Nella storia ufficiale israeliana
non esiste la massiccia espulsione degli arabi
palestinesi nel 1948 (indicata nella memoria
collettiva palestinese e araba con il termine di Naqba
– la “catastrofe”. Questa è la spiegazione
autorizzata: i dirigenti arabi che cercavano di
distruggere Israele hanno impartito alla popolazione
araba l’ordine di fuggire. Ben Gurion ha consacrato
questa versione in un discorso pronunciato nel 1961,
riportato da I. Pappe in The Making of the Arab-Israeli
conflict 1947-1951, Londra, 1992. Molti lavori di
storici israeliani, da oltre quindici anni a questa
parte, hanno rivisitato la versione ufficiale, in base
agli archivi israeliani: Benny Morris, 1948 and
After: Israel and the Palestinians, Oxford, 1994;
Tom Segev, 1949: The First Israelis, New York,
1986; Simma Flapan, The Births of Israel: Myth and
Realities, New York, 1987. Nonostante ciò,
tuttavia, la versione omologata si impone ancora in
Israele e si ravviva oggi, con obiettivi evidenti.
L’intervento di Illan Pappe
richiede una qualche sommaria ricostruzione. Tra il
marzo e il maggio del 1948 (conclusione del mandato
britannico), si registra una prima, molto importante,
ondata di espulsioni di Palestinesi. Il 15 maggio
viene proclamato lo Stato di Israele. Nella stessa
data, gli eserciti iracheno, siriano, libanese,
transgiordano ed egiziano entrano in Palestina. Dal 20
maggio, l’Onu interviene come mediatore. Nei mesi
dal maggio al dicembre 1948 (gennaio 1949: fine delle
ostilità e armistizio), oltre la metà della
popolazione araba residente in Palestina è costretta
a lasciare la propria terra, a fuggire. Nel 1949,
un’esigua minoranza di arabi palestinesi può
restare in Israele, che controlla in quel momento il
77% dei territori della Palestina (sottoposta
dall’Onu al mandato britannico il 24 luglio 1922).
Al termine di questa prima guerra arabo-israeliana, la
Giordania assume il controllo delle zone a ovest del
Giordano (Cisgiordania) e l’Egitto continua ad
amministrare la confinante Striscia di Gaza.
I resoconti storici si limitano
spesso a mettere in risalto gli scontri successivi al
15 maggio 1948. In realtà, dal novembre 1947 (cioè
dopo l’adozione della risoluzione n. 181
dell’Assemblea generale dell’Onu, che contemplava
la spartizione della Palestina tra uno Stato arabo e
uno Stato ebraico) si sono avuti scontri militari e,
tra marzo e maggio 1948, è apparsa evidente la
superiorità dell’esercito sionista. In quella
occasione si è verificata la prima ondata di
espulsione di arabi dalla Palestina. Nel 1946 la
Palestina contava 1.340.000 arabi e la popolazione
ebraica ammontava a 602.000 unità (Justin Maccarty, The
Population of Palesatine: Population Statistics of the
late Ottoman Period and the Mandate, New York,
1990). Questo primo esodo forzato di Palestinesi
riguarda quasi la metà dei profughi palestinesi, il
cui numero più plausibile si aggira intorno alle
700.000 persone. L’esodo ha coinvolto sia la
popolazione urbana sia quella rurale; nelle zone
rurali, da decenni, si era sviluppata una politica del
movimento sionista per il controllo delle terre e dei
luoghi strategici, che ha svolto un ruolo rilevante
nel 1948. Nel 1949, 400 villaggi palestinesi su 500
erano in mano agli israeliani (si veda nel sito www.alencontre.ch
l’articolo di Tom Segev sui villaggi
“scomparsi”, alla voce “Palestina”).
La comunità ebraica della
Palestina (Yishuv) disponeva di una superiorità
politico-militare; anche se può sembrare giustificata
l’impressione che esistesse una massiccia forza
araba. Va comunque tenuto conto della storia della
colonizzazione della Palestina. Il mandato dell’Onu
riconosceva agli ebrei il “diritto al focolare
nazionale” e concedeva all’Agenzia ebraica lo
statuto di un organismo pubblico riconosciuto che
doveva facilitare, insieme all’Amministrazione
coloniale, l’insediamento di questo focolare. Non vi
era in questo il riconoscimento del diritto di
nazione. Peraltro, gli arabi venivano “fusi” in
una “comunità non ebrea”, anche se costituivano
il 90% della popolazione. Veniva così consacrata
un’inferiorità di diritti, che le varie proposte
della Gran Bretagna (nel 1939) non riusciranno
assolutamente a cancellare. D’altro canto, la
politica dei notabili palestinesi, addestrati nel
quadro dell’Impero ottomano a una politica negoziale
che riservava loro una serie di privilegi, non
contribuiva a rafforzare la capacità di leadership
degli arabi palestinesi. La sollevazione araba del
1936-1939
sarà brutalmente schiacciata dai britannici (con
migliaia di morti e di arresti) e questo inciderà
sulle sorti future degli arabi palestinesi. In quegli
anni, mentre l’immigrazione ebraica si intensificava
ulteriormente, in seguito alla repressione antisemita
del regime nazista, si registrava iln consolidamento
delle posizioni economiche dell’Yishuv, che
sarebbe andato avanti insieme al rafforzamento
militare, dei gruppi di azione terroristica.
Il 1948 va collocato in questo
quadro, in cui si attesta (pubblicamente) l’orrore
della Shoah e sia gli Usa sia l’Urss
sostengono le forze “israeliane”.
Sono
qui per presentarvi la narrazione complessiva della
storia dell’espulsione e della pulizia etnica dei
palestinesi nel 1948, la naqba, e la pertinenza
di questa ai fini di un programma presente e futuro di
pace in Palestina.
Per
gli israeliani, il 1948 rappresenta un anno in cui si
sono verificate due cose, in contrasto tra loro. Da un
lato, si tratta del momento culminante delle
aspirazioni ebraiche a disporre di uno Stato, o a
realizzare il vecchio sogno di ritornare in patria
dopo quello che si considera un esilio durato duemila
anni. In altri termini, il 1948 è stato considerato
un evento miracoloso, definibile solo con aggettivi
positivi, di cui non si può parlare, o che non si può
ricordare, se non come di un fatto particolarmente
entusiasmante. Dall’altro lato, il 1948 ha
rappresentato il capitolo peggiore della storia
ebraica. Nel 1948 gli ebrei hanno fatto in Palestina
quello che non avevano mai fatto da alcuna altra parte
nei duemila anni precedenti. Si è dunque verificata
la convergenza in un unico evento della cosa peggiore
e di quella più esaltante. Quel che ha fatto la
memoria collettiva israeliana è stato di cancellare
il primo aspetto della propria storia, per coesistere
e vivere soltanto con quello esaltante. Si tratta del
meccanismo costruito per risolvere una tensione
impossibile tra due memorie collettive.
Dal
momento che molte delle persone che oggi vivono in
Israele hanno vissuto gli avvenimenti del 1948, essi
non rappresentano un ricordo remoto. Non è
come per il genocidio degli indigeni americani negli
Stati Uniti. La gente sa precisamente che cosa ha
fatto e che cosa altri hanno fatto. Riesce
tuttavia a cancellarlo completamente dalla propria
memoria e si batte al tempo stesso con rigore
contro chiunque tenti di presentare, in Israele o
altrove, l’altra storia, sgradevole, del 1948. Se
consultate manuali di storia israeliani, programmi
scolastici, mezzi di comunicazione o discorsi
politici, vedrete come questo capitolo della storia
ebraica – un capitolo fatto di espulsione, di
massacri, di stupri e di villaggi incendiati – sia
completamente assente. Non c’è. È sostituito da un
capitolo fatto di eroismo, di gloriose campagne, di
racconti straordinari di ardimento morale e di
superiorità, inauditi in qualunque altra storia della
liberazione di un popolo nel XX secolo. Per cui, ogni
volta che io parlo della pulizia etnica della
Palestina nel 1948, dobbiamo ricordarci che non solo i
termini di “pulizia etnica” o di “espulsione”
sono completamente estranei alla comunità in cui vivo
e in cui sono cresciuto, ma che la storia stessa di
questo episodio o è snaturata o è del tutto assente
nel ricordo degli individui.
La
strategia dei dirigenti sionisti: colonizzazione ed
espulsione
Se
cominciate a leggere i diari dei dirigenti del
movimento sionista e fate ricerche sulle loro
ideologie o sui loro sviluppi ideologici, dalla
concezione del movimento alla fine del XX secolo, vi
accorgerete che, fin dall’inizio, essi erano
consapevoli del fatto che l’aspirazione a uno Stato
ebraico in Palestina si scontrava con la realtà di
una popolazione indigena che viveva da secoli su
quella terra e le cui aspirazioni contrastavano con il
progetto sionista per il paese e i suoi abitanti. I
padri del sionismo sono a conoscenza dell’esistenza
di una società e di una cultura locali in Palestina,
ancor prima che i primi coloni vi mettano piede.
Due
strumenti sono stati messi in atto per modificare la
realtà in Palestina e imporre la visione sionista
della realtà locale: il fatto di spogliare la
popolazione indigena delle terre e quello di
ripopolarle con nuovi venuti, vale a dire: la colonizzazione
e l’espulsione. Si tratta di un movimento che
non aveva ancora raggiunto la legittimazione,
regionale o internazionale, a intraprendere
l’impegno della colonizzazione. Esso ha perciò
dovuto acquistare le terre e creare delle enclaves
in seno alla popolazione indigena. L’Impero
britannico è stato di grande aiuto nel consentire che
il progetto diventasse realtà. Tuttavia, fin
dall’inizio della strategia sionista, i dirigenti
del movimento sapevano che la colonizzazione avrebbe
rappresentato un processo molto lungo e molto cauto,
che avrebbe potuto non essere sufficiente a
rivoluzionare la realtà e a imporre la propria
visione. Per questo, c’era bisogno di qualcosa di più
forte. David Ben Gurion,
dirigente della comunità ebraica negli anni Trenta,
poi Primo ministro di Israele, segnala a più riprese:
[per imporre la visione delle cose nella realtà]
occorrono quelle che egli definisce “condizioni
rivoluzionarie”. Intendeva con questo delle
condizioni di guerra, una fase di mutamenti di
governo, l’alba tra un’era antica e l’inizio di
una nuova. Non stupisce leggere nella stampa
israeliana di oggi che Ariel Sharon pensa di essere il
nuovo Ben Gurion e che sta per condurre il suo popolo
verso un nuovo momento rivoluzionario: la guerra
contro l’Iraq. In quel momento, le espulsioni, e non
più un’intesa politica, si potranno di nuovo
praticare per condurre a termine il processo avviato
nel 1882, di disarabizzazione della Palestina e
della sua ebraicizzazione.
Verso
la fine del Mandato britannico, si era fatta sentire
l’esigenza di tradurre in progetto concreto queste
idee ancora teoriche e astratte sull’espulsione dei
palestinesi. Sto scrivendo dal 1980 su quanto è
avvenuto nel 1948. Per la maggior parte di questi
anni, mi sono interessato a un problema: esisteva o no
un piano sionista predisposto per espellere i
palestinesi nel 1948? Alla fine mi sono reso conto (in
larga parte grazie a ciò che ho imparato negli ultimi
due anni) che la domanda, così posta, non consentiva
di centrare bene la questione: né dal punto di vista
della ricerca accademica, né rispetto al tentativo di
capire meglio che cosa sia avvenuto all’epoca. Ben
più importante, per una pulizia etnica, è la
creazione di una comunanza ideologica, per cui ogni
membro della comunità, veterano o nuovo arrivato che
sia, sappia fin troppo bene di dovere contribuire a
una soluzione indiscussa: l’unico modo per
realizzare il sogno sionista è svuotare la terra dei
suoi abitanti indigeni.
Dietro
la naqba
del 1948: l’indottrinamento ideologico di massa
La
predisposizione di piani non è l’elemento
principale per prepararsi a un periodo contrassegnato
da una congiuntura rivoluzionaria o stabilire progetti
concreti per mettere effettivamente in atto l’idea
di espulsione. C’è bisogno di qualcos’altro, di
un clima, di persone indottrinate. C’è bisogno di
capi che, a tutti i livelli della catena di comando,
sappiano che cosa fare al momento buono, anche senza
ricevere ordini espliciti. L’essenziale della
preparazione di prima del 1948 non riguardava la messa
a punto di un piano (anche se credo esistesse). I
comandanti erano impegnati a raccogliere informazioni
su ogni villaggio palestinese, per permettere ai capi,
a tutti i livelli dei gruppi armati ebraici, di
conoscere la ricchezza di ogni villaggio, la sua
importanza dal punto di vista militare, ecc. Muniti di
tali informazioni, questi capi sapevano anche che cosa
si aspettassero da loro gli uomini al vertice della
piramide ebraica in Palestina: David Ben Gurion e i
suoi colleghi. Questi dirigenti volevano solo sapere
in che misura ogni operazione potesse contribuire alla
ebraicizzazione della Palestina, e hanno fatto capire
molto chiaramente che a loro non importava sapere come
questo avvenisse. Il piano di espulsione ha funzionato
senza scosse proprio perché non c’era bisogno di
una sistematica catena di comando che verificasse se
si metteva integralmente in atto il piano
prestabilito. Chiunque abbia fatto ricerche su
operazioni di pulizia etnica nel corso della seconda
metà del XX secolo sa che una epurazione etnica si
realizza esattamente in questo modo: creando una sorta
di sistema pedagogico e di indottrinamento che
garantisca che qualsiasi soldato, qualsiasi
comandante, chiunque, per propria individuale
responsabilità, sappia esattamente che cosa fare
quando entra in un villaggio, anche se non ha ricevuto
l’ordine specifico di espellerne gli abitanti.
Recentissimamente,
in seguito alla lettura di testimonianze di
palestinesi, ma anche di soldati israeliani, mi è
diventato chiaro che l’esistenza di un piano
predisposto – benché significativo come tale –
perdeva di importanza rispetto a tutta
l’apparecchiatura di indottrinamento della comunità.
Nel 1948, la popolazione dell’ Yishuv era di
poco più di mezzo milione di abitanti: prima del 1948
era ancora meno consistente. Quelli/e che avevano
allora un ruolo attivo nelle attività militari della
loro comunità sapevano perfettamente che cosa
avrebbero dovuto fare al momento buono, e non prima.
Va
tuttavia ricordato che il progetto di espulsione non
ha ottenuto successo solo in ragione
dell’indottrinamento ideologico. È stato attuato
sotto gli occhi Onu, che si era impegnato, con la
risoluzione n. 181 adottata dall’Assemblea generale,
a garantire la sicurezza e il benessere degli
“epurati”. L’Onu avrebbe protetto l’esistenza
dei palestinesi che avrebbero dovuto vivere nelle zone
attribuite allo Stato ebraico: essi avrebbero
costituito circa la metà della popolazione del futuro
Stato. Dei 900.000 palestinesi che vivevano in quelle
zone, nonché in altri territori assegnati ai paesi
arabi limitrofi e occupati da Israele, ne sono rimasti
solo 100.000. Proprio mentre l’Onu era ormai
responsabile della Palestina, in brevissimo lasso di
tempo si è realizzata l’operazione di espulsione.
Malgrado
siamo in parecchi a come storici di professione
sull’argomento, dobbiamo ancora farci narrare i
racconti più terrificanti sul 1948. Non abbiamo
parlato degli stupri. Non abbiamo parlato dei 30-40
massacri che la storiografia popolare menziona. Non
abbiamo ancora deciso come definire l’assassinio
sistematico di molte persone in ogni villaggio, per
creare il panico destinato a provocare l’esodo. Si
tratta di massacro quando questo si ripete
sistematicamente in ogni villaggio? Può assolutamente
darsi che taluni episodi non verranno mai rivelati;
per molti di questi non dipende dagli archivi, ma
dalla memoria di persone che andiamo perdendo un po’
ogni giorno come testimoni fondamentali. Non vi erano
precisi ordini scritti, ma solo un clima che va
ricostruito. Si può ritrovare l’idea di questo
clima nella biblioteca di quasi ogni casa in Israele,
nei libri ufficiali che glorificano l’esercito
israeliano e le sue attività nel 1948. Se sapete
leggerli, potete vedere come si disumanizzassero i
palestinesi, a tal punto da poter contare sulle
truppe, che avrebbero saputo che cosa fare.
I
dirigenti israeliani e palestinesi accettano il gioco
americano:
ridimensionare
fisicamente e moralmente la Palestina
Aveva
ragione Noam Chomsky a osservare nbella sua analisi
che in Palestina/Israele e in Medio Oriente nel
complesso noi facciamo accuratamente il gioco
americano, da quando gli Stati Uniti hanno deciso di
assumere un ruolo attivo nel processo di pace, prima
con il piano Rogers,
nel 1969, poi con le iniziative di Kissinger. Da
allora, l’agenda di pace si è ridotta a un gioco
americano. Gli americani hanno inventato il concetto
di “processo di pace”, in cui il processo è molto
più importante della pace. Gli Usa hanno interessi
contraddittori in Medio Oriente: proteggono nella zona
determinati regimi, che preservano gli interessi
americani (donde, occasionalmente, qualche
dichiarazione relativa alla causa palestinese),
impegnandosi nel contempo nei confronti di Israele:
Per non doversi trovare di fronte a due agende
contrastanti, è preferibile avere in atto un
processo, che non è né la pace né la guerra, ma
qualcosa che potreste definire un autentico sforzo
americano di riconciliazione tra le due parti (e Dio
scampi che tale riconciliazione fallisca!). Noi
abbiamo preso parte al gioco non solo perché lo hanno
inventato gli americani, ma anche perché il campo
israeliano della pace ha adottato come principale
strategia la sostituzione della pace con il
“processo di pace”. Quando il campo della pace
della parte più forte, nel rapporto di forza in loco,
accetta questa interpretazione, allora tutto il mondo
si adegua.
Questo
processo, che può e deve protrarsi in eterno,
inquadrato dall’unica superpotenza e sorretto dal
campo della pace della parte più forte nel conflitto,
viene presentato come se fosse la pace. Uno dei modi
migliori per impedire che il processo si concluda è
eludere le questioni in sospeso e che costituiscono il
cuore del problema. Così, si è riusciti a cancellare
gli avvenimenti del 1948 dall’agenda di pace,
focalizzandosi su quanto è accaduto nel 1967. Il
problema in sospeso è allora diventato quello dei
territori occupati da Israele durante la guerra del
1967. La formula “territori in cambio di pace” è
stata inventata simultaneamente a Tel-Aviv, Londra,
Parigi, New York, con la risoluzione dell’Onu n.
242.
Tale risoluzione è composta da una variabile molto
concreta (il 20% della Palestina, dimenticando nella
formulazione il restante 80%) sovrapposta alla
“pace”, che di fatto è un processo di pace
infinito. Un processo che non è stato concepito per
portare a una soluzione, per non parlare della
riconciliazione. In cambio di un processo di pace del
genere, i palestinesi sarebbero autorizzati a parlare
di un’entità politica sul 20% della Palestina e
magari anche a costruire progressivamente tale entità.
Nel
1988 [dopo l’accettazione da parte del Consiglio
nazionale palestinese, ad Algeri, della risoluzione
dell’Onu n. 242] e nel 1993 [con gli accordi di
Oslo], anche la direzione palestinese si inserita in
questo gioco. Non sorprende perciò che dopo Oslo i
responsabili della politica americana abbiano pensato
di riuscire a concludere tutta la faccenda. I
dirigenti palestinesi e israeliani che accettavano le
regole del gioco americano. Era l’avvio di un
processo culminato con “la più generosa delle
offerte di pace mai fatte da Israele”, al momento
del vertice di Camp David, nell’estate del 2000. Se
il processo si fosse concluso con successo, allora non
solo la storia non sarebbe stata testimone
dell’espulsione dei palestinesi dalla propria patria
nel 1948, ma anche dello sradicamento dalla nostra
memoria collettiva dei profughi, nonché della
minoranza palestinese in Israele, e forse anche della
Palestina in quanto tale.
Si
tratta di un processo di eliminazione che ha
funzionato in certa misura fino alla seconda rivolta.
Mi domando che cosa sarebbe accaduto se non fosse
esplosa la Seconda Intifada. Se la direzione
palestinese avesse continuato a partecipare a questo
stratagemma tendente a ridimensionare fisicamente e
moralmente la Palestina, esso avrebbe funzionato. La
Seconda Intifada ha cercato di bloccare tutto questo.
Non sappiamo se ci riuscirà.
Agenda
di pace, mentre incombe la minaccia di transferts
Per
noi militanti in favore della pace, il problema è che
qualsiasi pressione coordinata su Israele per
bloccarne i piani può, in modo insensato, indurre gli
israeliani ad accelerare i loro piani per cancellare
la Palestina, a ritenere cioè che le circostanze
rivoluzionarie siano arrivate. È il mio maggior
timore per la Seconda Intifada. Io l’appoggio
incondizionatamente e la considero un movimento
politico deciso a bloccare un processo di pace che
avrebbe come conseguenza la distruzione definitiva
della Palestina. La rivolta palestinese, con
l’aggiunta certa della futura guerra all’Iraq,
hanno suscitato negli animi degli israeliani (tutti,
non solo i circoli del campo della pace) l’idea che
“abbiano raggiunto un altro momento imprevisto della
storia, in cui sono intervenute condizioni
rivoluzionarie per risolvere definitivamente la
questione della Palestina”. Se ne discute in
Israele. Il discorso sul transfert
(“trasferimento”) e le espulsioni, che veniva
utilizzato dall’estrema destra, è ormai di “bon
ton” anche al centro. Noti docenti universitari
ne parlano e ne scrivono. Politici di centro si
pronunciano in tal senso. Ufficiali dell’esercito
sono fin troppo lieti di insinuare in loro interviste
che, davvero, se dovesse cominciare la guerra
all’Iraq, andrebbe messo all’ordine del giorno il
discorso del transfert.
Questo
mi porta a tre questioni, secondo me essenziali per
chiunque sia impegnato a sostenere la pace in Israele
e in Palestina; tre questioni che esigono risposte,
senza le quali rischiamo di “perdere il treno”.
La
prima questione è la più urgente:
dobbiamo tutti prendere molto sul serio il rischio che
si ripeta la pulizia etnica del 1948. Non vuol dire
cedere alla paranoia di stabilire (e io lofaccio) un
nesso diretto (e non indiretto) tra la guerra
all’Iraq e la possibilità di una seconda naqba.
Prendete sul serio la cosa, credetemi. I dirigenti
israeliani hanno della situazione attuale una
interpretazione che li porta a dirsi: “Abbiamo carta
bianca dagli americani. Non solo gli americani ci
consentiranno di ripulire la Palestina una volta per
tutte, ma ci aiuteranno anche a creare l’occasione
per attuare il nostro progetto. Il mondo ci condannerà;
ma non durerà e alla fine si dimenticherà. Si tratta
di un’occasione rara, che va colta per
‘risolvere’ il problema”.
La
seconda questione è la più immediata:
è quella della fine dell’occupazione. Dobbiamo
stare molto attenti a che cosa significhi il fatto di
adottare il progetto americano per una soluzione con
due Stati, un progetto ripreso dal movimento
israeliano “Peace Now”, ma anche – mi dispiace
doverlo dire – dall’Autorità palestinese. Oggi,
infatti, la soluzione dei due Stati non significa la
fine dell’occupazione, ma un modo di protrarla in
altra forma. Si pensa che potrebbe porre termine al
conflitto, mentre non arreca alcuna soluzione al
problema dei profughi e abbandona completamente la
minoranza palestinese all’interno di Israele. Chi
non lo ha imparato dopo gli accordi di Oslo ha un
problema di comprensione e di interpretazione della
realtà. Dobbiamo assicurarci che l’idea di pace non
venga presa in ostaggio da chi cerca forme indirette
per protrarre l’attuale situazione in Palestina. Non
è facile, perché i mezzi di comunicazione di massa
occidentali hanno assimilato nel loro lessico
dominante l’idea che chiunque intenda presentarsi
come attivista in favore della la pace, o difensore
della pace, debba parlare di una soluzione con due
Stati.
Solo
una volta finita l’occupazione potremmo parlare
delle implicazioni. Allora potremmo affrontare il
discorso della struttura politica più adeguata a
evitare la rioccupazione della Cisgiodania e di Gaza.
Deve però essere chiaro che la struttura politica
indispensabile per porre fine al conflitto sarà
diversa. Essa dovrà permetterci di porre fine
all’esilio dei palestinesi, come pure alla politica
di apartheid attuata nei confronti dei
palestinesi che vivono all’interno di Israele.
Dobbiamo assicurarci di non finire stretti nella
stesso cul-de-sac in cui si è ritrovato Yasser
Arafat a Camp David, quando si è visto di fronte
all’esigenza di porre un segno di uguaglianza tra
fine dell’occupazione (che non era neanche tale) e
fine del conflitto.
Infine,
ed è la terza questione, dobbiamo
riflettere su come concepire progetti concreti per
rendere possibile il diritto al ritorno per i profughi
palestinesi e per porre fine alle discriminazioni nei
confronti dei palestinesi in Israele. Sono i due
pilastri di un accordo complessivo e vanno precisati.
Siamo rimasti fermi a slogan degli anni Sessanta in
favore di uno Stato democratico e laico, che vanno
adeguati alla realtà del 2002. Quanto intendevamo
allora con lo Stato democratico e laico è una visione
possibile per un futuro remoto. Il fatto di
concentrarci sui problemi urgenti e immediati non deve
comunque a distrarci dall’esigenza di riflettere su
strategie a lungo termine. La gente ha bisogno di
sentire parlare da parte nostra progetti concreti,
anche se appaiono utopici tenuto conto dell’attuale
situazione sul campo. Si tratta di un’impresa ardua,
che comporta il fatto di dare vita a una cultura e a
strutture politiche in grado di correggere i passati
errori e di evitare una nuova catastrofe, ma che non
ci infliggano ulteriori disastri e che non rimpiazzino
quelli passati con altri nuovi. Non facciamo appello
all’espulsione degli ebrei. Vogliamo il diritto al
ritorno. Vogliamo pari diritti per i cittadini
palestinesi.
Penso
che una buona parte di noi che riflettiamo a lunga
scadenza ambiremmo a vedere instaurato un unico Stato,
o una struttura politica comprendente un solo Stato.
Non è possibile tuttavia diffondere prospettive del
genere accontentandosi di scorciatoie, di “buone
idee” o di slogan. Ci serve una presentazione molto
seria e dettagliata di questa soluzione, se vogliamo
convincere la gente della sua fattibilità.
Vorrei
concludere tornando al punto di partenza. Nella
memoria collettiva israeliana esistono due 1948: uno
viene cancellato completamente, l’altro
completamente esaltato. C’è però una giovane
generazione in Israele (mi capita spesso di incontrare
un pubblico di giovani) che potrebbe in futuro avere
la capacità di guardare in modo diverso la realtà.
Il fatto che esistano generazioni di giovani
fondamentalmente disposti a prestare ascolto a
principi universali offre la possibilità di
infrangere lo specchio e di fare vedere loro che cosa
sia realmente accaduto nel 1984, e che cosa stia
accadendo nel 2002.
Penso
che riusciremo alla fine a trovare interlocutori,
anche per i nostri sogni più folli, per definire a
che cosa una soluzione dovrebbe somigliare. Il
problema evidentemente è che, mentre facciamo questo
(educare, diffondere informazioni, ecc.), il governo
israeliano sta preparando un’operazione molto celere
e cruenta. Se questa va in porto, andranno persi i
nostri sogni migliori e anche le nostre energie. [Traduzione
di M. Novella Pierini]