Ancora
e sempre pensioni
di
Gianni Rigacci
La
questione pensioni, da un po’ di tempo a questa
parte, pare tornata di moda. Ne parla Fazio ad
ogni convegno dove viene invitato, ne parlano i
vari ministri, gli esponenti più autorevoli del
padronato, economisti, sindacalisti. E perfino gli
organismi internazionali come, di recente, il
Fondo Monetario Internazionale che ha esaminato,
secondo Il sole 24 ore, il “puzzle delle
pensioni”, un confronto a tutto campo dei
sistemi in uso nei principali paesi capitalistici.
Lo
studio del FMI è particolarmente interessante
perché, per la prima volta, a quel che ci consta,
sostiene che tutti i sistemi pensionistici,
comunque finanziati ”vanno bene purché ben
gestiti dai governi”. E siccome “tagliare i
trattamenti previdenziali potrebbe peggiorare il
livello di povertà dei pensionati e al tempo
stesso dare luogo a pressioni politiche” è
preferibile la riduzione del numero dei pensionati
aumentando l’età pensionabile. Alla buon ora,
verrebbe da dire.
Il
dato che ci pare emerga è la presa d’atto della
crisi devastante che ha investito le borse di
tutto il mondo e la improponibilità di sostenere,
al posto delle pensioni pubbliche, sempre mostrate
sull’orlo del baratro, le pensioni
private (detto di passata, già precipitate
nel baratro).
La
linea del governo italiano è, a questo proposito,
molto chiara. Consapevoli che la situazione
politica non consente il benché minimo
peggioramento del sistema pensionistico e che le
pensioni private non sono oggi proponibili, si
alza bandiera bianca: la situazione politica e
sociale non consente “riforme” sulle pensioni.
Ma si aggira il problema assegnando all’Unione
europea, visto che il prossimo semestre sarà
l’Italia a guidarla, “il compito di arrivare a
una coordinata revisione a livello europeo”
(Fazio) dei vari sistemi pensionistici.
Nella
speranze che, come al solito,
ci si allinei ai livelli più bassi.
Se
questo è l’attuale stato dell’arte sulle
pensioni nel nostro paese, una riflessione su quel
che è accaduto ai Fondi pensione in giro per il
mondo, negli ultimi due anni, non guasta.
Il
ruolo dei Fondi pensione
Volessimo
individuare i veri protagonisti delle borse degli
anni ’90 non avremmo dubbi: i fondi pensione
“il principale elemento di stabilizzazione dei
mercati azionari americani degli ultimi decenni”
( M Deaglio Economia senza cittadini?
Lazard 2002)
Secondo
uno studio della Merrill Lynch, società con
prestigio ultimamente un po’ appannato, nel
1999, il patrimonio dei Fondi pensione rispetto al
PIL e la quota investita, da questi, in azioni,
era quella indicata nella tabella 1.
Dalla
tabella emerge come ci siano paesi nei quali i
Fondi pensione detengono quasi il 50% della
capitalizzazione di borsa: è il caso della
Svizzera, degli Stati Uniti, dell’Olanda.
Addirittura si avvicinano al 75% nel Regno Unito.
E’
chiaro che il crollo delle borse ha assestato ai
sistemi pensionistici costruiti sui rendimenti
azionari un colpo micidiale.
Non
solo, escono male anche come controllori del
sistema.
Era
stato dato per acquisito che i Fondi pensione
potessero svolgere una sorta di controllo sui
conti delle grandi pubblic company
soprattutto americane. Un controllo contro gli
azzardi, i colpi troppo rischiosi ma considerato
da molti poco lungimirante, essendo i fondi più
sensibili agli utili immediati anziché ai piani a
lunga scadenza, richiedenti, magari, cospicui
investimenti.
E
invece è andata a finire che anche le agguerrite
squadre dei Fondi, piazzate in non poche grandi
imprese, si sono fatte prendere per il naso.
Secondo
Peter Clapman, presidente del Fondo Tiaa-Cref, il
fondo degli insegnanti americani con 280 miliardi
di dollari di patrimonio in gestione e
all’attivo non poche battaglie per la
trasparenza delle imprese, “la colpa è della
scarsa coesione delle forze di mercato”. Clapman
aggiunge che in America ci sono, oltre a Enron e
Worldcom, “troppe mele marce” e che “i
problemi emersi in America esistono anche in
Europa, anzi forse sono ancora più gravi” ( il
sole 24 ore 5 luglio 2002)
I
Fondi pensione statunitensi
I
fondi tipo Tiaa-Cref hanno di sicuro limitato le
loro perdite, facendo parte dei fondi
pensionistici a rendimento garantito (Defined
benefit), che interessano 23 milioni di
lavoratori americani e gestiscono un patrimonio di
2.000 miliardi di dollari.
Attraversano
difficoltà crescenti, invece, i 401 (k), fondi
inventati alla metà degli anni ’70, di solito
gestiti dalle imprese stesse, in non pochi casi
con criteri speculativi (Defined contribution).
Il capitale gestito da questi fondi è enorme,
2.500 miliardi di dollari nel 2000, e interessano
oltre 50 milioni di lavoratori (The Economist
may 5 2001).
Siccome
la pensione è in rapporto al totale del capitale
maturato al momento di andare in pensione, il
crollo delle borse ha ridotto quel capitale in
misura rilevante e, di conseguenza, ha ridotto
anche la pensione attesa.
Tutti
hanno parlato dei fondi pensione delle imprese che
hanno fatto bancarotta, come la Enron e la
Worldcom, che hanno trascinato nella bancarotta
anche i fondi pensione dei loro dipendenti.
Il
problema è che nella crisi delle borse sono stati
coinvolte le pensioni dei lavoratori delle
maggiori imprese americane: nella tabella 2
abbiamo riportato la quota dei fondi pensione tipo
401 (k) di alcune grandi imprese, investita in
azioni della stessa società. Per capire il dramma
di milioni di lavoratori americani basta andare a
vedere la variazione del valore delle azioni,
negli ultimi due anni, di queste imprese.
Più
in generale, secondo fonti attendibili, i fondi
pensionistici aziendali americani hanno fatto
registrare un deficit di 26 miliardi di dollari
nel 2000 e di 111 miliardi nel 2001. Coprire quei
buchi significherà, per molte imprese, un taglio
consistente degli utili con inevitabile
penalizzazione dei dividendi agli azionisti (Il
sole 24 ore del 28-7-02).
I
Fondi pensione garantiti
Due
casi di grandi imprese per spiegare meglio il
fenomeno.
La
General Motors gestisce un fondo pensione che
capitalizza 67 miliardi di dollari, al quale sono
affidate le pensioni di 647 mila dipendenti,
mentre il corrispondente fondo della Ford
capitalizza 36 miliardi di dollari.
Questi
fondi hanno dovuto sobbarcarsi decenni di
ristrutturazioni, licenziamenti, pensionamenti e
prepensionamenti.
Le
due case automobilistiche se vogliono coprire il
buco causato dal crollo della borsa, dovranno
tirar fuori, a fine anno, quasi il 20% del
capitale dei loro fondi. Lo faranno di sicuro
perché nel futuro più o meno immediato dovranno
continuare a ristrutturare.
La
terza big, la Dailmer-Chrysler, non sta meglio, ma
ha dalla sua i vantaggi derivati dalla fusione del
1998.
Cosa
significa questo intervento è presto detto: una
spesa aggiuntiva di 1.000 dollari per ogni auto
prodotta, spesa che non devono sostenere le varie
società giapponesi nei loro stabilimenti aperti
da poco negli Stati Uniti grazie ad un personale
ancora lontano dalla pensione.
Il
problema ha detto il presidente della Ford “non
riguarda solo le case automobilistiche ma tutte le
Corporate americane”. Non tutte. Non
riguarda, ad esempio, quelle non sindacalizzate,
nelle quali non esiste alcun fondo, o quelle dove
esiste un 401 (k) ma non sarà rifinanziato, né
quelle come la Enron per evidenti ragioni (Il
sole 24 ore del 21 luglio 2002)
Il
caso Italia
Anche
in Italia, per i pochi fondi pensione operanti
cattive notizie. Quelli di categoria, nonostante
l’esigua quota
di capitale investito in azioni, nei primi
sette mesi del 2002 hanno perso il 4%. Questo
significa che
ciascun iscritto ha perso, in media, il 4%
della sua quota. A farne le spese, in particolare,
i metalmeccanici, sono in 380 mila ad essersi
iscritti al fondo privato di categoria e i chimici
che sono 113 mila.
Siccome
il Tfr, nello stesso periodo, ha garantito un più
2,2% fra fondi pensione privati e quello pubblico
c’è oltre il 6% di differenza a favore del
pubblico. (Corriere economia supplemento a
il Corriere della sera del 2 settembre
2002)
Desta
sconcerto la nuova iniziativa dei gestori di
questi fondi di prospettare a chi si iscrive
soluzioni a rischio diverso. E’ vero che
gestiscono meno di 3.000 milioni di euro, ma in
una fase come questa
una proposta del genere ha più le
sembianze di un boomerang che di una lancia in
resta.
Tab.1
Patrimoni Fondi pensione totali e investiti
in azioni anno 1999
|
paese
|
patrimonio
dei Fondi pensione in % sul PIL
|
patrimonio
investito in azioni in %
|
|
Svizzera
|
157,6
|
29
|
|
Olanda
|
115,1
|
45
|
|
Regno
Unito
|
106,0
|
72
|
|
USA
|
85,9
|
63
|
|
Irlanda
|
59,1
|
59
|
|
Danimarca
|
45,2
|
42
|
|
Svezia
|
42,7
|
17
|
|
Giappone
|
37,6
|
40
|
|
Finlandia
|
19,7
|
22
|
|
Portogallo
|
13,4
|
35
|
|
Germania
|
6,8
|
25
|
|
Italia
|
6,7
|
7
|
|
Belgio
|
6,1
|
53
|
|
Francia
|
5,1
|
12
|
fonte:
Il sole 24 ore, studio Merril Lynch
Tab.2
Percentuale del fondo pensione
investita in
azioni della società dalla
quale dipendono i
dipendenti
|
società
|
%
|
|
Procter & Gamble
|
94,65
|
|
Sherwin-Williams
|
91,56
|
|
Abbot
Laboratories
|
90,23
|
|
Pfizer
|
85,50
|
|
BB&T
Corp.
|
81,69
|
|
Anheuser-Busch
|
81,59
|
|
Coca-Cola
|
81,47
|
|
General
Electric
|
77,39
|
|
Texas
Instruments
|
75,65
|
|
William
Wrigley jr. Co.
|
75,55
|
|
|
|
Fonte:
DC Plan Investing CNN