Molto
rumore per nulla
Un temporale estivo ha investito le redazioni di
tutti i giornali: una lettera a Stalin del 1940 di
Evgenia e Julia Schucht (rispettivamente cognata e
vedova di Gramsci), pubblicata il 17 luglio con
grande rilievo su "Corriere della sera"
con un commento di Silvio Pons, direttore dell´Istituto
Gramsci, ha provocato una raffica di articoli,
interviste, commenti su quasi tutti i quotidiani
italiani.
La lettera in sé non diceva molto di più di
quello che si poteva sapere già, ma è stata
presentata da Pons, uno storico finora corretto
(ad esempio ha ricostruito efficacemente la logica
che portò Stalin agli accordi con Hitler in un
bel libro su "Stalin e la guerra
inevitabile" apparso da Einaudi nel 1995) in
modo discutibile, consentendo l´ennesimo scoop su
"Gramsci tradito da Togliatti". In realtà
la lettera conferma semplicemente il profondo
rancore verso Togliatti delle sorelle Schucht.
Ma si è subito parlato di altro. Liquidiamo in
due parole Massimo Caprara (che fu segretario di
Togliatti, e poi tra i fondatori del
"Manifesto", prima di approdare a Forza
Italia) che sul "Giornale" si lamenta
per l´insufficienza della rivelazione: "Sul
caso Gramsci serve l´ultimo strappo". Gli fa
degnamente da spalla, sullo stessa pagina,
Giancarlo Lehner con un pezzo velenoso intitolato
"La chiave del mistero è l´arresto":
Lehner si domanda come mai il partito, che aveva
fatto espatriare tanti dirigenti, non fece nulla
per proteggere Gramsci, fingendo di dimenticare
che Gramsci fu facilmente intercettato dalla
polizia mentre si recava a una riunione del CC in
Valpolcevera, semplicemente perché era ben
identificabile per la sua particolarissima
conformazione fisica.
Bruno Gravagnuolo su "l´Unità" dice
parecchie cose corrette, pur facendo molta
psicologia sulla gelosia di Evgenia, che
"vuol prendere in mano l´eredità del
cognato, dell´uomo amato, che invece a suo tempo
aveva preferito la giovane Julia". Tuttavia
Gravagnuolo osserva giustamente che non a caso la
lettera non è firmata da Tatiana, che Gramsci
aveva assistito a lungo, ma dalla sola Julia,
sulla cui capacità di intendere in quel periodo
erano legittimi molti dubbi. In realtà era già
nota da più di dieci anni un'altra lettera
astiosa di Evgenia, che nel 1943 aveva accusato
Togliatti di aver smarrito quaranta casse con
parte dell´archivio del PCI, la biblioteca di
Gramsci e perfino la sua medaglietta da deputato.
Su questo caso, che rivela la profondità e
tenacia del rancore di Evgenia nei confronti di
Togliatti, aveva scritto anche Giulietto Chiesa su
"La Stampa" del 18 3 1992. Caso mai,
tenendo conto del carattere avventuroso della
partenza di Togliatti dalla Spagna sull´ultimo
aereo prima della chiusura di ogni spazio per la
fuga di fronte al dilagare delle truppe
franchiste, e delle successive traversie nella
Francia occupata dai nazisti, è già un miracolo
quello che egli riuscì a mettere al sicuro in
tempo.
Quasi tutti i commentatori, compreso Giuseppe
Vacca intervistato dal "Corriere" del
giorno successivo, osservano che la principale
accusa a Togliatti, quella di ritardare e impedire
la pubblicazione dei Quaderni dal carcere, è
risultata del tutto infondata; anzi il ritardo
nella pubblicazione è stato sicuramente legato
non solo al non facile compito della decifrazione
e trascrizione, ma anche alla necessità di
preservare quel grande patrimonio per tempi
migliori sottraendolo alla censura sovietica.
Sui tagli e le manomissioni dei Quaderni si è
parlato molto, quando uscì l´edizione critica
curata da Gerratana: in realtà non furono molti,
soprattutto perché non erano necessari, dato il
carattere del materiale. Ma ha ragione Guido
Liguori su "il manifesto" quando osserva
che se il lavoro fosse stato fatto a Mosca in
quegli anni avrebbe subito ben altre interferenze.
Liguori è piuttosto severo con Pons, che si è
prestato all´ennesimo uso politico e mediatico
della storia annunciando la "scoperta dell´acqua
calda", mentre "è stato quasi un
decennio fa lo stesso presidente della Fondazione
Gramsci, Giuseppe Vacca, a spiegarci come Ercoli
temesse (e lo scrivesse esplicitamente a Dimitrov)
che il contenuto dei "Quaderni"
gramsciani, se non pubblicati accortamente, si
sarebbe palesato per quello che era: una linea
politica e culturale alternativa a quella di
Stalin".
Anche Aurelio Lepre, in un breve commento apparso
anch´esso sul "Corriere", riprende la
valutazione di Vacca e di Liguori: senza quella
prudenza avremmo letto Gramsci molto più tardi,
magari dopo il 1956. Egli ritiene certo che la
lettera sia della sola Evgenia, che "aveva
una fortissima personalità di cui Julia si rivelò
sempre succube, inoltre era decisamente
stalinista". Lepre è autore di una biografia
di Gramsci centrata proprio sul periodo del
carcere e intitolata "Il prigioniero",
apparsa anni fa da Laterza.
Anche un altro rigoroso studioso di Togliatti,
Aldo Agosti, non si mostra sorpreso, dato che l´atteggiamento
pieno di livore delle sorelle Schucht sul partito
italiano e su Togliatti in particolare era ben
noto, ma senza che ci fossero riscontri obiettivi
alle loro accuse.
Il peggior commento (a parte le speculazioni degli
anticomunisti cronici) è purtroppo quello apparso
su "Liberazione" a firma di Tonino
Bucci. Dato per scontato che si tratta di una
perfida manovra del "Corriere"
berlusconizzato sotto la guida di Folli, Bucci
arriva a sostenere che "nel testo si
attribuisce a Gramsci una diffidenza verso i
compagni di partito italiani".
È incredibile: da anni sono stati scritti interi
libri, e decine di saggi sull´argomento, e anche
se si può legittimamente ritenere esagerata la
diffidenza di Gramsci innescata dalla famosa
lettera di Grieco, non c´è dubbio che essa sia
esistita e si sia rafforzata negli anni. Non è un´insinuazione
del "Corriere"...
La rottura di Gramsci con Togliatti, alla vigilia
del CC in cui si doveva discutere la famosa
lettera intercettata e bloccata da Togliatti era
stata durissima, e investiva la concezione
generale di Togliatti, sia per il burocratismo,
sia e soprattutto per l´accettazione dell´esistente
come inevitabile.
L´articolo dice poi che "non è vero che la
posizione di Gramsci fosse di netta
contrapposizione a Stalin", sorvolando sul
fatto che l´arresto, avvenuto subito dopo la
famosa lettera, aveva costretto Gramsci a non
scrivere più nulla sulle grandi questioni
politiche, in primo luogo per carenza di
informazioni, e poi per le circostanze della
reclusione, che hanno imposto che ogni accenno
fosse cifratissimo (e sull´esegesi di questi
pochi accenni si è fondato l´uso distorto dei
"Quaderni" da parte di un´intera scuola
capeggiata da Vacca, che li ha utilizzati per
trasformare Gramsci in precursore della
collaborazione di classe).
Gramsci non poteva certo pronunciarsi più su
altre tragiche scelte (ad esempio la
collettivizzazione forzata) ma la lettera del
1926, anche se "si limitava" a
denunciare l´esclusione dei dirigenti dell´opposizione
dalle massime responsabilità del partito (ossia i
concreti provvedimenti presi in quell´anno: per
lo sterminio dovevano passare altri dieci anni!),
era stata considerata a Mosca una colpa
imperdonabile. La campagna per liberare Gramsci,
messa in sordina per anni, fu rilanciata solo
quando egli stava sicuramente per morire e non era
più in grado di smentire le falsità che
Togliatti gli mise in bocca e ripetè per decenni
(tra cui la frase mai pronunciata "Trotskij
è la puttana del fascismo").
Quello che viene dimenticato è che nei paesi del
socialismo reale e nella maggior parte dei partiti
comunisti del mondo su Gramsci rimase un
ostracismo sostanziale: lo testimoniarono gli
stessi figli, a cui era arrivata la notizia che il
padre "aveva tradito", ma soprattutto la
non pubblicazione in URSS e in tutti i paesi
"socialisti" dei suoi scritti, a parte
una rituale antologia di "Lettere dal
carcere" che serviva a celebrarlo come
martire ma non consentiva di conoscerne il
pensiero. Anche a Cuba, Gramsci è rimasto
ignorato finché non è finita l´influenza
sovietica. Ignorato prima della rivoluzione dal
PSP filosovietico, "scoperto" poi dai
giovani guevaristi (anche se, non a caso, lo
stesso Guevara non lo aveva potuto conoscere),
Gramsci stava per essere pubblicato in un´antologia
significativa agli inizi degli anni Settanta, ma
bisognò aspettare venti anni per riprenderla,
dopo il crollo dell´URSS.
Altro che "vulgata" dell´anticomunismo
"di sinistra", come ripete
ossessivamente Bucci in proprio o citando Antonio
Santucci. Grottescamente, viene considerata una
"smentita" alla tesi di un Gramsci
critico dell´URSS perfino il fatto che
"ancora nel 1940 Evgenia si rivolge
direttamente alla figura di Stalin". Cosa
prova? Solo che Evgenia, che ha rielaborato da
stalinista i sospetti del cognato mettendoci di
suo anche l´insinuazione che nel gruppo dirigente
del PCd´I ci fosse un traditore, possibilmente
trotskista, ha logicamente pensato di fare appello
a Stalin. Potremmo portare l´esempio di Pietro
Secchia, che si rivolse ingenuamente a Stalin per
chiedere aiuto contro la strategia che Togliatti
aveva concordato a Mosca prima di tornare in
Italia, o quello di tutte le vittime dello
stalinismo che si illudevano di poter ottenere
giustizia dal "capo supremo" contro gli
esecutori subalterni...
Evgenia non capiva evidentemente che quello che
aveva angosciato Gramsci (isolato e umiliato in
carcere, non sostenuto a sufficienza nei tentativi
di scambio con l´URSS), non dipendeva da scelte
soggettive di Togliatti, ma dal suo adattamento
allo stalinismo, che poteva in certi momenti
disapprovare, ma a cui evitò sempre di
contrapporsi.
Casomai sarebbe interessante riflettere sul fatto
che i sospetti di Gramsci, espressi in una lettera
del 1933, investivano la stessa moglie Julia,
vista come parte di un grande complotto. Cosa che
rende più verosimile che la lettera del 1940 sia
stata pensata e scritta dalla sola Evgenia (che
infatti andò da sola a discutere il caso con
Dimitrov, Togliatti e la Blagoeva).
Della ricostruzione di Pons, che fornisce molti
altri particolari interessanti tratti dagli
archivi del Comintern, e che varrebbe la pena di
documentare più ampiamente, Bucci e Santucci non
raccolgono minimamente il dato interessante che
quelle accuse (insieme ad altre mossegli dai
dirigenti del PC spagnolo) vennero per qualche
tempo prese in considerazione a Mosca, e che
"Ercoli" fu allontanato per iniziativa
di Dimitrov e della Ibarruri dalle riunioni
"strettamente segrete" del Comintern, e
fu anche trattenuto in stato di fermo per un
giorno (il 16 ottobre 1941) secondo la
testimonianza della sua segretaria russa Nina
Bocenina.
Su questo invece insiste Vacca, per sostenere che
Togliatti era già allora potenzialmente in
contrapposizione allo stalinismo. In realtà a
Mosca in quegli anni (in cui gli antistalinisti
erano stati da un pezzo sterminati), tutti i
dirigenti comunisti, sovietici o di altri paesi,
erano sotto la spada di Damocle della repressione.
Basti pensare non solo all´entità dello
sterminio, ma al fatto che esso toccò anche
familiari stretti dei principali collaboratori di
Stalin, come la moglie di Molotov, il fratello di
Kaganovic, ecc., e che lo stesso cognato di
Togliatti, Paolo Robotti, stalinista convinto e
zelante delatore che per anni aveva mandato a
morte tanti comunisti e antifascisti italiani, fu
arrestato e torturato per ottenere una
"confessione" da usare un giorno contro
Togliatti, se fosse stato necessario.
Togliatti riuscì a evitare quella spada di
Damocle: tra l´altro alle accuse della Schucht su
una sua responsabilità nel fallimento dei
negoziati per la liberazione di Gramsci e lo
scambio con alcuni prelati cattolici detenuti in
URSS reagì con consumata abilità, sollevando
sospetti al riguardo di alcuni dei funzionari
sovietici che avevano seguito la vicenda (e che
nel frattempo erano stati epurati da Stalin...).
Ma non fu mai antistalinista.
Questo temporale estivo finirà presto, ma ce ne
saranno sempre di analoghi: quello che incoraggia
a questo uso mediatico non tanto della storia
quanto di un singolo documento avulso dal
contesto, è che tra i militanti comunisti c´è
una diffusissima ignoranza delle tragiche vicende
degli ultimi decenni dello stalinismo,
accompagnata e rafforzata da una vera e propria
rimozione da parte di una vera schiera di
"giustificazionisti" ad oltranza, di cui
è capofila da molti anni l´infaticabile Luciano
Canfora.
Così i nostri nemici possono continuare a
rimproverarci periodicamente i crimini del
passato, magari aggiungendone qualcuno, certi che
dalle nostre file ci sarà chi semplicemente li
nega, ma anche chi li rivendica, con lo stesso
atteggiamento che abbiamo visto su Cuba, e che ha
portato tanti compagni a finire per giustificare
perfino la pena di morte, e il carcere a vita (28
anni a persone di sessanta anni...) per reati di
opinione. Il meccanismo per giustificare è
rispondere a chi critica da posizioni marxiste
questo o quell´atto discutibile del gruppo
dirigente cubano: "ma lo sapete che Cuba è
sotto attacco da Bush?", oppure "ma se
sono in tanti a cercare di fuggire, è evidente
che c´è un complotto della CIA".
Ci è venuto in mente questa logica, leggendo nell´articolo
di Bucci il ricorso a una presunta "questione
filologica" che tale non è affatto. In realtà
si tratta semplicemente di un´insinuazione sul
"ruolo di Evgenia - data per agente sovietica
- alla luce del quale andrebbe interpretato l´elemento
di frizione con il partito comunista
italiano."
Che vuol dire? Che non era un´agente sovietica ma
di qualcun altro? Infatti si aggiunge subito dopo
in tono di mistero: "Né è marginale la
datazione temporale della lettera, in concomitanza
dei preparativi tedeschi per l´invasione dell´URSS
che di lì a pochi mesi sarebbe avvenuta".
Che vuol dire? Che si trattava di un complotto
nazista per seminare zizzania nel movimento
comunista? Non lo si dice ma lo si lascia pensare,
utilizzando tecniche e stereotipi ben
sperimentati.
Anche questa mentalità rientra in quell´eredità
dello stalinismo che il nostro partito si
proponeva di eliminare, ma che continua
indisturbata (anche perché solo pochissimi si
richiamano apertamente a Stalin e ne affiggono le
icone nelle nostre sedi, ma in tanti continuano a
spiegare il mondo con i complotti, risparmiandosi
la fatica di cercare tra le proprie file la
responsabilità di tante sconfitte). E non a caso
il nostro partito non è stato capace di aprire
quel serio e approfondito dibattito sullo
stalinismo, con pubblicazione di testi e documenti
e poi un momento di riflessione in un convegno
nazionale, che pure era stato promesso dallo
stesso Cossutta fin dal momento della fondazione
(evidentemente allora pesava ancora lo shock del
"grande crollo", che poi è stato anch´esso
rimosso ed esorcizzato, magari attribuendolo alla
CIA o al papa...).
(18/7/2003)
Antonio Moscato