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Speciale Medioriente: |
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La
Palestina e i suoi abitanti. [di
Antonio Moscato] |
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LA
PALESTINA E I SUOI ABITANTI
(dall’antichità
alla nascita dello Stato sionista)
Tratto
da Antonio Moscato, "Israele, Palestina e la
Guerra del golfo", Sapere 2000, Roma 1991.
Le origini
E’ difficile affrontare la questione palestinese
riuscendo ad evitare completamente il rischio di
"eurocentrismo".
Pur essendo molto sensibile a questo pericolo, infatti,
non potrò non parlare di molte vicende che si sono
svolte lontano dalla Palestina, ad opera di europei, ma
che hanno avuto importanti conseguenze sulle vicende di
questo paese.
Una premessa: chiamiamo questa terra
"Palestina" perché questo è il nome che è
stato usato più a lungo nelle migliaia di anni di
storia di questa terra. Non si ha d’altra parte
interesse, in questa sede, a partire troppo lontano nel
tempo. Abbiamo tracce di presenza umana fin da 150.000
anni fa, e queste tracce, dapprima labili, si
infittiscono a mano a mano che ci si avvicina
all’inizio delle vicende che tratteremo, ma forniscono
elementi troppo fragili e troppo poco specifici di
questa zona rispetto ad altre in cui pure esistono
tracce di presenza umana negli stessi periodi.
Il termine "Palestina" comincia ad essere
usato intorno al 1200 a.C., quando giungono in quella
terra i Filistei, "popoli del mare",
probabilmente provenienti da Creta, nel quadro di quegli
immensi spostamenti di popoli che hanno investito in
quel periodo gran parte del bacino mediterraneo.
Abbiamo tuttavia testimonianze più precise su questo
territorio fin da un’epoca più antica. Di circa 5.000
anni fa, infatti, cominciamo a trovare testimonianze su
questa terra, che è luogo di incontro e di scontro tra
le civiltà che sorgono e si susseguono nei due grandi
bacini fluviali, quello mesopotamico e quello del Nilo,
nei quali sorge per prima l’ agricoltura e
l’organizzazione collettiva del lavoro per regolare il
regime delle acque, per costruire argini, per bonificare
paludi, per fortificare magazzini in cui vengono
racchiusi i sovrapprodotti accumulati negli anni più
prosperi.
Sia le civiltà fiorite sulle rive del Nilo, sia quelle
che si susseguono sul Tigri e sull’Eufrate si
interessano a quella che chiamiamo Palestina, perché
attraverso di essa entrano in rapporto tra di loro.
Nei loro archivi troviamo così tracce dei primi nuclei
semitici, affini a quelli che oggi chiamiamo ebrei,
intorno al 2000 a.C.: sono tracce di nomadi che
penetrano -insieme ad altri popoli- in un territorio in
cui vivono già altri nuclei umani, che parlano altre
lingue, seguono altre religioni e hanno già lasciato il
nomadismo.
Probabilmente si tratta di nuclei di popolazioni di
lingua semitica che, confluiranno poi, in un processo
complesso e tutt’altro che lineare, nella formazione
di una confederazione di tribù "ebraiche",
che assumerà successivamente come mito delle origini
quello della discendenza dai dodici figli di Giacobbe (o
Israele). È significativo tuttavia che tutti i
riferimenti più antichi nella Bibbia forniscano dati
contraddittori persino sul nome delle mitiche dodici
tribù.
Troviamo poi altre tracce di nuclei di Ibraim in Egitto,
durante quei grandi sommovimenti che quel territorio
conosce con l’invasione degli Hiksos (o re pastori) e
poi con la XVIII dinastia, che sconvolge le tradizioni
col primo grande tentativo di costruire una religione
monoteista (o almeno enoteista o monolatrica): il
tentativo breve e sfortunato di Amenofis o Amenhotep IV,
che regnò poi con il nome di Akhenaton tra il 1377 e il
1360. Tracce importanti della religione monoteistica che
questo faraone tentò di imporre all’Egitto troviamo
nel giudaismo mosaico (ad es. citazioni inequivocabili
dell’inno al dio solare Aton composto da Akhenaton).
Alcuni nuclei di nomadi di lingua semitica erano giunti
in Egitto sotto gli Hiksos (faraoni stranieri che hanno
regnato tra il 1675 e il 1560) ed altri erano giunti
successivamente, installandosi, come altri popoli, in
alcuni settori del delta del Nilo con il consenso delle
autorità. Ne troviamo tracce nei minuziosi archivi
egiziani, che registravano e conservavano la
corrispondenza con le guarnigioni di frontiera.
Ridotti successivamente in schiavitù, e costretti ai
lavori forzati per la costruzione delle piramidi e di
altre opere imponenti insieme ad altre popolazioni, si
amalgamarono con esse intorno a un cemento religioso (la
religione di Mosè ), uscendo insieme dall’Egitto. Tra
il 1300 e il 1200 avviene la nuova migrazione verso est
(da cui in genere provenivano) e l’arrivo ai margini
di quella che la Bibbia chiamerà la "Terra
promessa", nella quale, più o meno nello stesso
periodo, erano giunti i "popoli del mare",
sovrapponendosi e affiancandosi ad altre popolazioni
preesistenti.
Sui Philistim o Filistei, o -per usare il termine
moderno- palestinesi, e sulla loro presumibile origine
cretese abbiamo qualcosa di più di testimonianze
indirette: all’interno dell’attuale Giordania sono
state trovate iscrizioni che usavano i caratteri della
scrittura lineare B cretese. Comunque, il lato
interessante è che più o meno nello stesso periodo
compaiono tra gli altri popoli della zona i Filistei e
gli Ebrei.
Anche basandoci solo su una critica filologica
dell’Antico Testamento, risulta evidente che la
penetrazione ebraica avviene a fianco di altri popoli,
in forma spesso -ma non sempre- conflittuale e
attraverso una fusione con altri nuclei che parlavano la
stessa lingua o una molto affine, cementata da un
processo di formazione di una religione che risulta
evidentemente -dai testi più antichi- non ancora
monoteistica (cioè basata sulla convinzione che esista
un solo dio) ma monolatrica (esistono altri dei, ma essi
non devono essere oggetti di culto).
Questo stesso processo non è incontrastato; dalla
Bibbia apprendiamo che in molti momenti altri culti
riaffioravano accanto a quello di Jahvé. Lo vediamo già
durante l’esodo dall’Egitto, quando Aronne, fratello
di Mosè, costruisce un vitello d’ oro e lo stesso Mosè
utilizza un simulacro di serpente per sfuggire al morso
dei serpenti del deserto. Lo troviamo ancora nel periodo
di massimo splendore del brevissimo regno unitario
ebraico, quando apprendiamo che Salomone onorava gli dei
delle sue settecento mogli, quasi tutte straniere.
In ogni caso risulta evidente anche dalla Bibbia, che
pure è un testo religioso e solo indirettamente un
documento storico, che gli ebrei convivevano con altri
popoli, che avevano religioni e quindi leggi diverse.
Solo in alcuni momenti troviamo tentativi (che con
linguaggio moderno chiameremmo
"integralistici") di imporre con la forza la
propria religione e le proprie leggi alle altre
popolazioni (e a volte agli stessi ebrei che si sono
assimilati agli altri popoli e hanno, ad esempio,
rinunciato alla circoncisione).
Questo dato assume oggi un certo rilievo di fronte alla
pretesa anacronistica di accampare un
"diritto" su una terra solo perché 3000 anni
fa presunti antenati sono passati su di essa,
analogamente a molte altre popolazioni, e vi hanno
instaurato il loro dominio per qualche tempo.
Ritorneremo su questo dato; vorrei sottolineare ora solo
due elementi: un regno ebraico pienamente indipendente
è esistito solo tra il 998 e il 926 a.C. (David ha
regnato sulla Giudea dal 1004 al 998 a.C., anno in cui
unifica tutto il territorio palestinese sotto il suo
dominio, e Salomone dal 965, anno della morte di David,
al 926 a.C.).
I due regni, Israele e Giuda, (sorti dopo la morte di
Salomone, durarono ancora fino al 721 a.C. il primo, e
fino al 586 a.C. il secondo), furono dalla loro
intrinseca debolezza costretti a continue
"alleanze" con l’uno o l’altro dei paesi
vicini, fino a trasformarsi in vassalli già molto prima
di perdere del tutto l’indipendenza.
Ma, e questo è il dato più importante, quegli
"Stati ebraici" erano ben lontani
dall’essere veramente tali: la composizione etnica era
tutt’altro che omogenea, fino al punto di riflettersi
sistematicamente nelle stesse famiglie reali; così il
predecessore di re David, Saul, era figlio di una
cananea, David stesso aveva una antenata moabita e
Salomone aveva una madre hittita.
Dato il sistema matrilineare con cui si trasmette
l’appartenenza alla comunità ebraica e i criteri in
vigore ancora oggi tra i rabbini, tutti e tre quei
sovrani non avrebbero dovuto neppure essere definiti
ebrei (anche l’altro requisito, quello della religione
ebraica non era del tutto in regola, almeno secondo le
notizie blibliche sulle frequenti concessioni al culto
delle divinità delle mogli straniere). Al di là della
fragilità dei "titoli storici" in base ai
quali si pretende il ritorno ai confini del regno dei
"padri", volevamo sottolineare sopratutto che
i matrimoni "misti" erano evidentemente
frequentissimi, nel quadro di quella commistione di
popoli diversi che si intrecciavano sullo stesso esiguo
territorio.
Comunque, dopo il breve periodo di unificazione in un
regno abbastanza forte, e quello un po’ meno breve dei
due regni semi-indipendenti sotto l’influenza egiziana
e assira, cominciarono le "deportazioni ", che
nell’ideologia sionista vengono poste all’inizio
della diaspora e che dovrebbero appunto essere
"risarcite" con la "Legge del
Ritorno" (che consente a un ipotetico discendente
degli esiliati di 2700 anni fa di scacciare il
certissimo figlio, nipote, pronipote di chi ha lavorato
quella terra da generazioni e generazioni).
Anche su questo nodo cruciale della storia della
Palestina e dei suoi abitanti occorre dunque una
precisazione, per ricondurre alla sua reale dimensione
storica questo "mito delle origini". Quando
gli Assiri distruggono il regno di Israele nel 721 a.C.
deportano non l’intera popolazione, ma lo strato
superiore, sostituendolo con funzionari stranieri.
Quando cade il regno di Giuda (dopo un lungo periodo di
vassallaggio, che comportava anche l’inserimento delle
divinità dei dominatori nel tempio di Gerusalemme) la
deportazione a Babilonia riguarda ugualmente una
percentuale abbastanza ridotta della popolazione,
secondo la consuetudine. Per un certo periodo, d’altra
parte, il governatore scelto dai sovrani babilonesi era
un giudeo. Va soprattutto sottolineato che né il re
Nabuccodonosor , né i suoi successori, perseguitarono
gli Ebrei deportati: solamente esigevano che
riconoscessero la loro autorità e non tentassero di
ricostruire uno Stato indipendente.
In cambio, lasciavano piena libertà nella vita interna
della comunità e nelle pratiche religiose. Così in
pochi anni, sul fiume Khedar , nei pressi di Babilonia,
si sviluppò una prospera comunità ebraica dal nome di
Tel Aviv. Gli esiliati comprarono terre fertili e le
lavorarono, si dedicarono al commercio e all’
artigianato, si imparentarono con famiglie babilonesi e
in breve tempo adottarono la lingua aramaica.
Gli esiliati eleggevano i loro capi, che venivano
riconosciuti dalle autorità babilonesi (e saranno
riconosciuti per secoli e secoli da quelle che si
succederanno in Mesopotamia).
Questo spiega come "quando Ciro, un anno dopo la
sua entrata a Babilonia, emanò per gli Ebrei il decreto
di ritorno, permettendo loro di reinserirsi nella
propria terra e di ricostruirvi il Tempio restituendo
loro gli oggetti sacri portati via da Nabuccodonosor,
l’equilibrio che i deportati erano riusciti a
costruire con sforzo e fede si infranse. Alcuni furono
invasi da improvviso entusiasmo e si misero
immediatamente in viaggio [...] altri, già troppo
radicati nella vita comoda di un grande
paese, preferirono rimanere, offrendo il loro aiuto
economico a coloro che ritornavano". Sono parole di
Lea Sestieri , che mi piace qui citare, anche perché
non nasconde le sue simpatie per la causa sionista
quando arriva a trattare le vicende del nostro secolo.
La Sestieri precisa inoltre che "tra gli esiliati
prende il cammino del ritorno solo un piccolo gruppo
costituito probabilmente dai meno integrati, da coloro
che non avevano raggiunto posizioni economiche stabili,
e da alcuni particolarmente sensibili alle parole dei
profeti".
Altri ancora, in quello stesso periodo, si erano già
installati spontaneamente in Egitto (si trattava in
primo luogo di esponenti del "partito"
filo-egiziano, che aveva avuto sempre un certo peso nel
regno di Giuda). Da questa sintetica ricostruzione della
prima dispersione degli Ebrei fuori della Palestina
emerge chiaramente che è cominciata molto prima della
distruzione del Tempio da parte dei Romani, è stata
largamente spontanea e dettata da ragioni economiche e
politiche (il caso dell’Egitto) e che, anche quando è
stata avviata con la coercizione, si è rapidamente
trasformata in base a una notevole capacità di
adattarsi al nuovo ambiente.
Contrariamente al mito caro alla propaganda sionista,
riecheggiato recentemente perfino in un volumetto
apparso tra i "libri di base" degli Editori
Riuniti, le vicende del popolo ebraico risultano così
non particolarmente diverse da quelle di altri popoli
toccati da migrazioni, conquiste, imposizioni di
vassallaggio con deportazione di una parte della classe
dirigente, ecc.
Al momento della conquista romana non più di due
milioni di Ebrei (prevalentemente agricoltori) vivevano
in Palestina, mentre oltre quattro milioni si trovavano
nell’Africa del Nord, in Mesopotamia e in gran parte
del Mediterraneo. Una parte notevole di essi erano
commercianti, ma in alcune zone (soprattutto
nell’Africa del Nord) erano numerosi anche gli
agricoltori e non mancavano colonie di soldati di
origine ebraica sviluppatesi ai confini meridionali
dell’Egitto.
Anche la deportazione romana dopo la rivolta ebraica del
66-70 d.C., pur tanto più massiccia delle precedenti,
non spopolò la Palestina; ancora al momento della
conquista islamica una parte notevole degli abitanti
della regione erano Ebrei che accolsero favorevolmente i
conquistatori, convertendosi in poco tempo alla nuova
religione e arabizzandosi rapidamente dal punto di vista
linguistico e culturale (sono una parte degli antenati
dei palestinesi dei giorni nostri, che tra l’altro
conservano nel lessico, nel folklore, in alcune
particolari tradizioni religiose intrecciate a quelle
musulmane e cristiane non poche tracce di quella
origine).
Riassumendo gli elementi essenziali che risultano da
questa velocissima panoramica sulla storia più antica
della Palestina, gli ebrei sono arrivati nel territorio
quando esso era abitato da tempo immemorabile da altri
popoli, con i quali i nuovi arrivati hanno più o meno
pacificamente convissuto, attraverso un alternarsi di
egemonie e attraverso un mosaico di piccole entità
tribali e statali che si dividevano la regione. Tranne
per periodi brevissimi, sulla Palestina si sono
susseguiti dominatori diversi, in genere indiretti
(attraverso tributi imposti ai capi locali), a volte
come veri e propri sovrani in grado di nominare
dall’alto i governatori.
Anche nel secolo in cui la rivolta dei Maccabei contro
Antioco IV Epifane (e gli Ebrei collaborazionisti ed
ellenizzanti) diede vita a un nuovo Stato ebraico, esso
era in realtà da un lato solo apparentemente
indipendente, giacché per affermarsi ebbe bisogno del
consenso di Roma, dall’altro si scontrava con una
realtà assai poco omogenea: oltre che dalla persistenza
di nuclei di altri popoli preesistenti alla
colonizzazione ebraica della Palestina, il progetto di
restaurazione di un regno di Israele era limitato
dall’esistenza di settori importanti della stessa
popolazione ebraica ormai disinteressati od ostili alla
vecchia religione. Il racconto di Maccabei I (II,43-46)
è rivelatore: "messo insieme un esercito,
colpirono con ira i peccatori, e gli iniqui con
indignazione, e quelli che scamparono si salvarono con
la fuga presso le genti. E Matatia e i suoi amici
andarono attorno, a distruggere le are, a circoncidere i
fanciulli non circoncisi, quanti ne trovarono nei
confini d’Israele, con gran fermezza".
Abbiamo ricordato questo episodio non tanto per
sottolineare l’intolleranza verso le minoranze (o
maggioranze? non erano facili rilevazioni statistiche),
quanto per mettere in evidenza la precarietà di quel
tentativo, stritolato tra i regni ellenistici che lo
circondavano (e dai quali non
si emancipò mai totalmente), le ingerenze di Roma, le
resistenze degli "assimilati" alla cultura (e
alle religioni) ellenistiche a cui si aggiunge inoltre
la fronda dei settori più ortodossi dello stesso
ebraismo, che tenevano molto più alla legge ebraica che
allo Stato ebraico, e finirono per preferire un dominio
straniero.
In ogni caso, al di là dell’etereogeneità religiosa
ed etnica delle popolazioni che si trovarono
all’interno degli effimeri regni ebraici, è la loro
stessa durata a rendere ridicola la pretesa di fondare
su di essi, nel XIX e XX secolo, un "diritto al
ritorno". In base a criteri di questo genere non c
‘è dubbio che avrebbe più diritti alla Palestina un
"discendente dei Romani" che vi esercitarono
il loro dominio più a lungo di tutti i sovrani ebrei!
Attualmente, dopo la parentesi del fascismo, che
accampava diritti sul "Mare Nostrum", appunto
in base a una presunta discendenza dagli antichi romani,
nessuno in Italia si sogna di rivendicare le terre che
duemila anni fa furono conquistate dalle legioni di
Roma. E’ una misura di buon senso, che oltre alla
prudenza (pensate se gli arabi rivendicassero la
Sicilia, e così via) si richiama all’impossibilità
di concepire una precisa discendenza di un popolo da un
altro di 2000 anni fa: pensate quanti Visigoti,
Longobardi, Arabi, Normanni, Svevi, Turchi, Francesi,
Spagnoli figurano tra i nostri reali antenati!
In realtà l’unica continuità possibile è quella di
un territorio, all’interno del quale si sono
succedute, combattute, amalgamate, fuse culture e
popolazioni diverse, i cui apporti sono così
strettamente intrecciati da essere se non
indistinguibili, certo inseparabili.
In Palestina, la pretesa di uno dei popoli passati nel
corso dei secoli su di essa come nomadi infiltrati e
come guerrieri conquistatori di avere "diritti
particolari" sul territorio a prescindere da tutti
gli altri che si sono avvicendati e che si sono immessi
nel crogiuolo da cui è nata la popolazione palestinese
contemporanea, è paradossalmente ancor più infondata
di qualsiasi altra rivendicazione territoriale
riscontratasi nella nostra epoca. Ma lo è ancora di più
perché, se abbandoniamo insieme alla diaspora ebraica
la Palestina e ne seguiamo le vicende nel bacino del
Mediterraneo e in Europa nel corso di venticinque
secoli, ci accorgiamo che il legame tra quelli che si
definiscono Ebrei oggi e gli abitanti della Palestina
antica è fragilissimo, e in minima parte riconducibile
a un’eredità biologica, a una discendenza fisica
degli abitanti antichi di quella che viene definita dai
sionisti la "terra dei nostri padri".
Gli Ebrei dispersi in tutto il mondo mediterraneo già
da parecchi secoli prima che gli sfortunati esiti delle
due rivolte antiromane del 66-70 e del 132-135 d.C.
provocassero nuove deportazioni, erano molto più
numerosi, come abbiamo già accennato, di quanti
restavano in Palestina. Ma anche quelle due più
drastiche riduzioni in schiavitù di parti importanti
degli abitanti della Palestina, ai quali i Romani non
rimproveravano le credenze o qualche altra particolarità
"razziale" (giacché erano tolleranti o
indifferenti sul piano religioso, e privi di pregiudizi
etnici al punto di avere non pochi imperatori
appartenenti a gruppi nazionali estremamente minoritari)
bensì la fierezza nel rivendicare un’indipendenza a
cui molti altri popoli avevano più facilmente
rinunciato, non avevano determinato la scomparsa degli
ebrei dal territorio.
Infatti, come tutte le altre deportazioni di popolazioni
consuete nell’ antichità, quelle del 70 e del 135
avevano coinvolto gli strati superiori degli Ebrei
palestinesi, mentre gran parte degli abitanti, dediti
all’agricoltura, non erano stati toccati. Una parte
delle stesse classi dominanti aveva rapidamente trovato
un accordo con i Romani, che avevano consentito
l’apertura di una importante scuola rabbinica a Jabne,
e avevano riconosciuto il suo capo come nasi (principe),
cioè rappresentante degli Ebrei di tutto l’Impero
Romano (ad esso venivano versate le decime
originariamente inviate al Tempio). Anche dopo la
repressione della seconda insurrezione, che comportò
l’allontanamento degli Ebrei da Gerusalemme e dalla
Giudea, i Romani ribadirono il riconoscimento del nasi,
affiancato da un Sinedrio di 70 rabbini. Anche se
l’autorità dei rabbini e dei nasi della Galilea finì
per essere riconosciuta, su importanti questioni,
perfino dalla ricca comunità mesopotamica, la fine di
Gerusalemme accrebbe di fatto il peso dei centri
periferici; il prestigio dei saggi di Jabne prima e poi
di Tiberiade era riconosciuto solo per il loro
intrinseco valore e non era più legato al monopolio
sacerdotale del sacrificio nel Tempio.
Le discriminazioni antiebraiche più volte riproposte in
età cristiana, e in particolare il divieto di ritornare
nell’antica capitale, resero la pur sempre numerosa
colonia ebraica palestinese (da 300 a 400.000 persone
alla metà del VII secolo) disponibile ad accogliere con
entusiasmo prima i Sassanidi, poi gli Arabi. Durante i
14 anni di dominazione persiana (614-628) pare anzi che
il governatore di Gerusalemme fosse un ebreo, e che una
folta guarnigione ebraica affiancasse i nuovi signori,
vendicandosi sulla maggioranza cristiana per le antiche
vessazioni. Duramente colpiti nel decennio di
restaurazione bizantina, gli Ebrei di Palestina, come
gran parte di quelli sparsi nel bacino mediterraneo,
accolsero con sollievo la conquista islamica, che
assicurava loro parità di diritti con i cristiani e
restituiva ad essi la possibilità di organizzarsi
autonomamente sul modello già introdotto dai Romani (e
basato sull’assegnazione di funzioni amministrative e
giudiziarie ai capi religiosi, che divenivano
responsabili per l’intera comunità di fronte ai
governatori). Prima e dopo la conquista turca non
mancarono neppure governatori e altissimi funzionari di
religione ebraica, in Palestina e altrove. Se il numero
degli Ebrei presenti in Palestina si ridusse
progressivamente a poche decine di migliaia (in certi
periodi anche meno) non fu dunque dovuto a persecuzioni
o a discriminazioni (con l’unica eccezione del periodo
delle Crociate, giacché la conquista cristiana fu
accompagnata da grandi massacri di Ebrei) ma a
conversioni e più in generale a un processo di
assimilazione culturale, di adattamento all’ambiente.
D’altra parte si tratta di un fenomeno non
esclusivamente palestinese: dopo la conquista islamica
-ma a volte già nei secoli immediatamente precedenti-
si perdono le tracce di importanti comunità ebraiche,
sopratutto nell’Africa settentrionale; in genere
scompaiono o si riducono ai minimi termini tutti i
gruppi ebraici prevalentemente dediti all’agricoltura
o alla pastorizia.
Un altro elemento di riflessione è fornito dal
fallimento di tutti i tentativi di ricolonizzare la
Palestina con Ebrei, tentati prima della fine del XIX
secolo. Il caso più significativo è quello di Juan
Miguez, rampollo della potente famiglia marrana dei
Mendes, fuggito dall’Europa nel 1553 e ritornato
all’ebraismo a Costantinopoli (col nome di José
Nassi), dove raggiunse un’enorme influenza alla corte
del Sultano.
Nominato signore di Tiberiade (successivamente fu anche
duca di Naxos e per qualche tempo aspirò alla carica di
re di Cipro), José Nassi tentò di organizzare una
sistematica colonizzazione della regione, di avviare
manifatture e fattorie, di ridare a Tiberiade l’antico
splendore ricostruendola e ripopolandola esclusivamente
con Ebrei. Tuttavia, in quegli anni di persecuzioni (che
soprattutto nella penisola iberica colpivano in nome
della "purezza del sangue" -anche gli Ebrei
convertiti al cristianesimo da decenni), anche se un
gran numero di Ebrei cercava rifugio nell’Impero
Ottomano, pochissimi accettarono la proposta del loro
potente correligionario, giacché la maggioranza preferì
disseminarsi nelle città in cui trovava spazi per le
proprie attività e dove magari era accolta da vecchi
soci in affari.
Ancor più ignorato dalla maggioranza degli Ebrei
d’oriente e d’occidente fu l’appello lanciato da
Napoleone durante la campagna d’Egitto per ottenere il
sostegno in cambio dell’appoggio per la ricostruzione
di un regno ebraico in Palestina.
Per capire le ragioni di questo atteggiamento, occorre
ritornare indietro nel tempo e vedere i fattori che
determinarono lo sviluppo delle comunità ebraiche in
Europa mentre negli stessi secoli incominciava a
declinare quella palestinese.
Abbiamo già ricordato che all’origine della diaspora
c’erano state molte ragioni, tra cui prevalentemente
quelle economiche.
La Palestina, se era potuta apparire una "terra di
latte e miele" ai pastori nomadi che si
affacciavano su di essa dal deserto, non era tuttavia un
paese in grado di nutrire una popolazione molto
numerosa; gran parte dei primi emigrati si offrivano
come mercenari, analogamente a quello che accade in
epoche successive ad altre popolazioni abituate a una
vita non troppo facile in terre relativamente povere
(caso più famoso, ovviamente gli Svizzeri, che per
secoli furono i mercenari per antonomasia). Altri gruppi
di Ebrei si installarono in varie zone del bacino
mediterraneo come artigiani o mercanti e costituirono
una parte importante della popolazione di città come
Alessandria già vari secoli prima della conquista
romana.
Tuttavia, in tutta l’età classica, le pur ricorrenti
polemiche antigiudaiche non insistono mai su un
particolare ruolo degli Ebrei nel commercio: a volte
vengono denunciati come rissosi, per l’aggressività
nel proselitismo, per i legami di gruppo molto forti,
per l’ignavia (agli schiavisti romani, che non
lavoravano neppure un giorno all’anno, pareva uno
sperpero incredibile il riposo sabbatico), per una
presunta sfrenatezza sessuale (la stessa che veniva
incredibilmente addebitata ai primi cristiani dai
polemisti pagani), ma non per un eccessivo
arricchimento. E infatti ancora nei primi tre secoli
della nostra era i mercanti ebrei erano lontanissimi dal
detenere il monopolio del commercio nel Mediterraneo,
nel quale erano attivi molti altri popoli,
prevalentemente orientali, soprattutto fenici e siriani.
Secondo Baron, la percentuale degli ebrei che
partecipavano alla vita commerciale dell’Impero Romano
"non era notevolmente superiore alla percentuale
che essi rappresentavano rispetto all’insieme della
popolazione". D’altra parte il numero degli
schiavi ebrei era esiguo, anche dopo le grandi
deportazioni seguite alle rivolte giudaiche, giacché i
proprietari romani, infastiditi per il basso rendimento
provocato dal rifiuto, anche a prezzo della vita, di
lavorare il sabato, preferivano accettare il riscatto
pagato dalle comunità della zona per i loro confratelli
in cattività.
Non mancavano neppure i casi di liberti di origine
ebraica affermatisi come funzionari imperiali o come
esattori delle imposte. Insomma, nessun ruolo
particolare, nessun elemento che distinguesse la sorte
degli ebrei disseminati nell’Impero Romano da quella
di tanti altri popoli ugualmente presenti in vaste aree
lontane dal territorio di cui erano originari. Le
persecuzioni che cominciano a subire le comunità
ebraiche subito dopo l’affermazione del cristianesimo
sono a volte gravi, ma anch’esse non eccezionali: non
solo i "pagani" recalcitranti, ma tutte le
confessioni cristiane volta a volta bollate come
eretiche subiranno attacchi non meno gravi.
In ogni caso, nella società ellenistica e in quella
romana, la polemica antiebraica è solo religiosa o
culturale, mai "razzista". Oltre alle ragioni
più generali (il carattere etnicamente assai composito
degli stessi gruppi dirigenti negli Stati ellenistici e
nello stesso Impero Romano), non poteva non pesare il
fortissimo proselitismo ebraico, che trasformò
profondamente la composizione del "popolo di
Israele" nella diaspora. Tutta la penetrazione
ebraica nel bacino mediterraneo è legata a conversioni
non meno che a una diretta colonizzazione. In epoca
romana, il proselitismo ebraico aveva raggiunto perfino
la famiglia imperiale (la stessa Poppea pare ne fosse
stata conquistata) e, nel corso dei primi secoli della
nostra era, le conversioni continueranno a toccare
spesso personaggi altolocati, tra i quali il re dello
Yemen, Dhu Nuwas, nel VI secolo, e la dinastia reale
cazara, nell’VIII secolo.
A proposito della Gallia romana, e più in generale
dell’Europa, Poliakov afferma che è possibile che
"cristianesimo ed ebraismo si siano impiantati in
Occidente in modo analogo, essenzialmente
attraverso conversioni, e che l’ebraismo abbia
preceduto il cristianesimo e ne sia stato, come in
Oriente, l’indispensabile veicolo". Baron afferma
ancor più categoricamente che la penetrazione ebraica,
legata ai viaggi dei mercanti, avvenne spesso perché
"diventare ebreo sembrava costituire un vantaggio
più che un inconveniente per molte carriere
economiche", giacché offriva "contatti
complessi" e una protezione efficace basata sulla
solidarietà, ma anche su organizzazioni comunitarie e
istituzioni assistenziali. È evidente che una così
profonda commistione etnica rendeva poco verosimile
qualsiasi attacco in chiave "razzista".
Una trasformazione profonda e la definizione di una
nuova fisionomia delle comunità ebraiche si delineerà
soltanto nei secoli che intercorrono tra le invasioni
barbariche e le Crociate, nei secoli cioè che hanno
lasciato una più esigua traccia documentaria. Al
termine del primo millennio troviamo ormai nettissima la
specializzazione nel commercio e nel prestito di denaro,
che verrà presentata poi dagli antisemiti come una
caratteristica innata nell’ebraismo.
I fattori che hanno determinato quella trasformazione
sono molteplici e non esclusivamente riducibili alle
prescrizioni legali.
In primo luogo, le comunità ebraiche si sono
trasformate in seguito alle conversioni al cristianesimo
prima e poi all’islamismo. Il cristianesimo si
sviluppa nei primi secoli tra gli strati più diseredati
della popolazione ebraica dispersa nelle grandi città
del Mediterraneo; l’effetto combinato delle
conversioni e delle deportazioni, in seguito alle grandi
rivolte del I e II secolo (da cui gli Ebrei cristiani si
erano clamorosamente dissociati), aveva ridotto
fortemente le comunità ebraiche palestinesi e
soprattutto egiziane (mentre in Palestina rimarrà una
buona presenza ebraica fino al VII secolo, ad
Alessandria, dopo la rivolta antiromana del 115-117
d.C., il peso degli Ebrei si riduce a poca cosa).
La conquista islamica è stata appoggiata dalla
popolazione ebraica in i Siria, nell’Africa del Nord e
soprattutto in Spagna: la stragrande maggioranza degli
Ebrei dediti all’agricoltura si convertono alla nuova
religione. Soprattutto in Palestina, per alcuni secoli
non rimangono che alcuni nuclei ebraici numericamente
insignificanti, mentre il grosso della popolazione
diventa musulmana, assume l’arabo come lingua (sono
gli antenati degli attuali palestinesi).
Che la resistenza all’assimilazione da parte delle
altre religioni monoteistiche fosse più facile nelle
grandi concentrazioni urbane rispetto ai gruppi dispersi
nelle campagne o nelle steppe semidesertiche (come le
tribù ebraiche dell’Arabia), è ovvio, non
foss’altro che per le difficoltà poste dal rispetto
delle minuziosissime prescrizioni alimentari, rituali e
igieniche -bibliche e talmundiche- per nuclei familiari
isolati.
Ma il problema storico non è solo quello della
sopravvivenza del giudaismo nelle città, bensì quello
della sua trasformazione in "popolo-classe"
per usare la definizione di Abram Léon, che sviluppa
efficacemente spunti già presenti in Kautsky).
Gli ebrei, infatti, che erano già presenti nel
commercio mondiale prima della caduta dell’Impero
Romano (e, anzi, addirittura prima del suo apogeo),
raggiunsero una prosperità ancora maggiore dopo la fine
di questo. Léon osserva a questo proposito che gli
ebrei si sono preservati "non malgrado la loro
dispersione, ma proprio come conseguenza di essa".
Se fosse rimasta solo la comunità palestinese, senza
che la diaspora avesse disseminato in tutto il
mediterraneo comunità ebraiche, "non ci sarebbe
ragione di credere che il loro destino sarebbe stato
diverso da quello di tutte le altre nazioni
dell’antichità", che si sono mescolate con le
varie ondate di dominatori, assumendone costumi e
religione: anche se gli attuali abitanti della Palestina
avessero continuato a portare il nome di Ebrei,
avrebbero avuto pochissimo in comune con gli antichi
ebrei, così come gli abitanti attuali dell’Egitto,
della Siria o della Grecia hanno poco in comune con i
loro antenati dell’antichità, osserva Léon.
L’Impero Romano ha portato con sé, nella sua caduta,
tutti i suoi popoli. Solo gli Ebrei si sono preservati,
perché portarono nel mondo barbarico, che segui quello
romano, le vestigia dello sviluppo commerciale che aveva
caratterizzato il mondo antico. Dopo lo smembramento del
mondo mediterraneo, essi continuarono a legare fra di
loro le sue parti sparse.
Ma perché solo gli ebrei, se non erano gli unici a
esercitare il commercio nel mondo antico? La risposta
fornita da Léon (ma con elementi presenti in Baron) è:
perché sono gli unici ad avere un elemento di coesione
nella propria religione e nella stessa organizzazione
comunitaria, e perché attraggono e incorporano i resti
di almeno due altre popolazioni che nell’antichità
avevano avuto un grande peso nel commercio mediterraneo,
i Fenici e i Siriani.
Il fattore religioso è importantissimo: tutte le altre
religioni del bacino del mediterraneo finiscono per
essere soppiantate dal cristianesimo tra il IV e il VII
secolo (e dall’islamismo a partire dal VII secolo). E
il cristianesimo non si afferma solo con la repressione
e le conversioni forzate, ma anche con la superiorità
di una religione monoteistica che, per giunta, sa
incorporare al proprio interno non pochi elementi dei
culti precedenti.
Il giudaismo resiste in parte per il suo rigore
monoteistico (come l’Islam, accuserà il cristianesimo
di aver fatto concessioni al politeismo attraverso
l’enorme spazio riservato al culto dei santi nella
devozione popolare), ma soprattutto perché offre una
legittimazione del commercio e dell’usura (a esso
strettamente legata), che il cristianesimo respinge e
condanna, pur senza poterne fare ameno.
È noto che anche nei secoli immediatamente successivi
alla fine dell’Impero Romano il commercio
mediterraneo, pur ridotto drasticamente, non sparisce
completamente. L’insicurezza delle vie marittime e di
quelle carovaniere aumenta straordinariamente i costi e
riduce ulteriormente il mercato: la circolazione delle
merci si riduce quasi esclusivamente alle spezie e ai
prodotti di lusso, provenienti da centri artigianali ad
alta specializzazione. Il rischio individuale per una
nave o una carovana di mercanti diventa altissimo, in
assenza di un’autorità centrale in grado di
assicurare protezione dai pirati, dal brigantaggio, dai
soprusi e dalle razzie di signori locali. Il divieto
espresso nel Deuteronomio ( "Non presterai a
interesse a un tuo fratello né denaro, né alimenti né
un’altra cosa; allo straniero si. Al fratello tuo
invece presterai senza interesse ciò di cui lui ha
bisogno", Deut XXIII, 19-20), fatto proprio dal
cristianesimo nella sua interpretazione più ampia,
rendeva impossibile qualsiasi investimento di capitali
nel commercio tra "fratelli" cristiani.
È questo che determina il rafforzamento e la
"specializzazione" nel commercio e nel
prestito a interesse delle comunità ebraiche, che
assorbono in più occasioni altri nuclei di mercanti di
altra origine etnica (come i siriani, che vengono
condannati insieme agli ebrei da San Gerolamo e di cui
alcuni secoli dopo non troviamo più traccia nelle
attività commerciali). La società basata
sull‘economia naturale ha bisogno del tesoro
dell’usuraio, che costituisce la riserva a cui la
società attinge allorché intervengono circostanze
accidentali. Se, dal punto di vista legale, l’usura è
permessa teoricamente a qualunque non cristiano, di
fatto lo stato di guerra permanente con l’ Islam
esclude, salvo casi sporadici, che possano installarsi
mercanti o usurai musulmani all‘interno dei paesi
cristiani. Gli Ebrei, invece, non solo sono già
presenti nell’Europa cristiana, ma mantengono legami
religiosi, culturali e commerciali con quei nuclei di
correligionari che hanno resistito all’assimilazione
dopo la conquista islamica di gran parte dell’Oriente
e del bacino mediterraneo, dalla Spagna al Nord Africa e
alla Sicilia. Dall’VIII secolo, in particolare, il
centro dell’ebraismo diventa la Spagna musulmana, dove
le comunità ebraiche prosperano e si sviluppano,
fornendo tra l’altro uomini di cultura e di governo ai
conquistatori, ma soprattutto diventando il tessuto
connettivo tra il mondo islamico e quello cristiano.
In questa situazione era logico che gli ebrei si
andassero concentrando nel commercio, soprattutto
internazionale, tra mondo arabo e Europa occidentale.
Oltre alla loro neutralità culturale nel conflitto tra
musulmani e cristiani, giocava a loro favore il fatto
che i loro nuclei esistessero quasi ovunque come colonie
commerciali prive di qualsiasi struttura
politico-militare, sia pure a livello di città-stato;
il che significava evidentemente che erano utili e nel
contempo per niente pericolosi.
Anche nell’Europa carolingia il peso degli ebrei
aumenta e, accanto a mercanti o artigiani specializzati
nella lavorazione dei metalli preziosi e delle gioie,
troviamo sempre più frequentemente banchieri o usurai
(come distinguere le due attività se la Chiesa in quel
periodo condanna come usura qualsiasi prestito, anche se
a interessi inferiori a quelli oggi normalmente
praticati da qualsiasi banca?), esattori di imposte o di
gabelle, scrivani o amministratori dei beni reali e, a
volte, "diplomatici" inviati presso sovrani
lontani.
Se la Chiesa cattolica continua, a volte con asprezza
accresciuta, la sua polemica religiosa contro gli Ebrei
in quanto miscredenti, la frequenza con cui deve
ribadire il divieto di intrattenere rapporti amichevoli
con essi conferma che, in realtà, non esiste nessuna
separazione reale, mentre esiste un frequente confronto
culturale. Alcuni vescovi della Francia carolingia si
accanirono nel condannare la pericolosa familiarità dei
cristiani con gli ebrei: "molti di noi dividono
volentieri con loro i cibi del corpo e si lasciano anche
sedurre dalla loro nutrizione dello spirito [...] Le
cose sono arrivate al punto che i cristiani ignoranti
pretendono che gli ebrei predichino meglio dei nostri
preti; dei cristiani arrivano a festeggiare il sabato
con gli ebrei e a violare il sacro riposo della
domenica.
Molte donne vivono come domestiche o salariate presso
gli Ebrei, che ne distolgono alcune dal loro dovere.
Degli uomini del popolo, dei contadini si lasciano
trascinare in un tale mare di errori da vedere gli Ebrei
il solo popolo di Dio e trovare in esso l’osservanza
di una religione pura e di una fede molto più sicura
della nostra".
Ma questi appelli allarmati non trovarono molto ascolto
presso il gregge cristiano e, tanto meno, presso i
sovrani carolingi, che assicurarono protezione alle
minoranze ebraiche (almeno fino a quando essi mantennero
una qualche autorità, prima dello sprofondamento dei
loro territori nell’anarchia feudale). il proselitismo
ebraico, pur vietato, toccava perfino ecclesiastici di
un certo peso, come il confessore di Ludovico il Pio,
Bodo, che nell’829 si rifugiò a Saragozza, assumendo
il nome ebraico di Eleazar e sposando un’ebrea.
In nessun modo, fino all’XI secolo, si può parlare di
persecuzioni antiebraiche o di antisemitismo diffuso.
La svolta del secolo XI
La I Crociata, bandita alla fine del secolo XI, segna
tragicamente una svolta radicale nella condizione degli
Ebrei d’Europa. Ben prima che la spedizione, decisa
nel 1095 a Clermont, potesse anche solo avvicinarsi alla
"Terra Santa" e agli odiati musulmani, bande
di facinorosi, capeggiati dal "nobile"
avventuriero Emicho di Leisingen, spazzano via come un
uragano le comunità ebraiche della valle del Reno. In
precedenza, sono state attaccate le comunità di Rouen e
di Metz, che invano hanno lanciato messaggi di allarme
ai confratelli renani. A Spira, a Worms, a Magonza, a
Colonia, a Treviri le turbe di crociati assaltano gli
ebrei fin nelle residenze dei vescovi che hanno offerto
loro protezione. La scia di sangue si sposterà poi con
la "crociata popolare", verso Oriente: lungo
la strada saranno spazzate via intere comunità
ebraiche, tra cui quella di Praga. Anche la presa di
Gerusalemme vedrà un massacro generalizzato di Ebrei,
insieme ai musulmani.
In molti casi, intere comunità ebraiche assediate e
minacciate di conversione forzata preferiranno il
suicidio collettivo.
La II Crociata avrà conseguenze meno drammatiche e un
bilancio di morti meno alto, soprattutto perché le
comunità ebraiche si sono premunite arroccandosi in
zone appartate o fortificate durante la predicazione e
il passaggio dei crociati. Ma è proprio durante la II
Crociata che comincia a essere diffusa in tutta
l’Europa la leggenda dell’omicidio rituale praticato
dagli ebrei, che innescherà periodici assalti ai
quartieri ebraici in molte città.
Per comprendere le ragioni di questo mutamento nella
condizione ebraica in Europa, occorre guardare al di là
del contesto religioso specifico -che pure ovviamente
incise- della "guerra santa" contro gli
infedeli.
In realtà, già da più di un secolo stanno cambiando
molte cose in Europa e si sta modificando la stessa
collocazione sociale degli Ebrei. Sono comparsi altri
mercanti, altri banchieri, una nuova borghesia non più
legata esclusivamente al commercio di pochi prodotti
provenienti da paesi lontani, ma interessata
direttamente alla produzione di merci particolarmente
apprezzate: le lane inglesi, i drappi fiamminghi, i
tessuti fiorentini e veneziani, il sale veneto:
"l’evoluzione dello scambio dell’economia
medioevale fu fatale alle posizioni degli Ebrei in campo
commerciale. Il mercante ebreo importatore di spezie in
Europa ed esportatore di schiavi veniva rimpiazzato da
rispettabili commercianti cristiani a cui l’industria
urbana forniva i prodotti principali del loro commercio.
Questa classe indigena di commercianti si scontrò
violentemente con gli Ebrei, che occupavano una
posizione economica sorpassata, retaggio del
passato" (A. Léon).
A Venezia, già ne1945, si vieta ai mercanti ebrei
l’accesso alle navi che facevano rotta per
l’Oriente. il commercio via terra, più rischioso ed
esposto a infiniti prelievi da parte di ciascun signore
feudale (prima ancora di essere minacciato
dall’incontro con qualche banda di crociati), diventa
sempre più difficile per gli Ebrei, che, a differenza
dei mercanti italiani o anseatici, non potevano contare
sulla protezione delle città d’origine.
In questo modo, nel corso del X e XI secolo, l’usura
cessa di essere un’attività marginale e collegata al
commercio (sotto forma di credito al nobile bisognoso di
mantenere il suo status sociale di fronte ai nuovi
ricchi) e diventa per molti ebrei l’attività
prevalente o esclusiva. A ciò essi sono spinti da
molteplici fattori: le facilitazioni (rispetto ai
concorrenti cristiani) derivanti dall’assenza di
divieti religiosi, la disponibilità di denaro
accumulato precedentemente nel commercio (e, "nella
rudimentale economia dell’epoca, quasi esclusivamente
d’uso, gli scambi commerciali -e la moneta- hanno un
ruolo insignificante, mentre invece il ruolo
dell’usuraio è molto più importante che al giorno
d’oggi, proprio perché il denaro è raro, ed è
possibile procurarsene in caso di bisogno solo dalla
gente del mestiere" (A. Léon).
Dopo l’inizio dei massacri con cui si avvia la I
Crociata, nel l096, comincerà inoltre a pesare un altro
fattore: gli ebrei, permanentemente in pericolo,
minacciati di distruzione odi confisca dei beni immobili
(quasi sempre, al termine di un massacro, i signori
feudali o lo stesso vescovo, che magari aveva offerto
una qualche protezione, incameravano i beni degli uccisi
o di coloro che erano stati costretti a fuggire),
cominciarono a privilegiare l’accumulazione di averi
facilmente dissimulabili in caso di pericolo: cioè oro
e argento. Così, a mano a mano, cominciano a diradarsi
le tracce di proprietà terriere in mano a ebrei, molto
tempo prima che esplicite norme neghino loro formalmente
il diritto di possederne.
In ogni caso, ad accelerare questa riconversione del
commercio verso
1’usura, sarà decisiva la "protezione"
accordata agli ebrei da sovrani e signori feudali, che
li utilizzeranno praticamente come prestanome,
attraverso un prelievo sempre più forte di percentuali
elevatissime sui loro utili.
L’insicurezza dei prestiti, per giunta, contribuirà a
un’ulteriore specializzazione nel piccolo prestito a
pegno, particolarmente odiato da chi è costretto a
ricorrervi. Non è difficile immaginare come fosse
facile, per i nobili indebitati, raccogliere tra la
plebe cittadina una turba sufficiente per assaltare i
quartieri degli ebrei.
Dal feudalesimo al regime di scambio
Nelle città più prospere commercialmente, nuovi
banchieri -"Lombardi" e "Caorsini"
(ma anche Fiorentini, Genovesi, ecc.)- strappano la
terra sotto i piedi ai concorrenti Ebrei, che si
concentrano nelle zone ancora marginali rispetto ai
nuovi poli di sviluppo.
In Inghilterra, ad esempio, i banchieri ebrei prosperano
ancora nel XII secolo, e il più famoso di loro, Aaron
di Lincoln, aveva accumulato una immensa fortuna: il
solo re Enrico II gli doveva ben 100.000 sterline, somma
equivalente al bilancio annuale del regno di Inghilterra
in quel periodo. Ma erano ricchezze estremamente
insicure. Nel 1187 il re stesso, invece di saldare il
debito, confiscò con un pretesto tutti beni di Aaron.
D’altra parte, tutti i debiti contratti da privati
cittadini venivano registrati nello Scaccarium Judaeorum
e, su ciascuna somma prestata, veniva effettuato un
prelievo del 10% a favore del tesoro reale, spesso
aggravato da sovrimposte di varia natura.
Seguendo l’ esempio reale, per giunta, nel 1189 i
nobili indebitati organizzarono una sommossa per
massacrare i loro creditori e, nel 1190, distrussero lo
di York, bruciando tutte le promesse di pagamento ivi
conservate. Gli Ebrei, assediati nel castello, si
suicidarono in massa. Tuttavia, il re continuò a
esercitare la sua benigna protezione sugli Ebrei anche
dopo la loro morte, e pretese il versamento integrale
delle somme ad essi dovute, incamerandole in virtù del
fatto che gli Ebrei erano "schiavi del suo
tesoro"! Il periodo iniziato con i massacri che
accompagnano la I Crociata segna duramente la sorte
degli ebrei in tutta l’Europa e si conclude con
l’espulsione in massa dall’Inghilterra, alla fine
del XIII secolo; dalla Francia alla fine del XIV secolo
e, alla fine del XV secolo, dalla Spagna.
Gli ebrei furono progressivamente espulsi da quasi tutte
le città dell’Europa occidentale (a volte, in più
riprese, con riammissioni temporanee in cambio di
fortissime indennità, che preludevano a più feroci
spoliazioni). Quasi sempre, la persecuzione si ammantava
di motivazioni religiose e si intrecciava a conversioni
forzate, che daranno origine in Spagna al fenomeno dei
marrani.
Lungi dall’essere, quindi, promotori e beneficiari
dello sviluppo capitalistico, gli Ebrei europei
cominciarono a subire persecuzioni e massacri proprio
agli albori della formazione di una borghesia autoctona,
che non può essere considerata estranea a tali vicende
(anche se, indubbiamente, a determinarle confluivano
motivazioni religiose radicate e anche una spontanea
ostilità, diffusa tra i ceti popolari a causa
dell’esercizio del prestito a pegno).
Nel XVI secolo non ci sono più nuclei consistenti di
Ebrei nell’Europa più progredita.Il rifugio
principale è divenuta la Polonia, immersa nel caos
feudale, anche se alcune comunità sopravvivono nelle
zone più arretrate della Germania e dell’Italia. Nel
nostro paese, ad esempio, gli Ebrei non sono quasi mai
presenti nelle ricche repubbliche di Venezia, Genova e
Firenze, mentre trovano spazi negli Stati Pontifici,
dove il divieto di usura per i cristiani era,
ovviamente, più rigidamente rispettato.
Molti gruppi di Ebrei, tuttavia, sono fuggiti in
Oriente, dove hanno trovato ospitalità e protezione
presso le comunità inserite nell’Impero Ottomano. Il
fatto che alcuni di essi siano arrivati a posizioni di
grande rilievo economico e politico presso il Sultano
non poteva certo migliorare la sorte dei loro
correligionari rimasti in paesi cristiani.
La condizione della maggior parte degli Ebrei in Europa,
fino al XVII secolo, risulta quindi, per varie ragioni,
precaria. Nel complesso marginali rispetto ai grandi
centri di sviluppo capitalistico e concentrati nei pori
di società semifeudali, essi subiscono ovunque pesanti
limitazioni legali, che accentuano la loro
"specializzazione" professionale, mentre
possono relativamente prosperare solamente dove vengono
ancora una volta utilizzati come strumenti indiretti
delle classi dominanti. In questa condizione subalterna
e al tempo stesso, associata al potere, maturano le
condizioni per l’esplosione di nuove e ancor più
pericolose forme di odio antigiudaico o, come si dirà a
partire dalla fine del XIX secolo, di antisemitismo.
Gli Ebrei nell’età moderna e contemporanea
Mentre la grande massa degli Ebrei europei si concentra
nelle cittadine polacche o lituane e ai margini di
alcune città tedesche, piccoli nuclei di ricchi
commercianti di origine portoghese o spagnola si sono
installati in Olanda, in alcune città della Francia e
in Inghilterra. Sono giunti come "nuovi
cristiani", "marrani", ma appena hanno
trovato un minimo di condizioni favorevoli, hanno
riabbracciato l’ antica religione di cui avevano
conservato in segreto, nei limiti del possibile,
l’osservanza.
La Repubblica calvinista olandese, fin dal 1579, ha
offerto condizioni particolarmente favorevoli e, non a
caso, si avrà nei Paesi Bassi una fioritura di pensiero
ebraico, a volte tanto eterodosso da vederlo messo al
bando sia dai rabbini sia dai cristiani, come avvenne
per Baruch Spinoza. Nel periodo del trionfo puritano
nell’Inghilterra di Cromwell, un rabbino di Amsterdam,
Menassé ben Israel, dopo una lunga corrispondenza su
argomenti religiosi, riuscì a ottenere per alcuni
correligionari il permesso di installarsi a Londra e in
varie città inglesi e delle colonie. Piccoli nuclei di
ebrei sefarditi, quasi sempre giunti come marrani e poi
ritornati pubblicamente al giudaismo, compaiono
tollerati e spesso protetti ad Amburgo, a Francoforte, a
Berlino, a Vienna.
Si tratta di nuclei esigui, già in partenza molto
ricchi (e per questo relativamente bene accolti), che
quasi sempre vedranno con aperto fastidio l’arrivo di
profughi aschenaziti, provenienti dalle zone del regno
di Polonia e Lituania sconvolte dai pogrom che
accompagnano le rivolte contadine a partire dal 1648. Il
loro successo economico ne facilita quello politico:
alcuni di loro vengono chiamati, nel corso del XVII
secolo, presso le innumerevoli corti dei re e principi
tedeschi come amministratori, factotum, organizzatori
dell’approvvigionamento degli eserciti.
Questi "ebrei di corte" (che sono contesi da
tutti i signori protestanti, cattolici o miscredenti e
colmati di privilegi e di onori) a volte accumulano
enormi fortune, investendo in attività speculative non
solo i propri capitali, ma quelli del signore di cui
sono collaboratori: è il caso dei Rothschild, che
iniziarono la loro ascesa come prestanome del
ricchissimo margravio di Kassel.
Questo nucleo ebraico ristrettissimo non modifica, nel
complesso, la condizione delle grandi masse ebraiche;
nel migliore dei casi, se ne interessa a livello
filantropico o ne assume una qualche rappresentanza
presso il sovrano, ma in realtà ne è lontanissimo come
interessi e mentalità.
Tuttavia, la caratteristica essenziale di questa ascesa
sociale di una piccola ma vistosa porzione degli Ebrei
europei è che, nonostante le apparenze, rimane
marginale rispetto al capitalismo industriale nascente;
al contrario, essi derivano la loro potenza dal rapporto
col corpo politico, e non dalle posizioni nella società.
Il loro ruolo sembra accrescersi, a mano a mano che si
consolidano gli Stati nazionali moderni, alla cui
formazione essi contribuiscono efficacemente.
Ma, contrariamente alla leggenda diffusa nella seconda
metà del secolo XIX dell’antisemitismo moderno, la
loro posizione non è stabile né duratura: una volta
messo in piedi uno Stato moderno, la funzione di un
finanziatore privato del sovrano viene meno.
Contemporaneamente a questa appariscente ascesa di una
piccola cerchia di ebrei privilegiati, le condizioni
della più grande concentrazione ebraica d’Europa (e
del mondo), quella polacca, cominciano a peggiorare
rapidamente, Alla fine del Settecento, le spartizioni
della Polonia portano gli ebrei polacchi all’interno
della Prussia, dell’Impero asburgico e della Russia
zarista: tre Stati che, in misura diversa, avevano
cercato di tenere lontani gli Ebrei, o di ammetterne
solo piccoli nuclei in base a funzioni precise.
Soprattutto la Russia, che non aveva mai voluto ebrei al
suo interno, si trovava a dovere assorbire la maggior
parte della popolazione ebraica della Polonia.
I processi di assestamento di fronte a questa nuova
realtà erano appena iniziati e già venivano sconvolti
dalle ripercussioni politiche e militari della
rivoluzione francese. Quest’ultima aveva, sia pur con
qualche esitazione iniziale, soppresso le leggi che
limitavano i diritti civili degli Ebrei e tale
emancipazione, insieme alle altre misure antifeudali,
era stata esportata dalle armi napoleoniche in tutta
l’Europa.
La conseguenza inevitabile era: da un lato, un’ondata
di gratitudine e di simpatia per la Francia,
dall’altro, il sospetto di tutti i reazionari verso
gli Ebrei. E’ appunto negli ambienti
dell’emarginazione aristocratica francese che nasce la
leggenda della "cospirazione giudaica" come
causa della rivoluzione francese. Era un ‘ assurdità,
smentita da tutti i dati verificabili (non solo
l’impossibilità di ridurre un così profondo processo
sociale e politico a una manovra di qualche "centro
occulto", ma anche la sostanziale assenza di Ebrei
da tutte le vicende essenziali della rivoluzione e
perfino un discreto "antisemitismo" diffuso
tra parecchi protagonisti della scena politica
francese); ma ciò non toglie che, ancora oggi, ci sia
gente che lo crede e lo ripete.
In ogni caso, nell’età della restaurazione, una parte
delle giovani generazioni ebraiche finì per guardare
con crescente fiducia ai movimenti rivoluzionari
soprattutto dove le loro condizioni erano state
drasticamente riportate indietro sul piano legale,
mentre cominciavano ad essere scosse dalla disgregazione
inarrestabile della vecchia società e dall’inizio
dello sviluppo capitalistico. Indipendentemente dal
ruolo realmente svolto dagli Ebrei nella prima fase
della rivoluzione borghese, nel XIX secolo la
"questione ebraica" diventa uno degli
spartiacque tra le forze democratiche e socialiste e
tutti coloro che volevano arrestare e riportare indietro
il corso della storia.
La "questione ebraica" nell’ultimo secolo
La "questione ebraica" diventa esplosiva in
gran parte dell’Europa a partire dagli ultimi due
decenni del secolo XIX. Ed è a partire da questo
periodo che il termine "antisemitismo" non è
più improprio. Si può cogliere un elemento che
accomuna le diverse manifestazioni dell’antisemitismo
nei vari paesi europei in cui esso si sviluppa e diventa
forza politica: il bersaglio reale non sono precise
attività svolte dagli Ebrei nel momento dato, ma
attività mitiche, inesistenti o legate a un passato che
è stato già o sta per essere spazzato via dalle
trasformazioni sociali che accompagnano lo sviluppo
capitalistico.
Partiamo dall’Impero zarista, che è l’epicentro del
fenomeno antisemita da molti punti di vista, sia per
l’ ampiezza che ha la sua popolazione ebraica, sia
perché 1 ‘elemento che renderà utilizzabile
politicamente la presenza ebraica a Vienna, Berlino o
Parigi sarà proprio l’ afflusso di profughi dalla
Russia, clamorosamente "diversi" dal resto
della popolazione (comprese le comunità ebraiche
esistenti da tempo) per lingua, abbigliamento, mentalità
in genere. Nell’impero zarista, lo sviluppo
capitalistico è arrivato in ritardo rispetto al resto
dell’Europa, ma ha avuto ripercussioni rapidissime su
tutta la società e, ovviamente, sulle comunità
ebraiche polacca, ucraina, lituana e bielorussa.
All’epoca delle guerre napoleoniche, la
specializzazione ebraica nel commercio era massiccia:
erano gli intermediari tra i contadini e i signori. I
signori davano loro in concessione le taverne e li
costringevano a vendere solo bevande prodotte nei loro
possedimenti. In occasione di feste, battesimi,
funerali, matrimoni, i contadini erano tenuti ad
acquisire almeno un secchio di acquavite. Gli Ebrei
vendevano a credito ma esigevano un forte interesse.
Essi intervenivano in tutte le operazioni commerciali
del paese ed esercitavano anche attività bancaria.
In Ucraina, Lituania e Bielorussia, ne1818, l’86,5%,
degli Ebrei erano dediti al commercio, l’11,6%
all’artigianato e solo l’1,9% all’agricoltura. Nel
1897, nel complesso delle "zone di residenza"
in cui era ammessa la presenza ebraica nell’Impero
zarista, gli addetti all’agricoltura sono ancora solo
il 2,5% della popolazione ebraica, ma gli addetti al
commercio e ai trasporti sono scesi al 34,6%. La
maggioranza è già addetta all’industria (36,2%),
anche se ci sono buone percentuali nelle
"professione liberali, servizi di stato, servizi
sociali" (7,2 % ) l nei "servizi
personali" (11,9%) e nella categoria
"possidenti, professioni improduttive
indeterminate" (7,6%).
La svolta si è delineata a partire dal 1861, quando la
soppressione della servitù della gleba e le altre
riforme di Alessandro II creano quella che è stata
chiamata la "serra del capitalismo".
Una parte degli ebrei si sposta verso l’industria, in
genere artigianale o semiartigianale, in base alle
tradizioni consolidate nei secoli. Altri emigrano,
dapprima verso le altre città della Russia, a mano a
mano che vengono allentate le remore legali poi, sempre
più massicciamente, verso altri paesi d’Europa e
soprattutto verso le Americhe. La media annuale negli
anni compresi tra il 1830 e il 1870 si avvicina alle
5.000 unità alle 10.000 unità nel decennio 1871-1880,
per poi salire vertiginosamente, appena cominciano le
nuove discriminazioni e i pogrom, negli anni 1881-1900,
tra i 50.000 e i 60.000 emigrati, mentre tra il 1901 e
il 1914 arriva annualmente a 150.000-160.000 emigrati.
Al tempo stesso, anche le migrazioni interne si
intensificano e portano a una straordinaria
concentrazione degli ebrei nelle grandi città (mentre
in precedenza avevano privilegiato, per scelta o per
necessità, piccolissime città, quasi esclusivamente
ebraiche, sparse nelle campagne).
Lo sviluppo capitalistico ha distrutto il vecchio
tessuto feudale e semifeudale, all’interno del quale
gli Ebrei dell’Europa Orientale avevano prosperato per
secoli. Quelli che emigrano in altri paesi sono spinti a
cambiare abitudini e mestieri più rapidamente ancora di
quelli che si spostano all’interno dell’Impero
Russo. Una delle confutazioni più sostanziali di uno
dei cardini dell’ideologia sionista (che ha preteso di
essere l’unico mezzo per riequilibrare la composizione
sociale della popolazione ebraica spinta da secoli di
discriminazioni, divieti e tradizioni a concentrarsi nel
commercio) è rappresentato dalla spontanea
riconversione verso l’industria di una parte
notevolissima dei quasi 3 milioni di ebrei giunti negli
Stati Uniti d’America tra il 1880 e il 1929: il 46% di
essi, agli inizi degli anni trenta, erano divenuti
operai.
Nella Russia prerivoluzionaria, tuttavia, la maggior
parte degli Ebrei che si sposta rispetto alle
tradizionali zone di residenza e lascia le attività
abituali non trova, per varie ragioni, posto
nell’industria nascente. Pesa molto la composizione
tradizionale dell’artigianato ebraico, fortemente
specializzato nel campo dell’abbigliamento (mentre non
ebrei sono in genere i fabbri, i vasai, i tessitori). In
ogni caso, se il ruolo degli ebrei era stato tollerato
finché era rimasto immutato in una società statica,
appare ora aggressivo e invadente quando esce dalle
tradizionali città-ghetto e penetra nelle grandi città
a composizione etnica mista, sia che si applichi ancora
una volta al commercio, sia che riproponga la sartoria
artigianale o entri in concorrenza con gli altri
lavoratori per ottenere un posto nell’industria o nei
servizi.
Tuttavia, in Russia l’antisemitismo non nasce
spontaneamente, pur affondando le sue radici in una
tradizione fortemente antigiudaica e in un sentimento
diffuso nelle regioni occidentali (dove per secoli gli
ebrei avevano avuto la funzione di intermediari dei
signori) e trovando, come nel resto d’Europa, nuovo
alimento nella concorrenza accresciuta tra gli
appartenenti alla piccola borghesia (rovinati, in realtà,
dallo sviluppo e dalla concentrazione capitalistica, ma
ben lontani dall’averne coscienza).
È documentato largamente che, a partire dagli anni
ottanta, l’antisemitismo viene sviluppato
deliberatamente da organi di stampa legati al governo e
direttamente dall’Ochrana, la polizia politica
zarista. All’origine di questa scelta, oltre ai
pregiudizi di origine religiosa che pesavano largamente
sulle scelte dei Romanov (non solo quasi tutti rozzi e
incolti, ma, per giunta, circondati da consiglieri
spregevoli), c’era anche un equivoco sociologico: la
convinzione che gli Ebrei fornissero una parte
essenziale degli effettivi del movimento rivoluzionario.
In un famoso colloquio tra il padre del sionismo,
Theodor Herzl, e il ministro zarista, il conte Witte,
quest’ultimo domandò come mai gli Ebrei, che
costituivano appena il 3% della popolazione russa,
fornissero il 50% dei rivoluzionari.
Ebbene, si trattava di un macroscopico errore perfino al
momento del colloquio (agosto 1903), nonostante molte
iniziative del governo zarista avessero rafforzato la
determinazione dei giovani Ebrei a lottare per abbattere
il regime esistente.
In realtà, un rapporto riassuntivo della polizia
segreta per gli anni 1873-1877 parla di 67 ebrei tra i
1054 imputati per attività rivoluzionaria (il 6,35%).
La percentuale degli Ebrei condannati per appartenenza
al "Narodnaja Voja", negli anni 1880-1890, salì
al 17% e, sul complesso dei 4.307 detenuti politici
degli anni 1884-1890, 579 (cioè il 13,44%) erano Ebrei.
Tali cifre, pur tanto inferiori al 50%, di cui parlava
Witte, possono sembrare una conferma, al di là
dell’inesattezza numerica, della sostanza
dell’accusa. Ma non è così: la percentuale degli
Ebrei era effettivamente del 3% sulla popolazione
complessiva dell’Impero zarista, ma le agitazioni
politiche riguardavano esclusivamente le maggiori città,
dove gli ebrei rappresentavano il 25% della popolazione!
E non è tutto: il primo giornale russo a lanciare
questo argomento era stato l’ufficioso "Novoe
Vremja" (che aveva già pubblicato, nel 1879,
larghi estratti del celebre pamphlet di William Marr, La
vittoria del semitismo sul germanismo ), il quale aveva
denunciato, nel 1880 il pericolo di un trionfo dei Yid
anche in Russia, affermando che gli Ebrei (appunto il3 %
degli abitanti dell’Impero), fornivano il 7% dei
condannati politici e il 10% degli studenti liceali.
Quest’ultimo dato era, secondo il giornale, quello più
allarmante: da un 9,9% del 1876 si era passati al 10,7%
nel 1877. A fermare questa marcia, ci avevano pensato i
saggi governati vi che, a partire dal 1881, avevano
introdotto severe restrizioni agli spostamenti degli
Ebrei e, nel 1887 l avevano imposto un drastico numerus
clausus per la loro ammissione agli istituti di
insegnamento secondario (10% del totale degli allievi
nella "zona" di più forte concentrazione
ebraica, 3% nelle due capitali e 5% altrove; percentuali
ulteriormente ridotte, nel 190l, rispettivamente al 7%,
2% e 3%), col brillante risultato di indirizzare altri
giovani ebrei, tagliati fuori da uno sbocco credibile,
verso scelte più decisamente rivoluzionarie. Come si
vede, lungi dall’aver avuto una "naturale
passione" per la sovversione rivoluzionaria, gli
ebrei erano stati in origine sospinti verso i movimenti
di opposizione dalle stesse contraddizioni che
preparavano la rivoluzione russa e, solo in seguito all
‘inasprimento di misure discriminatorie (e dopo il
lancio dell’antisemitismo come diversivo e sfogo per
le masse sottoproletarie e piccolo-borghesi), essi
avevano cominciato a indirizzarsi in misura maggiore
verso i partiti di sinistra.
Che tale apporto ebraico al movimento operaio fosse una
conseguenza della discriminazione e della politica dei
governi zaristi (indipendentemente dalla falsa coscienza
della classe dominante, che scambiava gli effetti per le
cause) è confermato indirettamente dal peso assai più
modesto degli ebrei nel movimento rivoluzionario di
altri paesi, in particolare della Francia,
dell’Inghilterra, dell’Italia.
A facilitare, poi, l’utilizzazione sistematica
dell’antisemitismo da parte delle forze reazionarie di
molti paesi fu, naturalmente, l’esistenza di alcune
grandi famiglie di origine ebraica inseritesi
stabilmente nel mondo della finanza: prima tra tutte
quella dei Rothschild. Poco importa che il loro peso
relativo nelle attività economiche non fosse realmente
aumentato alla fine del secolo XIX, o che la maggior
parte di queste famiglie di banchieri si fosse integrata
talmente col resto della classe capitalistica
"cristiana" da collegarsi a essa dapprima con
i matrimoni poi molto spesso con i battesimi.
Riprendendo alcune osservazioni di Alexis de Toqueville
sull’incidenza dell’ostilità popolare contro
un’aristocrazia in declino tra i fattori che
innescarono la rivoluzione francese, Hannah Arendt
arriva a queste drastiche conclusioni:
"Non c’è un esempio migliore della storia
dell’ antisemitismo, che raggiunse il punto culminante
quando gli Ebrei avevano ormai perso ogni funzione e
influenza nelle vita pubblica e non possedevano altro
che la loro ricchezza. Al momento dell’avvento di
Hitler al potere, le banche tedesche, in cui gli ebrei
avevano occupato una posizione di primo piano per oltre
un secolo, erano già quasi interamente judenrein , e la
comunità ebraica in Germania andava così rapidamente
assottigliandosi e perdendo influenza che gli statistici
predicevano la sua scomparsa nello spazio di qualche
decennio".
Ancora più brutalmente (rispetto alle convinzioni che
il gruppo dirigente sionista alimenta deliberatamente,
anche tra gli Ebrei della diaspora, per irrobustire i
legami con lo Stato di Israele, interrompendo i processi
naturali di integrazione-assimilazione nell’ambiente
di residenza), si potrebbe dire che la spiegazione
dell’antisemitismo va ricercata in prevalenza non
nello specifico rapporto tra Ebrei e non Ebrei, ma nelle
contraddizioni più generali di ciascun paese nel
momento dato. L’unico elemento che dipenda dalla
concreta realtà dei rapporti tra Ebrei e non Ebrei
deriva dal passato, dalla sedimentazione nel senso
comune (e nel subconsciente) delle masse non ebree di
residui di vecchi risentimenti, di pregiudizi, di
stereotipi consolidati.
Le circostanze della nascita di quello che diverrà il
più pericoloso e cruento movimento antisemita, quello
tedesco, confermano che, lungi dal sorgere come forza
politica basata razionalmente su concreti interessi e su
un programma definito, esso è scaturito dalla verifica
empirica della disponibilità degli strati
piccolo-borghesi in crisi a utilizzare, come spiegazione
della loro proletarizzazione ed emarginazione, vecchi ma
sperimentati schemi demonologici. Il pastore Stoecker,
cappellano di Corte, aveva per esempio tentato in tutti
i modi -senza successo- di sottrarre le masse proletarie
berlinesi all’influenza socialista, quando si accorse
che le sale di riunione, abitualmente semivuote o
riempite di contestatori, si riempivano una volta
proposto il tema dell’influenza nefasta degli Ebrei
nella società tedesca. Si riempivano di bottegai, di
artigiani, di pseudointellettuali frustati nelle loro
velleità accademiche, ma si riempivano e assicuravano
finalmente consensi di massa al predicatore. Era un
precedente che avrebbe avuto, per il momento, modeste
ripercussioni politiche, ma di cui la borghesia tedesca,
al momento opportuno, si sarebbe ricordata: Hitler o
Rosenberg sarebbero rimasti oggetto di studio per la
psicopatologia individuale o -nel migliore dei casi- di
gruppo, se il partito nazionalsocialista non fosse
apparso, alla fine degli anni venti, uno strumento
sgradevole ma efficace per scatenare le masse
piccolo-borghesi contro il proletariato, utilizzando
come coagulante -in luogo di argomenti concretamente
basati su interessi comuni- uno stereotipo antigiudaico
radicato da secoli nella cultura tedesca.
L’antisemitismo moderno si alimenta dei miti del
passato, una volta verificatane la vitalità: ma non
nasce da essi, li utilizza. La riprova indiretta viene
dalle caratteristiche dell’antisemitismo tedesco (ma
il di scorso vale anche per quello francese all’epoca
dello "affaire Dreyfus"), che per decenni
formula le più mostruose teorie, ma non tocca
fisicamente un solo Ebreo. Sarà la congiunzione delle
due crisi -quella della direzione borghese tedesca
(logorata dall’incapacità di superare la lunga
instabilità della repubblica di Weimar) e quella
generale del capitalismo (che alla fine degli anni venti
vede saltare tutti i suoi miti e entra in una fase di
disperata concorrenza internazionale, che non potrà non
sfociare in una nuova guerra mondiale)- a convincere la
borghesia tedesca (ebrei compresi!) a consegnare lo
Stato a un Hitler, che non aveva nascosto un millesimo
del suo mostruoso programma
La tragedia degli Ebrei nell’Europa del XX secolo si
capisce, dunque, non ricercando uno specifico
"destino ebraico", ma indagando nelle tremende
convulsioni di una società in crisi, che perviene a
rinviare la rivoluzione, ma non è sicura di essere
riuscita ad evitarla, giacche non è in grado di
risanarsi e di svilupparsi in un quadro democratico,
senza ricorrere a quel particolare "proseguimento
della politica con altri mezzi" rappresentato dalla
guerra.
Dunque, dopo questa lunga panoramica sulle vicende degli
Ebrei della diaspora, che dovrebbe averci fatto cogliere
quanto essi fossero distanti dall’antico "popolo
ebraico" da cui avevano ereditato la religione,
possiamo capire quanto fosse infondata la pretesa di
"ritornare" in una terra con le cui vicende
non avevano avuto per secoli che rapporti sentimentali,
e dalla quale la maggior parte dei loro antenati non
erano mai passati neppure per poco.
Non si trattava neppure solo di un’interruzione fisica
del contatto tra le diverse comunità, ma di destini
radicalmente divergenti. Già verso la fine del sec. XII
Mosè Maimonide scriveva a Yonathan di Lunel, in
Provenza, che "nell’Oriente gli ebrei sono morti
ad ogni aspirazione spirituale. In tutta la Siria,
soltanto poche persone ad Aleppo si occupano della legge
secondo verità [...] Nell’Iraq non vi sono che due o
tre persone che abbiano vera dottrina; nel Yemen e nel
rimanente dell’Arabia si sa poco di Talmud [...] gli
Ebrei di Giudea sanno poco di Torah e tanto meno di
Talmud [...] Dunque non restate che voi ad essere i
robusti sostegni della nostra religione".
Tutti i tentativi di rinvigorire quei ceppi esausti
della vecchia religione con nuova linfa non ebbero
successo, in primo luogo perchè fino alla fine del XVII
secolo le zone in cui si era concentrata la maggioranza
degli Ebrei rimasero tagliate fuori dalle grandi
correnti del commercio internazionale, e la "
specializzazione funzionale" delle comunità
europee escludeva una spinta di massa al ritorno in
Palestina (mentre, come si è visto, molti Ebrei
provenienti da Occidente si installavano in altre città
commercialmente più vive dell’Impero ottomano,
sviluppandovi anche scuole e centri di pensiero
religioso ).
Nel 1855 (quindici anni dopo il primo tentativo
britannico di incoraggiare un "ritorno" di
ebrei in Palestina) su 300.000 abitanti solo 10.000
erano ebrei, in genere senza una precisa collocazione
sociale, ma affidati a 27 congregazioni di assistenza
che finanziavano studi talmudici con i contributi
d’oltremare. Ancora nel 1868 solo un 15% degli Ebrei
palestinesi si dedicare a qualche attività lucrativa
(artigianato o piccolo commercio).
Sarà la dialettica antisemitismo-sionismo a proiettare
in Palestina un "problema ebraico" che non
esisteva minimamente (non tanto perché gli Ebrei erano
pochi, ma perché, come nel resto del mondo
arabo-islamico, convivevano tranquillamente con gli
altri gruppi etnici e religiosi maggioritari),
sospingendo nel paese un numero sempre crescente di
"Ebrei" europei, spesso indifferenti alla
religione dei "padri", quasi sempre incapaci
di capire la realtà locale, costretti per comunicare
tra loro a riesumare una lingua ormai morta, senza
neppure prendere in considerazione 1 ‘idea di adottare
come lingua comune, quella parlata dalla quasi totalità
degli Ebrei dell’Oriente, cioè lo stesso arabo
parlato in Palestina.
Le campagne antisemite degli ultimi due decenni del
secolo scorso riuscirono ad avviare un’ ondata di
emigrazione ebraica in Palestina un po’, più
consistente, ma non riuscirono a convincere la maggior
parte degli Ebrei che il sionismo fosse l’unica
soluzione. Perfino i pogrom con i quali lo zarismo tentò
di arginare e deviare le tensioni sociali che stavano
esplodendo nel 1905 (e accelerarono la fuga degli Ebrei
dell’Impero Russo) non riuscirono a trasformare il
sionismo in un movimento di massa. Lo stesso accadde per
i furori antisemiti delle guardie bianche durante la
guerra civile nei primi anni dell’Unione Sovietica, o
per quelli ricorrenti nella Polonia tra le due guerre.
Nel 1929 il bilancio di mezzo secolo di migrazioni
ebraiche dalle regioni europee orientali in cui si era
concentrata la maggior parte degli Ebrei nei secoli
precedenti era questo: circa quattro milioni erano
fuggiti in cerca di lavoro e sicurezza, ma di essi solo
120.000 (il 3%) avevano optato perla soluzione sionista
andando in Palestina.
La situazione muterà solo dopo la vittoria nazista,
soprattutto per la coincidenza tra i massacri
hitleriani, l’indifferenza (e la chiusura delle
frontiere ) da parte delle grandi democrazie occidentali
e l’incapacità dell’URSS staliniana di offrire un
asilo sicuro ai disperati sfuggiti allo sterminio; i
dirigenti sionisti (che accecati dal loro progetto
avevano perfino boicottato i tentativi di salvare gli
Ebrei minacciati quando non avevano come meta la
Palestina), si trovarono alla fine a beneficiare della
mancanza di altri sbocchi per gli scampati (oltre che,
naturalmente, delle tante complicità imperialistiche
che avevano assecondato fin dall’inizio il loro
piano), e poterono accelerare l’immigrazionefino al
momento in cui fu possibile strappare un assenso
dall’ONU per una spartizione, e i rapporti di forza
interni e mondiali consentirono di tentare la strada
dello scontro, delle stragi, della cacciata dei
Palestinesi.
Il dramma della Palestina, dal 1948 ai giorni nostri, è
dunque tutto maturato lontano dal suo territorio, e a
prescindere dalla volontà e dai sentimenti di coloro
che avevano vissuto lì da secoli, arabi musulmani,
cristiani o ebrei.
Come stupirsi? Quale paese ormai può decidere le sue
sorti tenendo conto dei rapporti di forze interni? Ma
questo conferma che anche la causa palestinese non può,
non deve essere lasciata solo ai rapporti di forza
locali. Ha bisogno, per trionfare, anche di noi, di noi
europei che abbiamo esportato laggiù le nostre
contraddizioni, di noi democratici e militanti del
movimento operaio che abbiamo per troppo tempo
dimenticato le nostre responsabilità, i nostri doveri
internazionalisti. |
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