Riproduciamo
un articolo di Livio Maitan sulla pesante
sconfitta del sindacato metallurgico tedesco.
Segnaliamo anche che allo stesso argomento il
"CorrierEconomia" del 14 luglio ha
dedicato un ampio articolo di Marika de Feo, che
ha ricostruito soprattutto l´aspro conflitto
apertosi nel vertice del sindacato dopo l´insuccesso.
SCONFITTA
IN CAMPO APERTO DELL´IG METALL E TRAMONTO DEL
"MODELLO RENANO"
Sulla vicenda di fine giugno dei metallurgici
della Germania orientale molti commenti sono
apparsi: more solito, i più pertinenti sul
Financial Times (30 giugno e 2 luglio) da cui
traiamo lo spunto per una serie di considerazioni,
direttamente connesse alla vicenda e di ordine più
generale.
Ricapitoliamo. L´IG Metall era entrato in lotta,
proclamando scioperi, perché le 35 ore
settimanali fossero estese alla metallurgia delle
regioni orientali in cui non erano in vigore.
Mirava, dunque, a una equiparazione, un diritto,
dopo tutto, elementare degli operai interessati.
Il 27 giugno il presidente dell´IG Metall, Klaus
Zwickel, annunciava: "L´amara realtà è che
lo sciopero è fallito". Tanto più amara in
quanto l´IG Metall - che con due milioni
settecentomila iscritti resta uno dei più forti
sindacati del mondo, se non il più forte in
assoluto - non aveva subito una sconfitta in campo
aperto dall´ormai remoto 1954.
Le conseguenze non si facevano attendere: l´orario
rimaneva a 38 ore e Zwickel doveva ammettere che,
almeno nella Germania orientale, non esistevano più
le condizioni di negoziati collettivi di categoria
e si doveva ormai trattare con le singole
compagnie. Rappresentanti di organizzazioni
padronali, per esempio Rolf Kroker, non esitavano
a proclamare che ormai gli imprenditori avevano il
coltello dalla parte del manico. Per parte sua,
Gerhard Schroeder coglieva la palla al balzo: la
sconfitta dell´IG Metall era la riprova della
necessità di introdurre anche in Germania una
maggiore flessibilità nei rapporti di lavoro.
La realtà è che la lotta era stata intrapresa in
un contesto in cui già operavano in profondità
fattori negativi per una vasta mobilitazione
operaia. La Germania è ormai da tempo in una fase
di ristagno, se non di recessione tout court, con
devastanti ricadute sull´occupazione: secondo
alcune stime, nel corso del prossimo inverno i
disoccupati potrebbero toccare i cinque milioni:
la Germania orientale è già stata più duramente
colpita: la disoccupazione è al 18,6%, cioè più
del doppio delle regioni occidentali. Che un
simile contesto, sfavorevole ai salariati sul
mercato del lavoro, in assenza di ogni prospettiva
politica di cambiamento radicale, generasse anche
tra i membri dell´IG Metall incertezza sul
proprio futuro, paura di perdere il posto di
lavoro e propensione a non esporsi, è
perfettamente spiegabile. Né tutto questo era
controbilanciato, almeno così sembra, dal fatto
che nell´ultimo anno e mezzo l´IG Metall e altri
sindacati fossero ancora riusciti a strappare
accordi salariali tutt´altro che disprezzabili,
con aumenti sino al 4%.
In fasi che restano un po´ dovunque segnate da
profonda instabilità è consigliabile,
ripetiamolo ancora una volta, la massima prudenza
nelle previsioni: bruschi mutamenti di rotta non
sono a priori esclusi. Resta che una sconfitta
come quella di giugno appare destinata a incidere
fortemente sulla situazione accelerando misure
che, in Germania e altrove, sono definite di
"riforma", mentre di fatto rispondono a
un disegno di controriforma nel significato più
pregnante del termine. In realtà, a subire una
spallata, e più vigorosa delle precedenti, non
saranno solo conquiste passate dei lavoratori,
parziali ma di effettiva incidenza, ma sarà pure
quello che, con una delle semplificazioni
accettate universalmente per pigrizia
intellettuale, è stato ed è presentato come il
"modello renano".
Per andare all´essenziale,il successo, non lo si
dimentichi, nell´arco di decenni del
"modello renano", cioè di una
ricostruzione dai tratti generali combinati a
tratti specifici, dalle rovine della guerra, si
inseriva nel lungo boom postbellico dell´economia
capitalista internazionale. La Germania, che già
prima della Prima guerra mondiale, aveva raggiunto
alti livelli di industrializzazione, univa a una
rivalorizzazione del patrimonio passato, effettive
capacità di innovazione affermandosi così
abbastanza rapidamente sui mercati internazionali.
Lo Stato assumeva un ruolo rilevante, ma in quell´epoca
l´assegnazione allo Stato di un ruolo economico
primario non era considerata una fisima di
ammiratori del socialismo reale, ma era indicata
come un presupposto irrinunciabile. Le drammatiche
esperienze della fine degli anni ´20 e nei primi
anni ´30 con l´avvento del nazismo e l´esigenza
di ricostruire una coesione sociale distrutta
dalla guerra suggerivano uno sforzo di
coinvolgimento lavoratori nella ricostruzione. Di
qui la tendenza, non appena create le condizioni
minime, di assicurare retribuzioni decenti e
garanzie in materia di sanità e di pensioni. Di
qui il tratto più specificamente tedesco, l´introduzione
della Mitbestimmung o cogestione, cioè possibilità
dei salariati di pronunciarsi sulle scelte dalle
loro aziende. Evitiamo ogni fraintendimento: la
Mitbestimmung è stata criticata, a nostro avviso
giustamente,da un punto di vista classista perché
era concepita come uno strumento di integrazione
ai fini di stabilizzazione del sistema. Resta che,
nel contesto dato, l´operazione, combinata a
tutte le altre, è in larga misura riuscita: c´è
stato il "miracolo tedesco", la Germania
ha agito a lungo come locomotiva economica in
Europa e anche fuori d´Europa e ha conosciuto per
decenni una sostanziale stabilità politica.
Se oggi tutto questo è stato rimesso in
discussione e ancora di più lo sarà ora, se si
è levato un coro di voci - tra cui, va da sé,
quella del Financial Times - per condannare la
"rigidità" tedesca con tutti i suoi
lacci e laccioli, è perché è radicalmente
mutata la dinamica economica mondiale. Nell´ora
della concorrenza esacerbata, in cui si impone,
dal punto di vista capitalistico, la riduzione del
costo del lavoro, cioè l´intensificazione dello
sfruttamento, i suggestivi paesaggi renani devono
lasciare il posto a paesaggi più inclementi e
tanto peggio per chi non lo capisce, la sconfitta
dell´IG Metall insegni.
Vale la pena, forse, di non lasciarsi sfuggire che
la preoccupazione per lo smantellamento di
strumenti e metodi del passato non si manifesta
solo nelle file sindacali, tra quei lavoratori cui
si vuol pagare duramente il prezzo di un´eventuale
uscita dalla crisi. Nelle stesse giornate di
giugno, oltre ai commenti padronali e governativi
che abbiamo richiamato, se ne sono uditi altri,
non esattamente del medesimo tenore. La stessa
organizzazione padronale della metallurgia,
ribadita la sua condanna alle scelte dell´IG
Metall, si chiedeva, tuttavia, se non fosse nel
comune interesse di industriali e sindacati
mantenere in qualche modo pratiche di negoziati a
livello di settore industriale. Altre voci di
imprenditori si esprimevano nello stesso senso
considerando che, dal loro punto di vista, un
mantenimento di negoziati collettivi avrebbe
consentito di ridurre il moltiplicarsi di
conflitti aziendali.
Anche da queste particolari reazioni alla recente
vicenda tedesca trapela, dunque, che l´applicazione
di concezioni e pratiche neoliberiste radicali
suscita preoccupazioni non irrilevanti da parte di
alcuni di coloro stessi che ne dovrebbero trarre
beneficio e temono, invece, effetti squilibranti
difficilmente controllabili. Speriamo che nessuno
ci sospetti di ventilare convergenze impudiche, a
rigore improponibili. Ci limitiamo a constatare
che, se neo-liberismo e globalizzazione
capitalistica, provocano lacerazioni e smarrimenti
nelle formazioni politiche sindacali della
sinistra tradizionale, più o meno riconvertita,
anche il fronte avversario ha e avrà le sue gatte
da pelare.
7 luglio 2003
Livio
Maitan