| Comunismo
e stalinismo, una antitesi.
Di Pierre Rousset
Come comprendere il XX secolo, con la sua commistione
di ricchezze e di grandi possibilità da un lato e la
disumanità delle loro convulsioni, dall'altro? Dal
punto di vista cronologico, malgrado quel che ne
dicono gli ideologhi della destra, la risposta non può
essere ricercata in primo luogo nell'ideale comunista,
o nella realtà dello stalinismo, ma in quella
dell'imperialismo.
Il corso del secolo non è stato forse per prima cosa
segnato dall'immenso macello del 1914-18, dalla guerra
imperialista per eccellenza? La sua disumanità non è
forse esemplificata dal sistema concentrazionario che
il regime nazista ha portato al suo parrosismo?
Perfino le responsabilità del movimento operaio e
socialista nei confronti dei disatri del secolo sono
cominciate ben prima della Rivoluzione russa, fin dal
1914 e in ogni caso dal momento in cui i vertici della
socialdemocrazia hanno, un paese dopo l'altro, votato
i crediti di guerra, tradendo gli impegni democratici
e internazionalisti. Non si può rendere responsabile
il bolscevismo dell'esplosione delle prima guerra
mondiale, e nessuno potrà fingere di ignorare il
ruolo disastroso svolto in quell'occasione dai
dirigenti riformisti della Seconda internazionale.
Eppure , nelle attuali polemiche su comunismo e
stalinismo, i laudatori del liberalismo e della
socialdemocrazia proferiscono dimenticare quel
"dettaglio" della storia che è stato il
1914.
Stalinismo e comunismo, una antitesi
Neppure é possibile rivisitare l'Ottobre 1917,
tracciare un bilancio del bolscevismo o studiare le
condizioni dell'emergere del regime staliniano senza
ricordare la doppia rottura rappresentata, nella
storia europea, dalla prima guera mondiale e, nella
storia della socialdemocrazia, dal tradimento del
1914.
Il fallimento, nel periodo 1918-1923, delle
rivoluzioni nell'occidente europeo determinò le
condizioni per una terza rottura, drammaticamente
precoce ñ questa volta nella storia del giovane
movimento comunista internazionale ñ rivelatasi nelle
sue implicazioni altrettanto profonda quanto le due
precedenti. Lo stalinismo non è un funesto
svolgimento del marxismo ñ di una teoria o di un
impegno ñ quanto piuttosto un effettivo
sconvolgimento sociale: il sorgere di una burocrazia
statale in una società di transizione.
La vittoria dello stalinismo è il risultato di una
contro-rivoluzione sanguinosa, di cui è facile
cogliere lo sviluppo nel corso degli anni. Il partito,
all'inizio degli anni Trenta, non era già più quello
dell'Ottobre del 1917, il partito leninista i cui
quadri saranno nella maggior parte uccisi, deportati,
esiliati. La collettivazione forzata delle campagne,
cominciata nel 1929, aprì un primo ciclo di terrore
burocratico e di deportazioni in massa; le grandi
purghe politiche del 1936-38 produssero, secondo le
stime, quasi 700.000 vittime, decimando in particolare
i ranghi del Partito comunista e dell'Esercito rosso;
la politica dell'industrializzazione forzata facilitò
le deportazioni autoritarie di intere popolazioni e il
rafforzamento del controllo sociale in un paese in
piena trasformazione. La pratica politica divenne
sempre più dittatoriale, mentre il numero dei
funzionari esplodeva e nuovi privilegi si codificavano
e si cristallizzavano. La burocrazia di Stato che era
cresciuta nell'ombra nel corso degli anni Venti, non
esitava più ad affermare le proprie ambizioni e il
suo potere.
Fin dagli anni Venti, alla fine della guerra civile,
non si potevano più negare l'estensione della
repressione e le limitazioni alle libertà pubbliche,
ma con il fenomeno staliniano, si cambiava di scala,
quantitativamente e qualitativamente. Era nato un
nuovo ordine e la rottura si manifestava in ogni
campo: dalla sperimentazione sociale alla cultura,
nell'arte come nell'urbanizzazione- La scienza
sovietica continuava a progredire ma era ormai
imbavagliata: era finito il tempo in cui i ricercatori
esploravano liberamente nuove vie, come era avvenuto
con l'ecologia sovietica degli anni Venti. La
diffusione delle scoperte era ormai sottoposta a
censura politica; per ossequiare ai nuovi padroni
dello Stato, il riferimento al marxismo si ossificava
in un dogma morto .
Tra bolscevismo e stalinismo non c'é continuità,
ma opposizione.
Non è questa una confortevole teorizzazione a
posteriori. Pochi sono i rappresentanti bolscevichi
che, a quel tempo, abbiano sostenuto - come Stalin ñ
che il regno della burocrazia corrispondeva alla
realizzazione degli obiettivi dell'Ottobre, al
socialismo. Fin dal 1923, Lenin, irrimediabilmente
ammalato (morrà nel gennaio del 1924), presentiva la
catastrofe e ingaggiava la sua "ultima
battaglia" (per riprendere l'espressione di Moshe
Lewin) per tentare di contrastare l'ascesa di Stalin
al potere, moltiplicando gli avvertimenti politici,
impegnandosi in un nuovo sforzo di riflessione teorica
su problemi di fondo come la questione nazionale e
quella contadina-): Bukarin esplorava la possibile
evoluzione dei rapporti città-campagna; Rakowski
esaminava i "pericoli professionali del
potere"; insieme ricercavano, per tentativi, vie
alternative a quella del segretario generale. E
pagarono il tentativo con la vita! Toccò a Trotskji,
salvato a tempo dalla morte con l'esilio, di offrire,
negli anni Venti con Nuovo corso, e poi nel 1936 con
La rivoluzione tradita, una prima analisi sistematica
della contro-rivoluzione staliniana.
Questa contro-rivoluzione non si impose d'un colpo.
Maturò a lungo prima di prendere l'offensiva della
repressione. Il pericolo burocratico si era
manifestato ben presto nella Rivoluzione russa e la
minaccia era tanto più chiara dal momento che i
dirigenti dell'Ottobre sapevano che la sorte della
loro rivoluzione si giocava in gran parte altrove, in
Europa, e che là le sconfitte rivoluzionarie si
susseguivano, lasciando la Russia esangue e
drammaticamente isolata. Eppure essi si impegnarono
con ritardo e in modo disorganizzato. nel
contrastarla; molti dei provvedimenti presi subito
dopo la guerra civile nei fatti rafforzarono il
pericolo burocratico: la restrizione dei diritti
democratici all'interno del partito al tempo del X
congresso; lo sviluppo ipertrofico della Ceka in
risposta ai bisogni della lotta contro gli oppositori.
Una contro rivoluzione -non borghese
Nei confronti del processo di burocratizzazione, il
successo restava incerto per circostanze obiettive
(prolungato isolamento internazionale, mantenimento
delle pressioni imperialiste, esistenza di profonde
tradizioni autocratiche, arretratezza delle campagne e
ampie distruzioni dell'economia, disorganizzazione
della società, esaurimento nel paese della dinamica
rivoluzionaria-). Per di più, l'apparato dei quadri
bolscevichi fu politicamente distrutto dalla frazione
staliniana, ancor prima che riuscisse a comprendere la
natura del pericolo: una contro-rivoluzione li
minacciava, ma non era di natura borghese.
Poiché la rivoluzione russa era stata la prima a
trionfare in epoca imperialista, il partito bolscevico
non poteva nutrire la sua riflessione con alcun
precedente,. e l'esperienza della doppia rottura del
1914 non preparava a cogliere l'originalità del
fenomeno staliniano.
Malgrado troppo rare eccezioni, i militanti
rivoluzionari dell'epoca si erano resi conto del
pericolo rappresentato per il movimento operaio dal
processo di burocratizzazione solo con l'esperienza
traumatica del tradimento dell'agosto 1914. Se tanti
dirigenti socialdemocratici si erano resi complici
della marcia verso la guerra ed erano divenuti (come
nella Germania del 1918/19) gli agenti diretti della
contro-rivoluzione per poi lealmente gestire il
capitalismo, questo era avvenuto proprio perché si
erano integrati nelle élite della società borghese.
Analogamente, la linea di frattura tra la Seconda e la
Terza internazionale si inscriveva in uno
bipolarizzazione conosciuta: la stessa incarnata da
Noske, l'assassino socialdemocratico di Karl Liebnecht
e di Rosa Luxemburg. La contro-rivoluzione manteneva
il suo carattere borghese.
Lo stalinismo appariva invece come una "figura
storica" nuova, del tutto imprevista per i
marxisti come del resto, per gli altri. Sarebbe stato
possibile coglierne prima l'originalità?Se se può
dubitare tanto il processo di burocratizzazione in una
società di transizione era estraneo ai canoni
d'analisi in vigore, mentre la minaccia classica della
contro-rivoluzione borghese restava ben reale e
monopolizzava l'attenzione. In tali condizioni, le
frazioni antistaliniane del partito bolscevico non
seppero unirsi prima che fosse troppo tardi. Nessuno
seppe presentare un programma alternativo complessivo
veramente coerente. La sinistra del partito, per
esempio, interpretò l'alleanza congiunturale tra
staliniani e bucariniani, contadini ricchi e
imprenditori, semplicemente come l'espressione della
pressione crescente del capitalismo; restò
politicamente disorientata quando Stalin brutalmente
si rivoltò contro i suoi alleati, sostenendo la
collettivizazione forzata.
In quanto dittatura burocratica che generava una nuova
gerarchia sociale, lo stalinismo era l'antitesi del
comunismo. Ma non era un'antitesi capitalista: la
burocrazia staliniana assicurava il proprio potere
attraverso il controllo dispotico esercitato dallo
Stato in una società di transizione, differenziandosi
quindi dalle tradizionali burocrazie cooptate dalle èlite
dello Stato borghese. Questo ha permesso a Stalin di
pretendere di rappresentare la continuità della
rivoluzione anticapitalista dell'Ottobre. Questo
spiega anche come, pur divenuti riformisti, i partiti
staliniani continuarono a essere considerati come
"corpi estranei" dalle borghesie europee.
Anche nei giorni migliori della coesistenza pacifica,
quando Mosca aveva già collaborato alla sconfitta di
molte rivoluzioni, lo scontro tra i blocchi (sovietico
e occidentale) fu ben reale, strutturale nell'arena
internazionale. Occorrerà attedere mezzo secolo e
l'implosione dell'Urss, minata dalle proprie
contraddizioni, perché una parte della burocrazia
sovietica si impegnasse in una complessa transizione a
ritroso, perché un Boris Eltsin divenisse l'enfant chéri
di Washington e del FMI.
Ragionare senza anacronismi
Lo studio retrospettivo della Rivoluzione russa non è
cosa semplice, almeno se si vogliono evitare
anacronismi. Forgiati nel pieno della battaglia,
spesso confrontati a eventi inattesi, dipendenti dalle
situazioni e dalle conoscenze del momento, gli
orientamenti del partito bolscevico non si lasciano
mai rinchiudere in descrizioni sempliciste; le
opinione difese da ciascuna delle sue corenti o dei
suoi dirigenti hanno oscillato nel corso degli anni.
La critica diviene prudente perché coglie il
movimento di un'intelligenza politica e di una qualità
rivoluzionaria eccezionale anche se il partito
bolscevico non ha mai corrisposto alla figurina
convenzionale che ne hanno diffuso poi gli staliniani.
I bolscevichi non hanno mai scelto le condizioni in
cui si svolgeva la loro lotta, come la rovinosa guerra
civile cominciata nel 1918, imposta loro dalle potenze
imperaliste. Eí altrettanto evidente che negli anni
Venti non era concepibile, visto il contesto nazionale
ed europeo, una rimessa in discussione del potere per
via elettorale, "alla nicaraguense", anche
se non si può non sottolineare che i bolscevichi - e
Lenin - abbiano sottovalutato, al tempo del dibattito
sulla Costituente, i problemi relativi alla democrazia
politica e al rapporto conflittuale sorto dalla
legittimità dei soviet e da quella del suffragio
universale. Ma non si potrebbe rimproverare ai russi
di non aver saputo pensare lo stalinismo prima di
averne sperimenata la realtà.
Ma una scelta è possibile
Ma nell'eredità del bolscevismo deve essere fatta una
selezione dell'esperienza compiuta, cominciando con lo
scartare le teorizzazioni più disastrose sorte
durante la guerra civile: la riduzione della dittatura
del proletariato a quela del partito; il ricorso a un
impossibile monolitismo politico nella speranza di
"unificare" la classe e di consolidare la
rivoluzione; l'idealizzazione del "comunismo di
guerra" al punto di sostenere una ulteriore
militarizzazione dei sindacati nella battaglia
economica; la svalutazione del pluripartitismo e del
pluralismo rivoluzionario di cui pure l'Ottobre era
stato ricco-
Ironia della storia, Trotskij - e se ne pentirà ñ
porta buona parte della responsabilità nella
teorizzazione alla quale Stalin si rihiamerà per
coprire la propria dittatira.
Lo stesso si può dire del "terrorismo
rosso". Eí difficile giudicare se i bolscevichi
durante la guerra civile potessero evitare di
contrapporre il terrore rosso allo scatenarsi del
terrore bianco, vista la debolezza del loro
radicamento nelle campagne e il fallimento
(probabilmente per colpe reciproche) della loro
allenaza con i socialisti rivoluzionari di sinistra (e
con i movimenti anarchici in certe regioni). Qui siamo
di fronte a uno dei maggiori fallimenti del
bolscevismo di prima del1917. Malgrado tutta
l'attenzione di Lenin a questi temi, il partito non ha
saputo radicarsi abbastanza nel mondo rurale (cosa
forse non impossibile, come hanno dimsotrato
esperienze successive, in particolare quelle cinesee
vietnamita). Il ricorso al contro-terrore rinvia certo
al contesto dell'epoca (con l'eredità mentale del
massacro del 1914-18) e il degradarsi dei rapporti di
forza (quando la rivoluzione si è trovata con le
spalle al muro), ma riflette anche l'isolamento
sociale. Misura disperata, il terrore è l'antitesi di
una vera politica militare rivoluzionaria che deve
provare, nella quotidianità della guerra civile, che
i Rossi si battono per altri ideali, e quindi in modo
diverso, rispetto ai Bianchi (nella protezione dei
civili, nel trattamento dei prigionieri, eccetera).
Eppure questa politica del terrore rosso è stata
talvolta teorizzata, valorizzata. E anche questo è
stato utile a Stalin negli anni Trenta.
La guerra, civile o internazinale, rende aleatorio il
pluralismo e restringe il campo di applicazione del
diritto, parzialmente occupato dalla politica. Al
ritorno della pace, la sua tradizione è cattiva
consigliera, poiché in un un regime democratico
socialista importa che i governi siano sottoposti a
regole istituzionali e a un dritto conosciuto da
tutti. Tra guerra e stalinizzazione, la riflessione su
questo problema è stata solo accennata.
Fortunatamente, la storia del bolscevismo contiene
anche molte contraddizioni. Fino alla metà degli anni
Venti, il partito è stato teatro di polemiche e di
costanti dibattiti, di grande ricchezza, è riuscito
anche a tessere legami complessi di interdipendenza
con i movimenti sociali, a dare prova di una vera
immaginazione creatrice, ad aprire una breccia di
importanza storica. Il bolscevismo ci offre ancora più
lezioni positive che negative e resta l'antitesi
vivente dello stalinismo ossificato. |