Il
dibattito sulla Telekom
Il dibattito sulla Telekom Serbia è stato penoso.
Mentre la maggioranza ha sparato a zero
utilizzando ogni tipo di testimonianze-spazzatura,
l´opposizione ha fatto la voce grossa sui
"burattinai", ma non ha risposto
adeguatamente alle insinuazioni della destra, che
dopo aver verificato la difficoltà di provare l´interesse
privato di Prodi, Fassino &C. nell´affare, ha
puntato sulla tesi dell´incapacità dei
governanti del centro sinistra che avrebbero
comprato a molto e venduto a poco.
In realtà il centrosinistra è in difficoltà a
rispondere, perché qualcosa di vergognoso nell´affare
c´era (come c´è stato nella svendita dell´Alfa
alla Fiat, o della Cirio ecc.), ma era ben diverso
da quel che si insinuava. Riproduciamo due
articoli tratti dal "Manifesto" del 2
settembre, perché spiegano bene la logica di
quell´acquisto: prima di tutto si trattava di
aiutare Milosevic, ma per conto dell´imperialismo
statunitense ed europeo, come dice efficacemente
Tommaso Di Francesco. Peraltro l´opposizione
serba sostiene che Milosevic aveva accettato un
prezzo INFERIORE al valore reale degli impianti in
quel momento, perché aveva bisogno di denaro per
acquistare armi (sicché non di un regalo, ma di
una rapina si trattava).
Le azioni della Telekom Serbia hanno poi perso
valore per due ragioni: il crollo generale della
New Economy (che ha fatto perdere metà dell´investimento
anche nella Telekom austriaca). Il crollo del
valore della Telekom Serbia è stato tuttavia più
forte, perché i... i suoi impianti sono stati poi
bombardati dal governo di centro sinistra, una
volta mutato l´atteggiamento di USA ed UE nei
confronti di Milosevic. Bombardamento che il
centrodestra ha approvato, ovviamente, anche se
ora se ne dimentica.
----- ----- -----
Telecomica con personaggi
di GUGLIELMO RAGOZZINO
Le verità sotto il cielo sono sempre più
numerose di quante alcuni ne sappiano contare. Il
caso di Telekom Serbia è esemplare da questo
punto di vista. Forse gli italiani sono andati in
Serbia per sfruttarla. D'altro canto quale può
essere il fine di un investimento all'estero se
non guadagnare il più possibile?
Nel giugno del 1997 la società olandese Stet
International Netherlands N. V. (per gli amici,
Sin) acquistò per un miliardo e 517 milioni di
marchi tedeschi dall'ente delle poste locale il
49% della Telekom serba. Il 20% venne girato
contestualmente per 624 milioni di marchi alla
società telefonica greca Ote. Il pagamento della
Sin era previsto in tre rate: 702 milioni di
marchi subito, 117 entro sei mesi e il resto «all'atto
della licenza per la telefonia mobile (versati nel
marzo del 1998)». Il virgolettato è tratto dalla
famosa inchiesta di Repubblica del febbraio 2001
(Carlo Bonini e Giuseppe d'Avanzo) che ha dato la
stura alla tenebrosa vicenda. L'acquisto balcanico
di Sin era fatto per conto della casa madre di
allora, di nome Stet, poi mutato in Telecom
Italia. E per questo la vicenda ha suscitato e
suscita grandi passioni in Italia pur essendo
allora allora e rimanendo ancor oggi per molti
aspetti oscura, nonostante la bravura di Bonini&D'Avanzo,
nonostante la causa aperta al tribunale di Torino,
nonostante l'inchiesta del parlamento italiano
tuttora aperta. Per non dire della copertura
generosamente offerta (la prima pagina tutti i
giorni, per mesi e mesi) da parte del Giornale, un
quotidiano autorevole essendo in parte del
fratello di Silvio Berlusconi e in parte di una
società dello stesso presidente del consiglio.
L'oscura vicenda interessa ancora molto, anche se
il proprietario di Sin, dopo molte giravolte e
cambi di gruppi dirigenti e proprietari - dall'Iri
al Tesoro, al mercato, a Colaninno, a Tronchetti
Provera/Pirelli - ha rivenduto la propria
partecipazione, ridotta al 29%, in Telekom Serbia,
nel febbraio del 2003 per 193 milioni di euro.
Anzi lo scarto tra il prezzo di vendita e quello
d'acquisto ha aumentato ancora di più i sospetti
sull'operazione di allora. Perché comprare in
Serbia? Perché pagare una cifra così elevata?
Perché vendere a prezzo tanto vile?
Va detto subito che delle due l'una: o era
maledettamente alto il prezzo d'aquisto, o era
stracciato quello di vendita. Ma era davvero così
elevata la cifra d'acquisto? I serbi
dell'opposizione a Milosevic si sono lamentati per
la svendita subìta, e hanno pubblicato cifre
almeno doppie, sui 3 miliardi di marchi,
attribuendole a banche internazionali come l'Ubc
svizzera o la Nat West inglese. Anche trascurando
la visione patriottica dell'opposizione di
Belgrado, è certo che in quel tempo le telecom
europee occidentali e le compagnie telefoniche del
resto del mondo ricco stavano svolgendo campagne
d'acquisto nei paesi minori in tutto il globo; in
particolare c'era una corsa nei Balcani e dintorni
dove erano attivi tedeschi e francesi. I prezzi
erano in grande tensione. La new economy
trascinava le borse al rialzo, quindi ogni nuova
attività era promettente; le telecom dei paesi
forti avevano poi in corso programmi di
privatizzazione che liberavano decine di miliardi
di dollari mettendoli a disposizione dei dirigenti
più dinamici. Per citare soltanto la nostrana
Stet-Telecom, la vendita di un terzo del capitale
in mani pubbliche aveva fruttato al Tesoro una
cifra nell'ordine dei 30 mila miliardi delle
vecchie lire. Ma Telecom Italia, così ricca e
piena di sé ha serie difficoltà per affermarsi.
Tenta di aprirsi una strada in Russia, me è
respinta; intanto francesi e tedeschi fanno altri
affari. Per le avanguardie di Telecom si apre uno
spiraglio in Serbia, offerto proprio dalle
difficoltà politiche di Milosevic che rischia di
perdere le elezioni nell'autunno del 1997. Anni
dopo, rispondendo in parlamento dopo le
rivelazioni di Repubblica, il ministro degli
esteri Dini accennerà a Siemens e Alcatel, due
giganti della telefonia che hanno contratti per
300 milioni di marchi con Telekom Serbia. E'
evidente che faranno da tramite per la vittoria in
Serbia delle loro compagnie telefoniche nazionali.
E allora si potrà dire addio al corridoio otto e
a tutte le speranze italiane di inserimento nei
Balcani, infine pacificati. Così c'è il blitz
degli italiani, una volta tanto.
Gli Usa approvano, anzi, secondo Dini, gli
chiedono di intercedere presso Telecom per avere
certi collegamenti telefonici all'ambasciata, giù
a Belgrado.
L'avventura serba dei telefonisti italiani resta
sepolta dalla onde successive di amministratori e
gruppi dirigenti che si susseguono, scalata dopo
scalata, alla Telecom. E a ragione, probabilmente:
nessuno se ne vuole occupare, molti se ne
vergognano come delle sregolatezze di un antenato
finito male. Occorre dire che la gestione italiana
della Telekom serba è vergognosa. Ci sono le
clausole segrete dell'accordo, quelle che
consentono agli italiani comportamenti da
occupanti. Gli italiani impongono (secondo le
informazioni dell'opposizione serba) tecnologia
propria e se la fanno pagare, ma installano
centrali arretrate, probabilmente dismesse, che
portano indietro, invece che avanti, il livello
dei telefoni di Serbia. Circola una lettera di
protesta da parte di centinaia di ingegneri
dell'impresa che non ne possono più. Contro la
gestione, avara e contro le commesse italiane,
scadenti, si arriva perfino a uno sciopero a
oltranza.
Finisce il bel tempo; a Belgrado c'è guerra
umanitaria per il Kosovo e l'Italia bombarda le «sue»
centrali telefoniche. La distruzione del capitale
non è estranea all'aumento dei tassi di profitto.
Bisognerà ricostruire e se nel frattempo Belgrado
vorrà telefonare, dovrà triangolare, a
pagamento, con l'Italia.
Finisce il bel tempo anche per le grandi Telecom;
l'ultimo acquisto è nel 2000. I francesi prendono
il controllo della Telecom polacca per 4 miliardi
di dollari (oltre 8 miliardi di marchi). Gli
italiani hanno comprato grosso in Austria,
pagando, nel novembre 1998, 1,9 miliardi di euro
per il 25% di quella Telekom. Quanto a dire 7,6
milioni di euro per ogni 1%. Quando nel 2003,
Telecom Italia rivende un 15% della società
comprata meno di 5 anni prima, il prezzo che ne
ricava è di 559 milioni di euro, pari a 3,7
milioni per ogni 1%. Anche nella felix Austria,
senza bombardamenti, il prezzo si è più che
dimezzato.
Dunque, tutto finito. Ora ci interessa il
corridoio cinque e sono altre e più modeste le
nostre manie di grandezza. Resta dell'avventura
una traccia nelle tabelle dell'Onu. Nel World
Investment Report del 2001, dal titolo evocativo
Promoting Linkages cioè un invito a promuovere
legami, c'è un elenco di paesi che, tra il 1996 e
il 2000, hanno effettuato investimenti in
Jugoslavia (Serbia-Montenegro). E' un elenco
breve, in milioni di dollari, su dati della banca
centrale di Jugoslavia. Al primo posto i Paesi
bassi con 560, poi la Grecia con 481, poi il
Lussemburgo con 102. Più sotto Cipro con 82
milioni, Bahamas 14, Bulgaria 10, Italia 10, Stati
uniti 8, austria 8 e Ungheria 4. Sappiamo già chi
è nascosto dietro i Paesi bassi e del resto una
nota lo esplicita: sono gli italiani della
Sin-Telecom, un po' travestiti, ma non troppo.
Poi, dopo i greci, Lussemburgo e Cipro coprono
evidentemente altri personaggi che non vogliono
farsi riconoscere. Un'altra tabella mostra i
flussi di investimenti esteri nel corso del
decennio. Gli investimenti esteri oscillano tra i
250 milioni e i 90 fino al 1996. Si può
immaginare che vi sia interesse a investire
dall'estero e resistenza, all'interno. Poi
l'esplosione del 1997, con un dato che supera i
1.100 milioni di dollari. Poi, negli anni
seguenti, una repentina ricaduta ai livelli di
prima del boom. Del resto se gli investimenti
esteri sono come certi italiani, è meglio
perderli che trovarli.
da Il Manifesto del 2/09/2003
----- ---- -----
Milosevic, beniamino dell'Occidente
di TOMMASO DI FRANCESCO
Nel 1996-1997 l'ex presidente jugoslavo era il
principale interlocutore per la pace in Bosnia
TOMMASO DI FRANCESCO
La destra al governo, scartata l'ipotesi di
cavalcare le «verità» del faccendiere Marini,
tuona politicamente: «Con l'operazione
Telekom-Serbia del giugno 1997 il governo
centrosinistra ha appoggiato il criminale di
guerra Milosevic». Stanno davvero così le cose?
Siamo all'inizio dell'estate del 1997, dagli
accordi di Dayton del dicembre 1995 è passato
solo un anno e mezzo, ma la pace resta tutta sulla
carta. La Bosnia è di fatto spartita in tre, un
regalo alle mafie nazionaliste che hanno voluto la
guerra, ma le mire etniche non sembrano sopite,
anzi. Il leader croato Tudjman appoggia ancora
l'entità croata in Erzegovina in aperta sfida al
presidente musulmano Izetbegovic e alla «Federazione»
voluta da Clinton; un pericolo grave viene dai
serbi di Bosnia che di fatto, pur avendo ottenuto
la loro Entità, si ritrovano divisi tra Pale e
Banja Luka e senza più l'insediamento civile e
storico a Sarajevo. Per far marciare davvero
Dayton a quel punto è decisivo escludere dalla
leadership serbobosniaca il leader militare Ratko
Mladic e quello politico, Radovan Karadzic,
entrambi nel frattempo ricercati dal tribunale
dell'Aja. Siamo agli inizi del 1996 e Milosevic
diventa - già lo era stato per la firma di Dayton
- il beniamino dell'Occidente: detronizza Karadzic
favorendogli l'odiata Biljana Plavsic - già
nemica di Dayton, ora in carcere all'Aja e
accusatrice di Milosevic- e sostiene l'ala
democratica dello schieramento nazionalista
guidata da Milorad Dodik. Diventa a tal punto «beniamino»
dell'Occidente che l'artefice degli accordi di
pace Richard Holbrooke nelle sue memorie ricorda
come lui, l'allora segretario di Stato Usa
Madeleine Albright e il presidente Clinton
s'interrogano in quel periodo su «come
ringraziarlo». E infatti la Albright lo ringraziò
pubblicamente più volte: in un vertice europeo
nell'autunno del 1996, nel maggio del 1997 con un
visita ufficiale di tre giorni a Belgrado (Milosevic
è diventato presidente federale) - lo stesso farà
Holbrooke ad agosto - e ancora più concretamente
nel settembre-ottobre 1997 quando si svolgono le
prime elezioni del dopoguerra in Bosnia. Per un
mese i risultati effettivi vengono taciuti per la
loro gravità: a vincerle infatti sono i partiti
nazionalisti che hanno insanguinato il paese e
nella Repubblica serba di Bosnia il partito di
Karadzic e i Radicali ultranazionalisti di Seselj.
La Albright invoca l'intervento dell'Osce che
arriva a «ricontare» i voti e ad assegnare la
vittoria all'ala democratica dei nazionalisti.
Intanto tutte le realtà economiche dell'Europa e
del mondo hanno ricominciato a fare affari con
Belgrado: infatti le sanzioni, per l'appoggio
della mini-Jugoslavia ai serbi di Bosnia sono
state tolte dall'Onu il 1 ottobre 1996. C'è
ancora un'accusa da considerare: che i miliardi
della Stet fossero arrivati a dare ossigeno al
regime di Milosevic alle prese in patria con il
movimento di massa, Zajedno (Insieme) che in parte
chiedeva «democrazia». Ma quel movimento era
anch'esso nazionalista, non solo perché i
dimostranti invitavano i poliziotti ad andare in
Kosovo a menar le mani anziché reprimere loro, ma
soprattutto perché tra le componenti si
ritrovavano proprio i nazionalisti serbobosniaci
contrari a Dayton o i leader di Belgrado più
filooccidentali che, come l'ex presidente Zoran
Djindjic - ucciso nel marzo scorso - per avere il
consenso delle aree anti-Milosevic ancora facevano
campagna elettorale per il partito di Karadzic in
Bosnia. La nuova crisi del Kosovo, che porterà
alla guerra Nato a tutti i costi, comincerà solo
nel 1998.