Un'offensiva giustificazionista su "Liberazione"?

Abbiamo segnalato appena due giorni fa le polemiche innescate dalla pubblicazione della lettera a Stalin di Evgenia Schucht, e pensavamo di non dover aggiungere più nulla. Nello stesso giorno in cui inviavamo il nostro commento, un'altra intera pagina del "Corriere della sera" dava ampio spazio a tre interventi, tutti in difesa di Togliatti. Emanuele Macaluso insisteva che dalla famigerata lettera si poteva dedurre solo che se c'era una congiura era proprio contro Togliatti, a cui egli attribuiva giustamente il "merito" (dal suo punto di vista), di aver avviato il partito comunista sulla strada che ha portato ai DS.
La congiura, tuttavia, non partiva da Stalin ma da un rancore personale, di cui Aurelio Lepre sulla stessa pagina ha ricostruito dettagliatamente l'origine in un articolo su "Evgenia, Julia, Tania. Tre sorelle unite dalla fede comunista", prevalentemente dedicato alla componente psicologica di Evgenia, che aveva tentato con un attaccamento morboso di sottrarre il piccolo Delio a Gramsci e alla stessa Julia. Ma Lepre, riprendendo quanto aveva scritto in proposito Aldo Natoli, avanza anche l'ipotesi che "Evgenia, fervente stalinista, ritenesse Gramsci filotrotskista e cercasse perciò di impedire a Julia di scrivergli".
A proposito dell'interruzione della corrispondenza tra Julia e il marito in carcere (che ne soffrì moltissimo) Lepre ricorda che Tania fece conoscere a Gramsci un passo di una lettera in cui il padre delle tre sorelle le scriveva: "Non ho detto che Giulia non scrive perché è ammalata, ho detto che non lo fa che raramente, perché le riesce assai penoso di farlo nelle condizioni in cui si è costretti di compierlo". Le condizioni, lascia intendere Lepre, erano appunto le pressioni della fanatica sorella, con un forte ascendente sulla debole Julia, anche se il clima politico generale della Mosca degli anni Trenta può spiegare la tensione che fece saltare il sistema nervoso della donna.
Ma anche qui, nulla di nuovo può essere aggiunto, anche se molti hanno ignorato le ricerche che a queste conclusioni erano giunte già da decenni.
Il terzo intervento sul "Corriere" è di Luciano Canfora, nel complesso misurato ed equilibrato come gli accade raramente (quando scrive sulla storia contemporanea spesso dimentica il suo rigore filologico di storico dell'antichità). In questo caso fa un'osservazione correttissima sulla datazione della lettera, che non può essere quella indicata da Pons (che corrisponde verosimilmente all'arrivo sul tavolo di Dimitrov, nel quadro di un'altra "inchiesta" su Togliatti) perché si cita come vivente la vedova di Lenin, morta già nel 1939, e soprattutto si dice di aver informato Ezov, che era stato arrestato e destituito nell'aprile 1939, e fucilato nel febbraio 1940. "Nessuna persona da senno nel dicembre 1940, volendosi ingraziare Stalin, gli direbbe: ho scritto a Ezov!", osserva giustamente Canfora.
Che poi, nel tentativo di spiegare meglio cosa minacciava Togliatti, fa uno scivolone, sostenendo che "Togliatti è l'uomo che si è speso pienamente nella politica dei fronti, e che nel biennio del patto russo-tedesco viene messo da parte". Peccato che gli attacchi della Ibarruri gli vengono fatti nel luglio 1941, quando Hitler aveva già stracciato da un mese il patto invadendo l'URSS, e quando il 16 ottobre 1941 è avvenuto il breve arresto di Togliatti, si era ormai da quattro mesi in guerra e il patto era del tutto dimenticato. D'altra parte Togliatti non aveva espresso nessuna riserva sul "patto" anche perché era stato arrestato a Parigi sotto falso nome, e aspettava pazientemente un intervento dell'URSS per liberarlo. Così nelle sue Opere c'è un grosso buco corrispondente a quell'isolamento forzato. Ma questa imprecisione è più che perdonabile, ovviamente rispetto a ben altre prodezze fatte da Canfora in passato. Pensiamo al suo scoop, sempre sul "Corriere" di cui è collaboratore fisso, che annunciava che la CIA aveva falsificato il "rapporto segreto" di Chrusciov durante la traduzione, con grande gioia dei "nostalgici" che a quel rapporto non hanno mai voluto credere, sostenendo appunto che era un'invenzione del nemico. Lo faceva a scorno della verità, perché la parte centrale del "rapporto" era stata poi riprodotta integralmente nelle conclusioni di Chrusciov al XXII congresso e quindi pubblicata in lingua russa e inserita nel "Canone" degli Atti congressuali. Ma chi - a parte il sottoscritto e pochi altri - ha letto quegli Atti, anche se tradotti in italiano e pubblicati in un grosso volume dagli Editori Riuniti?
Di questi tre nuovi interventi "Liberazione" ha subito ripreso uno stralcio del solo Canfora (con la precisazione corretta e l'illazione meno fondata), ignorando gli altri due, che essendo anch'essi in difesa di Togliatti avrebbero smentito la "vulgata" (per parafrasare Bucci) sui complotti del "Corriere" a cui si dedica ormai con sistematicità sulle pagine del nostro giornale Beppe Lopez.
Ha pubblicato invece con grande rilevo un lungo articolo di Alberto Burgio dal titolo inequivocabile "Contro Togliatti solo sospetti". Verissimo sul caso specifico, ma l'impressione si dà è che ogni critica politica a Togliatti sia infondata. Un po' come dopo l'assoluzione di Andreotti per l'inconsistenza dell'accusa sul bacio, i mass media lo hanno presentato come se con la mafia non avesse mai avuto a che fare...
Burgio non è uno storico, e gli si potrebbero perdonare per questo le sviste, i fraintendimenti, la mancata conoscenza della ricca bibliografia sull'argomento. 
Un po' meno le citazioni scorrette, che dovrebbero essere evitate anche da un filosofo e politologo. Pensiamo a quella che ha trasformato le insinuazioni di Evgenia sui possibili traditori (rituali in quegli anni e congeniali a una convinta stalinista), in qualcosa di diverso. Infatti Burgio scrive testualmente "Evgenia ricorda i gravi sospetti che Gramsci nutriva nei confronti di possibili traditori (i fascisti e i loro lacché, i trotskisti di tutte le specie". Nemmeno la fanatica stalinista Evgenia attribuisce direttamente a Gramsci questa frase sui trotskisti "lacché dei fascisti", ma lo fa invece disinvoltamente Burgio, tardivo discepolo di quel Togliatti che attribuì a Gramsci la frase mai detta su "Trotskij puttana del fascismo".
Un lettore di Liberazione, nello stesso giorno 20 in cui è apparso l'articolo di Burgio, lamentava giustamente che l'articolo di Bucci obbligava a "scegliere tra un Gramsci liberale e uno amico di Stalin e acriticamente e incondizionatamente filosovietico". Purtroppo non è il solo Bucci a farlo.
E c'è fa chiedersi perché sulla storia del movimento comunista su "Liberazione" possano scrivere solo "nostalgici" non specialisti come Burgio o Grassi, mentre io, che pure sono uno storico del movimento operaio con varie decine di libri pubblicati, su "Liberazione" posso scrivere sull'ISTAT, sulla socialdemocrazia austriaca, su Rosa Luxemburg, o magari sulla storia dell'Afganistan prima dell'intervento sovietico, o su altri argomenti non scottanti, non su quelli di cui mi occupo sistematicamente e scrivo da più di trenta anni, ma che rimangono un tabù nel partito. Ho accennato alla socialdemocrazia austriaca, ma appena mandai il seguito di quell'articolo (al momento di Haider avevo concordato una serie su quel paese) in cui si parlava anche del partito comunista, fu bloccato da uno dei tanti censori, a quanto seppi esterno alla redazione. E così su Cuba, su cui ho potuto pubblicare un articolo banalissimo (a volte sono costretto anch'io a scriverne) sul caso del famoso "bambino Eliàn, ma non passò mai un articolo sul dibattito sullo stalinismo avviato a Cuba nel 1962, proposto per concretizzare l'indicazione del nostro congresso, e scritto nell'anniversario del primo "caso Escalante" che portò Guevara e per qualche anno lo stesso Castro a fare un salto nella comprensione del fenomeno staliniano.
Invece periodicamente appaiono scritti agiografici: Grassi in particolare scrive spesso trattando la materia come la "storia sacra" che si insegnava nelle scuole di partito, raggiungendo livelli incredibili di reticenza: ad esempio in un articolo apologetico su Thaelmann, ignorava semplicemente la sua destituzione da segretario della KPD per gravi ragioni morali, e la sua reintegrazione da parte di Stalin, che costituì un pericoloso precedente nel Comintern, e innescò la liquidazione di Bucharin (con conseguente passaggio di Togliatti dal legame privilegiato con Bucharin a quello diretto con Stalin, sacrificando il povero Tasca, a cui era stato detto inizialmente di opporsi alla reintegrazione, e che fu poi lasciato solo di fronte a Stalin). Ma non è il solo caso, un giorno si potrebbe tentare un bilancio complessivo di come viene affrontata la storia del movimento comunista nel giornale che dovrebbe contribuire alla rifondazione anche sul piano teorico.
Tornando a Burgio, che a quanto pare ignora tutta la ricca produzione storiografica sugli anni Trenta, e se la prende con Pons fraintendendolo (Pons ad esempio accenna al fatto che la lettera può aver aggravato i guai di Togliatti, attaccato dalla Ibarruri che attribuivano al suo ruolo dirigente la responsabilità della sconfitta della repubblica, ma non parla di "tradimento" come scrive Burgio) conclude così il suo lungo articolo: "Il discorso è politico, come si diceva un tempo. Allora i casi sono due. O siamo alla resa dei conti. Per cui liquidate le grandi icone del comunismo mondiale (consegnato Stalin alla storia del crimine, ormai chi parla più di Lenin? E anche il nome di Mao suscita imbarazzo), è giunto il turno dei comunisti italiani, a cominciare ovviamente dal 'Migliore'. Oppure siamo a un giro di boa, alla paradossale vendetta della storia. Sì, perché in tutto questo discutere di complotti, congiure e tradimenti, una cosa non deve passare inosservata. Stalin, proprio lui, ci fa davvero un figurone".
Quante banalità hanno trovato spazio in quest'articolo! Burgio risponderà che voleva solo fare ironia, ma in realtà ridendo e scherzando ha titillato le corde profonde dei vecchi e meno vecchi militanti, che di quelle icone, Stalin in testa, sono nostalgici, e non capiscono proprio perché Bertinotti, a Livorno e poi al congresso, se la sia presa tanto con lo stalinismo...


20 luglio 2003
Antonio Moscato

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