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Riflessioni
sui dibattiti sul voto in Francia e
sulla Palestina
Discutendo a Lecce con i compagni
del circolo universitario avevo
constatato che nessuno era apparso troppo sorpreso
dal risultato, dal momento che una valutazione critica sul governo Jospin e
la gauche plurielle era stata fatta in piu' occasioni, anche con un
dibattito specifico sulle 35 ore (dopo
la proiezione del bel film francese
"Risorse umane", che affronta
appunto le ripercussioni tra i lavoratori di una
fabbrica dell'introduzione delle 35 ore abbinate a mobilita' e flessibilita'
dell'orario). Il risultato notevole della sinistra rivoluzionaria, che
scavalca sempre piu' nettamente il PCF,
e' apparso un segno positivo all'interno
della catastrofe provocata dalla forza repulsiva di un governo che aveva
affrontato le elezioni cercando invano di ottenere consensi dai
cosiddetti "moderati" (che poi
non lo sono affatto, dato che vogliono tutto
smodatamente...), e provocando invece la
fuga verso l'astensione di gran parte
della sua base popolare, ereditata da un passato ormai abbastanza lontano.
Ci sembrava un "segno
positivo" non per un riflesso
settario (del genere "meno male che i nostri si salvano
dal naufragio") ma perche'
l'aumento straordinario dei voti della LCR e la
stabilita' del gia' consistente elettorato di LO dimostrava che con una
politica di "alternativa rivoluzionaria", classista e
combattiva, si poteva arginare
l'astensionismo, e indicare una strada per riorganizzare
la sinistra. Il PCF non potra' piu' come in passato rifiutare
sprezzantemente le proposte dei
rivoluzionari liquidandoli come
"gruppuscoli", dato che hanno
complessivamente piu' del triplo dei suoi voti. Un segnale
interessante viene anche dalla crescita
dei Verdi, unica forza della "gauche
plurielle" in aumento; i Verdi
ultimamente si sono radicalizzati e schierati non
solo "per tattica" con il
movimento di Porto Alegre, e sono abbastanza diversi
quindi da quel ceto politico ex radicale o ex DP che in Italia usa
l'ambientalismo per ricavarsi una
nicchia nel palazzo.
Ci aspettavamo naturalmente i commenti
piu' o meno faziosi e isterici della stampa borghese, sia di quella che
fiancheggia l'Ulivo, come
"Repubblica", sia del "Corriere", che tra un
esaltazione e l'altra di Santa Oriana Fallaci, ha trovato il modo di affidare
a due specialisti dell'antitrotskismo, Canfora e Merlo, il
compito di denigrare la sinistra rivoluzionaria francese e lo stesso PRC,
con particolare livore nei confronti del bellissimo articolo con
cui Rina Gagliardi rispondeva a Canfora.
Sinceramente non immaginavo pero' che
questi argomenti stupidi e volgari "contro la
frammentazione"
potessero passare facilmente in larghi
settori della sinistra "moderata", e
perfino tra qualche compagno del PRC.
Infatti in alcuni dibattiti a cui ho
partecipato in provincia di Lecce e di Bari (tutti formalmente sulla Palestina,
come modo per celebrare degnamente il 25 aprile sostenendo una lotta di
liberazione, quella piu' importante in questa fase storica) qualche compagno ha
fatto accenno alle elezioni francesi attribuendo la responsabilita'
del successo di Le Pen proprio a quella sinistra rivoluzionaria, che
invece lo ha arginato, e che e' scesa subito in piazza per fronteggiarne le
bande, anziche' a un governo che ha provocato la disaffezione
dell'elettorato di sinistra, che non si
e' espressa solo con l'astensione, ma anche
votando "per protesta" lo
stesso Le Pen, come e' risultato dall'analisi
dettagliata del voto delle periferie parigine amministrate dal PCF).
Con mia grande sorpresa, alcuni
interventi (in genere di area DS, anche
se va detto che fortunatamente ce ne erano
altri di segno ben diverso, soprattutto di compagni della Sinistra
giovanile) hanno usato lo stesso criterio a proposito della situazione
israeliana: in un caso dicendo addirittura che i palestinesi sono
complici di Sharon, in un altro che Arafat ha "di fatto" provocato
la sconfitta dei laburisti con la sua intransigenza. C'era dietro, soprattutto
in questo caso, anche una pessima informazione, dovuta ai molti sionisti
piu' o meno mascherati che scrivono su "l'Unita'" e su
"Repubblica" (principale
organo di informazione e formazione dei diessini).
Qualcuno ha perfino cercato di spiegare
un presunto "sbilanciamento filopalestinese dell'Europa" (a cui
pensavamo che credesse solo la Fallaci) con "interessi elettorali",
cioe' al desiderio di captare il voto
dei palestinesi, che sarebbero piu' numerosi
degli ebrei! Una leggenda grottesca, non solo perche' i
palestinesi in Italia e in Europa sono pochissimi, ma per giunta quasi tutti
privi del diritto di voto. Tra l'altro se in Italia i palestinesi come gli
altri rifugiati o migranti non possono votare, lo si deve anche
all'atteggiamento della sinistra, che
per anni ha parlato vagamente di concedere almeno
per le amministrative il diritto di voto agli immigrati residenti da tempo
in Italia, ma non si e' mai impegnata - anche quando era in
maggioranza - per trasformare in legge questa proposta (evidentemente per non
scontrarsi con le correnti xenofobe presenti fuori, ma anche dentro la sua
stessa area).
Viceversa il diritto di voto negato agli
immigrati e' stato invece concesso (con la sola opposizione del PRC) agli
italiani che vivono all'estero dadecenni e che non sanno nulla delle
vicende del nostro paese, che conoscono solo dai fogliacci fascisti in italiano
che escono, spesso con sovvenzioni statali, negli Stati Uniti o in
Argentina, per non parlare degli
strumenti informativi di cui dispongono gli
italiani che vivono in paesi con regimi ancora piu' a destra.
Ma lasciamo perdere questo caso
particolarissimo, e vediamo cosa c'e'
dietro a tutti quelli che dicono: "in
Israele al governo c'e' Sharon,
perche' Arafat ha rifiutato le generose offerte
di Barak". Ovviamente non hanno mai
letto in che cosa consistevano quelle
"generose offerte", ne' le
documentate accuse a quegli accordi (con tanto di
piantine che spiegavano in che cosa consistevano gli scampoli di territorio
su cui era previsto una caricatura di Stato senza
controllo delle frontiere
e senza diritto al ritorno dei profughi) pubblicate su
"Limes", "Liberazione", "la
rivista del manifesto", "le Monde Diplomatique", ecc.
Ma c'e' anche un altro aspetto ancora
piu' inquietante: emerge l'idea che "le responsabilita' debbano sempre
essere divise tra le due parti".
Invano gli dici "allora, con la tua
logica, anche Hitler aveva ragione
almeno per meta'". E' scandaloso, tanto piu'
che alla fine, per giunta, la
"colpa" finisce per ricadere sui piu' deboli,
che siccome non si rassegnano, "provocano la reazione" del
piu' forte (soprattutto se i deboli sono
tali anche sul terreno dell'accesso ai media
per far conoscere le loro posizioni reali!).
Comunque l'ignoranza rimane la causa
fondamentale di questo atteggiamento:
non a caso, ai "palestinesi"
viene anche rimproverato di essere stati
sempre incapaci di accogliere le proposte di
spartizione, ad esempio nel 1947. Una tesi assurda e inaccettabile per molte
ragioni: da un lato i palestinesi non avevano allora nessun modo di
esprimersi, perche' privati dal regime coloniale britannico di ogni organo di
autogoverno, dall'altro quella spartizione, nonostante li favorisse,
non piaceva neppure ai i sionisti, che se erano una minoranza che otteneva piu'
della meta' (e la meta' migliore) del territorio, lasciando agli arabi il
resto, avrebbero tuttavia dovuto accogliere nella parte loro assegnata
una fortissima "minoranza" di palestinesi, che in pochissimi anni
avrebbero potuto diventare maggioranza. Ecco perche' i sionisti nel 1947 non
avevano nessuna intenzione di accettare davvero il piano di spartizione
dell'ONU: non solo erano consapevoli
della loro netta supremazia militare (per
addestramento e armi disponibili), rispetto ai regimi arabi vicini con
reucci fantoccio, ed eserciti guidati da
ufficiali britannici, e ne
approfittarono per conquistare il 78% e
non solo il 56% del territorio, ma misero in
pratica sistematicamente un loro vecchio
obiettivo, l'espulsione dei palestinesi.
Un obiettivo inconfessato in pubblico
(si parlava invece di una "terra
senza un popolo, per un popolo senza
terra", fingendo di ignorare che un
popolo c'era, e ben radicato) ma che veniva
ammesso nella corrispondenza privata da molti dei principali esponenti sionisti,
Ne parlavano non solo i cosiddetti "revisionisti" fascisteggianti
(ed effettivamente protetti a lungo e addestrati militarmente da Mussolini),
ma lo stesso Ben Gurion,
"padre" dello Stato di Israele.
Lo documenta lo storico israeliano
(sionista, ma storico rigoroso) Benny Morris nel suo monumentale libro
"Vittime" (pubblicato
recentemente da Rizzoli); ma che il progetto sionista
fosse l'espulsione e' soprattutto stato verificato nella pratica: chi puo'
ancora credere alla favola che l'esodo di centinaia di migliaia di
palestinesi dalle loro case e terre sia stato provocato dalla propaganda
radiofonica dei regimi arabi e non dai massacri sionisti? E perche', ammesso
pure che quell'esodo fosse stato davvero provocato dai regimi arabi, lo
Stato di Israele non ha mai accettato che i profughi potessero ritornare, ha
ignorato le risoluzioni ONU in tal senso, e ha addirittura assassinato a
Gerusalemme il mediatore svedese dell'ONU conte Bernadotte che aveva
presentato un concreto piano in tal
senso?
Ma dietro queste giustificazioni di
Israele e criminalizzazioni dei palestinesi non c'e' solo l'ignoranza
(alimentata da servizi televisivi, articoli di giornale e .libri di testo,
quasi tutti inzeppati di luoghi comuni falsi, come fu documentato da un
libro-inchiesta curato dalla Fondazione internazionale Lelio Basso, e
pubblicato da Sapere 2000 col titolo significativo "La lezione
negata"), dietro questa leggenda
dei "palestinesi" che rifiutano
stupidamente la "buona
proposta" della "comunita ' internazionale", accettata invece
dai saggi e maturi sionisti: c'e' il residuato di una mentalita'
colonialista, che contrappone sempre i
"civili europei" ai "primitivi"
ostinati nel rifiuto del loro bene. Di
fatto si attribuisce poi in blocco una
"colpa" a un intero popolo,
prescindendo dal fatto che nel 1947 non aveva organi che
potessero consultarlo e rappresentarlo, e quindi insinuando che
sarebbe per sua intrinseca
"natura" predisposto a un rifiuto irrazionale di
quanto viene benevolmente offerto dai piu' civili israeliani!
Bisogna moltiplicare le iniziative per
capovolgere questa mentalita' (quando non e' frutto di incallita malafede)
fornendo gli elementi di conoscenza in seminari con relazioni ampie e
documentate. Ho la sensazione che
spesso, per forza di inerzia e vecchie abitudini, la
maggior parte delle iniziative sulla Palestina che mi hanno proposto
sempre piu' spesso negli ultimi tempi, tendessero a strutturarsi invece come
tavole rotonde con troppi oratori, costretti per il poco tempo disponibile
a dire inevitabilmente cose generiche. Spesso gli invitati la
pensavano anche nello stesso modo, ma il
risultato e' stato che ciascuno ha
ridotto il tempo agli altri, impedendo
un vero approfondimento. Piu' rara, ma
ancor piu' inutile, la proposta di una discussione in cui si invita anche un
sostenitore della causa palestinese e un sionista (o peggio ancora un
palestinese e un "ebreo"), col
rischio di provocare in pratica delle caotiche
litigate, sul modello delle risse televisive da Gad Lerner o Bruno Vespa.
Se un circolo (o un'associazione, o una
scuola) non e' proprio capace di scegliere la causa degli oppressi (e
discriminati ed esclusi dai mass media), e vuole ad ogni costo il
"pluralismo" e l'equidistanza,
inviti successivamente, in serate diverse, chi
difende la causa palestinese e chi giustifica l'aggressione sionista. Per
parte mia, ho sempre avuto la sensazione che il pluralismo fosse
garantito, anche quando ero unico relatore, dal fatto che perfino in
iniziative del PRC c'era sempre qualcuno
in sala che difendeva piu' o meno
coscientemente le tesi sioniste.
Come sorprendersi? Gia' il buon vecchio
Marx aveva detto che l'ideologia delle classi oppresse e' di norma quella
delle classi dominanti. O la "par
condicio" era violata perche' quei
compagni ripetevano malamente luoghi comuni derivati dal martellamento dei
mass media, e io avevo la
"colpa" di avere dietro di me alcuni decenni di
studio sistematico della questione ebraica e di quella palestinese?
Ai fini di un approfondimento sempre
piu' necessario su una questione che assume ai nostri giorni la valenza che
ebbero la rivoluzione algerina o quella indocinese, non mi sembrano
neppure molto utili i documentari che (vedo negli annunci su
"Liberazione") sono largamente
utilizzati in molte iniziative per la Palestina. Ho visto ad
esempio l'ultimo documentario di Fulvio Grimaldi, che al di la' dello
sgradevole aspetto di autocelebrazione, lascia intendere con un montaggio poco
scrupoloso che la lotta palestinese stia quasi vincendo e che lo scontro
anche militare non sarebbe del tutto impari. Lo stile ricorda gli entusiasmi
di "lotta continua" per molte battaglie, comprese quelle inesistenti
(la campagna "armi al MIR" si protrasse ad esempio per mesi, quando
era chiaro che Pinochet aveva colpito durissimo e non c'era nessuna lotta
armata a cui far giungere armi; ma va detto che in questo LC non era sola).
Quanto ai dubbi sul montaggio, vengono
dall'alternarsi di immagini vere ed efficaci, anche se a volte di
repertorio, di ragazzi che tirano pietre
ai carri armati, con quelle di combattenti
in posa, in sparatorie in cui non si vede il nemico (quando possono
attaccarlo davvero con le armi in pugno,
e purtroppo accade di rado, non hanno
certo la possibilita' di farsi riprendere dalle telecamere).
Naturalmente non propongo affatto di non
proiettare questi documentari, ma caso mai di farlo in altra serata, e
scegliendone piu' d'uno (ce ne sono anche di ottimi prodotti in varie epoche
dai palestinesi), evitando che il tempo per i rari dibattiti (mai
sufficiente) si riduca ulteriormente di
un'ora.
Come osservavamo a proposito degli
argomenti di Canfora sulle elezioni francesi,
nella sinistra italiana e'
molto diffusa l'idea che sia sbagliato tentare di costruire un'alternativa a
una pessima sinistra, e che se questa corre verso il baratro la colpa non e'
sua ma di chi l'ha previsto e ha tentato una strada diversa.
Chi rimprovera ad Arafat la sconfitta
dei laburisti e ai trotskisti la disfatta della "gauche
plurielle", evidentemente continua
a pensare che la sconfitta dell'ulivo e' stata provocata
da Bertinotti e non dal rigetto di milioni di persone che nel 1996 avevano
votato con fiducia il centrosinistra. Questo atteggiamento si
riscontra diffusamente tra i DS, ma anche in quei settori di elettorato e
anche di iscritti al PRC, che con l'elaborazione e le proposte del partito
hanno un legame assai fievole, come e' facile immaginare confrontando il
numero degli iscritti con quello delle copie vendute di
"Liberazione", ma anche
tenendo conto di quanti hanno partecipato alla recente scadenza
congressuale (per non parlare di chi vi
ha partecipato, ma non ha letto le tesi
lunghissime e in cui gli elementi essenziali erano annegati in un magma di
considerazione "ideologiche" discutibilissime, pleonastiche e
soprattutto incomprensibili ai piu').
Molti di questi compagni, e perfino una
parte dei quadri dirigenti locali, non hanno ancora digerito bene la logica
rifondativa della rottura con i governi Prodi e D'Alema e continuano a
credere che quell'atto che ha salvatoil PRC dal seguire i DS nell'abisso e ha
permesso la ripresa e il collegamento con il movimento fosse un
errore. Parlo anche dei quadri locali, e la riprova e' il numero
sorprendentemente alto di accordi elettorali del PRC col centro sinistra
(secondo "la stampa" sarebbero
il 60%). In alcuni casi sono sicuramente
giusti e fondati su una convergenza reale, in altri no, soprattutto quando
il candidato a sindaco e' un quadro nazionale DS totalmente responsabile
della sua politica nazionale.
E' il caso oggi di Lecce, dove
nonostante forti resistenze, si e'
concluso un accordo con il senatore diessino
Alberto Maritati, che ha votato senza dubbi o ripensamenti a favore della
guerra, si e' schierato attivamente per la cancellazione di ogni residuo di
proporzionale, teorizza il massimo di decisionismo del sindaco (che non
risponde ai partiti ma vuol essere il "sindaco di tutti").
Maritati
e' soprattutto stato Sottosegretario
agli interni, anche durante i fatti di Napoli
che oggi giustamente ritornano di attualita' con i clamorosi arresti di
alcuni responsabili della "prova generale di Genova" realizzata
sotto un governo di centrosinistra. E'
vero che la sua specialita' come
sottosegretario erano i centri di
detenzione (pardon, si dice "di prima
accoglienza") per gli immigrati, in
continuita' col predecessore Sinisi (che il PRC
pugliese assurdamente appoggio' nel 2000, invano, come candidato a
"governatore della regione").
Il suo incarico al ministero degli Interni e' stato
assunto poi da Mantovano, il giudice che
sfido' D'Alema a Gallipoli e perse per
poco (e per conclamati accordi sottobanco di D'Alema con settori della
destra locale). Non a caso tre pugliesi, di diversa appartenenza
politica ma di uguale orientamento pratico, sono stati scelti per
affrontare il problema degli immigrati.
Perche' accennare a questo caso? Non per
rivangare vecchie divisioni, o illudersi di modificare le cose.
Impossibile. D'altra parte quasi tutti i
compagni che hanno contestato questa
scelta hanno dichiarato che voteranno disciplinatamente per il candidato
scelto dalla maggioranza del partito, e solo un compagno della provincia
(vecchio militante proveniente dal PCI e
con un lungo curriculum di incarichi
anche nazionali nel settore contadino ed emigrazione) ha reagito dimettendosi
dal CPF, dalla segreteria allargata e dallo stesso partito.
Voteranno disciplinatamente, ma
difficilmente riusciranno a convincere a
votare per Maritati gli altri: ad
esempio quei numerosi compagni del Lecce
Social Forum e delle ONG impegnate nel
sostegno ai migranti che hanno gia' espresso un orientamento di fortissima
critica anche al PRC per questa scelta, e hanno rilevato l'incongruenza
di essa con la relazione e la replica di Bertinotti
al congresso.
Invece una parte degli iscritti e degli
stessi "quadri locali"
stentano perfino a capire la contraddizione tra
le scelte congressuali e QUESTA alleanza, ed anche che in questo modo si
puo' solo sopravvivere alla meglio, attestati sulle miserrime percentuali a
cui si e' scesi dopo tante operazioni come queste, ma non si riesce
a intercettare la maturazione anticapitalistica dei nuovi movimenti,
ancora modesta qui al sud, ma comunque essenziale per uscire dalla
cosiddetta autoreferenzialita', cioe' dal continuismo con una pratica
sciagurata del partito, protesa solo
alla partecipazione a qualunque costo e a
qualunque condizione alle coalizioni elettorali. Una pratica introiettata da
molti nei decenni trascorsi nel PCI, e da qualcuno anche piu' recentemente
nel PDS.
Per questo varrebbe la pena di
introdurre anche nelle strutture del PRC
(e qui a Lecce sarebbe una novita'
assoluta) dei momenti di studio e discussione di esperienze
internazionali, come la "gauche
plurielle" francese o il conflitto mediorientale,
la questione dei Balcani, il ruolo dell'ONU, ecc., per sradicare quella
subalternita' culturale alla sinistra moderata che impedisce al PRC di pesare,
oltre a rendere grottesca l'adesione plebiscitaria alle "tesi
di Bertinotti" (a meno che questa
non sia da attribuire a una manifestazione di
ipocrisia o, a essere buoni, di quel "trasformismo meridionale" di
cui parlava Gramsci).
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