ralmente
condotto una battaglia di opposizione contro la
Linea del Partito. Sai, quello che più mi
tormenta in questo istante è un episodio che
forse hai dimenticato. Un giorno, probabilmente
era durante l´estate del 1928, ero da te e mi hai
detto: "Sai perché ti sono amico? Perché tu
sei incapace di tramare contro chiunque".
Concordo, e subito dopo corro da Kamenev
("primo incontro"). Mi creda o no, è
questo episodio che mi tormenta, è il peccato
originale, il peccato di Giuda. Dio mio! Che
imbecille, che stupido ero allora! E adesso, espio
per tutto questo al prezzo del mio onore e della
mia vita. Perdonami, per questo, Koba. Scrivo e
piango. Non mi importa più niente, e lo sai bene:
non faccio che aggravare la mia sorte, scrivendoti
tutto questo. Ma non posso tacere, senza chiederti
per l´ultima volta perdono. Per questo non sono
in collera con nessuno, né con la direzione del
Partito, né con gli istruttori, e ti chiedo
ancora una volta perdono, benché sia punito in
modo che tutto ormai è solo tenebre...
7. Quando avevo alcune allucinazioni, ti ho visto
varie volte e una volta ho visto Nedajda
Serguievna [si tratta di N. S. Allilueva, la
moglie di Stalin, suicidatasi nel 1932]. Si è
avvicinata a me e mi ha detto: "Che cosa vi
hanno fatto, N. I.? Vado a dire a Jossif che venga
ad aiutarvi". Era tutto così reale che ho
fatto un balzo e ho sentito il bisogno di
scriverti perché... venga ad aiutarmi! La realtà
si mescolava male di te e non ha caso il nio
inconscio infelice ti ha chiamato alla mia
riscossa. Quando penso alle ore che abbiamo
passato a discutere insieme... Dio mio, perché
non c´è un apparecchio che ti permetta di vedere
la mia anima lacerata, dilaniata come da becchi d´uccello!
Se solo tu potessi vedere come sono intimemamente
affezionato a te, non come tutti gli Stetski e Tal´
èAlexis Steski, redattore capo della rivista
Bolchevik; Boris Tal´ responsabile del
dipartimento "Stampa" del Comitato
centrale e vieredattore capo delle Izvestia.]
Suvvia, perdonami per tutta questa
"psicologia". Non c´è piàù Angelo
che possa stornare la spada di Abramo! Che i
Destino si compia!
8) Permettimi, infine, dichiudere con queste
ultime, piccole richieste:
a) Preferirei mille volte morire che sopportare il
processo che mi attende. Non so come potrò
vincere il mio carattere, tu lo conosci. Non sono
un nemico del Partito, né un nemico dell´Urss, e
farò tutto ciò che potrò, ma, viste le
circostanze, le mie forze sono scemate e
sensazioni dolorose affluiscono nell´animo mio.
Tralasciando ogni sentimento di dignità e di
vergogna, sono disposto a mettermi in ginocchio e
a implorarti di evitaremi questo processo.
Sicuramente, però, non c´è più niente da fare
e io ti chiedo, se è ancora possibile, di
permettermi di morire prima del processo, anche se
so che, su questo, tu sei severissimo.
b) Se è una sentenza di morte quella che mi
attende, ti prego, ti supplico in nome di ciò che
ti è caro, di non farmi fucilare, voglio assumere
da solo del veleno (dammi della morfina, per
addormentarmi e non svegliarmi più). Questo è un
aspetto per me molto importante, sto cercando le
parole per supplicarti: politicamente, questo non
farà torto a nessuno, nessuno lo saprà. Ma
almeno lasciami vivere gli ultimi istanti come
voglio. Abbi pietà! Visto che mi conosci bene,
capisci cosa voglio dire. A volte, guardo la morte
con occhi lucidi e so bene di essere capaci di
atti di coraggio. Eppure, a volte, questo mio
stesso io è così debole, così infranto che non
è più capace di nulla. Allora, se devo morire,
voglio una dose di morfina, te ne supplico...
c)Voglio poter dire addio a mia moglie e a mio
figlio, non a mia figlia. Ho pietà di lei,
sarebbe troppo duro per lei. Quanto ad Aiuta, è
giovane, supererà la cosa, e poi ho voglia di
dirle addio. Ti chiedo di poterla incontrare prima
del processo. Perché? Quando chi mi è vicino
sentirà ciò che ho confessato, potrebbe mettere
fine ai suoi giorni. Devo prepararli in qualche
modo. Penso sarebbe meglio anche nell´interesse
della vicenda, della sua interpretazione
ufficiale.
d) Se mai mi venisse risparmiata la vita, vorrei
(ma dovrei parlarne con mia moglie) andare in
esilio in America per X anni. Argomenti a favore:
farei campagna sui processi, condurrei una a morte
contro Trotskij, riavvicinerei a noi vastistrati
intellettuali, sarei in pratica l´anti-Trotskij e
condurrei tutta la faccenda con formidabile
entusiasmo. Potreste inviare insieme a me un
cechista sperimentato e, come ulteriore garanzia,
potreste tenere in Urss mia moglie in ostaggio per
sei mesi, il tempo perché possa dimostrare nei
fatti come taglio la gola a Trotsky & C., ecc.
Se avessi anche solo un atomo di dubbio su questa
variante, mandami anche per venticinque anni in
esilio a Petchora o alla Kolyma, in un campo. Vi
organizzerei un´università, un museo, una
stazione tecnica, degli istituti, una galleria d´arte,
un museo etnografico, un museo zoologico, un
giornale del campo. In una parola, condurrei un
lavoro pionieristico di base, fino alla fine dei
miei giorni, insieme alla mia famiglia. Per la
verità, non ho quasi speranza, poiché il
semplice fatto del cambiamento di direttiva del
Plenum di febbraio è gravido di significato (e
vedo bene che il processo non avrà luogo domani).
Ecco dunque le mie ultime richieste (ancora: il
lavoro filosofico, che è rimasto a casa mia,
contiene parecchie cose utili).
Iossif Vissarionovich! Tu hai perso con me uno dei
tuoi generali più capaci e devoti. Va bene, è
acqua passata. Ricordo quel che Marx scriveva a
proposito di Barclay de Tolly, accusato da
Alessandro I di averlo tradito. Diceva che l´imperatore
si era privato di un eccellente collaboratore. Con
che amarezza ci penso! Mi preparo interiormente a
lasciare questa vita, e non provo, verso voi
tutti, verso il Partito, verso la nostra Causa,
nient´altro che un sentimento di immenso amore
senza limiti. Farò tutto ciò che è umanamente
possibile e impossibile. Ti ho scritto su tutto.
Su tutto o messo il puntino sulle i. L´ho fatto
in anticipo, perché non so in che stato sarò
domani, dopodomani, ecc.
Ora invece, con la testa pesante e le lacrime agli
occhi, sono ancora in grado di scrivere. La mia
coscienza è pura davanti a te, Koba. Ti chiedo un´ultima
volta perdono (un perdono spirituale).Ti
abbraccio, nel pensiero. Addio per i secoli dei
secoli e non serbare rancore all´infelice che
sono. N. Bucharin (10 dicembre 1937).
Gli
ultimi anni di Stalin, visti dall´interno dell´Urss
di Antonio Moscato
L´utilizzazione giornalistica scorretta di
qualche documento offerto a buon prezzo agli
studiosi occidentali dopo l´apertura degli
Archivi dell´Urss (ma in fondo si trattava di un
solo vero caso di ricostruzione poco scrupolosa di
una frase in un documento poco leggibile da parte
di uno storico fino a quel momento ineccepibile),
ha portato a una diffidenza esagerata su tutto
quel che proviene da quegli archivi, che invece
hanno cominciato ad essere studiati
sistematicamente da ricercatori russi del tutto
rispettabili.
Un esempio ottimo è il libro di Elena Zubkova,
Quando c´era Stalin, il Mulino, Bologna, 2003,
che utilizza in modo rigoroso sia la saggistica
russa e sovietica precedente, sia la
memorialistica pubblicata largamente nel momento
di maggiore slancio della glasnost, ma soprattutto
una fonte particolarmente interessante: le lettere
inviate spontaneamente dai cittadini sovietici al
Comitato centrale o direttamente a Stalin, quelle
indirizzate alla redazione della rivista
"Novyi mir" che tra il 1953 e il 1957
rappresentò il punto di riferimento più
importante per il rinnovamento della società
sovietica, e la posta intercettata, esaminata e
utilizzata (spesso con esiti tragici per gli
autori) dalla censura militare dell´apparato
statale di sicurezza durante la guerra e nel
periodo immediatamente successivo.
Con maggiori cautele, ma con non minore interesse,
la Zubkova utilizza gli studi sulla pubblica
opinione condotti dagli organi di governo, al
momento di determinate campagne o su alcuni strati
sociali, su scala nazionale o in certe regioni.
Sono i dati sulla carestia del 1946-1947, e sulle
condizioni terribili di vita, alloggio e lavoro
nell´immediato dopoguerra (agghiaccianti i
resoconti delle autorità sulla salute degli
adolescenti che avevano rimpiazzato gli adulti
nelle fabbriche, lavorando 10 o 12 ore in
condizioni analoghe a quelle descritte da Engels o
da Marx per l´Inghilterra della prima metà dell´Ottocento).
Anche sulla preparazione della riforma monetaria
del 1947, ci sono pagine sorprendenti, sia sulle
voci che la accompagnarono, sia sul suo
aggiramento da parte dei burocrati che dovevano
preparare nella massima segretezza la sostituzione
della carta moneta circolante, ma che avvertirono
tempestivamente i loro complici nelle
malversazioni, che provvidero subito ad acquistare
oro o beni di ogni genere, per sottrarre al
controllo le somme accumulate illegalmente.
L´attenzione della Zubkova si concentra
soprattutto sui mutamenti dell´opinione pubblica,
dal revival della fede religiosa in genere e delle
sette millenaristiche in particolare, alla
straordinaria fioritura di iniziative studentesche
indipendenti dalle strutture burocratizzate del
Komsomol. Alcune di esse, iniziate con innocui
giornalini di istituto e poi, dopo il loro
divieto, proseguite con altrettanto innocenti
fogli "clandestini", finirono per essere
catalogate come attività controrivoluzionarie
antisovietiche, e sanzionate con alcune condanne a
morte e molte a dieci o anche venticinque anni di
reclusione.
Naturalmente almeno le pene detentive realmente
scontate furono meno lunghe di quelle comminate
perché già nel 1953 (per iniziativa dello stesso
Berija) e poi soprattutto nel 1956 la maggior
parte dei detenuti (che secondo lo stesso Berija
erano ancora due milioni e mezzo, e tra cui si
moltiplicavano forme a volte durissime di
insubordinazione e di rivolta), furono rilasciati.
Ma il ritorno a casa degli ex deportati non fu
tranquillo, sia perché molti, pur
"riabilitati", continuavano a essere
colpiti da vessazioni varie (ad esempio non
potevano accedere a molti incarichi o iscriversi
alle università), sia perché una parte della
popolazione li guardava con sospetto.
La grande poetessa Anna Achmatova, dopo il XX
Congresso, quando il processo di riabilitazione
assunse caratteristiche di massa, osservò che
"ora che i condannati stanno tornando , vi
sono due Russie che si osservano, l´una di fronte
all´altra: quella di coloro che finirono nei
campi e quella di chi ve li mandò". La
Zubkova osserva, concordando con lo storico
Sarapov, che le Russie in realtà erano tre: c´erano
anche coloro che non erano stati deportati, ma che
non erano stati delatori o collaboratori dell´ingiustizia.
Una parte del libro si basa sui dibattiti che
esplosero sulle riviste letterarie, e ovviamente
soprattutto su "Novyi mir", con una
partecipazione straordinaria dei lettori e con
momenti pubblici di grande intensità (con la
folla arrampicata sulle facciate per ascoltare
almeno dalle finestre la discussione).
L´autrice riporta integralmente la lettera di un
ingegnere che per decenni non aveva mai letto i
romanzi criticati dalla "Pravda" e che
in sanatorio - in mancanza di altro - aveva preso
per la prima volta in mano "Novyi mir",
rimanendo folgorato dal romanzo di Vasilij
Grossman "Per la giustizia", che era
stato stroncatissimo dalla critica ufficiale: in
esso scopriva che "la gente è rappresentata
come davvero è nella vita, e non secondo una
qualche divisione precostituita tra buoni e
cattivi".
Sorprendente anche la parte del libro dedicata
alle elezioni del 1946, ovviamente con candidato
unico, ma in cui nel pur relativo segreto dell´urna
non pochi elettori riuscirono a scrivere commenti
oltraggiosi sui candidati e in genere sui
dirigenti. Peraltro non è neppure escluso che gli
informatori drammatizzassero il fenomeno, magari
per attribuire a ignoti contestatori quel che in
segreto pensavano essi stessi. Più in generale l´autrice
osserva in modo metodologicamente corretto che i
sondaggi sullo stato d´animo delle masse possono
essere distorti dal fatto che i funzionari
preposti segnalavano probabilmente soprattutto le
"idee pericolose" che richiedevano una
particolare vigilanza anziché quelle banali e
conformiste.
Ma la sensazione che la Zubkova riesce a
trasmetterci è che in quegli anni di
decompressione dopo la terribile esperienza della
guerra ci fosse un´aspettativa profonda di
cambiamento, che fu delusa e bruciò un´intera
generazione. Tra cui, soprattutto, gran parte dei
reduci dalle campagne vittoriose fuori dei confini
sovietici, su cui si appuntò il sospetto che -
sotto l´influenza di quel che avevano visto a
Praga o Berlino - potessero rappresentare una
nuova generazione "decabrista" (come
quella che poco più di dieci anni dopo il ritorno
dall´Europa occupata nel corso delle guerre
contro Napoleone, tentò il primo moto
rivoluzionario in Russia). Per questo su di loro,
e ancor più su quelli che erano sopravvissuti ai
lager nazisti (in cui erano finiti prigionieri
spesso per gli errori dei loro superiori inetti),
si concentrò la "vigilanza" e presto la
repressione che doveva chiudere quella fase di
speranze, in cui si erano manifestate per la prima
volte dopo decenni le forze per cambiare gli
assetti dell´Urss staliniana. Un´occasione
sprecata allora, e ancor più nel 1956, per la
"sindrome ungherese" che bloccò il
"disgelo" e la grande fioritura di
energie creative. Quando trent´anni dopo il
processo riprenderà, sarà troppo tardi: le
spinte alla ricerca di una soluzione socialista
alla crisi erano state bruciate, o annegate nell´alcool
o nelle sette religiose, il dissenso punito ed
esasperato aveva imboccato quasi sempre la strada
del rifiuto assoluto dell´esperienza
rivoluzionaria e dell´imitazione subalterna delle
idee proposte dall´Occidente capitalistico.
Elena Zubkova, Quando c´era Stalin. I russi
dalla guerra al disgelo, il Mulino, Bologna, 2003,
pp. 284, Euro 21.