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Relazione
di Gigi Malabarba sul lavoro del PRC nel sindacato
Mesagne 25/1/2003
Venerdì 24
gennaio Gigi Malabarba, operaio Alfa Romeo e
capogruppo del PRC al Senato, ha tenuto una relazione
a Copertino (Lecce), insieme al segretario regionale
Pasquale Martino,sui problemi della Fiat, con
interventi dei rappresentanti dello SLAI Cobas (Luigi
Ranfino, operaio Fiat di Lecce) e del segretario
provinciale della FIOM Rino Giangrande. Il dibattito
non è stato registrato. Dato il grande interesse, e
l’assenza di tutto il gruppo dirigente leccese a
Copertino (e il mancato coinvolgimento del corpo del
partito nell’iniziativa), abbiamo registrato la
relazione successiva, tenuta la mattina del 25 a
Mesagne sugli stessi temi (successivamente Gigi
Malabarba ha svolto una relazione sulla battaglia per
i referendum anche a Bari, nella federazione del PRC).
La trascrizione segue fedelmente la registrazione, ma
non è ancora stata rivista da Gigi Malabarba.
Crediamo sia comunque utile.
È possibile partire dalla vicenda Fiat per fare un
po’ di luce sui problemi e le evoluzioni della
questione sindacale, perché la vicenda Fiat è
veramente - ancora una volta - paradigmatica in
generale dello scontro sociale nel nostro paese. Non
perché non esistano delle situazioni analogamente
difficili nel mondo del lavoro, praticamente ovunque;
basti pensare ai tanti settori colpiti da grandi
ondate di licenziamenti: in un paio di banche si sta
perdendo lo stesso numero di posti di lavoro che si
stanno perdendo in Fiat. Si parla di 300.000 mila di
lavoro a rischio per i prossimi mesi, quindi questa è
una questione che va molto al di là della vicenda
Fiat.
Però,, partendo dalla vicenda Fiat è possibile
risalire dalle nostre specifiche difficoltà alle
difficoltà più generali dell’opposizione nel
trovare una strada diversa da quella percorsa negli
ultimi anni, soprattutto con le politiche di
concertazione.
Non c’è dubbio che la questione Fiat sia arrivata
praticamente alla sua fase conclusiva. Non è vero che
l’inizio della crisi è collocabile a un anno fa. La
vicenda Fiat è approdata a un punto di non ritorno da
circa una decina di anni, da quando da parte dei
principali azionisti, la famiglia Agnelli e dintorni,
c’è stato un disimpegno rispetto al settore
dell’auto. Una scelta cosciente, non semplicemente
dettata dalle difficoltà internazionali della
competitività, ma dovuta al fatto che una parte
importante degli azionisti, soprattutto all’inizio
degli anni ’90, ha compreso di potere sfruttare le
dinamiche della finanziarizzazione dell’economia sul
piano internazionale, approfittandone per ricavare
profitti più rapidi e consistenti di quelli che
pensavano di poter ottenere dal settore dell’auto.
Questo perché il prodotto automobilistico è stato
pensato da tanti anni come un prodotto ormai maturo,
per cui c’era un mercato di sostituzione, senza la
necessità di grandi investimenti per l’innovazione,
mentre alla fine degli anni ’80 è apparso
sostanzialmente il contrario.
Era chiaro che dovevano rimanere nel campo mondiale
non più di sei o sette produttori: della quindicina
di quelli esistenti, oltre la metà avrebbe dovuto
ormai scomparire, essendoci un’enorme capacità di
sovrapproduzione a livello mondiale. Questo avrebbe
comportato, per la famiglia Agnelli e per gli
azionisti della Fiat, fare un grandissimo investimento
puntando su tempi lunghi, investimento che non avrebbe
immediatamente prodotto un’entrata economica e un
profitto significativi. Non se la sono sentiti di fare
una cosa del genere e hanno puntato sulla
diversificazione e sul guadagno immediato di borsa.
Inevitabilmente, non poteva che esserci una caduta sul
piano industriale principale, quello appunto
dell’automobile.
Hanno probabilmente potuto tirare avanti ancora per
una decina di anni grazie al fatto che, diversamente
anche da altri paesi, c’è stata una regalia
straordinaria da parte dello Stato. Una regalia non
certamente nuova, non iniziata negli anni ’90: c’è
sempre stata nei confronti della Fiat prima, durante e
dopo il fascismo. Da sempre la Fiat è stata
“governativa”, e ha potuto beneficiare di aiuti
straordinari provenienti da governi di ogni colore. Si
è calcolato che negli ultimi 25 anni, il periodo in
cui io sono stato e sono tuttora dipendente della
Fiat, lo Stato ha sborsato 250.000 miliardi di vecchie
lire solamente per coprire le ore perse di cassa
integrazione (sette miliardi di ore); e questa è solo
la parte che spetta come contributo pubblico
(escludendo quindi quanto ci mettono direttamente i
lavoratori e l’azienda). E non teniamo conto di
tutti i provvedimenti di cui hanno beneficiato in
generale i padroni, la fiscalizzazione degli oneri
sociali, contributi a perdere (si pensi allo
stabilimento di Melfi, 3.300 miliardi).
Dunque hanno potuto beneficiare di questi contributi
eccezionali negli ultimi dieci anni e sono arrivati
praticamente nel 2000 a una fase in cui la dismissione
si rendeva inevitabile. Non avendo fatto nessun
investimento di innovazione soprattutto sul prodotto,
alla fine non c’erano più possibilità di
competizione. Quindi l’accordo con la General
Motors, concluso nei fatti nel ’99 e siglato poi
all’inizio del 2000, era praticamente un accordo di
recupero di quattrini rispetto al forte indebitamento
che ormai c’era stato nei confronti delle banche
vendendo al migliore offerente, per ottenere la
migliore soluzione dal punto di vista del recupero
finanziario per gli azionisti, non dal punto di vista
dello sviluppo industriale del settore.
Questo era assolutamente chiaro ed evidente proprio a
tutti coloro che avevano semplicemente un’attenzione
alla problematica Fiat. Solo che anche da parte
sindacale, e parlo di tutta l’organizzazione
sindacale confederale in generale, questo non lo si è
voluto vedere in questi termini e c’è stato un
generale apprezzamento sul fatto che c’era un
accordo con un grande produttore. Infatti, detto in
termini generici, non c’è dubbio che gli accordi
erano una strada assolutamente inevitabile. Nessuno
poteva pensare che con la competitività esistente,
con i grandi investimenti che c’erano da fare, la
Fiat potesse sopravvivere da sola sul mercato
mondiale.
Ma questo doveva essere fatto appunto almeno dodici
anni fa: pensare che nel 2000 si sarebbe potuto
realizzare un rapporto significativo e positivo con la
General Motors era semplicemente e assolutamente
ridicolo. Nessuna persona dotata di un minimo di
serietà avrebbe potuto prendere in considerazione
l’accordo con la GM come un accordo di rilancio
produttivo. Era assolutamente da escludere, perché i
livelli di dismissione erano ormai diventati notevoli,
soprattutto nei centri nevralgici. Io ho presente
ovviamente lo stato della mia fabbrica, che conosco da
tanti anni, ma se c’era qualcosa che qualcuno poteva
conservare era tutta quell’intelligenza nella
ricerca e nell’innovazione, che invece veniva
completamente distrutta. Venivano dati dei
finanziamenti per la ricerca che invece veniva
completamente distrutta,e i “finanziamenti per la
ricerca” venivano utilizzati per pagare gli stipendi
ai lavoratori.
Non parliamo poi dell’uso più generale dei
contributi dello Stato (e a dire questo non sono solo
i soliti inveterati bolscevichi che denunciano i
cattivi capitalisti). La commissione parlamentare
Tabacci che si è conclusa nel mese di luglio dello
scorso anno dice che gli 11.000 miliardi di lire dati
negli ultimi anni alla Fiat corrispondono esattamente
ai dividendi versati agli azionisti. In poche parole i
contributi dello Stato non sono stati utilizzati per
la ricerca, per nuovi investimenti, ma per assicurare
spudoratamente agli azionisti quei livelli di
profitti: esattamente la stessa cifra!
Quindi è una cosa che hanno realizzato negli ultimi
anni. L’accordo con GM era un accordo di svendita,
che poi si è addirittura accelerato, grazie anche
evidentemente all’aggravarsi della crisi più
generale che ha coinvolto il mercato
dell’automobile. Per cui chi si è accorto
semplicemente negli ultimi mesi che la situazione
stava diventando irrecuperabile, se ne è accorto solo
nel momento in cui era diventata irreversibile. E non
è già più recuperabile da parte di qualsiasi
capitalista che volesse intervenire sul serio per
rilanciare la produzione automobilistica: dovrebbe
fare degli investimenti tali, e in un arco di tempo
per recuperare i ritardi tecnologici accumulati, che
non risulterebbe più conveniente per nessuno.
Se un grande capitalista a livello internazionale (non
parlo di un capitalista nostro o di una cordata di
capitalisti italiani) dovesse intervenire sulla
situazione della Fiat, in realtà lo potrebbe fare
soprattutto (e parlo di un produttore automobilistico)
per acquisire le quote di mercato e i marchi (perché
legati alla Fiat (ci sono ovviamente dei marchi
prestigiosi come l’Alfa Romeo, la Ferrari, la
Maserati, e così via). Queste sono le uniche cose che
possono interessarli.
Come accennavo ieri a Copertino, l’accordo GM-Fiat
è esattamente lo stesso accordo che si è realizzato
tra GM e Daewoo l’anno precedente (non 100 anni fa,
ma solo un anno prima!). Si tratta di una fotocopia di
quell’accordo, che prevedeva la chiusura
praticamente di quasi tutti gli stabilimenti Daewoo, e
l’acquisizione del marchio Daewoo da parte della GM.
Questo è accaduto in Corea, a questo sono
intenzionati a fare in Italia.
Chiunque venisse oggi in Italia, venisse la Toyota o
la Mercedes, o chiunque altro, farebbe la stessa cosa,
inevitabilmente, perché nessuno in queste condizioni
avrebbe la possibilità materiale di fare qualcosa di
diverso se vuole mantenere il tasso di profitto che
ritiene indispensabile.
Il capitalismo si muove così, non si tratta di essere
buoni o cattivi, è inevitabile. Per questo l’unica
proposta possibile è quella di Rifondazione
comunista, e cioè un intervento del capitale
pubblico. Poi si tratta naturalmente di vedere come
deve essere fatto questo intervento, ma proprio dal
punto di vista del principio economico non c’è
altra soluzione materiale, non c’è la massa critica
economica per poter garantire una ripresa, uno
sviluppo della produzione industriale.
E poi bisogna anche avere una particolare attenzione
al mercato, che non sia un mercato semplicemente di
produzione per la produzione, ma che sia anche
socialmente accettabile, che sia ecosostenibile, e
quindi non è possibile pensare semplicemente di avere
la produzione automobilistica e basta. Deve esserci
anche un indirizzo e una ricerca per renderlo
compatibile con un altro tipo di mobilità,
individuale e collettiva, su cui non voglio farla
lunga, perché bisognerebbe parlare parecchio. Per
esempio: chi può avere interesse se non i cittadini
italiani ad avere quel tipo di produzione
ecosostenibile? Non certamente qualcuno interessato
solo a ottenere profitti.
Siamo a un punto di non ritorno, ormai superato da
parecchio tempo, e quindi anche dal punto di vista
della lotta dei lavoratori la situazione è molto
complicata, perché bisogna rovesciare completamente
una tendenza
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