RIFLESSIONI
SU UNA NUOVA FASE
Intervento di Livio Maitan al CPN del PRC
L´11 settembre e la seconda guerra del Golfo
permettono di meglio cogliere e definire
elementi più duraturi ed elementi più
contingenti della fase attuale. In sintesi:
1) Gli Stati Uniti hanno ribadito una enorme e
crescente supremazia militare che consente loro di
agire unilateralmente senza necessità dell´apporto
di una coalizione (avrebbero potuto anche
prescindere dalla presenza britannica per non
parlare di altre insignificanti) e senza un avallo
in qualsiasi forma da parte delle Nazioni Unite
cui hanno inferto il più duro colpo della loro
storia. Possono far valere l´efficace rapidità
di un´operazione, condotta con un numero
irrisorio di perdite e con una quantità di
vittime irachene, civili e militari, inferiori a
quelle sia della prima guerra del Golfo, sia della
guerra contro la Serbia e anche di quella in
Afghanistan. Non si sono verificati, d´altra
parte, danni delle dimensioni di quelli del 1991
alle attrezzature petrolifere. Gli Stati Uniti
hanno rafforzato, con una presenza più diretta,
il loro peso in una regione cruciale, mettendo con
le spalle al muro Stati arabi e lo stesso Iran e
rendendo ancora più difficile la condizione dei
Palestinesi. Se non mettono all´ordine del giorno
una nuova guerra, per il momento, possono
sfruttare con pressioni e ricatti di ogni genere l´evoluzione
a loro favorevole dei rapporti di forza.
2) Gli avvenimenti dei primi mesi di quest´anno
hanno fatto emergere, più che mai in precedenza,
i conflitti di interessi economici e di disegni
geopolitici tra le grandi potenze, dalla Francia
alla Germania e alla Russia, e, sia pure meno
apertamente, alla Cina. Il fatto che non sia
ipotizzabile che questi conflitti assumano
carattere militare, non significa che siano meno
reali. Sarebbe, in particolare, errato non tenere
conto che sul terreno economico i rapporti di
forza tra Stati Uniti e Ue non sono neppure
lontanamente paragonabili a quelli esistenti sul
terreno militare. Dall´ineludibile constatazione
del riemergere di conflitti intercapitalistici o
interimperialistici non discende affatto che le
posizioni assunte da Francia, Germania e Russia
possano essere valorizzate come una
contrapposizione agli Stati Uniti e quindi
utilizzate tatticamente dallo stesso movimento
operaio e antimperialista, come sostengono, più
meno esplicitamente e da diversi angoli di
visuale, personaggi e tendenze presenti nello
stesso movimento no global (per esempio, certi
settori di Le Mondediplomatique e Samir Amin). Una
funzione del genere non è e non potrà essere
assunta neppure dalla Cina, trascinata sempre di
più nel vortice della globalizzazione
neo-liberista.
3) Il nuovo quadro emerso in questi mesi è, in
ultima analisi, il riflesso della crisi politica e
culturale, sia pure di diverse forme, di tutte le
società capitalistiche. Il formarsi del gruppo
dirigente attuale degli Stati Uniti è stato il
punto di arrivo di una fase di preparazione in
profondità già durante l´amministrazione
Clinton, con la partecipazione attiva dell´ala più
"fondamentalista" dei repubblicani e con
la complicità di settori tutt´altro che
trascurabili dei democratici. E´ stato stimolato
dalle esigenze vitali della potenza egemone in un
contesto internazionale di persistente instabilità
e ricorrenti lacerazioni. L´11 settembre,
riflesso drammaticamente concentrato di questa
situazione, ha impresso la spinta definitiva al
"nuovo corso", ma vi ha contribuito,
anche se forse meno direttamente e vistosamente,
la fine dell´alta congiuntura economica
prolungata. Se un´analogia è possibile, da
relativizzare come tutte le analogie, il cambio
che si è verificato è paragonabile a quello
segnato dall´avvento del reaganismo, prodotto sia
della svolta economica determinata dalla
recessione della metà degli anni ´70, sia della
necessità degli Stati Uniti di superare la
sindrome del Vietnam in un contesto in cui
crollavano in due diverse regioni del mondo due
consolidate roccaforti della conservazione
Iran e Nicaragua.
I maggiori paesi europei hanno conosciuto una
crisi politico-culturale, oltre che
socio-economica, per certi aspetti ancora più
profonda. Dopo Maastricht e la moneta unica, si
imponeva all´ordine del giorno la definizione di
un quadro istituzionale, tanto più urgente
nel contesto dell´allargamento dell´Unione.
Compito estremamente arduo dopo la crisi dell´establishment
più tradizionale e l´immaturità e
inconsistenza, a volte ai limiti del grottesco,
dei nuovi gruppi che sgomitavano sulla scena.
Comunque sia, il nuovo passo avanti verso la
costruzione europea non poteva essere prospettato
con una persistente subordinazione agli interessi
e disegni degli Stati Uniti: Sul piano economico
scontri di estrema asprezza si sono susseguiti da
diversi anni a questa parte e restano all´ordine
del giorno. La prospettiva della guerra contro l´Iraq
ha offerto in particolare a Francia e Germania l´occasione
per una netta delimitazione sul piano della
politica internazionale. Del resto lo stesso Blair
ha cercato di giustificare il suo atteggiamento
adducendo che per l´Europa sarebbe stato meglio
farsi valere "dall´interno", cioè
assecondando gli Stati Uniti per meglio
condizionarli e imporre il rispetto degli
interessi europei.
4) Tutti questi rilievi analitici non devono far
perdere di vista che, per riprendere una
espressione corrente, gli Stati Uniti, dopo aver
vinto agevolmente la guerra, potrebbero perdere la
pace. Dopo tutto, la prima guerra del Golfo aveva
risolto ben poco, dal punto di vista imperialista:
Quel che è ancora più importante, che la
"vittoria" sulla Serbia abbia aperto la
strada a una ricostruzione pacifica della regione
balcanica sarebbe ben difficile sostenere:
problemi cruciali restano più che mai aperti. E
su quale sia la situazione di persistente
instabilità e frammentazione dell´Afghanistan
non c´è bisogno di insistere.
Non è, d´altra parte, fare una concessione all´economicismo
attirare ancora una volta l´attenzione sulla
dinamica economica. La ripresa più volte
annunciata non solo non c´è stata, ma neppure
affiora all´orizzonte. Dopo il Giappone anche la
Germania, terza potenza economica, è impantanata
in un ristagno prolungato, se non addirittura in
ricadute tout court recessive. E in Asia ormai da
tempo le tanto celebrate tigri sembrano scomparse
dall´orizzonte.
In questo contesto, l´ipotesi che, da una parte,
la concorrenza possa assumere forme parossistiche
con conseguenze devastanti, e che, dall´altra, ci
siano nuovi, vigorosi ritorni di fiamma
protezionistici è tutt´altro che infondata.
Tutto questo potrà acuire conflitti
intercapitalistici e creare difficoltà nel quadro
stesso dell´Ue (tra l´altro, l´esito del
referendum britannico sulla moneta unica è tutt´altro
che scontato).
5) Dovremmo essere d´accordo che, se il quadro è
quello tracciato, è più che mai vitale che
il movimento no global mantenga tutte le sue
potenzialità e che si mobiliti in forme
convergenti per l´affermazione della pace e per
gli obiettivi sociali tanto più irrinunciabili in
quanto è corso nella stessa Europa, dall´Italia
alla Francia e alla Germania, una nuovo offensiva
delle classi dominanti e dei loro governi. L´enunciazione
è di per sé incontestabile: la traduzione in
pratica, non illudiamoci, estremamente ardua. Per
questo il movimento deve accrescere il suo sforzo
di riflessione sulle esperienze fatte, sulle
esigenze nuove, sulla necessità di definire
obiettivi e forme di mobilitazione nella nuova
fase in cui siamo entrati.