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   Nota storica sulla globalizzazione.
 
 • Di Antonio Moscato

Nota storica sulla “globalizzazione”

Alcuni precedenti

A volte, sentendo esaltare la assoluta novità della “globalizzazione” (soprattutto da chi vuole convincerci che non c’è nulla da fare) si è tentati di correggere in senso opposto, ricordando come l’unificazione del mondo in un unico mercato fosse stata colta già da Marx nel Manifesto, e che il funzionamento delle multinazionali e il meccanismo del debito internazionale erano stati descritti da Rosa Luxemburg ne L’accumulazione del capitale, e da Lenin ne L’imperialismo, fase suprema del capitalismo, che aveva anche registrato l’aumento del peso del capitale finanziario rispetto a quello industriale. Alcune delle pagine di Rosa su come è stata soppressa l’indipendenza dell’Egitto da parte della Gran Bretagna, a nome dei banchieri che avevano “generosamente” concesso crediti per la costruzione del canale di Suez o l’introduzione del cotone, sembrano effettivamente scritte oggi, e basterebbe cambiare alcuni nomi per descrivere gli interventi del FMI e della BM nei paesi debitori.

Anche a proposito della scandalosa pretesa del G7 (oggi G8) di dirigere il mondo senza nessuna investitura formale da parte del mondo, si potrebbe contestare che non è una novità: chi aveva investito i cinque membri permanenti del diritto di veto nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, se non loro stessi, forti del diritto dei vincitori e di quello di essere i potenti della terra? E che dire della Società delle Nazioni, che dell’ONU è stata la mamma (di facilissimi costumi)? Dopo aver svolto il suo primo compito (spartire il bottino coloniale tra i paesi vincitori della “Grande Guerra”), non è stata capace di fermare aggressioni e preparativi militari. Le sanzioni all’Italia che invadeva l’Etiopia (che pure era uno Stato membro della SdN!) furono del tutto platoniche. La SdN ha poi chiuso gli occhi sull’appoggio militare tedesco e italiano al golpe militare di Franco, e si è dissolta alla vigilia della guerra, cedendo il passo a riunioni ancora meno legittime dei più potenti, come fu la Conferenza di Monaco del 1938.

Ma si potrebbe risalire ancora più indietro: chi aveva riconosciuto i poteri del Congresso di Berlino del 1878, che sancì l’inizio della spartizione dell’impero ottomano, o della Conferenza che in quella stessa città, tra il novembre 1884 e il febbraio 1885, definì la spartizione dell’Africa assegnandone un bel pezzo a una società presieduta da Leopoldo II? Solo i rapporti di forza, eppure quei signori decidevano per il resto del mondo.

Connessa alla dubbia legittimità dell’ONU (almeno per come è nata, e per come ha svolto la sua attività finora) c’è la scandalosa subordinazione degli organismi ad esso collegati (come BM e FMI) ai principali paesi capitalistici, che hanno il controllo assoluto semplicemente perché si vota in base al capitale apportato, sicché i paesi “poveri” non contano nulla neanche formalmente. Questo fa la differenza con l’ONU, dove almeno quei paesi potrebbero votare in Assemblea nazionale una risoluzione, magari immediatamente disattesa come quelle sulla Palestina o quelle di condanna dell’embargo a Cuba, sempre che i loro governanti o più semplicemente i loro rappresentanti all’Assemblea delle Nazioni Unite non siano direttamente sul libro paga di uno dei paesi imperialisti.

Ma c’è qualcosa di nuovo…

Qualcuno ha sostenuto (e non solo per l’economia) che il capitalismo attuale ricorda molto quello del periodo precedente la prima guerra mondiale. Ma in effetti ci sono molte novità rispetto a quello di appena qualche decennio fa. Novità tecniche (che valgono a maggior ragione rispetto a quello più lontano nel tempo) come la possibilità di spostare somme enormi in un istante, con un semplice clic su un tasto, ma anche novità politiche e sociali.

In primo luogo, dopo la grande crisi del 1929 e poi a maggior ragione a causa della guerra, i controlli dello Stato (di ogni Stato) sull’economia, sui cambi, sul commercio estero, si erano rafforzati. Alla fine della guerra, l’allargamento territoriale dell’area sovietica, senza che ciò corrispondesse a un suo effettivo rafforzamento, diede l’impressione dell’avvio di un effettivo bipolarismo. In realtà dalla guerra solo gli Stati Uniti erano usciti indenni ed anzi con un potenziale industriale enormemente accresciuto, mentre gli altri Stati (vinti come la Germania, il Giappone o l’Italia o “vincitori” come la Francia e la Gran Bretagna) dovevano ricostruire fabbriche e infrastrutture distrutte. Lo fecero con poderosi aiuti statunitensi (che mancarono invece ovviamente all’URSS e ai paesi della sua area, ugualmente distrutti, e costretti a sacrifici sproporzionati per risollevarsi).

In quegli anni immediatamente successivi alla guerra, cominciarono i vari “miracoli economici”, basati su uno sfruttamento accresciuto dei lavoratori, su un prolungamento degli orari di fatto, un’erosione costante dei salari reali dovuta a una forte inflazione, condizioni di vita terribili (bidonvilles e comunque alloggi malsani, specie per i migranti esteri o interni) . La ricostruzione avvenne tuttavia con un peso enorme delle industrie di Stato, data la difficoltà di trovare capitali privati disposti a rischiare in imprese costosissime. In Italia, ad esempio, tutto il settore siderurgico, trainante per l’industria metalmeccanica, si sviluppa negli anni Cinquanta e Sessanta con fortissimi investimenti dell’IRI. D’altra parte anche l’industria privata più forte e con solidi agganci politici (si pensi alla FIAT) si riprende grazie a consistenti aiuti statali.

Nella fase della ricostruzione, la produzione dei paesi europei e del Giappone era tuttavia destinata prevalentemente al mercato interno. Ma già alla fine degli anni Cinquanta, col Patto di Roma del 1957, cominciarono i primi tentativi di allargare gli spazi di ciascun paese, che sboccheranno parecchi anni dopo in un primo mercato comune europeo tra sei paesi. Intanto l’ondata della decolonizzazione, avviata con l’indipendenza dell’India, e poi almeno indirettamente dalla vittoria della rivoluzione cinese, era stata bruscamente accelerata dalla sconfitta della Francia a Dien Bien Phu, e nel giro di pochi anni avrebbe privato le maggiori potenze imperialiste di quasi tutte le colonie e quindi di una “riserva” esclusiva per i loro prodotti. Negli anni Sessanta si accelerava quindi la concorrenza internazionale e la tendenza a cercare nuovi sbocchi per i propri prodotti.

Anche gli Stati Uniti non potevano più essere sicuri dell’eternità del loro dominio sui paesi del continente latinoamericano, che dopo diversi tentativi rivoluzionari abortiti o deviati (ad esempio la Bolivia del 1952) trovavano un punto di riferimento entusiasmante nell’esperienza di Cuba. E la scelta di sostituirsi alla Francia sconfitta in Indocina per tentare di arrestare la marcia del “comunismo”, cioè dei movimenti di liberazione in quell’Asia orientale in cui avevano interessi non minori, assumeva per gli USA un costo umano, militare e quindi anche economico enorme, coperto con emissioni sempre maggiori di biglietti verdi, che provocavano un’inflazione notevole, anche se in parte esportata verso il Giappone e l’Europa, grazie alla preponderanza politica. La conclusione era la fine della convertibilità del dollaro in oro nel 1971, che provocava un terremoto monetario di dimensioni mondiali, dato che una parte essenziale delle transazioni internazionali avvenivano in dollari, e tutti i paesi capitalisti, soprattutto europei, ne avevano riserve consistenti che ora non potevano più essere cambiate in oro.

Era il preannuncio monetario di una crisi di sovrapproduzione di lunga durata, che avrebbe avuto una accelerazione brusca appena due anni dopo al momento dell’aumento del prezzo del petrolio, a cui furono attribuite a torto tutte le responsabilità per l’arretramento generalizzato della produzione nel 1974-1975.

Sono quegli anni in cui si può collocare l’inizio della fase attuale del capitalismo, sia per l’intreccio tra protezionismo (mascherato spesso da tutela dell’ambiente o dei consumatori) e liberalizzazione senza freni delle esportazioni di merci e capitali verso i paesi più deboli. Il commercio mondiale cresce in questa fase a una velocità doppia rispetto alla produzione: se nel 1975 assorbiva il 25% della produzione complessiva, nel 1997 ne assorbiva oltre il 40%.

In quegli anni intanto in tutti paesi capitalisti ha inizio una fase di duro attacco alla classe operaia, condotta quasi ovunque con l’aperta collaborazione delle burocrazie riformiste. I tempi della realizzazione saranno diversi da paese a paese, a seconda della forza di resistenza dei lavoratori e del grado di complicità dei vertici sindacali: in Italia, la svolta è segnata dall’assemblea dell’EUR e poi dall’attacco alla classe operaia FIAT nel 1980. Sull’attacco all’occupazione non c’è dubbio che si trovano tutti d’accordo, indipendentemente dal fatto che alla testa di un paese ci sia un Reagan o una Thatcher, o un Mitterrand o un Brandt.

È sintomatico che proprio nel 1975 inizia la serie delle riunioni del G7 (anche se nella prima sessione mancava ancora il Canada), che devono trovare, senza incomodi testimoni, una mediazione tra gli interessi parzialmente divergenti, per concertare nei limiti del possibile le politiche economiche e le strategie. Ogni volta viene annunciata la loro intenzione di provvedere ai “paesi poveri”. In una delle ultime sessioni venne promessa la remissione parziale del debito, che peraltro non è stata attuata, per una somma inferiore a un quinto del solo costo di quella riunione. Le sessioni pubbliche infatti sono parate mediatiche, che annunciano i risultati raggiunti dal lavoro invisibile e segreto di migliaia e migliaia di funzionari permanenti strapagati.

Secondo Lori Wallach e Michelle Sforza (WTO. Tutto quello che non vi hanno mai detto sul commercio globale, Feltrinelli, Milano, 2001, p. 17) i risultati di tanta sollecitudine per i diseredati è che “nel 1997 la disparità di reddito tra il quinto della popolazione mondiale che vive nei paesi più ricchi e il quinto che vive nei paesi più poveri è di 74 a 1, mentre era di 60 a 1 nel 1990, e di 30 a 1 nel 1960. Alla fine del 1997 il 2°% della fascia più ricca detiene l’86% del reddito mondiale, mentre il 20% della fascia più povera si deve accontentare dell’1%.”

Ma anche nei paesi “ricchi”, come li definisce il libro (che ha la prefazione di Ralph Nader, che ai DS sembra un pericoloso rivoluzionario, ma che è lontanissimo dall’esserlo), la maggioranza dei cittadini non ha visto neppure le briciole dell’espansione dei profitti realizzati, nonostante le promesse di Clinton, che aveva assicurato che il reddito della famiglia media grazie al libero commercio sarebbe aumentato di 1700 dollari l’anno. Noi, comunque al termine “ricchi” continuiamo a preferire il termine imperialisti.

Nel corso di un quarto di secolo si sono fatti strada faticosamente gli accordi per consolidare aree di mercato unico, in Europa, in Asia intorno al Giappone, nell’America del Nord con il NAFTA. La lentezza è dovuta alle forti resistenze di ciascuna borghesia. È l’inizio della “mondializzazione”. Ma il passo decisivo viene compiuto il 1° gennaio 1995 con l’istituzione del WTO (World Trade Organization) a conclusione del faticosissimo negoziato dell’Uruguay Round Agreement, all’interno del GATT (General Agreement on Tariffs and Trade). Il GATT era stato avviato nel 1947, ma aveva subito numerose graduali modifiche (l’Uruguay Round era durato ben 7 anni di discussioni, e si era concluso producendo un documento di 500 pagine, accompagnato da altre 24.000 di regolamenti particolari).

Gli Stati Uniti, che pure avevano avuto un ruolo decisivo nella stesura, ribadirono che comunque il diritto in vigore nel paese avrebbe prevalso in caso di controversie. Ma non è stato così. In realtà il WTO è stato utilizzato per cancellare la legislazione statunitense di protezione dell’ambiente  che era stata imposta da grandi mobilitazioni di massa negli anni precedenti. I funzionari del WTO hanno decretato ad esempio che scrivere sulla scatoletta di tonno che era stato pescato senza uccidere i delfini… danneggiava la concorrenza e penalizzava ingiustamente chi invece li sterminava.

Analogamente hanno denunciato che l’imposizione ai pescatori di gamberetti di dotarsi di meccanismi di allarme per la protezione delle tartarughe marine, danneggiava ingiustamente la libera concorrenza. Altre sentenze ci sono state in difesa dell’amianto (contro la Francia ed altri paesi europei che lo vietano) perché la legislazione europea danneggia la produzione canadese di amianto, mentre non ci sarebbero “prove certe” sulla sua dannosità…

Il WTO ha denunciato le norme restrittive nei confronto delle pelli ricavate da animali catturati con crudeli tagliole e uccisi poi a bastonate. Un altro attacco è stato riservato alla legislazione europea tendente a ridurre l’inquinamento derivato dall’uso di piombo, mercurio, cadmio, cromo, ecc. nell’industria elettronica. In poche parole il WTO non è – come affermano i suoi difensori interessati - un organismo per il libero commercio mondiale, ma per eliminare ogni ostacolo all’attività delle multinazionali.

Naturalmente essendoci interessi diversi anche tra le multinazionali, a volte anche all’interno di un solo paese, gli accordi non sono sempre facili. Secondo diversi osservatori la sospensione della riunione di Seattle era dovuta più che alla contestazione in sé (che era molto superiore al previsto, ma avrebbe potuto essere piegata ricorrendo a misure repressive più dure), all’esistenza di contrasti per il momento insanabili, che spinsero alla decisione di utilizare la protesta per sospendere una sessione fallita. Va anche aggiunto che al WTO si vota come all’ONU per paese (e non per capitali versati come al FMI e alla BM), ma alcuni paesi piccoli non potrebbero sostenere le spese di una lunga permanenza. Di norma quindi o non partecipano alle riunioni, o si fanno spesare dai paesi più potenti o direttamente da una lobby di multinazionali interessate ad avere il loro voto. Ma la contestazione di Seattle ha incoraggiato alcuni di questi paesi incerti a defilarsi, e ha contribuito a far saltare la sessione che doveva coronare un lungo lavoro sotterraneo di migliaia di funzionari.

Tuttavia, le divergenze non cancellano gli interessi comuni a tutti i principali paesi e gruppi capitalistici. E il primo di essi è di eliminare tutta la legislazione ambientalistica e sociale conquistata nei decenni scorsi. In un raro impulso di sincerità Renato Ruggiero, oggi ministro degli Esteri nel governo Berlusconi e per anni segretario generale del WTO, ammise ad esempio tempo fa che gli standard ambientali inevitabilmente “sono destinati a ridimensionarsi, potendo solo danneggiare il sistema di commercio globale” (lo riporta il già ricordato libro di Wallach e Sforza, a p. 33).

Questa citazione ci permette di attaccare un luogo comune in circolazione nella sinistra, che attribuisce ogni male all’imperialismo americano. Ruggiero è italiano, italianissimo, anzi napoletano, ma era un cane da guardia delle multinazionali al vertice del WTO, lo è oggi come ministro degli Esteri di uno dei sette paesi più influenti.

Tra gli imperialisti ci sono, e in misura crescente, contraddizioni e tensioni, ma non possiamo vedere solo i danni che fa il più forte e ignorare quelli degli altri, e in particolare quelli del nostro imperialismo. Il settimanale “Carta” ha documentato i danni ambientali provocati nell’Amazzonia equadoriana dall’Agip, e altre denunce analoghe giungono da altri paesi che hanno la sfortuna di avere nel sottosuolo riserve di petrolio. L’Agip-ENI è forse “americana”?

Analoghe considerazioni avevamo fatto per chi esaltava l’ONU contro il G7 o G8, o contro la Nato (dimenticando che la Guerra del Golfo, la “madre di tutte le guerre” imperialiste dell’ultimo decennio, è stata benedetta dall’ONU). E che comunque anche la NATO non è solo “americana”, ma ha visto spesso ai suoi vertici ufficiali europei e anche italiani…

Un’ultima nota su un aspetto minore, meno gravido di implicazioni politiche negative (come è invece ogni attenuazione del ruolo degli imperialismi europei, e in genere dello stesso concetto di “imperialismo”, sostituito dal vuoto e generico termine di “politica imperiale”). Alludo all’uso del termine di “rivoluzione capitalistica” per definire questa fase, caro anche a Fausto Bertinotti. Sinceramente, in primo luogo non mi piace screditare ulteriormente il termine “rivoluzione”, usato da tempo dai mass media per definire qualsiasi porcheria in arrivo (“rivoluzione delle pensioni”, ad esempio, per definire la soppressione di diritti acquisito, perfino “rivoluzione del traffico” per definire l’introduzione di assurdi sensi unici, e via di seguito, per associare sempre il concetto a esperienze negative), ma penso anche che piuttosto che di rivoluzione sarebbe più corretto parlare di “reazione”, di un ritorno al capitalismo classico delle origini, senza le limitazioni e i freni imposti da decenni di durissime lotte del movimento operaio.

Gli arretramenti, fino a tornare a livelli da XIX secolo, si vedono in tutti i paesi, e sono associati ad attacchi anche alla stessa democrazia, alla cancellazione di diritti acquisiti dalle donne, ecc.

I capitalisti che avevano dovuto accettare una tutela automatica dei salari (scala mobile), riduzioni d’orario, estensione delle garanzie previdenziali, riduzione della nocività, garanzie del posto di lavoro, ecc., in alcuni paesi già dopo la prima guerra mondiale, e sotto l’impulso dell’esempio della rivoluzione russa, in altri dopo la fine del fascismo, per scatenare la controffensiva hanno approfittato di due fattori concomitanti: il discredito sull’esperienza sovietica derivato dal suo penoso crollo tra il 1989 e il 1991 (preannunciato già alla fine degli anni ’70 dalla decadenza e involuzione senile dei suoi dirigenti), e l’approdo sempre più esplicito delle burocrazie sindacali e dei partiti operai a concezioni liberiste che eliminavano ogni remora e ogni tentativo di abbellire la collaborazione di classe. Ma una volta liberatisi da ogni opposizione e perfino da ogni progetto di alternativa ad essi, i capitalisti non hanno dovuto inventare nulla, sono tornati al “modello classico”. Per anni ci avevano detto che Marx era superato, perché il capitalismo era ormai diverso. Oggi lo è meno che mai, per chi voglia farci i conti senza ripetere vecchie mistificazioni appena ricoperta da un sottile strato di “nuovismo”.

Un ultimo esempio, per tagliare la testa al toro: la guerra. Quella del Kosovo non è stata più spudorata e più menzognera di quella del Golfo, ma neppure delle centinaia di “guerre locali” del XX secolo. E le bugie sulla guerra umanitaria erano già state dette al momento della prima guerra mondiale e in tanti altri casi. Questo capitalismo, insomma, non mi sembra in grado di compiere una qualsiasi “rivoluzione”, ma si limita a ricorrere a un vecchissimo e squallido armamentario. Lo diciamo per ricordare che se i capitalisti per decenni avevano dovuto arretrare di fronte a una grandissima ascesa della classe operaia, oggi dobbiamo cercare di capire cosa la aveva consentita, e cosa ha permesso invece la loro rivincita. La storia non è finita!

20 luglio 2001

Antonio Moscato

 

 

"Se quest'ombre v'han noiato, dite (e tutto è rimediato) che, in un sonno pien di larve, tal visione qui v'apparve. Noi farem, scusati, ammenda".    ( W. Shakespeare )

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