La Sinistra raccontata da un "minoritario"

 

 

Il nome di Livio Maitan probabilmente non dice molto ad un pubblico ampio; ma si tratta di un "personaggio", nel senso buono, che con la sua esistenza - giunta ormai vicina agli Ottanta - ha segnato una buona fetta della storia della sinistra italiana, con le sue ansie di cambiamento, le infinite divisioni, le battaglie, le vittorie e le sconfitte. Perciò, raccontando la propria vita, Maitan ci narra la vicenda dei partiti, delle frazioni, delle correnti che dal '43-45 ad oggi hanno costituito la trama complessa, fino all'inestricabilità, di un'opposizione che quasi mai - tranne che in brevi momenti o a livello locale - è riuscita a diventare forza di governo. In particolare, Maitan rappresenta, per vocazione forse ancor prima che per convinzione, un "minoritario", uomo dalle scelte difficili, controcorrente, che non ha mai cercato facili "compatibilità" non solo con gli avversari politici, ma nemmeno con gli amici e i compagni. Questa è la sua forza e, inevitabilmente, la sua debolezza. Del resto, a dispetto della sua pluridecennale attività politica, Maitan non è e non è mai stato un politico di professione; è piuttosto un intellettuale, anzi, se vogliamo usare la categoria gramsciana, un intellettuale organico: organicamente legato al movimento operaio e specialmente a una sua fetta, quella che si richiama a Trotsky, che proprio Maitan ha fatto conoscere forse più di ogni altro. In nome di Trotsky Maitan ha combattuto battaglie in seno alla pattuglia dei socialisti rivoluzionari europei (centrale nell'asse ideologico del trotskismo è la dimensione europea e sovranazionale in genere), denunciando senza infingimenti i crimini dello stalinismo, le debolezze e le contraddizioni dei comunisti e socialisti che tardavano a "scoprirli". Emblematica la battaglia solitaria di Maitan e dei suoi volta a una presa di distanza dalla Cina di Mao, quando pressoché tutta la sinistra italiana ed europea era (o si dichiarava), almeno un po', maoista. Sfilano in queste pagine appassionate, anche se non sempre limpide, centinaia di protagonisti e di semplici gregari della lunga marcia di una sinistra rimasta ai margini del potere; Nenni e Togliatti, Berlinguer e Occhetto, Libertini e Garavini, il Gruppo del Manifesto, Lelio Basso e Vittorio Foa. Compaiono altresì diversi intellettuali "disorganici", da Calvino a Dario Fo; e decine di sigle di movimenti e partiti di quell'arcipelago tormentato e rissoso delle sinistre (plurali) italiane. Al punto che non sempre il lettore riesce a tenere in mano il bandolo di un'intricata matassa; c'è posto naturalmente anche per i transfughi, passati non solo da una sinistra estrema a una moderata, ma addirittura al "nemico". Ma tanto nella rievocazione del passato, quanto nell'analisi del presente Maitan - come riconosce Fausto Bertinotti, nell'Introduzione - non fa sconti a nessuno: compresa Rifondazione Comunista, cui Maitan è infine approdato, ma sempre su posizioni minoritarie, intransigenti, ferme su quelle che qualcuno potrebbe chiamare, storcendo il naso o con ammirazione, "questioni di principio".

Angelo d'Orsi

(recensione uscita su “La Stampa” di Torino il 10 gennaio. Lo stesso giorno è uscita una recensione allo stesso libro scritta da A. Illuminati su “il manifesto”).


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