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   L'anticomunismo degli spettri.
 
 • Risposta al Libro nero del comunismo  -  Bandiera Rossa Speciale (n° 77 Marzo 98).
Comunismo e stalinismo, una antitesi. 

Di Pierre Rousset

Come comprendere il XX secolo, con la sua commistione di ricchezze e di grandi possibilità da un lato e la disumanità delle loro convulsioni, dall'altro? Dal punto di vista cronologico, malgrado quel che ne dicono gli ideologhi della destra, la risposta non può essere ricercata in primo luogo nell'ideale comunista, o nella realtà dello stalinismo, ma in quella dell'imperialismo.
Il corso del secolo non è stato forse per prima cosa segnato dall'immenso macello del 1914-18, dalla guerra imperialista per eccellenza? La sua disumanità non è forse esemplificata dal sistema concentrazionario che il regime nazista ha portato al suo parrosismo?
Perfino le responsabilità del movimento operaio e socialista nei confronti dei disatri del secolo sono cominciate ben prima della Rivoluzione russa, fin dal 1914 e in ogni caso dal momento in cui i vertici della socialdemocrazia hanno, un paese dopo l'altro, votato i crediti di guerra, tradendo gli impegni democratici e internazionalisti. Non si può rendere responsabile il bolscevismo dell'esplosione delle prima guerra mondiale, e nessuno potrà fingere di ignorare il ruolo disastroso svolto in quell'occasione dai dirigenti riformisti della Seconda internazionale. Eppure , nelle attuali polemiche su comunismo e stalinismo, i laudatori del liberalismo e della socialdemocrazia proferiscono dimenticare quel "dettaglio" della storia che è stato il 1914.

Stalinismo e comunismo, una antitesi
Neppure é possibile rivisitare l'Ottobre 1917, tracciare un bilancio del bolscevismo o studiare le condizioni dell'emergere del regime staliniano senza ricordare la doppia rottura rappresentata, nella storia europea, dalla prima guera mondiale e, nella storia della socialdemocrazia, dal tradimento del 1914.
Il fallimento, nel periodo 1918-1923, delle rivoluzioni nell'occidente europeo determinò le condizioni per una terza rottura, drammaticamente precoce ñ questa volta nella storia del giovane movimento comunista internazionale ñ rivelatasi nelle sue implicazioni altrettanto profonda quanto le due precedenti. Lo stalinismo non è un funesto svolgimento del marxismo ñ di una teoria o di un impegno ñ quanto piuttosto un effettivo sconvolgimento sociale: il sorgere di una burocrazia statale in una società di transizione.
La vittoria dello stalinismo è il risultato di una contro-rivoluzione sanguinosa, di cui è facile cogliere lo sviluppo nel corso degli anni. Il partito, all'inizio degli anni Trenta, non era già più quello dell'Ottobre del 1917, il partito leninista i cui quadri saranno nella maggior parte uccisi, deportati, esiliati. La collettivazione forzata delle campagne, cominciata nel 1929, aprì un primo ciclo di terrore burocratico e di deportazioni in massa; le grandi purghe politiche del 1936-38 produssero, secondo le stime, quasi 700.000 vittime, decimando in particolare i ranghi del Partito comunista e dell'Esercito rosso; la politica dell'industrializzazione forzata facilitò le deportazioni autoritarie di intere popolazioni e il rafforzamento del controllo sociale in un paese in piena trasformazione. La pratica politica divenne sempre più dittatoriale, mentre il numero dei funzionari esplodeva e nuovi privilegi si codificavano e si cristallizzavano. La burocrazia di Stato che era cresciuta nell'ombra nel corso degli anni Venti, non esitava più ad affermare le proprie ambizioni e il suo potere.
Fin dagli anni Venti, alla fine della guerra civile, non si potevano più negare l'estensione della repressione e le limitazioni alle libertà pubbliche, ma con il fenomeno staliniano, si cambiava di scala, quantitativamente e qualitativamente. Era nato un nuovo ordine e la rottura si manifestava in ogni campo: dalla sperimentazione sociale alla cultura, nell'arte come nell'urbanizzazione- La scienza sovietica continuava a progredire ma era ormai imbavagliata: era finito il tempo in cui i ricercatori esploravano liberamente nuove vie, come era avvenuto con l'ecologia sovietica degli anni Venti. La diffusione delle scoperte era ormai sottoposta a censura politica; per ossequiare ai nuovi padroni dello Stato, il riferimento al marxismo si ossificava in un dogma morto .

Tra bolscevismo e stalinismo non c'é continuità, ma opposizione.
Non è questa una confortevole teorizzazione a posteriori. Pochi sono i rappresentanti bolscevichi che, a quel tempo, abbiano sostenuto - come Stalin ñ che il regno della burocrazia corrispondeva alla realizzazione degli obiettivi dell'Ottobre, al socialismo. Fin dal 1923, Lenin, irrimediabilmente ammalato (morrà nel gennaio del 1924), presentiva la catastrofe e ingaggiava la sua "ultima battaglia" (per riprendere l'espressione di Moshe Lewin) per tentare di contrastare l'ascesa di Stalin al potere, moltiplicando gli avvertimenti politici, impegnandosi in un nuovo sforzo di riflessione teorica su problemi di fondo come la questione nazionale e quella contadina-): Bukarin esplorava la possibile evoluzione dei rapporti città-campagna; Rakowski esaminava i "pericoli professionali del potere"; insieme ricercavano, per tentativi, vie alternative a quella del segretario generale. E pagarono il tentativo con la vita! Toccò a Trotskji, salvato a tempo dalla morte con l'esilio, di offrire, negli anni Venti con Nuovo corso, e poi nel 1936 con La rivoluzione tradita, una prima analisi sistematica della contro-rivoluzione staliniana.
Questa contro-rivoluzione non si impose d'un colpo. Maturò a lungo prima di prendere l'offensiva della repressione. Il pericolo burocratico si era manifestato ben presto nella Rivoluzione russa e la minaccia era tanto più chiara dal momento che i dirigenti dell'Ottobre sapevano che la sorte della loro rivoluzione si giocava in gran parte altrove, in Europa, e che là le sconfitte rivoluzionarie si susseguivano, lasciando la Russia esangue e drammaticamente isolata. Eppure essi si impegnarono con ritardo e in modo disorganizzato. nel contrastarla; molti dei provvedimenti presi subito dopo la guerra civile nei fatti rafforzarono il pericolo burocratico: la restrizione dei diritti democratici all'interno del partito al tempo del X congresso; lo sviluppo ipertrofico della Ceka in risposta ai bisogni della lotta contro gli oppositori.

Una contro rivoluzione -non borghese
Nei confronti del processo di burocratizzazione, il successo restava incerto per circostanze obiettive (prolungato isolamento internazionale, mantenimento delle pressioni imperialiste, esistenza di profonde tradizioni autocratiche, arretratezza delle campagne e ampie distruzioni dell'economia, disorganizzazione della società, esaurimento nel paese della dinamica rivoluzionaria-). Per di più, l'apparato dei quadri bolscevichi fu politicamente distrutto dalla frazione staliniana, ancor prima che riuscisse a comprendere la natura del pericolo: una contro-rivoluzione li minacciava, ma non era di natura borghese.
Poiché la rivoluzione russa era stata la prima a trionfare in epoca imperialista, il partito bolscevico non poteva nutrire la sua riflessione con alcun precedente,. e l'esperienza della doppia rottura del 1914 non preparava a cogliere l'originalità del fenomeno staliniano.
Malgrado troppo rare eccezioni, i militanti rivoluzionari dell'epoca si erano resi conto del pericolo rappresentato per il movimento operaio dal processo di burocratizzazione solo con l'esperienza traumatica del tradimento dell'agosto 1914. Se tanti dirigenti socialdemocratici si erano resi complici della marcia verso la guerra ed erano divenuti (come nella Germania del 1918/19) gli agenti diretti della contro-rivoluzione per poi lealmente gestire il capitalismo, questo era avvenuto proprio perché si erano integrati nelle élite della società borghese. Analogamente, la linea di frattura tra la Seconda e la Terza internazionale si inscriveva in uno bipolarizzazione conosciuta: la stessa incarnata da Noske, l'assassino socialdemocratico di Karl Liebnecht e di Rosa Luxemburg. La contro-rivoluzione manteneva il suo carattere borghese.
Lo stalinismo appariva invece come una "figura storica" nuova, del tutto imprevista per i marxisti come del resto, per gli altri. Sarebbe stato possibile coglierne prima l'originalità?Se se può dubitare tanto il processo di burocratizzazione in una società di transizione era estraneo ai canoni d'analisi in vigore, mentre la minaccia classica della contro-rivoluzione borghese restava ben reale e monopolizzava l'attenzione. In tali condizioni, le frazioni antistaliniane del partito bolscevico non seppero unirsi prima che fosse troppo tardi. Nessuno seppe presentare un programma alternativo complessivo veramente coerente. La sinistra del partito, per esempio, interpretò l'alleanza congiunturale tra staliniani e bucariniani, contadini ricchi e imprenditori, semplicemente come l'espressione della pressione crescente del capitalismo; restò politicamente disorientata quando Stalin brutalmente si rivoltò contro i suoi alleati, sostenendo la collettivizazione forzata.
In quanto dittatura burocratica che generava una nuova gerarchia sociale, lo stalinismo era l'antitesi del comunismo. Ma non era un'antitesi capitalista: la burocrazia staliniana assicurava il proprio potere attraverso il controllo dispotico esercitato dallo Stato in una società di transizione, differenziandosi quindi dalle tradizionali burocrazie cooptate dalle èlite dello Stato borghese. Questo ha permesso a Stalin di pretendere di rappresentare la continuità della rivoluzione anticapitalista dell'Ottobre. Questo spiega anche come, pur divenuti riformisti, i partiti staliniani continuarono a essere considerati come "corpi estranei" dalle borghesie europee. Anche nei giorni migliori della coesistenza pacifica, quando Mosca aveva già collaborato alla sconfitta di molte rivoluzioni, lo scontro tra i blocchi (sovietico e occidentale) fu ben reale, strutturale nell'arena internazionale. Occorrerà attedere mezzo secolo e l'implosione dell'Urss, minata dalle proprie contraddizioni, perché una parte della burocrazia sovietica si impegnasse in una complessa transizione a ritroso, perché un Boris Eltsin divenisse l'enfant chéri di Washington e del FMI.

Ragionare senza anacronismi
Lo studio retrospettivo della Rivoluzione russa non è cosa semplice, almeno se si vogliono evitare anacronismi. Forgiati nel pieno della battaglia, spesso confrontati a eventi inattesi, dipendenti dalle situazioni e dalle conoscenze del momento, gli orientamenti del partito bolscevico non si lasciano mai rinchiudere in descrizioni sempliciste; le opinione difese da ciascuna delle sue corenti o dei suoi dirigenti hanno oscillato nel corso degli anni. La critica diviene prudente perché coglie il movimento di un'intelligenza politica e di una qualità rivoluzionaria eccezionale anche se il partito bolscevico non ha mai corrisposto alla figurina convenzionale che ne hanno diffuso poi gli staliniani. I bolscevichi non hanno mai scelto le condizioni in cui si svolgeva la loro lotta, come la rovinosa guerra civile cominciata nel 1918, imposta loro dalle potenze imperaliste. Eí altrettanto evidente che negli anni Venti non era concepibile, visto il contesto nazionale ed europeo, una rimessa in discussione del potere per via elettorale, "alla nicaraguense", anche se non si può non sottolineare che i bolscevichi - e Lenin - abbiano sottovalutato, al tempo del dibattito sulla Costituente, i problemi relativi alla democrazia politica e al rapporto conflittuale sorto dalla legittimità dei soviet e da quella del suffragio universale. Ma non si potrebbe rimproverare ai russi di non aver saputo pensare lo stalinismo prima di averne sperimenata la realtà.

Ma una scelta è possibile
Ma nell'eredità del bolscevismo deve essere fatta una selezione dell'esperienza compiuta, cominciando con lo scartare le teorizzazioni più disastrose sorte durante la guerra civile: la riduzione della dittatura del proletariato a quela del partito; il ricorso a un impossibile monolitismo politico nella speranza di "unificare" la classe e di consolidare la rivoluzione; l'idealizzazione del "comunismo di guerra" al punto di sostenere una ulteriore militarizzazione dei sindacati nella battaglia economica; la svalutazione del pluripartitismo e del pluralismo rivoluzionario di cui pure l'Ottobre era stato ricco-
Ironia della storia, Trotskij - e se ne pentirà ñ porta buona parte della responsabilità nella teorizzazione alla quale Stalin si rihiamerà per coprire la propria dittatira.
Lo stesso si può dire del "terrorismo rosso". Eí difficile giudicare se i bolscevichi durante la guerra civile potessero evitare di contrapporre il terrore rosso allo scatenarsi del terrore bianco, vista la debolezza del loro radicamento nelle campagne e il fallimento (probabilmente per colpe reciproche) della loro allenaza con i socialisti rivoluzionari di sinistra (e con i movimenti anarchici in certe regioni). Qui siamo di fronte a uno dei maggiori fallimenti del bolscevismo di prima del1917. Malgrado tutta l'attenzione di Lenin a questi temi, il partito non ha saputo radicarsi abbastanza nel mondo rurale (cosa forse non impossibile, come hanno dimsotrato esperienze successive, in particolare quelle cinesee vietnamita). Il ricorso al contro-terrore rinvia certo al contesto dell'epoca (con l'eredità mentale del massacro del 1914-18) e il degradarsi dei rapporti di forza (quando la rivoluzione si è trovata con le spalle al muro), ma riflette anche l'isolamento sociale. Misura disperata, il terrore è l'antitesi di una vera politica militare rivoluzionaria che deve provare, nella quotidianità della guerra civile, che i Rossi si battono per altri ideali, e quindi in modo diverso, rispetto ai Bianchi (nella protezione dei civili, nel trattamento dei prigionieri, eccetera). Eppure questa politica del terrore rosso è stata talvolta teorizzata, valorizzata. E anche questo è stato utile a Stalin negli anni Trenta.
La guerra, civile o internazinale, rende aleatorio il pluralismo e restringe il campo di applicazione del diritto, parzialmente occupato dalla politica. Al ritorno della pace, la sua tradizione è cattiva consigliera, poiché in un un regime democratico socialista importa che i governi siano sottoposti a regole istituzionali e a un dritto conosciuto da tutti. Tra guerra e stalinizzazione, la riflessione su questo problema è stata solo accennata.
Fortunatamente, la storia del bolscevismo contiene anche molte contraddizioni. Fino alla metà degli anni Venti, il partito è stato teatro di polemiche e di costanti dibattiti, di grande ricchezza, è riuscito anche a tessere legami complessi di interdipendenza con i movimenti sociali, a dare prova di una vera immaginazione creatrice, ad aprire una breccia di importanza storica. Il bolscevismo ci offre ancora più lezioni positive che negative e resta l'antitesi vivente dello stalinismo ossificato.

 

"Se quest'ombre v'han noiato, dite (e tutto è rimediato) che, in un sonno pien di larve, tal visione qui v'apparve. Noi farem, scusati, ammenda".    ( W. Shakespeare )

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