Luciano
Violante, Un mondo asimmetrico. Europa, Stati
Uniti, Islam, Einaudi, Torino, 2003.
Questo libro, appena uscito, è stato commentato
molto positivamente da esponenti di diverse forze
politiche. Ad esempio, in un dibattito a Radio
Parlamento, appena un giorno dopo che era stato
annunciata la cattura di Saddam, ne hanno parlato
lo stesso Violante, il capogruppo alla Camera
dell’UDC Marco Follini, il direttore del
“Secolo d’Italia” e il capogruppo del PRC
alla Camera Franco Giordano.
Sostanzialmente
erano tutti d’accordo, ma in particolare Franco
Giordano ha dichiarato di condividere quasi tutto
del libro “di Luciano”, tranne l’uso che a
lui pareva molto “vetero” del termine
“imperialismo”. L’affermazione mi ha
ovviamente incuriosito e spinto a comprare il
libro, nonostante la mia scarsa stima per
Violante, accumulatasi in tanti anni in cui l’ho
visto troppe volte disposto a sostenere una tesi o
un’altra del tutto opposta per ragioni tattiche
contingenti. Mi sono affrettato quindi a comprare
il libro e a leggerlo con attenzione, sperando di
trovare le tracce di quella conversione o di
quell’ipotetico ritorno a sinistra che i giudizi
tanto positivi di Giordano mi avevano fatto
sperare... Invano.
Prima di
tutto il termine “imperialismo” nel libro non
c’è affatto, se non in un paio di accenni, ma
esattamente nello stesso modo in cui lo ha usato
la maggioranza bertinottiana del PRC nell’ultimo
dibattito congressuale, cioè riferito a un
lontano passato (da Dario ad Alessandro Magno,
dall’impero romano a Carlo V, passando per
Gengis Khan e arrivando al colonialismo
dell’Ottocento e Novecento): un concetto quindi
presentato come ormai “superato” dal concetto
di “globalizzazione” (sic!).
Il libro
non meriterebbe molta attenzione se non fosse così
esaltato, perché è superficiale e discontinuo,
con molte divagazioni, qualche prudente ammissione
su alcune delle responsabilità degli Stati Uniti,
ma anche alcuni vizi di fondo.
Prima di
tutto, una presentazione degli Stati Uniti che
tranne in una frase generica sul succedersi “nel
tempo” di diverse opzioni strategiche
(“l’isolazionismo, l’unilateralismo,
l’imperialismo, il multilateralismo”)
appiattisce tutta la loro storia senza cogliere
minimamente le ragioni degli scontri politici che
hanno fatto modificare più volte la politica di
quel paese.
Ma il più
grave è che per decine e decine di pagine del
libro si usa indistamente il termine
“terrorismo” o “terrorismo internazionale”
per riferirsi alle più diverse reazioni alla
politica degli Stati Uniti o del suo principale
alleato, Israele;
solo in
qualche tratto si accenna una distinzione,
mettendo (al secondo posto) tra i “fattori di
turbativa dell’equilibrio geostrategico
mondiale” anche il conflitto
israeliano-palestinese, naturalmente con una
sostanziale equidistanza tra la “politica priva
di lungimiranza” di Sharon e il “terrorismo
islamico che si alimenta di odio antiebraico”.
Ma più
spesso non c’è neppure la ricerca di questa pur
insufficiente spiegazione, e “il terrorismo”
è un soggetto onnipresente e onnicomprensivo. Al
massimo si accenna, salvo contraddirsi poco dopo,
che per ridurre l’acqua in cui si muove
bisognerebbe eliminare la povertà (senza dire
ovviamente come, e senza che questa spiegazione
banalizzante serva a capire almeno in parte
l’itinerario di un Bin Laden).
Solo in un
breve passo, dimenticando l’uso abitualmente
fatto in tutto il libro del termine islamico, si
accenna alla nostra ignoranza di una “versione
musulmana della storia”.
Tre o
quattro volte si allude anche alle contraddizioni
più stridenti del nostro tempo (ad esempio i tre
miliardi di persone che vivono con meno di due
dollari al giorno mentre per il mantenimento delle
mucche della UE vengono erogati 5 dollari al
giorno). Ma non si tenta neppure di accennare un
abbozzo di soluzione. La spiegazione è semplice:
Violante, che qui e là fa qualche blanda critica
all’unilateralismo degli Stati Uniti, vede come
soluzione a tutto un rafforzamento
dell’imperialismo europeo, non per contrapporsi
agli Stati Uniti, ma per ripristinare un rapporto
di alleanza meno asimmetrico.
A parte
una blanda sviolinata ai “no global” (analoga
all’elogio del “bilancio partecipativo” che
ogni buon sindaco diessino ha imparato a fare per
abbellire la sua routine amministrativa e
politica, sorvolando sulla ingloriosa fine
dell’esperienza nel Brasile dov’era nata, e
dove è stata travolta dalla deriva a destra del
PT), la proposta si riduce a questo: “È
necessario che l’Europa si doti di una propria
efficiente forza armata”, anche se si precisa
che il “terreno militare non può costituire il
fondamento di un ruolo globale dell’Unione”
dato che “quel campo è già saldamente
presidiato dagli USA”, e per raggiungere quei
livelli si dovrebbero raddoppiare gli investimenti
per la difesa. Quindi si tratta di usare la forza
militare europea (oltre che per “evitare
slittamenti utopistici”) anche per perseguire la
pace sostenendo i “paesi più poveri per
guidarli fuori dalle loro condizioni di
subalternità”. O bella! E perché e per
responsabilità di chi stanno in queste
condizioni?
A più
riprese (pp 9 e 96) Violante accenna ai molti
conflitti armati moltiplicatisi negli anni
successivi alla fine della guerra fredda,
affermando bizzarramente che “all’epoca del
bipolarismo queste guerre sarebbero state
prevenute o impedite”: ma dove viveva? In un
passo precisa che “nell’ultimo decennio del
secolo scorso (...) sono scoppiate circa 61
guerre, solo tre delle quali combattute da
eserciti regolari. Le altre sono state espressione
di odi tribali, religiosi, culturali”.
Per questo
conclude che “non è più possibile delegare né
la difesa dell’Europa né la garanzia
dell’ordine internazionale ai soli Stati Uniti,
in un mondo che si rivela sempre più
pericolosamente incline a sviluppare conflitti”.
Prima
domanda: chi c’era dietro a qui conflitti, che
hanno assunto anche una coloritura tribale
o religiosa, ma avevano cause sociali profonde e
strutturali? Prima di tutto le politiche di
austerità imposte a paesi rovinati dal debito, ma
anche precise interferenze: se almeno la metà di
questi 61 conflitti sono da collocare in Africa,
ad esempio, l’Europa (nella fattispecie la
Francia) c’entrava e come. Si pensi almeno al
Ruanda.
Ma per
Violante non c’è dubbio: l’Europa deve
“agire su uno scacchiere che ha i confini del
mondo”. E fornisce subito qualche esempio: la
missione europea nella provincia di Ituri nella
Repubblica democratica del Congo decisa di
concerto con Kofi Annan nel giugno 2003.
La stessa
spedizione in Afghanistan viene rivendicata come
“risposta necessaria”, pur ammettendo che non
ha risolto molto sul terreno degli scopi
dichiarati (la cattura dei terroristi), e
accennando ai prigionieri senza diritti deportati
a Guantanamo o massacrati a Maazar el Sharif. Il
bilancio complessivo è questo:
“Gli
americani si sono dimostrati più capaci di fare
la guerra che di costruire la pace. Ma tutto ciò
non ha mutato il giudizio positivo nei confronti
degli USA in relazione a quella guerra e alle
ragioni che l’hanno determinata”(pp. 66-67).
Anche
sull’Iraq Violante rileva numerosi “errori”
degli Stati Uniti. A loro spiega che la democrazia
“non si installa come se fosse uno
scaldabagno” (comunque, basandosi su De
Toqueville, e scomodando Gramsci senza capirne
bene il senso, egli non ha dubbi sulla efficienza
della democrazia negli Stati Uniti...) La critica
quindi è solo apparente.
Certo,
“si è rivelata inidonea a conseguire risultati
positivi la risposta puramente militare al
terrorismo”; certo “la ricetta americana
fondata sul primato della guerra, sulla riduzione
dei diritti, sulla imposizione di modelli politici
precostituiti si è rivelata fallimentare” (p.
164), ma non c’è da preoccuparsi troppo. C’è
una soluzione a portata:
“La
questione irachena torna a costituire la cartina
di tornasole; gli Stati Uniti hanno sbagliato, ma
ora lo stato delle cose (?) trascende quell’errore
e chiede interventi internazionali capaci di
fornire i necessari contributi perché quel paese
possa costruire con le proprie mani e con le
proprie intelligenze un sistema politico
accettabilmente democratico” Accettabile da chi?
Da quelli che fingono ad esempio di credere a una
possibile autonomia dei giudici iracheni scelti
dagli Stati Uniti alla vigilia dell’annuncio
della cattura di Saddam, e delegano loro il
compito di processarlo?
Ed ecco le
conclusioni: “L’Unione Europea potrebbe,
superando le divisioni interne su questo terreno,
dare un proprio contributo alla stabilizzazione
democratica di quel paese senza porre come
condizione l’autosconfessione degli Stati Uniti,
peraltro estremamente improbabile.
Occorre
molto coraggio, ma solo con il coraggio di una
grande scelta l’Unione Europea può cominciare a
definire davanti agli Stati Uniti e a tutta la
comunità internazionale il proprio ruolo di
attore globale”.
Traduzione
di queste belle e fumosissime parole: gli Stati
Uniti sono maldestri, ma noi europei possiamo
sistemare le cose. Naturalmente al loro fianco,
senza chiedere “autosconfessioni” che tanto
non farebbero. Insomma, noi diessini continuiamo a
dire che la guerra è stata fallimentare, ma dato
che lo “stato delle cose” richiede
“interventi internazionali” per guidare
l’Iraq verso “un sistema politico
accettabilmente democratico”, in Iraq ci
restiamo, riverniciando ancora un po’ la
missione...
PS Il tono
saccente di Violante ci ha spinto a esaminare con
un po’ di cattiveria alcune sue superficialità,
dovute probabilmente al fatto che per la prima
volta si cimenta con i temi internazionali (forse
pensa a un possibile ruolo di ministro degli
Esteri o a qualche maggior impegno europeo?).
Ce ne sono
diverse, ad esempio sulla storia dell’Iraq, i
cui confini per Violante sarebbero stati tracciati
da una diplomatica inglese nel 1932. Allude
probabilmente alla scrittrice e archeologa
Gertrude Bell, che ebbe un ruolo
nell’elaborazione della politica britannica in
Medio Oriente, ma prima del 1932 (durante e subito
dopo la prima guerra mondiale). I confini – a
parte alcuni piccoli ritocchi - erano stati
tracciati già tra il 1919 e il 1923, sulla base
dei rapporti di forza tra imperialismo britannico
e francese (a proposito, non erano entrambi
europei e quindi garanti di pace?).
Un po’
più grave il riferimento al caso del generale
giapponese Tomoyuki Yamashita, che secondo
Violante costituirebbe un precedente importante
per i processi intntati dagli Stati Uniti ai
“terroristi internazionali”. Di lui dice che
fu imputato di “crimini di guerra per aver
permesso che i militari al suo comando si
abbandonassero ad atrocità nelle Filippine”;
gli sembra un precedente utilizzabile per
processare qualche terrorista a cui è difficile
attribuire dirette responsabilità personali. Ma
quella formula copriva proprio il fatto che non
c’era nessuna prova a suo carico. Secondo la
maggior parte degli storici in realtà Yamashita,
che fu fucilato insieme a un altro generale, Homma
Masaharu, che aveva la sua stessa “colpa”, pagò
solo per la severa sconfitta inflitta al gen.
MacArthur nelle Filippine all’inizio della
guerra, appena un mese dopo Pearl Harbor. Altri
criminali di guerra di cui erano state ben
accertate le colpe individuali (ad esempio nei
massacri di Nanchino) furono invece rapidamente
scarcerati. Un esempio in più, casomai, di come
gli Stati Uniti esercitino sistematicamente la
“giustizia” con due pesi e due misure. Cfr.
Daniela De Palma, Storia del Giappone
contemporaneo 1945-2000, Bulzoni, Roma, 2003,
p. 74, e anche il classico Jon Halliday, Storia
del Giappone contemporaneo. La politica del
capitalismo giapponese dal 1850 a oggi,
Einaudi, Torino, 1979, pp. 259 e 288, ma anche,
per aspetti più generali, il recentissimo ottimo
volume di William Blum, Libro nero degli Stati
Uniti (con un aggiornamento di Nafeez Mosaddeq
Ahmed), Fazi Editore, Roma, 2003
Resti,
per ora scartati
Più
irritante ancora che al coordinatore del dibattito
che attribuiva a Rifondazione un giudizio positivo
sulla “resistenza” irachena, Giordano ha
risposto smentendo che il PRC abbia usato questo
termine.