Nota
storica sulla “globalizzazione”
Alcuni
precedenti
A
volte, sentendo esaltare la assoluta novità della
“globalizzazione” (soprattutto da chi vuole
convincerci che non c’è nulla da fare) si è
tentati di correggere in senso opposto, ricordando
come l’unificazione del mondo in un unico mercato
fosse stata colta già da Marx nel Manifesto, e
che il funzionamento delle multinazionali e il
meccanismo del debito internazionale erano stati
descritti da Rosa Luxemburg ne L’accumulazione
del capitale, e da Lenin ne L’imperialismo,
fase suprema del capitalismo, che aveva anche
registrato l’aumento del peso del capitale
finanziario rispetto a quello industriale. Alcune
delle pagine di Rosa su come è stata soppressa
l’indipendenza dell’Egitto da parte della Gran
Bretagna, a nome dei banchieri che avevano
“generosamente” concesso crediti per la
costruzione del canale di Suez o l’introduzione del
cotone, sembrano effettivamente scritte oggi, e
basterebbe cambiare alcuni nomi per descrivere gli
interventi del FMI e della BM nei paesi debitori.
Anche
a proposito della scandalosa pretesa del G7 (oggi G8)
di dirigere il mondo senza nessuna investitura formale
da parte del mondo, si potrebbe contestare che non è
una novità: chi aveva investito i cinque membri
permanenti del diritto di veto nel Consiglio di
Sicurezza delle Nazioni Unite, se non loro stessi,
forti del diritto dei vincitori e di quello di essere
i potenti della terra? E che dire della Società delle
Nazioni, che dell’ONU è stata la mamma (di
facilissimi costumi)? Dopo aver svolto il suo primo
compito (spartire il bottino coloniale tra i paesi
vincitori della “Grande Guerra”), non è stata
capace di fermare aggressioni e preparativi militari.
Le sanzioni all’Italia che invadeva l’Etiopia (che
pure era uno Stato membro della SdN!) furono del tutto
platoniche. La SdN ha poi chiuso gli occhi
sull’appoggio militare tedesco e italiano al golpe
militare di Franco, e si è dissolta alla vigilia
della guerra, cedendo il passo a riunioni ancora meno
legittime dei più potenti, come fu la Conferenza di
Monaco del 1938.
Ma
si potrebbe risalire ancora più indietro: chi aveva
riconosciuto i poteri del Congresso di Berlino del
1878, che sancì l’inizio della spartizione
dell’impero ottomano, o della Conferenza che in
quella stessa città, tra il novembre 1884 e il
febbraio 1885, definì la spartizione dell’Africa
assegnandone un bel pezzo a una società presieduta da
Leopoldo II? Solo i rapporti di forza, eppure quei
signori decidevano per il resto del mondo.
Connessa
alla dubbia legittimità dell’ONU (almeno per come
è nata, e per come ha svolto la sua attività finora)
c’è la scandalosa subordinazione degli organismi ad
esso collegati (come BM e FMI) ai principali paesi
capitalistici, che hanno il controllo assoluto
semplicemente perché si vota in base al capitale
apportato, sicché i paesi “poveri” non contano
nulla neanche formalmente. Questo fa la differenza con
l’ONU, dove almeno quei paesi potrebbero votare in
Assemblea nazionale una risoluzione, magari
immediatamente disattesa come quelle sulla Palestina o
quelle di condanna dell’embargo a Cuba, sempre che i
loro governanti o più semplicemente i loro
rappresentanti all’Assemblea delle Nazioni Unite non
siano direttamente sul libro paga di uno dei paesi
imperialisti.
Ma
c’è qualcosa di nuovo…
Qualcuno
ha sostenuto (e non solo per l’economia) che il
capitalismo attuale ricorda molto quello del periodo
precedente la prima guerra mondiale. Ma in effetti ci
sono molte novità rispetto a quello di appena qualche
decennio fa. Novità tecniche (che valgono a maggior
ragione rispetto a quello più lontano nel tempo) come
la possibilità di spostare somme enormi in un
istante, con un semplice clic su un tasto, ma anche
novità politiche e sociali.
In
primo luogo, dopo la grande crisi del 1929 e poi a
maggior ragione a causa della guerra, i controlli
dello Stato (di ogni Stato) sull’economia, sui
cambi, sul commercio estero, si erano rafforzati. Alla
fine della guerra, l’allargamento territoriale
dell’area sovietica, senza che ciò corrispondesse a
un suo effettivo rafforzamento, diede l’impressione
dell’avvio di un effettivo bipolarismo. In realtà
dalla guerra solo gli Stati Uniti erano usciti indenni
ed anzi con un potenziale industriale enormemente
accresciuto, mentre gli altri Stati (vinti come la
Germania, il Giappone o l’Italia o “vincitori”
come la Francia e la Gran Bretagna) dovevano
ricostruire fabbriche e infrastrutture distrutte. Lo
fecero con poderosi aiuti statunitensi (che mancarono
invece ovviamente all’URSS e ai paesi della sua
area, ugualmente distrutti, e costretti a sacrifici
sproporzionati per risollevarsi).
In
quegli anni immediatamente successivi alla guerra,
cominciarono i vari “miracoli economici”, basati
su uno sfruttamento accresciuto dei lavoratori, su un
prolungamento degli orari di fatto, un’erosione
costante dei salari reali dovuta a una forte
inflazione, condizioni di vita terribili (bidonvilles
e comunque alloggi malsani, specie per i migranti
esteri o interni) . La ricostruzione avvenne tuttavia
con un peso enorme delle industrie di Stato, data la
difficoltà di trovare capitali privati disposti a
rischiare in imprese costosissime. In Italia, ad
esempio, tutto il settore siderurgico, trainante per
l’industria metalmeccanica, si sviluppa negli anni
Cinquanta e Sessanta con fortissimi investimenti
dell’IRI. D’altra parte anche l’industria
privata più forte e con solidi agganci politici (si
pensi alla FIAT) si riprende grazie a consistenti
aiuti statali.
Nella
fase della ricostruzione, la produzione dei paesi
europei e del Giappone era tuttavia destinata
prevalentemente al mercato interno. Ma già alla fine
degli anni Cinquanta, col Patto di Roma del 1957,
cominciarono i primi tentativi di allargare gli spazi
di ciascun paese, che sboccheranno parecchi anni dopo
in un primo mercato comune europeo tra sei paesi.
Intanto l’ondata della decolonizzazione, avviata con
l’indipendenza dell’India, e poi almeno
indirettamente dalla vittoria della rivoluzione
cinese, era stata bruscamente accelerata dalla
sconfitta della Francia a Dien Bien Phu, e nel giro di
pochi anni avrebbe privato le maggiori potenze
imperialiste di quasi tutte le colonie e quindi di una
“riserva” esclusiva per i loro prodotti. Negli
anni Sessanta si accelerava quindi la concorrenza
internazionale e la tendenza a cercare nuovi sbocchi
per i propri prodotti.
Anche
gli Stati Uniti non potevano più essere sicuri
dell’eternità del loro dominio sui paesi del
continente latinoamericano, che dopo diversi tentativi
rivoluzionari abortiti o deviati (ad esempio la
Bolivia del 1952) trovavano un punto di riferimento
entusiasmante nell’esperienza di Cuba. E la scelta
di sostituirsi alla Francia sconfitta in Indocina per
tentare di arrestare la marcia del “comunismo”,
cioè dei movimenti di liberazione in quell’Asia
orientale in cui avevano interessi non minori,
assumeva per gli USA un costo umano, militare e quindi
anche economico enorme, coperto con emissioni sempre
maggiori di biglietti verdi, che provocavano
un’inflazione notevole, anche se in parte esportata
verso il Giappone e l’Europa, grazie alla
preponderanza politica. La conclusione era la fine
della convertibilità del dollaro in oro nel 1971, che
provocava un terremoto monetario di dimensioni
mondiali, dato che una parte essenziale delle
transazioni internazionali avvenivano in dollari, e
tutti i paesi capitalisti, soprattutto europei, ne
avevano riserve consistenti che ora non potevano più
essere cambiate in oro.
Era
il preannuncio monetario di una crisi di
sovrapproduzione di lunga durata, che avrebbe avuto
una accelerazione brusca appena due anni dopo al
momento dell’aumento del prezzo del petrolio, a cui
furono attribuite a torto tutte le responsabilità per
l’arretramento generalizzato della produzione nel
1974-1975.
Sono
quegli anni in cui si può collocare l’inizio della
fase attuale del capitalismo, sia per l’intreccio
tra protezionismo (mascherato spesso da tutela
dell’ambiente o dei consumatori) e liberalizzazione
senza freni delle esportazioni di merci e capitali
verso i paesi più deboli. Il commercio mondiale
cresce in questa fase a una velocità doppia rispetto
alla produzione: se nel 1975 assorbiva il 25% della
produzione complessiva, nel 1997 ne assorbiva oltre il
40%.
In
quegli anni intanto in tutti paesi capitalisti ha
inizio una fase di duro attacco alla classe operaia,
condotta quasi ovunque con l’aperta collaborazione
delle burocrazie riformiste. I tempi della
realizzazione saranno diversi da paese a paese, a
seconda della forza di resistenza dei lavoratori e del
grado di complicità dei vertici sindacali: in Italia,
la svolta è segnata dall’assemblea dell’EUR e poi
dall’attacco alla classe operaia FIAT nel 1980.
Sull’attacco all’occupazione non c’è dubbio che
si trovano tutti d’accordo, indipendentemente dal
fatto che alla testa di un paese ci sia un Reagan o
una Thatcher, o un Mitterrand o un Brandt.
È
sintomatico che proprio nel 1975 inizia la serie delle
riunioni del G7 (anche se nella prima sessione mancava
ancora il Canada), che devono trovare, senza incomodi
testimoni, una mediazione tra gli interessi
parzialmente divergenti, per concertare nei limiti del
possibile le politiche economiche e le strategie. Ogni
volta viene annunciata la loro intenzione di
provvedere ai “paesi poveri”. In una delle ultime
sessioni venne promessa la remissione parziale del
debito, che peraltro non è stata attuata, per una
somma inferiore a un quinto del solo costo di quella
riunione. Le sessioni pubbliche infatti sono parate
mediatiche, che annunciano i risultati raggiunti dal
lavoro invisibile e segreto di migliaia e migliaia di
funzionari permanenti strapagati.
Secondo
Lori Wallach e Michelle Sforza (WTO. Tutto quello
che non vi hanno mai detto sul commercio globale,
Feltrinelli, Milano, 2001, p. 17) i risultati
di tanta sollecitudine per i diseredati è che “nel
1997 la disparità di reddito tra il quinto della
popolazione mondiale che vive nei paesi più ricchi e
il quinto che vive nei paesi più poveri è di 74 a 1,
mentre era di 60 a 1 nel 1990, e di 30 a 1 nel 1960.
Alla fine del 1997 il 2°% della fascia più ricca
detiene l’86% del reddito mondiale, mentre il 20%
della fascia più povera si deve accontentare
dell’1%.”
Ma
anche nei paesi “ricchi”, come li definisce il
libro (che ha la prefazione di Ralph Nader, che ai DS
sembra un pericoloso rivoluzionario, ma che è
lontanissimo dall’esserlo), la maggioranza dei
cittadini non ha visto neppure le briciole
dell’espansione dei profitti realizzati, nonostante
le promesse di Clinton, che aveva assicurato che il
reddito della famiglia media grazie al libero
commercio sarebbe aumentato di 1700 dollari l’anno.
Noi, comunque al termine “ricchi” continuiamo a
preferire il termine imperialisti.
Nel
corso di un quarto di secolo si sono fatti strada
faticosamente gli accordi per consolidare aree di
mercato unico, in Europa, in Asia intorno al Giappone,
nell’America del Nord con il NAFTA. La lentezza è
dovuta alle forti resistenze di ciascuna borghesia. È
l’inizio della “mondializzazione”. Ma il passo
decisivo viene compiuto il 1° gennaio 1995 con
l’istituzione del WTO (World Trade Organization) a
conclusione del faticosissimo negoziato dell’Uruguay
Round Agreement, all’interno del GATT (General
Agreement on Tariffs and Trade). Il GATT era stato
avviato nel 1947, ma aveva subito numerose graduali
modifiche (l’Uruguay Round era durato ben 7 anni di
discussioni, e si era concluso producendo un documento
di 500 pagine, accompagnato da altre 24.000 di
regolamenti particolari).
Gli
Stati Uniti, che pure avevano avuto un ruolo decisivo
nella stesura, ribadirono che comunque il diritto in
vigore nel paese avrebbe prevalso in caso di
controversie. Ma non è stato così. In realtà il WTO
è stato utilizzato per cancellare la legislazione
statunitense di protezione dell’ambiente
che era stata imposta da grandi mobilitazioni
di massa negli anni precedenti. I funzionari del WTO
hanno decretato ad esempio che scrivere sulla
scatoletta di tonno che era stato pescato senza
uccidere i delfini… danneggiava la concorrenza e
penalizzava ingiustamente chi invece li sterminava.
Analogamente
hanno denunciato che l’imposizione ai pescatori di
gamberetti di dotarsi di meccanismi di allarme per la
protezione delle tartarughe marine, danneggiava
ingiustamente la libera concorrenza. Altre sentenze ci
sono state in difesa dell’amianto (contro la Francia
ed altri paesi europei che lo vietano) perché la
legislazione europea danneggia la produzione canadese
di amianto, mentre non ci sarebbero “prove certe”
sulla sua dannosità…
Il
WTO ha denunciato le norme restrittive nei confronto
delle pelli ricavate da animali catturati con crudeli
tagliole e uccisi poi a bastonate. Un altro attacco è
stato riservato alla legislazione europea tendente a
ridurre l’inquinamento derivato dall’uso di
piombo, mercurio, cadmio, cromo, ecc. nell’industria
elettronica. In poche parole il WTO non è – come
affermano i suoi difensori interessati - un organismo
per il libero commercio mondiale, ma per eliminare
ogni ostacolo all’attività delle multinazionali.
Naturalmente
essendoci interessi diversi anche tra le
multinazionali, a volte anche all’interno di un solo
paese, gli accordi non sono sempre facili. Secondo
diversi osservatori la sospensione della riunione di
Seattle era dovuta più che alla contestazione in sé
(che era molto superiore al previsto, ma avrebbe
potuto essere piegata ricorrendo a misure repressive
più dure), all’esistenza di contrasti per il
momento insanabili, che spinsero alla decisione di
utilizare la protesta per sospendere una sessione
fallita. Va anche aggiunto che al WTO si vota come
all’ONU per paese (e non per capitali versati come
al FMI e alla BM), ma alcuni paesi piccoli non
potrebbero sostenere le spese di una lunga permanenza.
Di norma quindi o non partecipano alle riunioni, o si
fanno spesare dai paesi più potenti o direttamente da
una lobby di multinazionali interessate ad avere il
loro voto. Ma la contestazione di Seattle ha
incoraggiato alcuni di questi paesi incerti a
defilarsi, e ha contribuito a far saltare la sessione
che doveva coronare un lungo lavoro sotterraneo di
migliaia di funzionari.
Tuttavia,
le divergenze non cancellano gli interessi comuni a
tutti i principali paesi e gruppi capitalistici. E il
primo di essi è di eliminare tutta la legislazione
ambientalistica e sociale conquistata nei decenni
scorsi. In un raro impulso di sincerità Renato
Ruggiero, oggi ministro degli Esteri nel governo
Berlusconi e per anni segretario generale del WTO,
ammise ad esempio tempo fa che gli standard ambientali
inevitabilmente “sono destinati a ridimensionarsi,
potendo solo danneggiare il sistema di commercio
globale” (lo riporta il già ricordato libro di
Wallach e Sforza, a p. 33).
Questa
citazione ci permette di attaccare un luogo comune in
circolazione nella sinistra, che attribuisce ogni male
all’imperialismo americano. Ruggiero è italiano,
italianissimo, anzi napoletano, ma era un cane da
guardia delle multinazionali al vertice del WTO, lo è
oggi come ministro degli Esteri di uno dei sette paesi
più influenti.
Tra
gli imperialisti ci sono, e in misura crescente,
contraddizioni e tensioni, ma non possiamo vedere solo
i danni che fa il più forte e ignorare quelli degli
altri, e in particolare quelli del nostro
imperialismo. Il settimanale “Carta” ha
documentato i danni ambientali provocati
nell’Amazzonia equadoriana dall’Agip, e altre
denunce analoghe giungono da altri paesi che hanno la
sfortuna di avere nel sottosuolo riserve di petrolio.
L’Agip-ENI è forse “americana”?
Analoghe
considerazioni avevamo fatto per chi esaltava l’ONU
contro il G7 o G8, o contro la Nato (dimenticando che
la Guerra del Golfo, la “madre di tutte le guerre”
imperialiste dell’ultimo decennio, è stata
benedetta dall’ONU). E che comunque anche la NATO
non è solo “americana”, ma ha visto spesso ai
suoi vertici ufficiali europei e anche italiani…
Un’ultima
nota su un aspetto minore, meno gravido di
implicazioni politiche negative (come è invece ogni
attenuazione del ruolo degli imperialismi europei, e
in genere dello stesso concetto di “imperialismo”,
sostituito dal vuoto e generico termine di “politica
imperiale”). Alludo all’uso del termine di
“rivoluzione capitalistica” per definire questa
fase, caro anche a Fausto Bertinotti. Sinceramente, in
primo luogo non mi piace screditare ulteriormente il
termine “rivoluzione”, usato da tempo dai mass
media per definire qualsiasi porcheria in arrivo
(“rivoluzione delle pensioni”, ad esempio, per
definire la soppressione di diritti acquisito, perfino
“rivoluzione del traffico” per definire
l’introduzione di assurdi sensi unici, e via di
seguito, per associare sempre il concetto a esperienze
negative), ma penso anche che piuttosto che di
rivoluzione sarebbe più corretto parlare di
“reazione”, di un ritorno al capitalismo classico
delle origini, senza le limitazioni e i freni imposti
da decenni di durissime lotte del movimento operaio.
Gli
arretramenti, fino a tornare a livelli da XIX secolo,
si vedono in tutti i paesi, e sono associati ad
attacchi anche alla stessa democrazia, alla
cancellazione di diritti acquisiti dalle donne, ecc.
I
capitalisti che avevano dovuto accettare una tutela
automatica dei salari (scala mobile), riduzioni
d’orario, estensione delle garanzie previdenziali,
riduzione della nocività, garanzie del posto di
lavoro, ecc., in alcuni paesi già dopo la prima
guerra mondiale, e sotto l’impulso dell’esempio
della rivoluzione russa, in altri dopo la fine del
fascismo, per scatenare la controffensiva hanno
approfittato di due fattori concomitanti: il
discredito sull’esperienza sovietica derivato dal
suo penoso crollo tra il 1989 e il 1991 (preannunciato
già alla fine degli anni ’70 dalla decadenza e
involuzione senile dei suoi dirigenti), e l’approdo
sempre più esplicito delle burocrazie sindacali e dei
partiti operai a concezioni liberiste che eliminavano
ogni remora e ogni tentativo di abbellire la
collaborazione di classe. Ma una volta liberatisi da
ogni opposizione e perfino da ogni progetto di
alternativa ad essi, i capitalisti non hanno dovuto
inventare nulla, sono tornati al “modello
classico”. Per anni ci avevano detto che Marx era
superato, perché il capitalismo era ormai diverso.
Oggi lo è meno che mai, per chi voglia farci i conti
senza ripetere vecchie mistificazioni appena ricoperta
da un sottile strato di “nuovismo”.
Un
ultimo esempio, per tagliare la testa al toro: la
guerra. Quella del Kosovo non è stata più spudorata
e più menzognera di quella del Golfo, ma neppure
delle centinaia di “guerre locali” del XX secolo.
E le bugie sulla guerra umanitaria erano già state
dette al momento della prima guerra mondiale e in
tanti altri casi. Questo capitalismo, insomma, non mi
sembra in grado di compiere una qualsiasi
“rivoluzione”, ma si limita a ricorrere a un
vecchissimo e squallido armamentario. Lo diciamo per
ricordare che se i capitalisti per decenni avevano
dovuto arretrare di fronte a una grandissima ascesa
della classe operaia, oggi dobbiamo cercare di capire
cosa la aveva consentita, e cosa ha permesso invece la
loro rivincita. La storia non è finita!
20 luglio 2001
Antonio
Moscato
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