TERRORISMI E AUTODECISIONE.

Di Livio Maitan.

 

Al di là delle diverse tonalità, il motivo conduttore prevalente sui media egemonici dopo gli avvenimenti di Mosca appare inequivocabilmente: è sempre più minaccioso un terrorismo mondiale  che ha un comune denominatore e discende, al di là di condizionamenti specifici, da una particolare visione del mondo, da una religione come quella islamica, e, in ultima analisi, da una civiltà radicalmente diversa o addirittura contrapposta . A una simile impostazione è vitale opporre da parte nostra un radicale rigetto, fondato sul rifiuto dell’uso di formule generiche, astratte, dalle tonalità, esplicitamente o implicitamente, demonizzatrici, e sul maggiore scrupolo analitico possibile  Dovremmo pure evitare ogni ipotesi ispirata, consapevolmente o meno, a una sorta di interpretazione complottistica della storia.

Per cominciare, nessuna indicazione permette di affermare che episodi così diversi come l’attacco alla petroliera francese, la strage a Bali e l’incursione nel teatro di Mosca siano opera della stessa organizzazione o, come qualcuno ha detto, di una stessa “federazione” terroristica di cui  reggerebbe le fila il famigerato Ben Laden. Va da sé che non pretendiamo di sapere come stiano esattamente le cose. Diciamo solo che, se dietro a tutto ci fosse effettivamente Ben Laden, sarebbe questa la prova inconfutabile della criminale inutilità della guerra in Afghanistan.

Ci sembra, invece, colga più nel segno un conservatore lucido come Sergio Romano quando sottolinea che le “cellule segrete” “non hanno una organica strategia comune, non obbediscono agli ordini di un solo leader e non sono il nemico globale di cui qualcuno va fantasticando”. Diciamolo più in generale, per il presente e per il futuro: la società mondiale del capitalismo dell’era della globalizzazione, lacerata da contraddizioni infinite, semina miserie e devastazioni su scala così vasta, acuisce in forma così parossistica diseguaglianze planetarie, che in uno stesso periodo si possono produrre molteplici esplosioni conflittuali nelle regioni anche più remote, segnate dalle reazioni più disperate e, se vogliamo, dal punto di vista di fini democratico-rivoluzionari ed egualitari, irrazionali.

In secondo luogo, non è possibile usare indiscriminatamente la categoria del terrorismo per esprimere in termini stereotipi una condanna. C’è appena bisogno di ricordare che sin dall’inizio il movimento operaio, in particolare in Russia, si è costruito in contrapposizione a concezioni e tendenze terroristiche. Ma, a partire da Lenin, non si è mai trascurato di indicare quali fossero le origini materiali di queste tendenze , le cui impostazioni e i cui metodi erano respinti con analisi e critiche concrete e non con proclamazioni generiche. Questo metodo resta valido .Oggi, i nostri avversari, nella categoria del  terrorismo includono movimenti politici e ideologici tra i più diversi da Al Qaeda alle Farc colombiane passando per la resistenza palestinese. Per noi, invece, è indispensabile comprendere diversità di origini, di ideologie, di impostazioni strategiche e di metodi tattici  .La nostra condanna del terrorismo alla Ben Laden, che si basa su una contrapposizione non solo di ideologie e di metodi politici, ma anche di contenuti sociali, non può essere la stessa che nei confronti dell’Eta, che afferma di battersi per l’autodecisione, ha incontestabilmente una base popolare ecc., ma che continua a usare metodi inaccettabili da un punto di vista non solo umano, ma anche democratico-rivoluzionario.

 Nel caso dei Ceceni, possiamo forse sorvolare un solo istante sul dato di fatto incontestabile che una lotta dura da secoli, o, per limitarci alle vicende più recenti, che una vera e propria guerra è in corso da oltre un decennio? Effettivamente si tratta di una guerra, che il  potere russo ha condotto e conduce distruggendo letteralmente città e villaggi (una testimonianza struggente ci è venuta nei giorni scorsi da Ettore Mo). Domanda: se di una simile guerra si tratta, perché non sarebbe “terrorismo” distruggere una città cecena e lo sarebbe, invece, un’azione cecena  a Mosca?. La nostra critica  può e deve essere che con simili metodi si rischia di scatenare reazioni ancor più distruttive, si sacrificano inutilmente vite di ceceni e di russi, non si guadagna la solidarietà di altri popoli del mondo. Ma contemporaneamente non dobbiamo stancarci di dire che la sola soluzione democratica, o più semplicemente, civile, è assicurare al popolo ceceno la possibilità  di decidere sul proprio destino. Per noi, come democratici, prima ancora che come comunisti, l’autodecisione resta un punto cardinale.

 Le immagini delle giovani donne uccise nel teatro ha suscitato diffuse reazioni, anche  commosse. Al di là del giudizio sulla impresa in cui hanno perduto la vita, queste donne, vedove di guerriglieri e forse, alcune, figlie o nipoti di Ceceni deportati come popolo all’epoca di Stalin, potrebbero essere assunte a simbolo  tragico di tutti i drammi che lacerano un mondo, da cui non si può uscire con azioni come quella del teatro moscovita, le si definiscano o no terroristiche, ma che è più che mai necessario trasformare da cima a fondo in senso rivoluzionario nel senso più pregnante del termine.

 

Livio Maitan, 28 ottobre 2002

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