Dopo
il polverone, cominciamo una riflessione seria
sulla nostra storia
Dopo una
settimana di polverone sul presunto tradimento di
Gramsci da parte di Togliatti, possiamo tirare un
primo bilancio: molto rumore per nulla (o quasi),
dal momento che il “tradimento” c’era nel
titolo dell’articolo in cui Pons presentava sul
“Corriere della sera” la lettera a Stalin di
Evgenia e Julia Schucht, ma già nel testo era
chiaro che si trattava solo delle illazioni delle
due sorelle (e gran parte degli interventi più
equilibrati dei giorni successivi hanno chiarito
qual’era la logica che le spingeva a sferrare un
attacco così duro al Partito e – senza far nomi
– a Togliatti).
Il clima
di quegli anni terribili (che fosse il 1939 anziché
il 1940, non cambia molto), il fanatismo
stalinista di Evgenia, la fragilità nervosa e la
scarsa levatura politica di tutte e tre le sorelle
Schucht, che avevano potuto per diversi motivi
fraintendere gli accenni di Gramsci ai suoi
difficili rapporti con il partito (al di là del
caso della lettera di Grieco che nel 1928
l’aveva irritato e gli era parsa – senza
fondamento - più che incauta, tendente a creargli
guai, c’era stato il penoso isolamento nel
carcere di Turi); la coincidenza dell’accusa
delle Schucht con altri attacchi mossi da vari
dirigenti comunisti spagnoli, compresa la
Ibarruri, a Togliatti, a cui essi attribuivano
molte responsabilità per il tragico epilogo della
repubblica: tutto questo stava dietro alla vicenda
evocata da questa famigerata lettera, che ha
sollevato tanto clamore solo perché molti di
quelli che sono intervenuti sulla vicenda non ne
conoscevano che molto approssimativamente il
contesto e i precedenti, ben noti nelle grandi
linee agli studiosi già a partire dal primo libro
di Giuseppe Fiori.
Ma quello
che ci interessa sottolineare non è questo, che
in fondo, almeno leggendo il “Corriere” o
“l’Unità” o anche “il manifesto”, è
emerso presto con chiarezza. Il problema vero è:
perché tanto clamore e tante illazioni, su un
documento di così scarso significato intrinseco?
Non ci
sorprendono le reazioni scandalistiche di pentiti
come Massimo Caprara o di anticomunisti incalliti
come Giancarlo Lehner sul “Giornale”: erano
scontate ed anzi ci sembrano meno numerose e
virulente del solito (pensiamo a quel che accadde
per la famosa lettera sui prigionieri italiani in
Russia).
Ci
preoccupano invece certe reazioni sproporzionate
di alcuni nostri compagni che, forse perché
attribuivano la pubblicazione della lettera a un
perfido progetto del “Corriere” di Folli (che
invece, dopo l’articolo di Pons, ha dato grande
spazio proprio a molti difensori convinti di
Togliatti), forse perché non conoscevano tutto
quanto era stato scritto in passato
sull’argomento, hanno finito per drammatizzare
il “caso”.
A mio
parere è prevalsa soprattutto una reazione di
difesa incondizionata delle “sacre icone”, e
in questo caso di Togliatti, che ha portato a
considerare opera del nemico di classe qualsiasi
discussione sul suo operato. Una lettera a
Liberazione firmata Paolo di Rivoli ha già messo
a fuoco il problema principale emerso
dall’articolo di Tonino Bucci: “possiamo
rivendicare un Gramsci rivoluzionario, critico,
pensatore della classe operaia, o è possibile
solo scegliere, come vuole Bucci, tra un Gramsci
‘liberale’ e uno amico di Stalin?”. Lo
stesso compagno protestava per la liquidazione di
ogni critica da sinistra come un approdo al nemico
di classe, o almeno come una “vulgata (appena
qualcosa di più di una leggenda
metropolitana)”, mentre la storia
“ufficiale” codificata dal PCI resta la
“verità”.
Una
reazione così spropositata, in Bucci, Santucci e
Burgio, tende a sottrarre a un giudizio storico
spassionato le tragedie di quegli anni. Togliatti,
“assolto” giustamente e facilmente dalle
accuse rancorose di Evgenia Schucht (e in
particolare da quella di aver ritardato la
trascrizione e redazione dei “Quaderni”, che
era infondata perché in quegli anni terribili –
trascorsi nella guerra civile spagnola e poi in
carcere in Francia - sarebbe stato ben difficile
fare di più, mentre nella Mosca di Stalin e
Zdanov la loro pubblicazione sarebbe stata ben
diversamente mutilata), diventa di fatto
“un’icona” intoccabile. Mi si perdoni il
paragone irriverente, ma è la stessa logica che
ha portato i mass media conservatori ad assolvere
Andreotti da ogni “sospetto” di collusione con
la mafia, solo perché era risultata inverosimile
l’accusa del bacio a Riina.
C’è
stato ancora una volta il tentativo di negare
l’evidenza: dato che Gramsci non aveva potuto
denunciare il grande terrore (che è cominciato
praticamente mentre stava vicino alla morte), o
gli effetti catastrofici della collettivizzazione
forzata, su cui probabilmente non era neppure
informato, la sua critica del 1926 alla
maggioranza del partito comunista russo viene
minimizzata e banalizzata, mentre era stata così
importante da provocare sia la rottura dei
rapporti personali tra Gramsci e Togliatti (e
varrebbe la pena di ripubblicare su
“Liberazione” l’intero carteggio tra i due
dirigenti nei mesi che intercorsero tra la lettera
e l’arresto di Gramsci) , sia da lasciare una
“macchia” indelebile su Gramsci
nell’ambiente stalinista.
La riprova
è che Gramsci in carcere venne isolato dal
collettivo dei comunisti e all’esterno ignorato
per anni, anche se seguito con attenzione da
Sraffa che riferiva poi a Togliatti. Anni fa
qualcuno, maldestramente, scrisse che Gramsci era
stato espulso dal partito. Era inesatto nella
forma, non nella sostanza: finché un dirigente
stava in carcere e non poteva o voleva prendere
pubblicamente posizioni contro “la linea del
partito”, non occorrevano misure formali,
bastava isolarlo dagli altri compagni di
prigionia. Terracini ad esempio aveva dissentito
dalla “svolta” estremista del 1930, assumendo
posizioni analoghe a quelle dei “tre”
(Leonetti, Tresso e Ravazzoli) e anche di Gramsci,
come egli saprà solo molti anni dopo; nel 1939
aveva per giunta criticato duramente insieme a
Lidia Ravera lo sciagurato Patto
Ribbentrop-Molotov. Tuttavia fu espulso soltanto
nel 1943, quando il regime fascista era agli
sgoccioli e una liberazione dei detenuti politici
non improbabile. L’assurdo è che entrambe le
critiche di Terracini si erano rivelate
fondatissime: il settarismo contro i
“socialfascisti” fu superato nel 1935, e il
Patto si rivelò una trappola già nel 1941, ma
l’espulsione voleva impedirgli di portare
all’esterno una posizione autonoma. I “tre”
invece, essendo liberi, furono espulsi
immediatamente con una procedura assai irregolare:
ad aver diritto di voto erano sei, quindi ci
sarebbe stata parità se non fosse stato
attribuito arbitrariamente il diritto di voto
anche a Pietro Secchia, invitato come
rappresentante dei giovani, consentendo a tre
dirigenti di espellerne altri tre.
Ci furono
comunque anni di silenzio su Gramsci, e la
campagna internazionale per la sua liberazione
partì quasi alla vigilia della morte, quando era
chiaro che non avrebbe più potuto avere un ruolo
di qualunque genere. Dopo morto, divenne
un’icona inoffensiva, più come vittima del
fascismo che come pensatore intelligente (il
“traduttore dei soviet in Italia”), e per
giunta gli furono messe in bocca da Togliatti
frasi che non aveva mai scritto o pronunciato,
come quella che definiva Trotskij la “puttana
del fascismo”. Analogamente gli si attribuirono
giudizi sprezzanti su Bordiga, mentre una delle
sue “colpe” era di aver mantenuto rapporti
cordiali, tra compagni, con l’uomo che era stato
il primo segretario del partito, e poi suo degno
avversario politico.
In URSS e
poi nei paesi del socialismo reale e nella maggior
parte dei partiti comunisti del mondo su Gramsci
rimase un ostracismo sostanziale: lo
testimoniarono gli stessi figli, a cui era
arrivata la voce che il padre “aveva tradito”,
ma soprattutto la non pubblicazione in URSS e in
tutti i paesi “socialisti” della maggior parte
dei suoi scritti (in genere veniva tradotta una
rituale e incompleta antologia di “Lettere dal
carcere”, che serviva a celebrarlo come martire
ma non consentiva di conoscerne il pensiero).
Anche a
Cuba, Gramsci è rimasto ignorato finché non è
finita l’influenza sovietica. Ignorato prima
della rivoluzione dal PSP filosovietico, come da
tutti gli altri partiti latinoamericani,
“scoperto” poi dai giovani guevaristi (ma, non
a caso, lo stesso Guevara non lo aveva potuto
conoscere), Gramsci stava per essere pubblicato in
un’antologia significativa agli inizi degli anni
Settanta, ma fu bloccata e bisognò aspettare
venti anni e il crollo dell’URSS per
riprenderla. Per questo Gramsci è oggi più
popolare a Cuba e nel resto dell’America Latina
che da noi: è una scoperta recente.
Il
ridimensionamento della portata antistalinista del
pensiero di Gramsci è passato poi per
l’operazione, di cui è stato responsabile più
di ogni altro Vacca e la sua scuola, di
assolutizzare i pochi ed ermetici accenni politici
dei Quaderni (sottoposti alla censura carceraria)
a discapito dei bellissimi scritti politici
dell’Ordine Nuovo e del periodo di Mosca e
Vienna. I Quaderni sono utilissimi, ma su un altro
piano: io stesso mi sono formato su essi, a cui
devo la spinta iniziale e soprattutto
l’impostazione metodologica per la mia attività
di studioso. Mi preoccupa un po’ che Arcangelo
Leone De Castris esalti ancora su
“Liberazione” lo studio di Gramsci fatto da
Vacca con “intelligenza e buona fede”,
sorvolando che lo scopo di quello studio era di
trasformare l’egemonia gramsciana in
anticipazione del compromesso storico e della
collaborazione di classe (mentre cos’era
veramente per Gramsci lo si può comprendere dalla
definizione di Lenin come il miglior teorico e
pratico dell’egemonia…).
Nel
dibattito sulla questione si è inserito Luciano
Canfora sul “Corriere” con un’osservazione
corretta sulla datazione della lettera, che non può
essere quella indicata da Pons (verosimilmente
quella dell’arrivo sul tavolo di Dimitrov, nel
quadro di un’altra “inchiesta” su Togliatti)
perché cita come vivente la vedova di Lenin,
morta già nel 1939, e soprattutto dice di aver
informato Ezov, che era stato arrestato e
destituito nell’aprile 1939, e fucilato nel
febbraio 1940. “Nessuna persona da senno nel
dicembre 1940, volendosi ingraziare Stalin, gli
direbbe: ho scritto a Ezov!”, osserva
giustamente Canfora.
Egli però,
nel tentativo di spiegare meglio cosa minacciava
Togliatti, ha fatto poi uno scivolone, sostenendo
che “è l’uomo che si è speso pienamente
nella politica dei fronti, e che nel biennio del
patto russo-tedesco viene messo da parte”.
Peccato che gli attacchi della Ibarruri gli
vengono fatti nel luglio 1941, quando Hitler aveva
già stracciato da un mese il patto invadendo
l’URSS, mentre quando il 16 ottobre 1941 è
avvenuto il breve arresto di Togliatti, si era
ormai da quattro mesi in guerra e il patto era del
tutto dimenticato. Caso mai quella vicenda può
essere collegata a uno strascico della vicenda
spagnola: e a Togliatti andò molto meglio che ai
principali dirigenti russi inviati in Spagna, che
furono quasi tutti uccisi al loro ritorno, anche
se avevano reso bassi servizi a Stalin. Dopo la
guerra nei processi di Praga e Budapest furono
condannati a morte con imputazioni calunniose i
principali dirigenti comunisti cechi e ungheresi
che avevano combattuto in Spagna…
D’altra
parte Togliatti, contrariamente a quanto dice
Canfora, non aveva espresso nessuna riserva sul
“patto” anche perché era stato arrestato a
Parigi sotto falso nome, e aveva aspettato
pazientemente un intervento dell’URSS per
liberarlo. Così nelle sue Opere c’è un
grosso buco corrispondente a quel periodo di
isolamento forzato.
Ma veniamo
a una conclusione: nel nostro dibattito sono
emersi problemi non risolvibili con uno scambio più
equilibrato di articoli: è impossibile in poche
cartelle affrontare problemi come la strategia
imposta al partito spagnolo (e che dopo la
sconfitta spinse la Ibarruri ad attaccare
Togliatti), perché esistono centinaia di volumi e
di documenti (compresi i rapporti di Ercoli al
Comintern) che sono sconosciuti ai più, e che
servirebbero a capire le sue vere responsabilità,
indipendentemente da quelle che gli vengono a
volte attribuite da faziosi anticomunisti. Lo
stesso si può dire sulla lunga e proficua
collaborazione con Stalin, che lo rispettava come
l’unico (insieme a Dimitrov) veramente capace
dei suoi più stretti collaboratori. Era forse più
efficace nei periodi in cui prevaleva la linea
“buchariniana” e di collaborazione di classe,
che in quelli di svolte estremiste. Ma la fedeltà
era incondizionata. I documenti degli archivi di
Mosca possono anche essere stati a volte usati
male, ma sono ormai abbondanti quelli
rigorosamente studiati e pubblicati. Cosa ne sanno
i nostri militanti?
È
evidente che invece di scambiarsi stoccate in
brevi articoli tra compagni con impostazioni
diverse, sarebbe molto più utile curare
congiuntamente la pubblicazione di raccolte di
documenti e anche di saggi organici: non occorre
necessariamente una elaborazione nuova, basterebbe
cominciare a portare a conoscenza dei nostri
militanti quanto prodotto già negli anni Sessanta
e Settanta, riproponendolo in una specie di
“Quaderni di Storia del movimento operaio”, in
cui diverse interpretazioni possano confrontarsi
liberamente, a vantaggio dei nostri militanti e a
scorno dell’uso mediatico degli scampoli (o
della spazzatura) della storia.
22
luglio 2003
Antonio
Moscato