Pubblicato in
"AltrEuropa", n. 7, aprile-giugno
1997.
Premessa:
tra piovre e cupole
Secondo
l'immagine più diffusa a livello internazionale
(che, continuando la serie dei luoghi comuni sulla
mafia, si potrebbe definire lo "stereotipo
del 2000") la mafia sarebbe una piovra
universale e sulla falsariga dell'organizzazione
mafiosa più nota, Cosa nostra siciliana, si
sarebbe ormai formato un vertice planetario del
crimine, una cupola mondiale che secondo le
dichiarazioni di qualche "pentito" (per
esempio Leonardo Messina) sarebbe, o sarebbe
stata, diretta dallo stesso capo dei capi
siciliano, il quasi analfabeta Totò Riina. Il
collaboratore di giustizia Messina è certamente
attendibile quando parla dei delitti e delle
attività della mafia a cui ha partecipato e di
cui ha conoscenza diretta, non lo è per niente
quando si avventura in ipotesi storiografiche
strampalate (secondo cui la mafia siciliana
sarebbe nata nel '600 in seguito ad un accordo tra
Chiesa cattolica e massoneria) e in fantasie
cosmiche.
Certamente
la criminalità organizzata opera a livello
mondiale ma questo non significa né che si sia
unificata in una sola organizzazione né tanto
meno che il modello Cosa nostra nella versione
corleonese, a cominciare dalla cupola e dalla
monarchia assoluta, si sia imposto sul pianeta, se
verosimilmente esso è entrato in crisi nella
stessa mafia siciliana tanto che si ipotizza
l'accantonamento della cupola e il pensionamento
del capo dei capi.
Stando con
i piedi per terra e registrando i dati che sono
preoccupanti di per sé, senza dover aggiungere
elementi di fantasia, oggi abbiamo vari gruppi
criminali attivi in tutto il mondo e in rapporto
tra loro; le attività criminali sono in crescita,
diventano sempre più complesse e sono
strettamente intrecciate con l'economia legale e
con le istituzioni. Questo è il modello mafioso
storico (che come vedremo è il frutto
dell'interazione tra crimine, economia, potere,
codice culturale e consenso sociale) non la sua
traduzione corleonese che ha comportato la rigidità
organizzativa, l'onnipotenza della cupola e più
ancora del suo capo, l'accentuazione della linea
della violenza con notevoli effetti boomerang
tanto all'esterno che all'interno.
I gruppi
criminali che ricorrono ad atti di violenza
eclatanti, come le stragi e gli omicidi di vertici
istituzionali, sembrano i più potenti ma in realtà
sono i più scoperti e vulnerabili, come dimostra
l'attuale crisi dei corleonesi e del cartello di
Medellín. Invece di mitizzare alcuni personaggi
dell'universo criminale, come si fa abitualmente,
è molto più utile avere un quadro dei vari
soggetti, delle attività da essi svolte, dei loro
rapporti con il quadro sociale ed istituzionale. E
per ricostruire tale quadro occorre attrezzarsi
sul piano scientifico, non confidare solo e
unicamente sulle dichiarazioni dei cosiddetti
"pentiti".
In questo
scritto esaminerò le definizioni di criminalità
organizzata e transnazionale adottate da documenti
ufficiali delle Nazioni Unite, esporrò quello che
ho definito "paradigma della complessità",
elaborato per la mafia siciliana, considerata come
modello delle criminalità organizzate diffuse
ormai sull'intero pianeta, darò un quadro
sintetico delle caratteristiche del capitalismo
globale e in particolare di quelle che presentano
una più spiccata valenza criminogena e parlerò
della funzione dell'accumulazione illegale nella
fase attuale del capitalismo.
Criminalità
organizzata e criminalità transnazionale nelle
definizioni ufficiali
Un
documento preparatorio della Conferenza
ministeriale mondiale delle Nazioni Unite svoltasi
a Napoli nel novembre del 1994 faceva il punto del
dibattito e dava una definizione di criminalità
organizzata e transnazionale. Secondo questa
definizione, la criminalità organizzata è il
risultato dell'associarsi di più persone allo
scopo di intraprendere un'attività criminale su
una base più o meno durevole. In genere esse si
dedicano alla criminalità d'impresa, cioè alla
fornitura di beni e servizi illeciti, o di beni
leciti acquisiti con mezzi illeciti, come il furto
e la truffa. Veniva ripresa l'indicazione del
criminologo americano Gary Potter, secondo cui la
criminalità organizzata «rappresenta il più
delle volte un'estensione delle possibilità del
mercato lecito nei terreni normalmente proibiti.
La forza dei diversi gruppi sta nelle stesse
motivazioni fondamentali dello spirito d'impresa
nei mercati leciti, cioè la necessità di
conservare ed ampliare la loro quota di mercato».
Le attività
dei gruppi criminali organizzati per fornire beni
e servizi illeciti richiedono un livello notevole
di cooperazione e di organizzazione. Come ogni
altra attività economica, quella criminale
richiede competenze imprenditoriali, una
considerevole specializzazione e una capacità di
coordinazione, con in più il ricorso alla
violenza e alla corruzione per facilitare lo
svolgimento delle attività.
1.1. I
modelli organizzativi
Quanto
alle dimensioni e alla struttura delle
organizzazioni criminali il documento registrava
le diverse posizioni degli esperti: c'è chi
concepisce la criminalità organizzata come un
insieme di grandi organizzazioni gerarchiche,
strutturate come le imprese tradizionali, e chi
invece parla di strutture deboli, flessibili ed
elastiche, configurando la criminalità più come
una rete di scambi sociali all'interno della
collettività che come una struttura formale
rigida. I gruppi criminali, si legge nello stesso
documento, sono in genere di modeste dimensioni,
fluidi e dotati di un grande opportunismo. Invece
di dividerli in piccole o grandi organizzazioni e
in strutture formali o informali, è preferibile
considerarli come un continuum in cui le
organizzazioni variano le loro dimensioni e le
loro strutture. Alcuni gruppi possono combinare
gli elementi di una struttura formale gerarchica
con una rete fluida ai livelli inferiori.
La
consistenza e il livello della struttura formale
sono parametri che permettono ai poteri pubblici e
ai servizi repressivi d'identificare e comparare i
gruppi per determinare le loro forze e la loro
vulnerabilità e preparare le contromisure
adeguate. Una terza variabile riguarda il terreno
delle attività criminali: alcuni gruppi sono
altamente specializzati e si dedicano a una sola
attività, come la prostituzione o le droghe.
Altri
svolgono attività diversificate. Finora il
dibattito sulla criminalità organizzata ha
riguardato soprattutto questi aspetti
tradizionali, ma le cose sono cambiate poiché
quello che prima era un problema locale o
nazionale è diventato un grande problema
regionale e mondiale che riguarda l'intera comunità
internazionale.
1.2. Le
organizzazioni criminali transnazionali
Il
documento delle Nazioni Unite passava poi a
considerare le organizzazioni criminali
transnazionali. Il termine
"transnazionale" indica in genere il
movimento di informazioni, di denaro, di beni, di
persone attraverso le frontiere nazionali quando
almeno uno degli attori non è governativo.
Le
organizzazioni criminali sono sempre più
implicate in attività oltrefrontiera. La
mondializzazione del commercio e della domanda dei
consumatori di prodotti voluttuari fanno sì che
le organizzazioni criminali passino da un'attività
nazionale ad operazioni transnazionali. Non tutte
le organizzazioni criminali operano a questo
livello, ma ci sono relazioni molto complesse tra
il quadro locale e mondiale e la dimensione
transnazionale della criminalità ha assunto
un'importanza senza precedenti. Le frontiere
nazionali non hanno mai arrestato totalmente la
fornitura di beni e servizi illeciti ma oggi non
si tratta più del vecchio contrabbando per
evitare di pagare le tasse e sfuggire alla dogana
per i prodotti leciti; il traffico transnazionale
riguarda soprattutto i prodotti illeciti e mira ad
occupare altri mercati e ad aggirare la
repressione.
Le
organizzazioni criminali si installano in regioni
dove corrono rischi minori e forniscono beni e
servizi illeciti sui mercati dove i profitti sono
più alti. Esse inoltre immettono i capitali
ricavati dalle attività illegali nel sistema
finanziario mondiale, attraverso i paradisi
fiscali ei centri bancari mal regolamentati. Le
organizzazioni criminali transnazionali sono
diventate soggetti di primo piano dell'attività
economica mondiale e agenzie chiave delle
industrie illecite come la produzione e il
traffico di droghe, diffuso a livello mondiale e i
cui proventi superano il prodotto nazionale lordo
di alcuni paesi sviluppati e in via di sviluppo.
Tali
organizzazioni presentano numerosi punti in comune
con le imprese transnazionali e differenze
notevoli quanto a struttura, dimensioni,
estensione e diversificazione delle operazioni. Si
possono considerare come lo specchio delle società
transnazionali. Come queste hanno per obiettivo
principale il profitto e cercano di aumentare al
massimo la loro libertà d'azione e di ridurre al
minimo i controlli. Ma differiscono per altri
aspetti.
Le società
transnazionali possono ricorrere a incentivazioni
economiche e agire scorrettamente, ma in genere
rispettano la legge, mentre per le organizzazioni
criminali il non rispetto della legge è la norma.
Anche se
investono in imprese lecite o esercitano il
commercio lecito, le attività lecite sono
secondarie rispetto a quelle illecite. Per le
organizzazioni criminali l'uso della violenza e
della corruzione è naturale, mentre le società
transnazionali possono ricorrere talvolta a tali
mezzi, ma questo non può considerarsi la norma.
1.3. Crimine
e "villaggio mondiale"
Quanto
alle spiegazioni dell'escalation del crimine
transnazionale, il documento delle Nazioni Unite
cominciava con il dire che esso riflette la società
contemporanea, soggetta a profonde trasformazioni.
L'evoluzione del "villaggio mondiale" ha
modificato il contesto in cui operano sia le
imprese lecite che illecite: si richiamano
l'interdipendenza crescente tra le nazioni, la
facilità degli scambi e delle comunicazioni, la
permeabilità delle frontiere, la mondializzazione
delle reti finanziarie. La fine della guerra
fredda e il trionfo del capitalismo e della
democrazia liberale hanno facilitato
l'introduzione del capitalismo imprenditoriale
nell'Europa dell'Est e nell'ex Unione Sovietica
che non hanno attivato i meccanismi più
rudimentali per regolamentare le imprese. La
confusione, il declino delle strutture di autorità
e legittimità, il risorgere di conflitti etnici
hanno offerto nuove possibilità alle attività
criminali che spesso servono a finanziare
l'acquisto di armi. La crescita dell'emigrazione
favorisce l'espansione delle attività criminali.
L'estensione
del sistema finanziario mondiale consente alle
organizzazioni criminali di trasferire i proventi
delle attività illegali rapidamente, facilmente e
con una relativa impunità. Il riciclaggio dei
capitali è solo un aspetto di un problema più
ampio: il sistema funziona secondo la logica del
mercato e si evolve così rapidamente che le
regole appena emanate sono già superate.
Riassumendo:
la criminalità organizzata è un'impresa che
imita quella legale, differendo da essa per il
ricorso normale a pratiche violente e illegali. Le
ragioni del suo successo vanno ricercate in alcune
distorsioni del sistema mondiale in questa fase,
particolarmente corpose in alcune aree solo
recentemente affacciatesi al capitalismo e nel
sistema finanziario.
1.4
Criminalità mondiale e "giungla"
Il
segretario delle Nazioni Unite Boutros Ghali nella
relazione introduttiva alla conferenza di Napoli,
riprendendo le linee dei documenti preparatori, ne
esplicitava l'idea di fondo: quando l'economia
capitalistica era limitata ai paesi più evoluti e
democratici, il liberalismo si reggeva su due
pilastri: il mercato e il diritto. Oggi, con la
mondializzazione dell'economia, in molte regioni
si è sviluppato un mercato senza Stato e senza
regole, qualcosa di assimilabile alla giungla.
E il
dilagare della criminalità organizzata si spiega
con la debolezza delle istituzioni. L'esempio più
significativo viene dai paesi dell'Est e da quelli
"in via di sviluppo". La giungla, cioè
le periferie senza Stato e con un mercato ai primi
passi, è lo spazio privilegiato dello sviluppo
della criminalità organizzata.
A questa
analisi si potrebbe obiettare che i paesi ultimi
arrivati nel contesto capitalistico, ricorrendo
all'accumulazione illegale e popolandosi di mafie,
non fanno altro che seguire una pista già
tracciata proprio da quei paesi
"democratici" che invece vengono
indicati come esempi di sano liberismo, a
cominciare dagli Stati Uniti, dove il crimine si
è configurato come "american vay of
life", cioè come strada al capitalismo per i
soggetti etnici svantaggiati (irlandesi, ebrei,
italiani etc.)(1).
Ma il discorso sullo sviluppo della criminalità
organizzata e transnazionale va in primo luogo
affrontato nei suoi presupposti teorici.
2. Il
paradigma della complessità e l'estensione del
modello mafioso su scala mondiale
La
definizione delle Nazioni Unite accoglie la
visione imprenditoriale del crimine organizzato,
che è di per sé una visione riduttiva,
all'insegna dell'economicismo, ignorando o non
tenendo nel dovuto conto altri aspetti che
concorrono a configurare i modelli storici e
attuali più significativi. La concezione del
crimine come impresa nasce negli Stati Uniti alla
fine degli anni '60 ad opera di criminologi legati
all'establishment. Schelling, Cressey, Buchanam,
Becker hanno avuto il merito di applicare
metodologie scientifiche allo studio del crimine,
dando di esso una rappresentazione diversa da
quella impressionistica della mafiologia
giornalistica, più o meno venata di razzismo, ma
i loro contributi colgono soltanto un aspetto
della criminalità organizzata nella forma mafia,
nella versione metropolitana allignata negli Stati
Uniti(2).
2.1. Mafia
tradizionale e imprenditrice: una distinzione
gratuita
Nei primi
anni '80 la concezione della mafia-impresa è
stata importata in Italia e il sociologo Arlacchi
ha introdotto una gratuita distinzione tra una
"mafia tradizionale" in competizione per
l'onore e il potere e una "mafia
imprenditrice" in competizione per la
ricchezza, che sarebbe nata negli anni '70, con
l'inserimento nel traffico di droghe.
Per di più
tale teorizzazione presentava vistose oscillazioni
tra parassitismo e produttività, tra informale e
formale. La cosiddetta mafia imprenditrice è
stata presentata in un primo tempo come
produttiva, in quanto innovatrice (con
un'utilizzazione del linguaggio di Schumpeter che
dimostrava la scarsa conoscenza dell'analisi
schumpeteriana, per cui ho ironicamente parlato di
"Schumpeter col kalashnikov"(3)),
ma poi sarebbe diventata ostacolo allo sviluppo.
Con altrettanta disinvoltura l'autore che prima
sosteneva la tesi della mafia informale,
destrutturata, raccogliendo le dichiarazioni di un
pentito, si è convertito alla tesi della società
segreta formalmente costituita e rigidamente
strutturata(4).
2.2. La
mafia come fenomeno complesso
La mafia
siciliana, che costituisce ancora oggi l'esempio
più noto di criminalità organizzata, non è
riducibile a impresa ma è qualcosa di più
complesso; l'aspetto economico è certamente
rilevante ma esso si inserisce in un insieme più
ampio, ricco di implicazioni
politico-istituzionali, culturali etc.
Per
cogliere la complessità del fenomeno mafioso,
l'interazione dei vari aspetti che esso presenta e
il rapporto tra crimine e contesto
socio-istituzionale, ho formulato un'ipotesi
definitoria articolata ed elaborato quello che ho
chiamato "paradigma della complessità".
A mio avviso, «mafia è un insieme di
organizzazioni criminali, di cui la più
importante ma non l'unica è Cosa nostra, che
agiscono all'interno di un vasto e ramificato
contesto relazionale, configurando un sistema di
violenza e illegalità finalizzato
all'accumulazione del capitale e all'acquisizione
e gestione di posizioni di potere, che si avvale
di un codice culturale e gode di un certo consenso
sociale»(5).
Secondo
questa visione la mafia non è solo impresa ma è
un soggetto politico-istituzionale, essendo una
sua caratteristica costitutiva la signoria del
territorio; il fenomeno mafioso è la risultante
della simbiosi tra crimine, accumulazione, potere,
codice culturale e consenso, non si esaurisce
nell'associazionismo criminale ma coinvolge un
"blocco sociale" interclassista,
cementato da interessi e da modelli
comportamentali, al cui interno la funzione
dominante è svolta da quella che ho chiamato
"borghesia mafiosa", formata dai
soggetti illegali (capimafia) e legali (politici,
imprenditori, professionisti etc.) più ricchi e
potenti(6).
L'evoluzione
storica del fenomeno mafioso al di là di
stereotipi tradizionali e incolti, come quello tra
mafia vecchia e mafia nuova, o verniciati di
linguaggio scientifico, come quello tra mafia
tradizionale e imprenditrice, è un intreccio di
"continuità e innovazione"; l'onore dei
vecchi mafiosi era solo una maschera di
rispettabilità che copriva pratiche di violenza e
di sopruso miranti al dominio e all'arricchimento;
la finalità economica è una costante dei gruppi
mafiosi, che hanno saputo adattarsi sia a forme di
accumulazione primitiva come l'abigeato che
"postmoderne" come il traffico di droghe
e il riciclaggio del denaro sporco. Anche la
presunta funzione di "protezione" va
demistificata: i mafiosi non sono i protettori
privati in una società dominata dalla sfiducia e
dall'insicurezza, ma producono insicurezza con le
loro minacce e si astengono dal metterle in atto
se le loro richieste estorsive vengono soddisfatte(7).
L'estensione
del modello mafioso su scala mondiale non
significa né che Cosa nostra è il "Number
One" alla conquista del pianeta nè che ci
sia una piovra universale con la testa nei paraggi
di Corleone. Vuol dire che tanto Cosa nostra che
gli altri soggetti criminali storici, come le
triadi cinesi e la yakusa giapponese, si sono
sempre più proiettati sulla scena internazionale,
senza abbandonare le loro radici; che si sono
formati nuovi gruppi criminali, come i cartelli
colombiani, la mafia russa e nigeriana, e che
tutti questi gruppi presentano le linee
fondamentali della mafia siciliana, cioè
l'interazione crimine-ricchezza-potere, assieme ad
aspetti culturali specifici legati alla loro
storia e al territorio in cui si sono formati.
2.3.
Deprivazione e ipertrofia delle opportunità
Per quanto
riguarda le spiegazioni del processo di causazione
del crimine organizzato, ha prevalso finora il
paradigma eziologico della deprivazione relativa,
per cui il crimine nascerebbe da un deficit di
opportunità nel perseguimento di fini
generalmente accettati, come l'arricchimento e il
successo. I soggetti svantaggiati raggiungono tali
fini con mezzi illegali, essendo preclusi quelli
legali. Si tratterebbe quindi di una patologia
sociale originata da carenze di vario tipo, di
opportunità, di socializzazione etc.
Le analisi
delle Nazioni Unite sopra richiamate si rifanno
allo stesso paradigma, proiettandolo su scala
mondiale, individuando come causa fondamentale il
deficit di Stato e di mercato nei paesi ultimi
arrivati e marginali.
Per
spiegare l'attuale espansione del crimine
organizzato, si è proposto un capovolgimento
delle categorie che stanno alla base del paradigma
eziologico, considerando il crimine come «l'esito
non di un deficit, ma di una ipertrofia delle
opportunità»(8).
A mio
avviso, il dilemma deficit-ipertrofia si può
sciogliere nel senso che, respingendo nettamente
la visione del crimine come patologia, per di più
confinabile nel novero delle "malattie
tropicali", deprivazione e ipertrofia non
sono in contrapposizione, operano entrambe come
matrici criminogene, tanto a livello
individuale-sociale che territoriale-planetario.
«Le opportunità per i criminali organizzati
nascono tanto sul terreno delle economie
periferiche in crisi e destinate a ulteriore
sottosviluppo, che su quello delle aree centrali
pienamente sviluppate»(9).
2.4.
Capitalismo e mafie
Queste
riflessioni rimandano al problema di fondo, cioè
al rapporto tra capitalismo e mafie. Sarebbe
certamente scorretto identificarli, per la
semplice ragione che fenomeni di tipo mafioso non
si sono formati dovunque si è imposto il modo di
produzione capitalistico. La mafia siciliana nei
suoi prodromi e nei primi sviluppi è assimilabile
alle forme di accumulazione primitiva ma non tutte
le forme di accumulazione originaria hanno
prodotto mafie. «Il capitale viene al mondo
grondante sangue e sporcizia dalla testa ai piedi,
da ogni poro»(10),
ma le vicende ben poco edificanti che hanno
contrassegnato la nascita del capitalismo non
hanno originato mafie in tutte le aree in cui il
feudalesimo cedeva il passo al nuovo modo di
produzione. Sotto questo profilo decisiva è
l'affermazione della forma Stato come monopolista
della forza. In Sicilia l'oligopolio della
violenza, fondato sul con-dominio di autorità
centrale e signori locali, ha avuto una parte
fondamentale nell'evoluzione in mafia di quelli
che ho chiamato "fenomeni premafiosi",
identificabili nelle forme di delinquenza
garantita, cioè di criminalità impunita, e nei
crimini con finalità economica: estorsioni,
abigeati etc.
Schematicamente,
possiamo dire che nel processo di transizione dal
feudalesimo al capitalismo nascono organizzazioni
di tipo mafioso in aree circoscritte (mafia in
Sicilia occidentale, triadi in Cina, la yakusa in
Giappone); che il capitalismo maturo ha sviluppato
tali fenomeni in presenza di determinate
condizioni (immigrazione, mercati neri originati
dal proibizionismo), mentre il capitalismo globale
acuisce contraddizioni sistemiche e presenta
convenienze che comportano l'estensione
dell'accumulazione illegale e il proliferare di
gruppi di tipo mafioso.
3.
L'economia mondiale nella fase di globalizzazione:
gli aspetti criminogeni
Il
"capitalismo globale" non nasce
improvvisamente, come un fungo, un attimo dopo la
caduta del muro di Berlino. La diffusione del modo
di produzione capitalistico su tutto il pianeta,
l'affermarsi delle grandi imprese transnazionali,
la finanziarizzazione, sono il frutto di processi
avviati da tempo, per cui il dilemma: nuova fase o
continuità, non mi pare che costituisca un grande
problema. La novità della globalizzazione, dopo
l'implosione del socialismo reale, è il
"capitalismo senza alternativa". La vera
forza del capitalismo nella fase di
globalizzazione non sta tanto nella sua capacità
di valorizzazione attraverso l'innovazione
tecnologica, che crea più, o almeno altrettanti,
problemi di quanto ne risolva, incrementando
contestualmente produttività e disoccupazione,
quanto nell'eclisse di un antagonismo capace di
elaborare e realizzare un progetto alternativo. La
versione apologetica della globalizzazione mira a
far passare l'idea di un capitalismo che
distribuisce dappertutto benessere; le cose non
stanno così, le contraddizioni si ripropongono in
forma aggravata, ma non riusciremo a costruire una
nuova alternativa se non sapremo guardare in
faccia la realtà e renderci conto delle ragioni
che hanno portato alla sconfitta dell'antagonismo
così come storicamente si è configurato.
Possiamo
indicare come aspetti più spiccatamente
criminogeni del capitalismo nella fase di
globalizzazione l'aggravamento degli squilibri
territoriali e dei divari sociali, risultato del
neoliberismo e delle politiche di aggiustamento
strutturale; la liberalizzazione della
circolazione dei capitali e l'ulteriore
finanziarizzazione e opacizzazione del sistema
finanziario.
3.1. La
crescita del sottosviluppo
Secondo il
Rapporto sullo sviluppo umano dell'Undp del 1996
negli ultimi anni la tendenza alla concentrazione
della ricchezza si è accentuata, per cui mentre
in quindici paesi il reddito è rapidamente
aumentato, in cento paesi è altrettanto
rapidamente diminuito, per cui il divario tra
ricchi e poveri si è aggravato, e ciò è
avvenuto anche all'interno dei paesi più ricchi.
La crescita complessiva del Pil non ha comportato
sviluppo ma aumento del sottosviluppo. Quindi la
crescita non è un mezzo che ha per fine lo
sviluppo, ma è funzionale agli interessi che
determinano le politiche internazionali. La stampa
ha colto del rapporto gli aspetti più
appariscenti, per esempio che 358 miliardari, da
Bill Gates a Berlusconi, da soli posseggono quanto
due miliardi e trecento milioni di persone, cioè
il 45% della popolazione mondiale, e qualcuno si
è limitato a constatare che la politica degli
aiuti al Terzo mondo è fallita.
A fronte
di questa realtà che anche organismi ufficiali
come l'Undp descrivono nelle suemanifestazioni più
eclatanti, non ci vuol molto a capire, se non ci
si autoacceca con l'ideologismo neoliberista, che
abbiamo a che fare con qualcosa che non si può
mettere nel conto delle patologie e delle
disfunzioni. Tutta la vicenda del debito estero,
le politiche di aggiustamento imposte dalla Banca
mondiale e dal Fondo monetario internazionale sono
la prova inconfutabile che la marcia trionfale del
capitalismo è più disastrosa della "grande
depressione" del '29.
Per cui può
considerarsi una mera constatazione di fatto
l'affermazione che le linee fondamentali delle
politiche di aggiustamento (lo smantellamento
dello Stato sociale, la liquidazione di gran parte
dell'economia legale, le facilitazioni di ogni
tipo offerte al capitalismo privato) configurano
tali politiche come grandi fattori criminogeni che
stimolano il ricorso all'accumulazione illegale e
la formazione di mafie.
3.2.
Liberalizzazione della circolazione del capitale e
misure anti-riciclaggio
La
liberalizzazione della circolazione del capitale e
la creazione di grandi mercati regionali (Unione
Europea, Nafta nel Nord America, Apec per l'area
del Pacifico) favoriscono la simbiosi tra capitale
legale e illegale e l'impiego delle tecnologie
elettroniche rende sempre più difficile
distinguere la natura dei capitali in
trasferimento.
Le misure
antiriciclaggio, già adottate almeno formalmente
o in programma, sono delle misure-tampone
inadeguate a fronteggiare la portata di tali
fenomeni. Per di più esse spesso rimangono sulla
carta, o per la scarsa collaborazione delle banche
e delle istituzioni finanziarie o per la natura
delle convenzioni internazionali, che anche quando
sono state firmate e ratificate stentano a trovare
applicazione.
Non può
non farsi un confronto: i parametri di convergenza
finanziaria per arrivare alla moneta unica,
previsti dal trattato di Maastricht, sono molto
rigidi (con tutto quello che comportano in costi
sociali) e vengono considerati come delle leggi
inviolabili, pena la caduta negli inferi
extracomunitari, mentre le misure antiriciclaggio
non solo sono inadeguate per contrapporsi
efficacemente alle politiche di liberalizzazione
ma possono rimanere nei cassetti, tanto nessuno ha
nulla da ridire.
L'economia
valica le frontiere e impone il suo ruolino di
marcia, mentre il diritto penale internazionale,
anche limitato al quadro comunitario, trova
continui intoppi. E ciò si spiega con il fatto
che le politiche di liberalizzazione della
circolazione del capitale e di creazione dei
grandi mercati regionali corrispondono agli
interessi dei grandi gruppi
finanziario-industriali, nel caso europeo in primo
luogo di quelli tedeschi, protagonisti effettivi
del nuovo imperialismo nella fase del capitalismo
senza alternativa.
Quando si
parla di riciclaggio l'attenzione va soprattutto
ai cosiddetti paradisi fiscali, ma essi non sono
isole sperse negli oceani, se non dal punto
geografico, ma stazioni di servizio dei grandi
centri del capitale. Non per caso molti di essi
proliferano nelle vicinanze dell'Europa e degli
Stati Uniti. Qualche esempio: il 30% delle 500 più
importanti companies europee hanno società
controllate nelle isole britanniche del Canale,
notori tax havens, e solo nell'isola Guernsey i
depositi sono dell'ordine di 64 miliardi di
dollari(11).
3.3. I due
aspetti della finanziarizzazione
La
finanziarizzazione attuale presenta due aspetti:
l'evoluzione del rapporto finanza-impresa e il
boom del capitale finanziario-speculativo. Già
nel corso degli anni '70 si è cominciato a
parlare di mondializzazione dell'economia e del
modo di produzione capitalistico e si sono avviati
studi sui processi di multinazionalizzazione dei
gruppi finanziari e delle imprese industriali, che
hanno analizzato soprattutto gli aspetti della
compenetrazione tra finanza e impresa, della
diversificazione produttiva, delle alleanze tra i
vari gruppi e dei rapporti con il potere politico.
Gli esempi più significativi riguardavano il
Giappone, gli Stati Uniti, la Germania, la Francia
e l'Italia. Da tali studi emergeva un sempre
maggiore governo finanziario dell'economia,
attraverso la forma holding, e sulla scorta di
essi ho parlato di "complesso
finanziario-industriale"(12),
presentando un progetto di ricerca che richiedeva
la costituzione di un gruppo di studio
pluridisciplinare internazionale, che non si è
potuto costituire, certamente per ragioni
finanziarie (per rimanere in tema) ma anche per la
scarsa propensione di gran parte degli studiosi
alla ricerca d'équipe.
Come si
pone il rapporto finanza-impresa oggi? Per
rispondere adeguatamente a tale domanda è
necessario studiare i principali gruppi
transnazionali, la composizione e provenienza del
capitale, i meccanismi decisionali, le strategie
di occupazione dei mercati, i collegamenti
politico-istituzionali, l'incidenza delle
privatizzazioni, il ricorso a pratiche illegali, i
legami con gruppi criminali, il ruolo delle
fondazioni culturali come produttrici del
"pensiero unico", etc.
Quello che
è certo è che il rapporto tra investitore
finanziario e management non porta a un
"capitalismo popolare", democraticamente
gestito dai piccoli investitori, come vorrebbero i
sostenitori della public company(13).
Tale illusione s'infrange contro lo strapotere dei
grandi soggetti finanziari che gestiscono i fondi
pensione e d'investimenti, cioè i grandi bacini
di raccolta che riforniscono di capitale le
corporations transnazionali. Il caso Olivetti ha
posto in luce le difficoltà del rapporto
finanza-impresa in presenza di un calo di profitti
e in un contesto in cui le concorrenze tra i
grandi gruppi diventano sempre più difficilmente
sostenibili per i soggetti meno attrezzati.
3.4. La
bolla speculativa: patologia o dato strutturale?
Il
capitale finanziario-speculativo è solo una
bolla, un fatto congiunturale e patologico o un
dato strutturale? L'imponenza del fenomeno (più
di 1.000 miliardi di dollari quotidianamente in
circuitazione, alla ricerca di uno sbocco
speculativo) ci invita a riflettere sulla sua
natura, più verosimilmente collegata con la
struttura profonda del capitalismo, resa ancor più
manifesta in questa fase. C'è una
sovraccumulazione dei capitali che non trovano
sbocco in investimenti produttivi, e ciò richiede
una riflessione adeguata che faccia i conti con la
tenuta della teoria della caduta tendenziale del
saggio di profitto e con i cambiamenti in atto
nell'organizzazione del lavoro(14).
Le
speculazioni sui tassi di cambio a breve termine,
verso cui fluisce gran parte del capitale
finanziario, sono il frutto di perturbazioni
monetarie che si spiegano con la cronicità e
l'aggravamento della crisi economica mondiale. Il
problema è che questa crisi non è il preludio
della catastrofe né tanto meno è la gestazione
dell'alternativa. Condivido l'affermazione secondo
cui «le crisi sono inerenti al sistema
capitalistico. Ogni tentativo di abolirle (o
addirittura di cambiarle) può solo cambiare la
forma in cui si manifestano»(15),
ma non vorrei che questa visione della crisi come
fisiologia del sistema, dopo decenni di attesa, più
o meno esplicitata, del crollo, segnasse il
passaggio a una fase più o meno etichettabile
come "fine della storia", o del
capitalismo perennemente in crisi e perennemente
sopravvivente, cioè come unica storia.
Persiste
nell'area della sinistra marxista una visione
economicistica, della crisi e non solo di essa,
che non ci aiuta a capire i processi in atto. Per
spiegare la tenuta del capitalismo fino ad oggi e
ancora per chissà quanto tempo, a mio avviso,
occorre «una teoria integrata che tenga conto di
fattori sociali e politici (la disgregazione dei
soggetti potenzialmente antagonistici, le nuove
strategie militari, la morte o la crisi della
democrazia, la riproposizione di razzismo e
fascismo etc.) e che non si attardi in
considerazioni sugli sfruttati vecchi e nuovi come
soggetti che scalpitano in attesa della
rivoluzione»(16).
Non possiamo nè attendere il crollo del
capitalismo nè tanto meno pensare che l'esito
disastroso delle esperienze socialiste sia il
frutto di qualche disfunzione marginale che
dimostra la bontà della strategia del movimento
operaio nel suo complesso.
3.5.
L'innovazione finanziaria come fuga dal controllo
e l'opacità del sistema economico
Il
contesto in cui opera il complesso
finanziario-industriale, si formano i grandi
mercati e cresce a dismisura il carosello
speculativo è caratterizzato da un'incessante
innovazione finanziaria, che altro non è che una
continua e sempre rinnovata fuga dal controllo, in
cui la regolamentazione è sempre parecchi passi
indietro rispetto all'invenzione di nuovi canali e
nuovi prodotti.
Dai fondi
comuni ai derivati, con tutte le loro
incarnazioni, la nuova finanza è la storia
esemplare del capitale alla ricerca degli sbocchi
più convenienti, con scarsa considerazione della
loro classificazione come legali o illegali.
Rappresentare
l'economia mondiale come un grande casinò,
gestito dai "vandali", cioè dai tecnici
delle speculazioni valutarie e dagli inventori di
nuove forme speculative, può sembrare una trovata
da romanziere e in realtà il libro di Millman è
un romanzone agiografico sulle avventure delle
primule rosse finanziarie, ma non si discosta
dalla realtà quando rappresenta la fenomenologia
della speculazione contemporanea e la mette in
relazione con il capitalismo nella fase attuale(17).
Le speculazioni valutarie e di ogni genere non
sono l'hobby di qualcuno pronto a sfruttare di
tanto in tanto le occasioni di cui viene a
conoscenza ma un'attività scientificamente
condotta all'interno di società o di uffici
appositamente costituiti che coinvolge anche i
grandi gruppi finanziario-industriali.
La
liberalizzazione della circuitazione dei capitali,
la creazione dei grandi mercati regionali, la
finanziarizzazione, le varie forme d'innovazione,
comportano un aumento del tasso di opacità del
sistema economico nel suo complesso e una
reciproca convenienza a collegarsi e fondersi tra
economia lecita e illecita. Ci troviamo di fronte
a una duplice e convergente dinamica: la
criminalizzazione dell'economia legale e la
legalizzazione dell'economia criminale.
Il segreto
bancario continua ad essere la regola e non può
sorprendere il fatto che alla conferenza di Napoli
e in altre occasioni i rappresentanti dei piccoli
stati che operano come tax havens si siano opposti
all'approvazione di misure restrittive. In realtà
ci troviamo di fronte a un gioco delle parti:
mentre gli Stati Uniti e altri grandi stati
nazionali tuonano contro gli staterelli-paradisi
fiscali, pur sapendo che essi svolgono funzioni a
servizio del capitale, di tutto il capitale,
questi ultimi si ergono a difesa delle loro
prerogative, sapendo altrettanto bene di essere in
mille modi legati alle grandi centrali
finanziarie.
4.
L'accumulazione illegale: risposta alla crisi e
frutto delle contraddizioni sistemiche del
capitalismo globale
I 500-700
miliardi di dollari annui a cui ammonterebbe il
giro d'affari criminale, secondo le stime più
caute, mentre altre stime danno cifre più
elevate, sono il frutto di un'accumulazione che si
espande sia nelle aree periferiche che centrali,
cavalca le occasioni e le convenienze offerte
tanto dall'aggravarsi del sottosviluppo che dalle
contraddizioni sistemiche dello sviluppo
capitalistico nella fase di globalizzazione. Cioè:
lo sviluppo del crimine transnazionale non
rispecchia tanto il caos della "giungla"
quanto il capitale nel suo complesso.
Certamente
la crescita dell'accumulazione illegale e il
proliferare di gruppi criminali di tipo mafioso
costituiscono una risposta alla crisi
dell'economia legale in tutte quelle aree in cui
le politiche delle agenzie internazionali e le
dinamiche del capitalismo globale smantellano gli
apparati produttivi esistenti e impongono
l'azzeramento dello Stato imprenditore e dello
Stato sociale. Ciò avviene in interi continenti
come l'America latina e l'Africa, in buona parte
dell'Asia come pure nei Sud presenti anche
all'interno dei Nord del pianeta.
Mentre
nelle aree di crisi l'attività illegale è
l'unica forma di accumulazione in buona salute e
offre redditi di sussistenza a chi non ne ha
altri, il grosso dei capitali illegali fluisce
nelle roccaforti del capitalismo e nel circuito
finanziario mondiale per le maggiori convenienze
offerte dall'investimento in attività legali e
dagli sbocchi speculativi. Più in generale tali
fenomeni sono una risposta alla crisi
dell'accumulazione capitalistica nel suo complesso
e l'incremento del capitale mafioso, assieme a
quello del capitale speculativo, è insieme
manifestazione di tale crisi e forma del
capitalismo reale. Cioè, l'economia illegale non
è solo la stampella di un'accumulazione legale in
crisi ma opera un'interazione tra legale e
illegale dovuta alla fisiologia della crisi
capitalistica, così come si manifesta in questa
fase. Il mercato mondiale è una realtà polimorfa
e pluridimensionale, ed economia legale, sommersa
e illegale più che corpi estranei appaiono come
scomparti in relazione funzionale tra loro. In
linea di ipotesi possiamo dire che «il modo di
produzione capitalistico, nella fase di
globalizzazione, attiva tutte le forme di
accumulazione e l'accumulazione illegale presenta
insieme i caratteri di accumulazione originaria (o
di "via criminale al capitalismo") nei
luoghi periferici e per i soggetti sociali
"ultimi arrivati" e di accumulazione
deregolata ("via criminale del
capitalismo") che sfrutta le convenienze
offerte dal capitalismo per le contraddizioni
sistemiche che esso presenta»(18).
Abbiamo già
parlato delle contraddizioni tra crescita e
sviluppo e tra opacità crescente e lotta contro
il riciclaggio; ad esse va aggiunta quella tra
legalità e realtà, di cui il proibizionismo
delle droghe è la prova più eclatante. Dopo 90
anni di proibizionismo ci troviamo con un consumo
di sostanze psicoattive enormemente cresciuto, con
grave rischio per la vita dei consumatori, e con i
criminali che gestiscono il traffico di droghe ai
primi posti nelle graduatorie mondiali della
ricchezza. Le contraddizioni sopra richiamate si
intrecciano tra loro: si pensi alle crociate
antidroga degli Stati Uniti, mentre il Fondo
monetario internazionale, di cui gli Stati Uniti
sono il principale azionista, impone la
liberalizzazione dei cambi ai paesi indebitati e
ciò favorisce in America latina il riciclaggio
legale dei cocadollari.
4.1. Lotta
alle mafie e nuovo antagonismo
Storicamente
la lotta alla mafia si è sviluppata come forma
specifica della lotta di classe nella Sicilia
occidentale. L'attuale movimento antimafia si
configura come forma di impegno civile, legato più
che altro all'indignazione dopo i grandi delitti,
e ciò spiega le grandi mareggiate come pure i
periodi di magra. Non si può certo ripristinare
il passato, ma la lotta alle mafie non può essere
soltanto la risposta emotiva alle sfide mafiose.
Se si vuole che essa assuma continuità e
spessore, deve diventare una delle strade
attraverso cui si ridefinisce l'antagonismo e
prende corpo un progetto alternativo.
Cadute le
vecchie certezze, ci troviamo di fronte a problemi
epocali senza una capacità di analisi adeguata né
tanto meno di proposta e di progetto che
rappresentino un'alternativa reale. Tale capacità
può essere solo il frutto di un impegno corale
dei soggetti che condividono un'analisi critica
dell'esistente e si muovono in una prospettiva non
astrattamente antagonista ma legata alle
conflittualità attuali.
La rivista
ha già cominciato a svolgere un ruolo
significativo in questa direzione e costituisce un
utile spazio di analisi, di documentazione e di
confronto. Occorre potenziare questo strumento,
anche collegandolo con altre testate, avviando
iniziative comuni. Un passo ulteriore può essere
la creazione di un osservatorio sui processi in
corso che sia anche un laboratorio di proposte e
di progetti, collegando strutture già esistenti.
Ci sono
tanti soggetti che svolgono un lavoro prezioso ma
rischiano di sfibrarsi nell'isolamento se non si
riesce a creare un sistema di comunicazione
permanente, precondizione di un lavoro a più voci
a un progetto comune.
Note
(1)
La tesi del crimine come "american way of
life" fu sostenuta da Daniel Bell in un
articolo del 1953.
(2)
Per una rassegna delle tesi sulla mafia rimando al
mio La mafia interpretata. Dilemmi, stereotipi,
paradigmi, Rubbettino, Soveria Mannelli 1995.
(3)
Cfr. U. Santino - G. La Fiura, L'impresa mafiosa.
Dall'Italia agli Stati Uniti, F. Angeli, Milano
1990, pp. 49 ss.
(4)
Per avere un'idea di tale percorso
contraddittorio, si vedano i seguenti testi di P.
Arlacchi: La mafia imprenditrice, il Mulino,
Bologna 1983 (dove si parla di una mafia
innovatrice e destrutturata); I costi economici
della grande criminalità, in Confesercenti,
L'impresa mafiosa entra nel mercato, F. Angeli,
Milano 1985 (dove la mafia diventa "ostacolo
allo sviluppo"); Gli uomini del disonore. La
mafia siciliana nella vita del grande pentito
Antonino Calderone, Mondadori, Milano 1992 (dove
si scopre la mafia come società segreta,
rigidamente organizzata).
(5)
U. Santino, La mafia interpretata, cit., p. 130.
Il termine "Cosa nostra" compare per la
prima volta negli Stati Uniti dopo le rivelazioni
di Joe Valachi, utilizzate nel rapporto McClellan
del 1963. In Italia compare nel 1984 dopo le
rivelazioni di Buscetta. Nell'uso corrente la
mafia viene identificata con Cosa nostra; questa
identificazione vale per una parte della Sicilia,
Palermo in particolare, ma ci sono organizzazioni
di tipo mafioso (come la Stidda nelle province di
Agrigento e Caltanissetta e i clan catanesi) al di
fuori di Cosa nostra.
(6)
La teorizzazione della "borghesia
mafiosa" ha alle spalle l'analisi di
Franchetti, che nella sua inchiesta sulla Sicilia
del 1876 parlava di "facinorosi della classe
media", ed è stata sviluppata da chi scrive
sulla base di un'intuizione di Mario Mineo, una
delle figure più significative della sinistra
siciliana. Un'esposizione sintetica di tale tesi
è contenuta nel mio La mafia interpretata, cit.,
pp. 133 ss.
(7)
Per una critica della tesi della mafia come
"industria della protezione privata",
rimando al mio La mafia interpretata, cit., pp. 30
ss.
(8)
V. Ruggiero, Crimine organizzato: una proposta di
aggiornamento delle definizioni, in "Dei
delitti e delle pene", n. 3, 1992, p. 14.
Sulle impostazioni della "criminologia
critica" cfr. U. Santino, La mafia
interpretata, pp. 92 ss.
(9)
U. Santino, La mafia interpretata, p. 132.
(10)
K. Marx, Il capitale, Libro primo, Editori
Riuniti, Roma 1964, p. 833.
(11)
M. Chossudovsky, Global Debt and the
Criminalisation of Economic Activity,
dattiloscritto.
(12)
U. Santino, La mafia finanziaria. Accumulazione
illegale e complesso finanziario-industriale, in
"Segno", n. 69-70, aprile-maggio 1986,
ripubblicato in La borghesia mafiosa, quaderno del
Centro Impastato, Palermo 1994; trad. inglese The
financial mafia, in "Contemporary
Crises", vol. 12, n. 3, settembre 1988.
(13)
Cfr. N. Colajanni, No, non ha vinto la public
company, "Il Sole - 24 ore", 13
settembre 1996.
(14)
M. Sylvers, Evviva i barbari, in
"AltrEuropa", n. 3, aprile-giugno 1996.
(15)
Cfr. G. Carchedi, Crisi monetarie: il caso del
Messico, in "AltrEuropa", n. 2,
gennaio-marzo 1996.
(16)
U. Santino, Economia mondiale e accumulazione
illegale, in "Guerre & Pace", n.
13-14, luglio-agosto 1994.
(17)
Cfr. G. J. Millman, Finanza barbara. Il nuovo
mercato mondiale dei capitali, Garzanti, Milano
1996.
(18)
U. Santino, Economia mondiale e accumulazione
illegale, cit. |