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Chi sono questi
trotskisti?
Se lo domandano molti compagni di
Rifondazione, dopo le dichiarazioni di Cossutta, che ha tentato di
giustificare la violazione delle decisioni del voto del Comitato
politico nazionale del 3-4 ottobre perché prese con l'apporto
determinante dei voti "trotskisti". Per parte nostra ci consideriamo
dei marxisti e dei rivoluzionari. Ma da dove sono venuti questi
comunisti "illegittimi"? Facevano parte degli organismi dirigenti
del Prc fin dalla fondazione, e il loro voto è stato più volte
determinante, ad esempio per battere Magri e Garavini. Cossutta in
quel caso non ha avuto nessun problema. Evidentemente ora non aveva
argomenti migliori dietro cui trincerarsi. Per questo tira fuori
questa storia, e ha evitato di presentarsi al congresso che pure
aveva contribuito a decidere: anzi gli scissionisti, pur avendo
tanti dirigenti, deputati, segretari di federazione ecc., hanno
evitato di confrontarsi con gli altri compagni negli organi
dirigenti del partito. Ma vediamo il problema. Alcuni nostri
compagni (per esempio Livio Maitan) erano entrati già al primo
congresso negli organi dirigenti (e Cossutta era stato d'accordo),
altri sono entrati successivamente, sulla base di una battaglia
condotta con altri sulla questione della partecipazione al governo,
ottenendo una legittima rappresentanza proporzionale ai voti avuti
nei congressi (1). Perché allora
tirare fuori questo coniglio dal cappello, si chiedono in tanti che
hanno salutato con sollievo la decisione del Cpn sulla fine
dell'appoggio al governo Prodi? una decisione "trotskista"? Ma che
vuol dire? A tanti compagni uscire dalla maggioranza sembra una cosa
più che giusta e perfino un po' tardiva, perché di questo governo
sordo alle richieste dei lavoratori e dei disoccupati erano in tanti
ad averne piene le tasche. I compagni che provengono
dall'esperienza della sezione italiana della Quarta Internazionale,
hanno sempre evitato di autodefinirsi trotskisti, tranne che per
reazione agli attacchi calunniosi. Prima di tutto abbiamo sempre
detto, assai prima di confluire nel Prc, che se siamo trotskisti,
siamo anche egualmente leninisti, luxemburghiani, guevariani,
gramsciani, ecc. Abbiamo sempre cercato di integrare nel nostro
patrimonio teorico tutti i grandi apporti del pensiero marxista e
rivoluzionario, del marxismo critico e creativo. Si potrebbe dire
anche che oggi, per essere un marxista e un rivoluzionario, non
basta Trotskij. Tuttavia va detto che se si vuole costruire un
progetto di alternativa, deve essere integrato il suo apporto
teorico e politico e quello della nostra corrente storica. Chi pensa
di espungere l'uno e l'altro, rimane privo di una parte
importantissima della riflessione marxista e in definitiva fa una
concessione gratuita ai pregiudizi seminati per decenni dalla
burocrazia stalinista. Come spieghiamo più dettagliatamente nella
parte più propriamente storica di questo opuscolo, il cosiddetto
"trotskismo" non è altro che una corrente del movimento operaio
sorta inizialmente in Urss per combatterne l'involuzione burocratica
e difendere le acquisizioni della rivoluzione russa, una corrente
rivoluzionaria anticapitalista, fortemente internazionalista, che ha
posto al centro della sua politica e delle sue preoccupazioni la
mobilitazione delle masse popolari, la loro partecipazione e
autorganizzazione, e che difende un'idea democratica del socialismo
basata su forme consigliari di democrazia, di autogestione, di
controllo sugli eletti, contro qualsiasi forma di verticismo,
burocratismo e centralismo autoritario. In altre parole, la
Democrazia socialista come presupposto e condizione per un processo
di transizione verso una società realmente comunista.
Trotskismo e stalinismo:
chi deve vergognarsi?
La riscoperta
della discriminante antitrotskista (che lascia spazio a un recupero
del vecchio repertorio stalinista) è la conseguenza di un elemento
che avevamo segnalato da tempo. Il nostro partito non ha mai
affrontato una vera discussione sulle cause del crollo dell'Urss,
che pure figurava tra i suoi compiti iniziali. Ciò ha permesso la
sopravvivenza di sacche di "nostalgici" che continuano a credere che
il sistema sovietico fosse perfetto e sia caduto solo per il papa o
per le "manovre della Cia" . una spiegazione penosa, perché le
manovre della Cia o dei servizi segreti inglesi ecc. ci sono state
fin dal giorno della vittoria della Rivoluzione d'Ottobre, e di papi
reazionari e anticomunisti ce ne sono stati tanti (basti pensare al
filonazista Pio XII), ma tutto ciò non è mai riuscito ad avere
successo, perché in Urss, soprattutto nei primi anni, c'era un
consenso larghissimo. Anche nelle fasi successive, in cui la
debolezza politica del regime staliniano si manifestava nell'uso
sempre più massiccio di una repressione indiscriminata, c'erano
ancora ragioni profonde di attaccamento a quanto rimaneva delle
conquiste dell'Ottobre. Le manovre sono riuscite solo quando i
dirigenti sedicenti comunisti, da Breznev a Gorbaciov a Eltsin, da
Milosevic a Tudjiman, da Zivkov a Ceausescu, da Ramiz Alia a Sali
Berisha, non credevano più a nulla e non venivano più creduti da
nessuno, ma pontificavano in nome del "comunismo". I nemici del
comunismo hanno usato i crimini di quei personaggi per screditare il
progetto grandioso di Marx e di Lenin; gli imbecilli hanno abboccato
e per "difendere il comunismo" hanno difeso i crimini di quei cinici
usurpatori. Così, anche dopo la crisi, tanti compagni si sono
arroccati nella "nostalgia" e trincerati dietro una spiegazione
puerile, che attribuiva tutto alle "manovre" e a singoli traditori.
Anche diversi intellettuali hanno continuato a non riflettere su una
delle grandi tragedie del secolo, l'involuzione, declino e crollo
del movimento comunista, continuando a dare per scontato che chi si
diceva comunista lo fosse. Nel Prc erano confluiti molti
stalinisti fanatici: tutto quel che si diceva "comunista" li
esaltava. A questi, in mancanza di altri argomenti, ha fatto appello
Cossutta. Ovviamente questi sono accaniti nell'aggredire i
"trotskisti" e Trotskij del quale non hanno mai letto una pagina. Di
fatto si direbbe che la colpa principale dei trotskisti sia quella
di aver capito con molti decenni di anticipo su altri le radici
profonde della crisi del sistema sorto intorno all'Urss . Quando
Cossutta polemizzava con Berlinguer rimproverandogli la sua timida
dissociazione dall'Urss di Breznev entrata in una fase di
decomposizione, i trotskisti avevano già colto da tempo la dinamica
che portava al crollo (2). Il
movimento trotskista, che negli anni trenta era più forte di quello
filosovietico in Vietnam e in molti paesi dell'America latina, non
ha pagine vergognose da nascondere, ma un lungo martirologio di
compagni assassinati, dai nazisti come dagli stalinisti. Lo
stalinismo invece rappresenta una vergogna permanente per il
movimento operaio: ha allevato tanti dirigenti diventati oggi
filocapitalisti, ha cancellato ogni traccia e ogni ricordo della
democrazia interna che vigeva nel partito bolscevico e
nell'Internazionale comunista ai tempi di Lenin e Trotskij, ha
sterminato il 90% dei dirigenti della rivoluzione d'Ottobre e
perfino più comunisti tedeschi di quanti ne abbia assassinati
Hitler. Solo l'ignoranza può lasciare spazio alla nostalgia dello
stalinismo, che ha portato alla rovina tanti gloriosi partiti
comunisti eliminandone i migliori dirigenti e sostituendoli con
docili pedine della burocrazia sovietica. Ci dispiace, anche per
altre ragioni, che non sia più tra noi il compagno Lucio Libertini.
Per anni, come Lelio Basso, è stato considerato poco meno che un
agente della Cia solo perché aveva analizzato lucidamente il
fenomeno dell'involuzione dell'Urss. Quando il Psiup confluì nel
Pci, per un certo periodo fu tenuto al margine e non ammesso subito
nel CC per la "colpa" di aver visto quel che altri non vedevano e
non volevano vedere. Oggi Cossutta ritorna al passato e usa di nuovo
lo spauracchio del "trotskismo": vuol dire proprio che il nuovo PdCI
non ha altri mezzi per "farsi una base" che ripescare nel repertorio
del passato evocando argomenti irrazionali ma sperimentati per
decenni. Non ci sembra che così possa andare molto
lontano.
Le idee forza di una
corrente storica
Chi ha ascoltato i nostri
interventi nei congressi, nel Cpn, nei Cpf, non ha sentito mai fare
interventi dogmatici, ma sempre analizzare la situazione politica e
sociale e fare proposte concrete. Qui vogliamo, se pure
schematicamente, richiamare alcune idee-forza che riteniamo
fondamentali per una strategia anticapitalista.
Un progetto per la
trasformazione della società
La definizione
di un progetto anticapitalista adeguato ai nuovi tempi e alle nuove
caratteristiche della fase è un compito straordinariamente
complesso. Non può discendere solo dal patrimonio teorico del
movimento operaio e dalle passate esperienze storiche (anche se
queste ne sono il punto di partenza fondamentale) ma richiede uno
sforzo eccezionale di comprensione della fase storica del
capitalismo, deve integrare l'apporto essenziale del pensiero e
dell'esperienza del movimento femminista e i contributi politici e
culturali del movimento ambientalista. Dati i rapporti di forza
che si sono determinati su scala mondiale, la trasformazione della
realtà è un compito difficile, che va perseguito con grande
determinazione di fronte alle contraddizioni drammatiche che questo
sistema economico e sociale produce nel mondo. Il modo di
funzionamento del capitalismo attuale mostra due limiti di fondo:
come sistema economico è incapace di utilizzare lo sviluppo delle
forze produttive per soddisfare i bisogni della maggioranza della
popolazione; pur dominando il pianeta praticamente senza più
contrasti dopo il crollo delle società burocratiche dei paesi
dell'Est, è del tutto incapace di definire un ordine mondiale
stabile e tanto meno di garantire il presente e l'avvenire
dell'ambiente in cui viviamo. Le politiche neoliberiste
introdotte da Reagan e Thatcher e in seguito estese a tutto il mondo
hanno permesso ai capitalisti di ristabilire forti margini di
profitto, ma non di rilanciare una nuova fase economica espansiva
del sistema, oggi posto di fronte alla minaccia di una crisi
recessiva le cui dimensioni non sono ancora del tutto
identificabili. Quelle politiche hanno determinato polarizzazioni
sociali, hanno peggiorato le condizioni di vita dei popoli del terzo
mondo che già soffrivano di grandi povertà, hanno rimesso in
discussione conquiste storiche del movimento dei lavoratori nei
paesi capitalistici avanzati e prodotto una disoccupazione di massa
che mina alla radice le società e che, senza una alternativa di
classe, rischia di precipitarle verso esiti drammatici. L'impiego
senza freni in funzione del profitto delle risorse naturali mette a
repentaglio le condizioni di vita sulla Terra. Il modello
capitalistico di consumo, oltre a essere ingiusto e intollerabile,
non può venire generalizzato senza causare l'esaurimento delle
risorse e la moltiplicazione della produzione di rifiuti. Le
conseguenze dei metodi di agricoltura intensiva, il
supersfruttamento degli oceani, l'uso delle fonti di energia non
rinnovabili, le produzioni contaminanti e le scorie nucleari
determinano una serie di limiti fisici all'estensione di questo
modello, nello spazio e nel tempo. Occorre pertanto prospettare un
progetto di superamento di questo sistema. Non ci si può limitare a
qualche ritocco, a ipotesi riformiste di basso profilo che finiscono
per subordinarsi alle scelte delle classi dominanti. Un progetto
anticapitalista, oggi, ha una valenza di lotta politica su scala
nazionale, ma contemporaneamente, per le profonde connessioni del
capitalismo su scala mondiale, impone compiti e necessita di
strategie internazionaliste a partire almeno dallo scenario europeo.
La costruzione di una strategia rivoluzionaria parte anche da
rivendicazioni democratiche e di riforma, dalla paziente costruzione
dei movimenti di massa a partire dalle rivendicazioni quotidiane.
Sono battaglie che vanno costantemente spiegate, rapportate alla
necessità di creare i rapporti di forza, indispensabili non solo per
strappare qualche miglioramento, ma per scalzare la borghesia dal
potere politico ed economico, per costruire una società in cui tali
poteri siano nelle mani delle classi lavoratrici e le politiche
economiche siano rivolte al soddisfacimento dei bisogni delle
masse. Peraltro, la storia insegna che le classi dominanti sono
state spinte a politiche riformiste (con molte contraddizioni e
incerti risultati) solo di fronte a catastrofi economiche
gigantesche come la recessione mondiale e, soprattutto, quando si
sono trovate confrontate a possenti movimenti di massa rivendicativi
dalle forti caratteristiche anticapitaliste, o a vere e proprie
minacce rivoluzionarie da parte delle classi subalterne. Per
riferirci solo al nostro paese, i tre momenti "riformistici"
fondamentali (cioè di maggiori conquiste dei lavoratori)
corrispondono a tre crisi sociali di grandissima ampiezza nelle
quali, se pure in forme diverse e con diversa maturità politica, fu
posto il problema di una società alternativa: il biennio rosso del
1919-20, la crisi successiva alla seconda guerra mondiale chiusasi
nel '48 con l'attentato a Togliatti, il lungo decennio cominciato
nel '68-69, di cui la bruciante sconfitta dell'autunno '80 alla Fiat
può essere considerato il termine. Ma, come dimostrano queste tre
esperienze storiche, se il movimento di massa non riesce a
raggiungere la piena maturità sociale e politica, se non si
affermano le condizioni soggettive e oggettive dell'alternativa, se
la classe lavoratrice non riesce a porre la battaglia per il potere,
anche i più grandi movimenti rifluiscono, vengono sconfitti o
recuperati e le precedenti conquiste erose e
smantellate.
Una strategia di
transizione
Quella
che noi proponiamo è allora una "strategia transitoria". Con questo
termine intendiamo un percorso di costruzione del blocco sociale
anticapitalista che parte dalle rivendicazioni immediate, costruisce
organizzazione, conflitto sociale, collega le lotte quotidiane a
rivendicazioni corrispondenti ai bisogni delle masse, che il
capitalismo non può, né vuole soddisfare. Questo percorso è
necessario per far maturare nell'esperienza delle masse una
coscienza di classe anticapitalista, la determinazione ad andare
oltre, a spezzare i meccanismi di fondo del sistema costruendo così,
attraverso la mobilitazione, i rapporti di forza capaci di rendere
credibile e possibile la battaglia anticapitalista. Oggi, il
punto di partenza è, in tutti paesi del mondo, l'idea che è
possibile una politica economica diversa dal liberismo, che questa
è, anzi, indispensabile per rispondere ai bisogni sociali delle
classi lavoratrici e per preservare l'ambiente
naturale.
La battaglia per il
lavoro
Nei grandi paesi capitalistici, l'asse
centrale di questo percorso è la battaglia per il lavoro.
Mobilitarsi per questo obiettivo porta a rimettere in discussione i
meccanismi del sistema e spinge a una critica della società
capitalistica nel suo insieme. La "lotta per il lavoro" trascina con
sé la richiesta implicita di una diversa ripartizione del reddito
nazionale. Inoltre, ritmi e carichi di fatica sempre più intensi e
insopportabili richiedono una ripresa della lotta che potrebbe
riproporre il controllo operaio sull'organizzazione del lavoro. La
destrutturazione e la frammentazione del mercato del lavoro pongono,
poi, il problema di nuove forme unitarie e impongono una
ridiscussione del potere autoritario delle aziende. La risposta ai
grandi bisogni insoddisfatti pone la necessità di un nuovo
intervento del settore pubblico, mentre le vecchie esperienze
clientelari delle imprese pubbliche spingono a cercare nuove
esperienze di partecipazione dal basso, di controllo degli utenti e
dei lavoratori. La scarsa credibilità di una società alternativa
di una società socialista, per chiamarla più propriamente con il
vecchio nome è frutto di due elementi congiunti: da una parte, le
sconfitte subite e i rapporti di forza sfavorevoli al mondo del
lavoro che rendono, per ora, quasi utopistica agli occhi delle masse
la speranza di una società in cui l'ingiustizia sociale sia
sradicata e tutti possano godere della massima democrazia politica e
sociale; dall'altra, l'esperienza negativa svoltasi nelle società
dell'Est, utilizzata dalla borghesia per demoralizzare e convincere
che qualsiasi società diversa dall'attuale può solo risultare
peggiore di quella capitalista.
La lezione dei paesi
dell'Est
Il crollo delle società burocratiche ha
costituito la conclusione prevedibile di un lungo processo
degenerativo, di una transizione bloccata tra capitalismo e
socialismo; queste società hanno presentato, al termine, un bilancio
così disastroso e le stesse conquiste sociali iniziali sono
risultate tanto erose e distorte da apparire alla massa dei
lavoratori di questi stessi paesi assai poco degne di essere difese.
Anziché l'idea di una riforma radicale della società in senso
autenticamente socialista e democratico, si è presentata la via
della restaurazione capitalistica, apparsa come la più facile e
vantaggiosa. Questa dinamica ha comportato gravi conseguenze per le
masse popolari di quei paesi e per l'evoluzione della lotta di
classe su scala mondiale. Ma questo stato di demoralizzazione,
può essere superato: la storia non è finita. In molte parti del
mondo assistiamo a nuove mobilitazioni, a reazioni delle classi
lavoratrici che non accettano i sacrifici intollerabili che le
classi dominanti chiedono. Nuovi movimenti rivendicativi di massa
sono presenti in Europa: l'idea di un'Europa sociale che risponda ai
bisogni dei popoli anziché ai grafici dei profitti degli
imprenditori e dei banchieri, anche se lentamente, cresce di giorno
in giorno, e si affaccia in settori sempre più ampi l'idea che non
solo è necessaria, ma è possibile una nuova politica economica. Le
lotte concrete e la battaglia per le 35 ore per distribuire il
lavoro esistente possono creare le condizioni non solo per chiedere
questo nuovo corso, ma per imporlo. La contraddizione lacerante
tra le aspirazioni a un lavoro, a un salario decente, a una vita
dignitosa e la realtà capitalista che nega questi diritti
fondamentali, in un quadro in cui il movimento operaio e popolare
dispone ancora di una certa forza e organizzazione, pone all'ordine
del giorno una nuova attualizzazione del progetto rivoluzionario.
L'accumulo progressivo di esperienze di massa, il conseguimento di
vittorie parziali e la radicalizzazione delle nuove generazioni sono
le basi su cui lavorare al nuovo progetto.
La democrazia
socialista
Perché la classe operaia e
l'insieme delle classi subalterne possano trasformare la realtà
capitalistica è necessario un alto grado di organizzazione e di
coscienza politica. A differenza delle rivoluzioni borghesi nelle
quali le masse, che pure hanno un ruolo centrale nella
mobilitazione, sono guidate da una élite sociale che già dispone di
un rilevante potere economico il processo rivoluzionario del
proletariato ha come protagonista un soggetto che non dispone di
potere e che solo organizzando un ampio blocco sociale può uscire
vittorioso dallo scontro di classe. Le rivoluzioni proletarie
presuppongono quindi il massimo di partecipazione cosciente da parte
delle masse, e questa richiede organizzazione e democrazia. Il
processo per costruire questo blocco sociale, naturalmente, è
complesso. Il punto di partenza è costituito dalle lotte concrete
attraverso le quali, nello sforzo per il raggiungimento di specifici
obiettivi, settori di massa acquisiscono forza, capacità
organizzativa e maturità politica. Per produrre una maturazione
complessiva di coloro che sono coinvolti nelle lotte, le forme
democratiche della mobilitazione sono di fondamentale importanza: da
qui la necessità degli strumenti di controllo dei dirigenti dal
basso, dell'organizzazione democratica delle assemblee, della
costituzione di comitati di lotta e di sciopero. Democrazia e
partecipazione non sono un lusso, né quando si tratta di costruire
una lotta locale, né per far crescere uno sciopero nazionale di
categoria, né se occorre organizzare un movimento di resistenza per
un intero paese. Tanto meno lo sono quando si tratta di battersi per
la conquista del potere o per la trasformazione rivoluzionaria della
società. Né se ne può prescindere nella fase in cui occorre gestire
una società socialista. In tutte le grandi lotte rivoluzionarie di
massa del Novecento, la lotta di classe ha riproposto la necessità
della formazione di Comitati, di Consigli di fabbrica, di Soviet,
articolazioni diverse nelle quali tutti i lavoratori potevano
organizzarsi e battersi per rivendicazioni economiche e
politiche. L'alternativa al sistema capitalista è possibile solo
se si svilupperanno strutture organizzate di democrazia dal basso
capaci di costituire gli strumenti del potere del proletariato.
Forme certo da considerare nella loro relazione con le nuove
composizioni del proletariato e che costituiranno un laboratorio di
partecipazione e di democrazia, attraverso il quale grandi settori
di massa potranno comprendere la necessità di una forma di
democrazia superiore a quella parlamentare e borghese. "I diritti
democratici di cui le masse godono nei paesi capitalistici, dalla
libertà di parola a quella sindacale, al suffragio universale, sono
conquiste strappate attraverso le lotte di massa; le lavoratrici, i
lavoratori hanno interesse a estenderle per migliorare i rapporti di
forza, strappare risultati sociali più consistenti, dispiegare fino
in fondo le loro potenzialità e quindi intraprendere la prova di
forza finale con il capitalismo nel migliore dei modi. Tutta la
critica dei limiti della democrazia borghese sviluppata da Marx e da
Lenin si basa sul fatto che la proprietà privata e lo sfruttamento
capitalistico (cioè la disuguaglianza sociale ed economica) connessi
alla specifica struttura della società borghese (frammentazione e
alienazione della classe operaia, sistema legislativo che difende la
proprietà privata, funzione dell'apparato repressivo ecc.) implicano
che anche i più democratici regimi borghesi restringono
violentemente il concreto esercizio dei diritti democratici, la
possibilità pratica di usufruire delle libertà democratiche. La
conclusione che scaturisce da questa considerazione è chiara: la
democrazia operaia, deve essere superiore alla democrazia borghese
non solo perché si estende alla sfera economica e sociale condizioni
sicure di vita, diritto al lavoro, all'istruzione gratuita, al tempo
libero ecc. ma anche perché espande i diritti democratici degli
operai e di tutti i lavoratori in campo politico e sociale (3)".
Dinamica di
burocratizzazione nel movimento operaio
La
centralità della democrazia nel processo rivoluzionario della classe
operaia è confermata da tutta l'esperienza del Novecento. I partiti
che la classe operaia si è data, a partire dalle socialdemocrazie,
hanno conosciuto trasformazioni e degenerazioni che li hanno portati
assai lontano dai fini per cui erano nati. Da strumenti di
organizzazione e di lotta per l'emancipazione dei lavoratori si sono
trasformati in formazioni moderate, integrate nella società
borghese, molte volte in aperta opposizione ai movimenti sociali
prodotti dalle contraddizioni del capitalismo. Al loro interno hanno
preso il sopravvento apparati burocratici conservatori che hanno
prodotto interessi specifici e privilegi parassitari rispetto al
movimento dei lavoratori e hanno svolto un ruolo di concertazione
con le forze dominanti e di paralisi della lotta di classe. Basti
pensare a quanto stanno facendo le tre grandi confederazioni
italiane in questa fase storica. Il fenomeno burocratico nasce
quindi all'interno stesso dell'organizzazione dei lavoratori, dalla
necessità di avere funzionari e macchine organizzative per
sviluppare una forte attività. Questi strumenti sono sfuggiti molte
volte al controllo dei lavoratori, per cui diventa decisivo, anche
alla luce dell'esperienza storica, attivare ogni forma di
democrazia, di controllo dal basso, di rotazione delle cariche, di
sviluppo della democrazia dei Comitati e dei Consigli. Tutti i
militanti devono avere un'attenzione costante per questo ordine di
problemi, devono sapere che si tratta di un pericolo permanente
della vita politica e delle forme organizzate e quindi attivare
tutti gli antidoti il principale dei quali è il controllo dal basso
per fronteggiare derive opportuniste e burocratiche. Il fenomeno
burocratico si è presentato in forma particolarmente grave nelle
esperienze delle società post-rivoluzionarie. In Urss, un apparato
di immense dimensioni, nato dalle difficoltà enormi incontrate dalla
rivoluzione, ha letteralmente "divorato" il partito bolscevico, si è
impossessato dello Stato, ha preteso di agire in nome del
proletariato, ma in realtà sulla sua testa e a difesa di propri
interessi, distruggendo l'originaria democrazia dei Soviet e
imponendo alla fine un odioso regime poliziesco. Regimi simili,
se pure con modalità e forme di degenerazione burocratica diverse,
si sono formati in altri paesi, creando le condizioni per la
successiva crisi di quelle società. Esperienze negative che pesano
sulla coscienza delle masse, e costituiscono uno degli elementi che
rendono meno credibile, in questa fase, la lotta per il
socialismo.
Per una società socialista
e democratica
Per un partito come il nostro, è
indispensabile non solo affermare la volontà di lottare per una
società più giusta, per il socialismo, ma anche indicare i tratti
fondamentali di tale società. La nostra concezione della società
socialista è quella della organizzazione democratica delle masse,
costruita su forme consiliari, sulla massima democrazia politica
sociale ed economica e sul pluralismo dei partiti. Cioè, sulla
democrazia socialista. "Senza la completa libertà di organizzare
gruppi, tendenze o partiti politici non esiste piena e intera
espansione dei diritti e delle libertà democratiche delle masse
lavoratrici sotto la direzione del proletariato. Attraverso il
libero voto i lavoratori e i contadini poveri indicheranno
direttamente quali partiti desiderano vedere rappresentati nel
sistema dei soviet. In questo senso la libertà di organizzare
raggruppamenti, tendenze e partiti diversi costituiranno una
condizione preliminare per l'esercizio del potere politico da parte
della classe operaia (4)". Solo questa impostazione
programmatica può rispondere agli argomenti che gli esponenti della
borghesia e i dirigenti della socialdemocrazia usano contro coloro
che si rifiutano di accettare le ingiustizie del sistema
capitalistico e si propongono la sua trasformazione
rivoluzionaria.
Una concezione democratica
del partito
L'esperienza storica del movimento
operaio rende evidente la necessità per i lavoratori di darsi
strumenti organizzativi e politici senza i quali difficilmente
possono trasformare le loro lotte e le loro aspirazioni in un
movimento capace di combattere il sistema capitalistico e di
trasformare la realtà. Ma sulla creazione di una organizzazione
partitica incombe il rischio della delega, della burocratizzazione,
del prevalere delle logiche di apparato. Tuttavia i lavoratori non
possono rinunciare a uno strumento di organizzazione politica senza
il quale diventa più difficile contrastare l'azione e la propaganda
ideologica della borghesia. Questa, pur costituendo nella società
una minoranza rispetto al lavoro salariato (che nel nostro paese
comprende almeno l'80% della popolazione), detiene i mezzi di
produzione e di comunicazione ed è in grado, nelle situazioni
normali, di imporre come oggettivo il proprio punto di vista,
esercitando la propria egemonia sulla società. Queste sono le
ragioni che rendono necessario un partito capace, attraverso
l'azione collettiva e la discussione, sia di contrastare le idee
dominanti, sia di rendere visibile e credibile un punto di vista di
classe. Un soggetto politico organizzato, cioè, che lavori per unire
i la-voratori là dove le dinamiche del sistema e l'azione
dell'avversario di classe tendono a dividere e a frammentare le
classi popolari, e che sappia indicare quali sono gli avversari
reali, quali gli amici e gli alleati, non solo tra i lavoratori di
qualche altro settore o tra i precari, ma anche nei volti dei più
sventurati, il marocchino o il curdo immigrato e senza
diritti.
Una concezione non
giacobina
Il partito è uno strumento che
costruiamo per aiutare l'emancipazione dei lavoratori; la finalità
che ci prefiggiamo è rendere possibile il loro protagonismo;
l'utopia possibile per cui ci battiamo è la capacità delle masse di
organizzarsi e di prendere coscienza. Questo il solo percorso
possibile per realizzare una società socialista. Il partito non
ha sempre ragione, quindi. Non può imporre: attraverso i suoi
militanti può solo cercare di orientare, di verificare il percorso
da costruire insieme ai soggetti sociali; può aiutare a riflettere
su quanto fa e propone; può e deve avanzare i propri contenuti e le
proprie proposte, ma deve saper rispettare le decisioni prese dagli
organismi di massa. Il partito che proponiamo deve essere
consapevole di dover andare contro corrente nella maggior parte dei
casi, deve sapere che la lotta contro il capitalismo comporterà
grandi momenti di crisi e a queste deve prepararsi per poterne
uscire vittorioso insieme al movimento di massa. E deve essere
anche un "partito femminista" diverso da quello che è oggi il
nostro, diverso da quello che ancora siamo noi tutti. Noi ci
battiamo per una concezione democratica del partito, nel quale
ognuno possa formarsi, discutere, dissentire: non solo scegliere, ma
partecipare alla formazione delle decisioni. Il partito non delega a
qualcuno la facoltà di dirigere, ma deve prevedere il controllo
permanente dal basso, momenti di verifica e di rotazione degli
organismi dirigenti. Anche quando abbia tanti iscritti, come è
auspicabile, deve soprattutto avere molti militanti sui luoghi di
lavoro e nella società, senza i quali è impossibile costruire
egemonia. La democrazia deve permeare tutta la vita politica
dell'organizzazione e manifestarsi a diversi livelli: nella
capacità delle strutture di base di contare, di prendere le
iniziative necessarie per lotta di classe, di intervenire nelle
decisioni degli organismi dirigenti, non solo di essere chiamate a
ratificare; nella capacità dei gruppi dirigenti di tutti i
livelli di saper utilizzare la forza che viene da un partito
militante, di comprendere le indicazioni che provengono dal basso e
di costruire collettivamente le decisioni; nella comprensione che
un partito è un processo complesso, composto da varie culture e da
diverse pro-poste politiche che provengono non solo dalla storia di
ogni militante, ma ancor più dai problemi nuovi che lo scontro di
classe pone e ai quali possono essere date diverse
risposte. Qualsiasi forma di monolitismo o di unanimismo è una
camicia di forza che, anche quando sembra dare buoni risultati sul
breve periodo, inaridisce il soggetto che pratica tali metodi e lo
spinge lontano dai fini iniziali. Un regime interno centralista o
autoritario, o anche un regime più liberale ma in cui le decisioni
sono accentrate in poche mani, non favoriscono l'attività del
partito. Pensare che si possa continuare a porre il divieto delle
forme organizzate di coordinamento interno di diverse posizioni
(quelle che vengono chiamate correnti, tendenze, sensibilità) serve
solo a "ingessare" il dibattito, a renderlo opaco, a spostarlo dal
confronto sui contenuti e sulle proposte da discutere davanti a
tutti, alle manovre di apparato che si svolgono nei corridoi,
sostituendo la discussione con l'inquinamento del "sentito dire",
secondo un meccanismo che penalizza le posizioni politiche e la
crescita collettiva a vantaggio dell'opportunismo di apparato.
Meccanismi di questo genere impediscono ai militanti di farsi una
propria opinione intorno alle posizioni dei dirigenti e quindi di
esprimere giudizi ponderati e tendono a selezionare i gruppi
dirigenti sulla base della fedeltà a qualche camarilla, anziché sul
senso di responsabilità verso l'insieme del partito. A tale
proposito, nella pratica di questi anni, nel Prc sono stati fatti
molti passi avanti, ma ancora ci portiamo dietro questo peccato
originale della storia dei partiti comunisti. Un funzionamento che
pure non corrisponde alle origini della rivoluzione bolscevica
quando il partito era molto democratico, consentiva non solo le
tendenze ma anche le frazioni. Perfino durante la guerra civile,
proprio perché il suo regime interno dava la possibilità a tutti di
essere partecipi fino in fondo delle decisioni poté reggere l'urto
dell'aggressione imperialista. Molti partiti a cui noi guardiamo
con interesse, come forze molto vicine a noi nella battaglia per
l'alternativa, dal PT brasiliano a IU in Spagna, alla Pds tedesca,
hanno un regime interno in cui esiste il diritto di tendenza e la
possibilità per i sostenitori di una posizione politica di
coordinarsi per poterla affermare nel partito.
L'internazionalismo
Nella
storia della lotta di classe, troppe volte abbiamo visto popoli del
terzo mondo ribellarsi al dominio imperialista e restare isolati di
fronte all'intervento degli Usa o di qualche altra potenza
occidentale; oppure abbiamo constatato come giovani rivoluzioni
vittoriose venissero piegate o indebolite dal blocco economico
determinato da un aiuto troppo scarso da parte del movimento
operaio; oppure, ancora, nei grandi paesi capitalistici abbiamo
dovuto assistere alla sconfitta di scioperi piegati perché la
borghesia ha potuto trovare altrove ciò che i lavoratori rifiutavano
nel paese, senza che il movimento sindacale trovasse la volontà e la
forza di unificare l'azione su scala internazionale. In un mondo
caratterizzato da una crescente interdipendenza delle economie,
degli equilibri ecologici, dei rapporti militari,
l'internazionalismo è una risposta al peso della realtà mondiale. La
borghesia, nell'epoca della mondializzazione, è ancora più di prima
cosciente di questi problemi e ha moltiplicato le consultazioni e le
istituzioni che le permettono di agire per stroncare movimenti e
lotte rivoluzionarie. Il movimento operaio nel suo insieme, e
quello comunista in particolare, sono nati come forze
internazionali: la Lega dei Comunisti per cui Marx scrisse il
Manifesto era una organizzazione internazionale, e grande è stato lo
sforzo del movimento dei lavoratori nel secolo scorso e nel
Novecento per darsi strumenti di lotta capaci di affrontare
l'avversario sul terreno complessivo su cui si articola la società
capitalistica. Oggi appare drammatica la distanza che esiste tra
le capacità operative delle forze capitalistiche e il loro grado di
coscienza dei problemi e i ritardi accumulati dalle forze di classe,
sia sul piano obiettivo che su quello soggettivo, nel coordinare le
lotte sociali in difesa delle condizioni di vita delle
masse. Queste considerazioni di fondo, ci fanno ritenere
l'internazionalismo una necessità fondamentale e un tratto
distintivo e peculiare della nostra corrente politica. Le disastrose
esperienze della Terza Internazionale nella sua versione staliniana,
le imposizioni che giungevano da Mosca (ma, poi, anche da Pechino)
ai diversi partiti "fratelli" e che non corrispondevano alle
necessità della lotta di classe, ma erano spesso direttamente
funzionali a meri interessi politici e diplomatici degli apparati
burocratici di Mosca (o di Pechino), gli interventi militari nei
paesi dell'Est in nome dell "internazionalismo", tutte queste
vicende hanno stravolto la concezione stessa di internazionalismo e
reso diffidenti intere generazioni di militanti rispetto all'idea
della costruzione di una nuova internazionale di massa. Per non
parlare, poi, delle socialdemocrazie che hanno accettato il quadro
degli stati nazionali e appoggiato guerre coloniali e mondiali
intraprese dalla propria classe dominante. Per lungo tempo, poi,
è prevalsa una concezione "campista" dell'internazionalismo alcune
tracce ne rimangono in settori del nostro partito cioè una
concezione di rapporto diplomatico con i partiti fratelli più o meno
grandi e di identificazione assai poco critica con l'una o l'altra
società burocratica. La battaglia per l'internazionalismo non è
quindi facile: si scontra con queste esperienze negative e con il
fatto che sincronizzazione e convergenza delle lotte non
costituiscono un processo naturale: le situazioni differiscono molto
da un paese all'altro, ogni movimento politico, sociale e
rivoluzionario ha la propria storia e il proprio percorso di lotte.
Ma proprio perché oggi il movimento operaio è ben lontano dall'avere
gli strumenti delle multinazionali e degli organismi capitalistici
mondiali, occorre moltiplicare gli sforzi per cercare di ri-durre
una distanza che rischia di essere fatale per la lotta degli
sfruttati. L'internazionalismo è in primo luogo la capacità di
mobilitarsi, di sostenere, di solidarizzare con le lotte, con le
mobilitazioni democratiche, antimperialiste, rivendicative che si
svolgono nel mondo. Si stanno moltiplicando anche gli incontri
internazionali e regionali su temi specifici: ambientalisti,
pacifisti, incontri di donne, convegni e iniziative contro il debito
del terzo mondo, iniziative contro le istituzioni economiche del
capitalismo e contro il progetto Ami. Tutto ciò è segno che è in
corso un processo di presa di coscienza del livello dello scontro.
Le iniziative in Europa delle marce per il lavoro e più in generale
quelle per rivendicare un'Europa sociale indicano una via che è
appunto quella da seguire. Noi pensiamo dunque
l'internazionalismo come un progetto cosciente e concreto per
moltiplicare le iniziative comuni e l'unità delle esperienze della
lotta di classe su scala internazionale, che si sforzi di collegare
movimenti sociali, settori di lavoratori (a partire da quelli di una
stessa multinazionale), di individuare rivendicazioni convergenti su
cui mobilitarsi, di creare le condizioni di una nuova unità di
classe al di sopra delle frontiere. L'agire globale del
capitalismo, la generalizzazione di politiche neoliberiste in tutti
i paesi del mondo con lo stesso segno economico e sociale
determinano reazioni e resistenze di massa che presentano
caratteristiche comuni. Più di ieri è possibile far capire che la
lotta dei lavoratori di un altro paese muove dalle stesse premesse
di quanto avviene nel nostro.
La Quarta
Internazionale
Occorre allora inserire una
dimensione più alta dell'internazionalismo, che vada oltre la pur
indispensabile solidarietà, e permetta di progettare insieme le
resistenze sociali, di costruire organizzazioni politiche e
sindacali, di formare quadri e militanti che sappiamo sempre meglio
rapportarsi a questa dimensione dello scontro di classe, superando
la semplice visione del proprio paese che inevitabilmente porta a
concezioni e strategie limitate e anguste se non a distorsioni
nazionaliste. Lo sforzo della Quarta Internazionale è sempre
stato quello di mettere in collegamento esperienze concrete di lotta
di classe, di assumerle da un punto di vista internazionalista, di
individuare i terreni del collegamento, di costruire una rete di
quadri capaci di combinare la presenza attiva nei movimenti del
proprio paese con l'azione internazionale. Quadri, cioè, capaci di
sentirsi parte di una battaglia più complessiva, di avviare una
sintesi delle diverse espressioni della lotta di classe. La Quarta
Internazionale, dunque, si propone come luogo di incontro di
esperienze, di analisi di momenti di lotta, come occasione per non
dimenticare le lezioni fondamentali della storia del movimento
operaio. Si tratta dunque di tentativi, se pure ancora parziali, di
costruire un superiore livello di collegamento delle mobilitazioni
sociali. Per noi, questo significa anche preparare il futuro,
gettare una prima pietra per la costruzione di una Internazionale di
organizzazioni, di partiti rivoluzionari con un reale radicamento di
massa. Vogliamo dare il nostro contributo perché il movimento
operaio internazionale possa dotarsi, in un futuro non troppo
lontano, di questo strumento.
Il nostro contributo al
pensiero marxista
Tutti i luoghi comuni
seminati dallo stalinismo ripetono "Trotskij è morto e sepolto" ,
"Un'internazionale è cosa del passato che non interessa nessuno"
oppure "I trotskisti sono sterili e non hanno mai concluso niente" .
Allora perché tanta tenacia nel combatterli? Come mai, finché c'è
stata l'Urss, a Mosca uscivano ogni anno opuscoli in tutte le lingue
per denunciare le colpe della sinistra comunista e "smascherare i
trotskisti" , se non contavano niente e le loro idee erano
"sorpassate" e "sconfitte" ? Forse proprio per la ragione opposta a
quella dichiarata. I rivoluzionari hanno sempre saputo che certi
sconfitti sono più vivi dei loro vincitori. Chi ha dimenticato
Spartaco? E chi ricorda invece il console Crasso, che lo vinse?
Guevara è infinitamente più vivo di Mario Monje, che lo tradì, dei
vari Arismendi o Corvalán o Giorgio Amendola che lo derisero, e che
tutti hanno dimenticato.
L'analisi della natura
dell'Unione sovietica
Il contributo più prezioso e
insostituibile di Trotskij è l'analisi delle contraddizioni
dell'Urss, del ruolo della burocrazia. Non "demonizzante", o
"speculare a Stalin" come dicono alcuni ignoranti in cattedra, ma
un'analisi ricca e dialettica. Anche quando Stalin gli aveva
assassinato i figli, i migliori amici e collaboratori, e lo stava
braccando in ogni parte del mondo, Trotskij non ha mai ceduto a una
visione criminalizzante; casomai ha analizzato la politica di Stalin
come suicida, perché non si rendeva conto che apriva le porte a
Hitler. Nonostante questo, anche dopo crimini come il patto
Ribbentrop-Molotov con la brutale spartizione della Polonia, le
annessioni del Baltico, la deportazione in Siberia e lo sterminio di
centinaia di migliaia di polacchi, i marxisti rivoluzionari
ribadirono sempre che il movimento comunista e la Quarta
Internazionale dovevano continuare a difendere l'Urss, perché era
oggettivamente antagonista a Hitler anche se Stalin brindava alla
sua salute e gli consegnava 2000 comunisti tedeschi. Questa capacità
di distinguere la natura di fondo di una rivoluzione dalle sue forme
apparenti, a volte inquietanti, ha permesso ai marxisti
rivoluzionari di essere tra i primi a riconoscere, e quindi a
difendere, una rivoluzione (quella cinese, quella cubana, quella
algerina) pur constatandone i limiti e le
debolezze.
La concezione della
burocrazia
Ma anche su altre questioni il
contributo della nostra corrente (di Trotskij in particolare) è
stato prezioso. Ha difeso il patrimonio essenziale del marxismo in
anni in cui la teoria era ridotta a semplice abbellimento a
posteriori delle scelte fatte per ragioni empiriche, e non sempre
confessabili. Per esempio, il "socialismo in un paese solo" era
assolutamente inconcepibile per Marx, Lenin o qualunque teorico
marxista; il concetto fu difeso da Stalin facendo confusione tra la
presa del potere (ovviamente possibile) e la costruzione del
socialismo. Per calunniare chi si opponeva si diceva che "non voleva
il socialismo" , mentre il problema era un altro: se era possibile
costruire il socialismo in un paese isolato, circondato da paesi
capitalisti, con una grande massa contadina arretrata e abituata
all'ubbidienza cieca (salvo esplodere a volte in rivolte disperate).
L'esperienza ha confermato che quel che si è costruito non era
socialismo, non foss'altro per le enormi sperequazioni sociali tra i
privilegi della burocrazia e le condizioni delle masse, private non
solo di molti beni essenziali, ma anche di un minimo di informazioni
sulle scelte, per non parlare della possibilità di intervenire su di
esse. Per questo l'Urss e il suo sistema sono crollati miseramente e
così facilmente (5).
Fascismo, Fronte unico
proletario e Fronti popolari
Nelle sue opere e
nella sua azione politica Trotskij ha difeso e sviluppato un'analisi
marxista quando il movimento comunista procedeva a sbalzi e zig-zag,
passando da un'idea all'altra con la massima disinvoltura. Negli
anni 1929-1934 l'Internazionale comunista abbandona le sue
precedenti analisi del fascismo, e lo considera uguale a qualsiasi
regime borghese (per cui tutti vengono definiti "fascisti", e
diventa perfino possibile allearsi con i nazisti contro i
socialdemocratici "socialfascisti" come avvenne in Germania nel
1932, pochi mesi prima della vittoria di Hitler). Trotskij viene
deriso come "allarmista" anche e soprattutto da Togliatti perché tra
il 1929 e il 1932 denuncia il pericolo fascista in
Germania. Subito dopo, la Terza Internazionale stalinizzata passa
all'eccesso opposto, e per fronteggiare Hitler invece del Fronte
unico proletario rifiutato fino a poco prima, si propone un Fronte
popolare in cui ci sono, in Francia e in Spagna, importanti
esponenti della borghesia. Il programma è quindi, di fatto, il loro,
con conseguenze tragiche sulla questione coloniale (le colonie non
si toccano e si affidano anzi a generali conservatori che si
riveleranno filofascisti). Il Fronte popolare non è
l'allargamento del Fronte unico di classe, ma la sua negazione. Per
fare un esempio esopico, è più o meno come se i topi minacciati da
un famelico gatto si coalizzassero con un altro gatto. Comunque i
risultati sono stati catastrofici sia in Spagna che in Francia, ma
nessuna riflessione è stata mai fatta. I Fronti popolari sono
evocati nell'immaginario collettivo del popolo comunista come un
mito eroico e basta. Si ripete "No pasaràn!" e non ci si domanda
come e perché i fascisti passarono. Negli anni dei Fronti
popolari, inoltre, i partiti comunisti non parlavano più
dell'imperialismo francese o di quello britannico, che Stalin voleva
avere come alleati dimostrando loro che solo lui era in grado di
fermare i processi rivoluzionari in Europa. C'era solo
l'imperialismo tedesco. Ma nel 1939, cambiate le alleanze, l'Urss, e
dietro di lei tutti i partiti comunisti, denunciarono l'aggressività
dell'imperialismo franco-britannico ed elogiarono le proposte di
pace di Hitler. Una vergogna indelebile. Anche per essersi opposti a
quella politica sciagurata, che ha portato i partiti comunisti a
praticare la collaborazione di classe non meno dei socialdemocratici
da cui si erano divisi vent'anni prima, i marxisti rivoluzionari
sono stati odiati e calunniati implacabilmente, con la forza di un
apparato mondiale di propaganda paragonabile solo a quello del
Vaticano.
La battaglia per
ricostruire un'internazionale
Trotskij ha scritto
in quegli anni che quel che aveva fatto in passato poteva essere
fatto da altri, e che il suo ruolo alla testa dello Stato sovietico
e dell'Armata Rossa non è stato il suo contributo fondamentale al
movimento operaio. Egli pensava al contrario che quel che di più
importante ha fatto nella sua vita è stata la difesa del marxismo
mentre veniva prostituito agli interessi contingenti di una
burocrazia ottusa e cinica. L'orientameno a costruire una nuova
internazionale, la Quarta, emerge soprattutto quando occorre
constatare, nel 1933, che la Terza Internazionale, ormai piegata ai
voleri di Stalin, rifiuta perfino di prendere atto della tragedia
rappresentata dalla vittoria di Hitler (si continua a dire che la
situazione è ottima e eccellente, e che la rivoluzione in Germania è
imminente). La proposta non è quella di un'internazionale dei
"trotskisti", ma quella di tutti quelli che vogliono ancora
combattere il capitalismo e si oppongono allo stalinismo. I primi
tentativi sono fatti con raggruppamenti comunisti e socialisti di
sinistra di varia provenienza. Se i tentativi non vanno in porto,
non è mai per ragioni ideologiche settarie, ma la rottura avviene
quando questi rinunciano a principi fondamentali, per esempio quando
il Poum spagnolo collabora con forze borghesi nel governo di Fronte
popolare in Catalogna (salvo essere ugualmente accusato di
"trotskismo", calunniato e perseguitato). Molti hanno deriso
questa difficile battaglia, magari ironizzando sul modesto numero di
coloro che, dopo cinque anni di tentativi, parteciparono al
congresso di fondazione della Quarta Internazionale (6). Erano pochi, ma avevano ragione
loro e non Stalin che aveva subordinato il movimento operaio agli
imperialisti francesi e britannici, che in quello stesso settembre
1938 stavano dando via libera a Hitler in Cecoslovacchia con gli
accordi di Monaco; loro e non Stalin, che poco tempo dopo si sarebbe
illuso di evitare la guerra accordandosi con Hitler per la
spartizione dell'Europa orientale. La Quarta Internazionale è
stata piccola fino al 1968, quando ha saputo conquistare settori
importanti della nuova radicalizzazione operaia e studentesca in
Europa, in America latina ecc. Ma il problema è un altro: la Quarta
Internazionale è ancor oggi più piccola dei partiti comunisti che
sono sopravvissuti al cataclisma, e dei grandi partiti
socialdemocratici. Come spiegare che il compito di costruire
un'organizzazione internazionale del proletariato, che era
preoccupazione fondamentale di Marx e Lenin in un periodo in cui la
"globalizzazione" o "mondializzazione" del capitale c'era ma non
come oggi, è stato abbandonato da tutti? L'internazionale socialista
è solo un club di cinici servitori del capitale nei rispettivi
paesi, o al massimo un tramite per la penetrazione dell'imperialismo
tedesco in Africa e in America latina. Stalin aveva ridotto la Terza
Internazionale a un volgare e rozzo strumento di trasmissione degli
interessi della burocrazia sovietica nel mondo, poi l'ha sciolta nel
1943 per tranquillizzare gli imperialisti statunitensi e britannici,
suoi nuovi alleati. Perché i partiti comunisti non hanno fatto nulla
per ricostituirla in questi decenni, mentre era evidente che gli
organi di centralizzazione politica, militare ed economica
dell'imperialismo si rafforzavano in un mondo sempre più
unificato? La Quarta Internazionale non pretende di essere quel
che sarebbe necessario nel mondo di oggi, ma è l'unico nucleo che ha
mantenuto vivo non solo il pensiero marxista classico, ma anche un
funzionamento internazionale che impedisce o riduce il pericolo
degli adattamenti alle pressioni locali.
Scheda: Un patrimonio di
esperienza rivoluzionaria
Gli scritti di Trotskij
continuano a essere attualissimi, ma in Italia sono oggetto di un
sostanziale boicottaggio da parte delle case editrici. Le edizioni
esistenti sono ormai introvabili. Nel più famoso di questi, La
rivoluzione tradita , che è del 1936, dopo aver esaltato le
conquiste fatte dall'Urss nonostante la direzione burocratica,
concludeva con la previsione che in caso di crollo del paese una
parte della burocrazia si sarebbe messa a disposizione del nemico
imperialista. Accadde già nel 1941-1945, quando Hitler trovò non
pochi collaborazionisti anche tra gli alti ufficiali, ma soprattutto
dopo il 1989-1991, quando quasi tutti i burocrati "comunisti" sono
diventati "democratici" filocapitalisti e complici
dell'imperialismo. In tutti gli scritti di Leone Trotskij, per
esempio quelli che riflettono la sua attività di dirigente
dell'Internazionale Comunista tra il 1919 e il 1925, si nota una
grande ricchezza analitica: fu il primo a cogliere il nuovo ruolo
degli Usa sulla scena mondiale e a intuire che il capitalismo negli
anni venti si stava riorganizzando. La sua analisi del fascismo
rimane insuperata, ma fu dimenticata negli anni in cui i partiti
comunisti stalinizzati consideravano i socialisti "nemico
principale" e non esitavano ad allearsi con Hitler (cfr. in L.
Rapone Trotskij e il fascismo , Laterza 1978). Il
corpus delle opere di Trotskij è facilmente reperibile in francese
(Maspero, Edi, Ed. de Minuit, La breche), in inglese (Pathfinder
press) e in spagnolo. Delle opere in italiano esiste una
bibliografia che comprende solo gli scritti pubblicati in volume o
in opuscolo (con l'esclusione degli scritti su periodici) curata da
Pardo Fornaciari: "Gli scritti di Trotskij in Italia (1918-1978)" in
Critica comunista , n. 4/5, settembre-dicembre 1979,
numero monografico su Trotskij (ancora disponibile in un numero
limitato di copie presso la nostra redazione). I titoli più
importanti sono accompagnati da una breve scheda; delle raccolte
sono riportati i sommari. A proposito delle edizioni trotskiane in
Italia Pardo Fornaciari ha pubblicato anche "Note sulla 'fortuna
editoriale' di Trotskij in Italia" nel fascicolo speciale della
rivista fiorentina Il ponte (n. 11-12, 1980) curato da
David Bidussa e Attilio Chitarin e interamente dedicato a "Trotskij
nel movimento operaio del XX secolo" che conprende fra gli altri
scritti di N. Geras, M. Löwy, H. Weber, E. Mandel, M. Dreyfus, A.
Chitarin, D. Bidussa, P. Naville. Tra gli scritti accessibili al
lettore italiano segnaliamo: Storia della rivoluzione
russa , Newton Compton 1995; La rivoluzione
permanente , Oscar Mondadori 1979 La rivoluzione
tradita , Oscar Mondadori 1990; Il programma di
transizione , Nuove Edizioni
Internazionali1995; Scritti sull'Italia , Erre Emme
1990; La loro morale e la nostra, Nuove Edizioni
Internazionali 1995; Opere scelte in 10 volumi,
Prospettiva edizioni, dicui sono usciti i primi volumi. Con una
buona dose di fortuna potrebbero essere reperiti in qualche libreria
testi fondamentali che vale davvero la pena di cercare. Per
esempio: La mia vita , Oscar Mondadori
1976; Letteratura e Rivoluzione , Einaudi
1973; Problemi della rivoluzione cinese e altri
scritti , Einaudi 1970 1905, La Nuova Italia
1971 Diario d'esilio , Il saggiatore, e con molta
fortuna o a casa di qualche vecchio compagno (in ogni caso siamo
disposti a fornirne fotocopia) La Terza internazionale dopo
Lenin , Samonà e Savelli In difesa del
marxismo , Samonà e Savelli 1968. Una piccola, ma utile
raccolta è in Per conoscere Trotskij , Oscar Mondadori
1971.
L'apporto di Ernest Mandel
alla critica dell'economia
Ernest Mandel ha
rappresentato forse una delle ultime figure della grande tradizione
culturale del movimento operaio moderno (7) . La sua formazione culturale,
punto di incontro di espressioni molteplici e cosmopolite di un
movimento sociale vivo e creativo, permette di comprendere il ruolo
da lui svolto nella storia dei marxismi contemporanei. Mentre il
mondo culturale ancora ignorava i Grundisse ,
Rosdolskj, Parvus, Korsch e Kondratiev il pensiero di Mandel se ne
arricchiva, come dimostra il suo libro La Formazione del
pensiero economico di Karl Marx (1967, in italiano Laterza
1969). Nel secondo dopoguerra il suo pensiero è attirato da due
problemi di fondo. Perché, contrariamente ai pronostici ottimisti
dell'Opposizione di sinistra e malgrado lo sviluppo della
rivoluzione cinese e jugoslava, la fine della guerra non ha prodotto
un movimento operaio di massa, ma rafforzato il controllo delle
burocrazie riformiste e staliniane sulle organizzazioni del
movimento operaio? E come spiegare la ritrovata dinamica del
"neocapitalismo" negli anni del boom? Le sue risposte (cfr. in
particolare La longue marche de la Révolution, 1976)
non sono mai semplificatrici e monocausali: i fattori politici vi
svolgono un ruolo chiave ma non dispensano dallo studio rigoroso
delle tendenze economiche di fondo. Una parte essenziale
dell'opera di questo studioso è consacrata all'analisi dei
meccanismi e delle contraddizioni del capitalismo contemporaneo: dal
Trattato marxista d'economia (1962, in italiano Samonà
e Savelli, 1965, Erre Emme, 1997), La crisi (1977, in
italiano La salamandra 1979), Neocapitalismo e crisi del
dollaro (Laterza 1973) Le onde lunghe dello sviluppo
capitalista (1980, inedito in italiano), fino al classico
La terza età del capitalismo (Der
Spätkapitalismus , 1975, inedito in italiano ma di cui è
disponibile in fotocopia la bozza della traduzione). Il secondo
risvolto, complementare, di questa ricerca riguarda la burocrazia e
i suoi enigmi: si vedano allora La burocrazia (1971, in
italiano Nuove edizioni internazionali, 1981), Dove va l'Urss
di Gorbaciov (1989), Power and Money
(1991). In un periodo in cui il pensiero economico ufficiale,
illuso dagli anni di crescita, credeva a una eterna espansione,
Mandel ha mantenuto l'ipotesi dei cicli economici e delle onde
lunghe, pur rendendosi conto dei problemi che quest'ultima teoria
non risolveva. Se la caduta tendenziale del tasso di profitto,
scandita sui mutamenti tecnologici e sulle trasformazioni
dell'organizzazione del lavoro, permetteva di rendere conto della
periodicità approssimativa delle onde lunghe e della fase di inizio
della recessione, nessuna "legge" economica spiegava la ripresa
verso una nuova onda lunga espansiva. Per questo occorreva far
intervenire fattori politici "esogeni" rispetto alla sfera economica
e in larga parte aleatori. Ma se le condizioni che devono spiegare
tali svolte restano incerte, come comprendere la regolarità relativa
dei ritmi economici manifestatasi nella durata (certo limitata) di
due secoli? Mandel cercava una risposta nell'articolazione tra ritmi
economici e ritmi specifici delle lotte e dei movimenti
sociali. Pur senza creare una scuola, Ernest Mandel ha saputo
trasmettere l'eredità di un marxismo vivente e ispirare il
rinnovamento della critica dell'economia politica, reso evidente dai
lavori, tra gli altri , di Winifred Wolf in Germania, di
Charles-André Udry in Svizzera, di Michel Husson in Francia, di
Francisco Louça in Portogallo, di Jesùs Albarracin e Pedro Montes in
Spagna, di Stravros Tombazos a Cipro e di molti altri in Brasile, in
Messico, nei paesi anglosassoni. Nel suo pregevole saggio
Il dibattito nel marxismo occidentale (1976, in
italiano Laterza, 1977), Perry Anderson scrive: "A differenza di
quasi tutti i teorici della sua generazione, Trotskij non aveva
scritto alcuna opera economica di rilievo; Rosdolskj, che non era un
economista di professione, si assunse questo compito, ritenendolo
[...] un dovere nei confronti delle generazioni future. Le sue
speranze non erano vane: quattro anni dopo [la sua morte], Ernest
Mandel [...] pubblicò in Germania un vasto studio sul tardo
capitalismo, dedicato appunto a Rosdolskj. Era la prima analisi
teorica dello sviluppo complessivo del modo di produzione
capitalistico dal dopoguerra in poi a basarsi sulle categorie dei
classici del marxismo" . Lo stesso saggio suggerisce anche una
ragione dell'accoglienza ostruzionistica in particolare da parte dei
partiti comunisti ufficiali, delle case editrici e degli economisti
a questi legati che il pensiero di Trotskij e quello di Mandel
ebbero in Francia [e ancor più in Italia]: "Per molti aspetti la
tradizione originata da Trotskij si trova agli antipodi del marxismo
occidental. [Trotskij] si dedicò soprattutto alla politica e
all'economia, non alla filosofia [...]. Questa tradizione politica e
teorica costituisce oggi uno degli elementi decisivi per una
rinascita del marxismo rivoluzionario su scala mondiale"
. Mandel, nella grande tradizione di Marx, di Lenin, di Rosa, di
Trotskij non ha mai separato la ricerca teorica dall'impegno
pratico, materiale, organizzativo, in un'epoca in cui lo scarto tra
i due ambiti tendeva alla rottura. Fino alla fine della sua vita e
non è l'ultimo dei suoi meriti ha sempre consacrato larga parte
della sua energia, peraltro considerevole, alle questioni pratiche,
materiali, organizzative della lotta quotidiana per la costruzione
della Quarta Internazionale. Non per nulla Mandel lascia anche
un'immensa massa di articoli, sparsa su riviste militanti di tutto
il mondo sulla pianificazione e sull'autogestione, sul movimento
operaio europeo e sulla costruzione dell'unificazione europea, sugli
avvenimenti rivoluzionari del secolo, sulle formazioni sociali
latino americane e sulla rivoluzione culturale cinese, oltre a una
produzione pedagogica di qualità di cui esempi significativi sono la
Introduzione al marxismo (Datanews, 1998),
Introduzione alla teoria economica marxista (Erre Emme,
1996), Il posto del marxismo nella storia
(IIRF).
Scheda: Il tardo
capitalismo (Der Spätkapitalismus)
Quest'opera, la
maggiore di Ernest Mandel (in francese La troisième age du
capitalisme ) rappresenta il primo tentativo di combinare la
teoria generale delle "leggi di sviluppo" del modo di produzione
capitalista, scoperte da Marx, con la storia concreta del
capitalismo del XX secolo. L'opera prende l'avvio dall'esame dei
dibattiti intorno ai metodi per lo studio delle economie
capitalistiche e mostra perché gli approcci classici di Rosa
Luxemburg, di Bukarin, di Bauer e di Grossman non siano riusciti nel
tentativo di completare la teoria di Marx. Der
Spätkapitalismus delinea la struttura del mercato mondiale e
le varie forme del profitto (il plusvalore) che hanno caratterizzato
le diverse fasi storiche. Su questa base il libro giunge alla
presentazione di uno schema audace di "onde lunghe" d'espansione e
di recessione nella storia del capitalismo, dalle guerre
napoleoniche a oggi, criticando e affinando la celebre utilizzazione
della nozione di "onde lunghe" fatta da Kondratiev. In seguito,
il libro valuta le principali caratteristiche economiche del tardo
capitalismo quale è emerso nel periodo contemporaneo. L'ultima delle
onde lunghe di espansione, afferma, si apre con la vittoria del
fascismo sul continente europeo e con il sorgere delle economie di
guerra negli Stati uniti e in Gran Bretagna per poi proseguire negli
anni del boom economico (1947-1972). Mandel, infine, interroga in
profondità le ragioni per le quali la dinamica della fase ascendente
si bloccò e raggiunse il proprio limite attorno agli anni settanta.
Analizza inoltre perché poi si sia avviata una onda lunga di
stagnazione economica e di intensificazione della lotta di
classe. Il tardocapitalismo costituisce una pietra
miliare nella critica economica marxista. Destinato in particolare a
spiegare la recessione internazionale, resta ancora oggi una guida
ineguagliata per la esauriente comprensione della natura delle crisi
economiche mondiali. In questa opera fondamentale, concepita come
una restaurazione della critica dell'economia politica, il lavoro
teorico di Ernest Mandel si presenta come una ricerca vigorosa,
ricca di acutezza e di profondità e rappresenta un potente strumento
intellettuale che permette non solo di analizzare i tentativi
neo-liberisti attuali, ma anche di lottare contro di essi, proprio
quando questi sembrano riuscire a pervadere il
pianeta. L'interpretazione dinamica del capitalismo contemporaneo
si fonda sia sui solidi fondamenti teorici forniti dalle tesi
classiche di Karl Marx che sviluppa in modo originale, sia sui nuovi
dati oggettivi e soggettivi (storici, sociali, politici ) di ogni
nuova epoca.
E infine, un po' di
storia
Ma che vuol dire "trotskista"? Se lo
chiedeva anche Guevara, sentendo che i burocrati sovietici (e quelli
cubani filosovietici) gli davano del "trotskista" per i suoi ultimi
discorsi in cui criticava lo scarso impegno dei "paesi socialisti"
in difesa del Vietnam, e la sostanziale complicità con
l'imperialismo nello scambio ineguale tra macchinari sovrapagati e
materie prime sottopagate (8). A quanto pare è una vecchia
abitudine liquidare in questo modo chi dice cose scomode. Vedremo
perché e quando è cominciato, ma intanto sappiamo che almeno uno di
quelli accusati di questa misteriosa "colpa", Guevara, è uno dei
rivoluzionari al di sopra di ogni sospetto. Giustamente il compagno
Fausto Bertinotti ha replicato che se qualcuno agita lo spauracchio
del trotskismo, vuol dire che c'è ancora lo stalinismo (9).
Trotskij non era
"trotskista"
Il termine "trotskismo" non è mai
stato usato da Leone Trotskij, né più né meno come vivo Lenin
nessuno (tranne i suoi nemici) parlava di "leninismo": il termine
marxismo-leninismo è stato coniato dopo la sua morte da Stalin, che
ha trasformato il pensiero vivo e quindi a volte contraddittorio dei
due grandi rivoluzionari in un sistema dogmatico rigido, che aveva
bisogno poi di un sommo sacerdote per proporre l'interpretazione
"corretta". Anche Marx disse che non era marxista. Il termine
tuttavia fu usato da Lenin in polemica con Trotskij negli anni tra
il 1903 e il 1917, quando questi fu, come e insieme a Rosa
Luxemburg, un critico severo della concezione del partito proposta
da Lenin. A sua volta Lenin era stato durissimo, come era
consuetudine nelle polemiche interne al movimento operaio, con l'uno
e con l'altra, e in particolare con il "trotskismo". I falsari
staliniani hanno usato quelle polemiche, staccandole dal contesto e
assolutizzandole. Trotskij e Rosa Luxemburg polemizzavano allora
contro il pericolo di una eccessiva centralizzazione del partito,
anzi contro una possibile sostituzione del partito alle masse e del
Comitato centrale al partito, ma in forma diversa hanno ammesso
entrambi di essersi sbagliati. Rosa non ha potuto farlo in un lavoro
organico, perché non ha fatto in tempo, ma ha reso onore dal carcere
alla lungimiranza di Lenin e del partito bolscevico in un suo
scritto, per altri aspetti critico sulla Rivoluzione russa. Trotskij
lo ha detto più ampiamente, e fin dalla primavera del 1917 si
ricongiunse ai bolscevichi diventando "il migliore dei bolscevichi",
e difendendo fino all'ultimo giorno della sua vita la concezione del
partito di Lenin. La maggior parte della nuova sinistra ha presto
buttato alle ortiche Lenin, non solo sul partito, e riprende
(forzandole) le critiche di Rosa. Su Trotskij silenzio. Eppure
diceva le stesse cose.
Il ruolo di
Stalin
Stalin era il vero regista della campagna
contro il "bonapartismo" di Trotskij. Tuttavia, essendo praticamente
sconosciuto e tutt'altro che brillante (non parlava neppure bene il
russo), fu sottovalutato un po' da tutti, dato che appariva solo il
"braccio" di altri dirigenti, come Kamenev, Zinoviev prima e poi
Bucharin, che egli invece utilizzò e poi liquidò brutalmente. Il suo
potere cominciò a crescere nell'ombra solo nel 1922, l'ultimo anno
in cui Lenin poté occuparsi del partito (10). E la carica di cui si impossessò
e che fu la leva per il potere era originariamente tecnica:
"segretario" era chi curava i rapporti del gruppo dirigente con la
periferia (11). Sia chiaro:
questa carica, passata poi in tutti i partiti comunisti negli anni
successivi, non era mai stata di Lenin! Da quella posizione
tuttavia, approfittando delle difficoltà organizzative del periodo
successivo alla guerra civile, Stalin cominciò a designare i suoi
uomini in periferia. Lenin denunciò il pericolo nel suo Testamento
politico (12), ma non fu
ascoltato. Nel giro di pochi anni tutte le cariche cessano di essere
elettive, i dirigenti periferici sono nominati dall'alto e quindi
rispondono non alla base ma a chi li ha designati. la base del
potere personale di Stalin. L'apparato a disposizione del segretario
si gonfia fino a raggiungere decine di migliaia e poi centinaia di
migliaia di funzionari fedeli al capo. Poi il meccanismo comincia a
estendersi ai partiti comunisti di altri paesi. Per cominciare a
creare il culto di Stalin "infallibile" come un papa, bisognerà
arrivare al 1929. A quel punto erano state liquidate successivamente
l'Opposizione di sinistra (a Trotskij si erano uniti la vedova di
Lenin e anche Zinoviev e Kamenev) e quella di "destra" di Bucharin,
Rykov, capo del governo, e Tomskij, leader dei sindacati. Ma ancora
nel 1934, nel congresso detto "dei vincitori" perché erano già state
soppresse tutte le opposizioni interne, ci furono critiche e voti
contrari alla candidatura di Stalin. L'assassinio del suo principale
collaboratore e ora divenuto moderatamente critico, Kirov, fu
attribuito falsamente all'opposizione e avviò lo sterminio di massa,
in cui morirono tra l'altro il 70% dei delegati al congresso del
1934 e degli stessi membri del CC eletto in quell'occasione, tutti
staliniani.
Trotskij al confino e in
esilio
Appena iniziata la campagna contro di lui,
Trotskij aveva rinunciato a ogni carica, pensando di combattere una
battaglia politica nel partito, ma il controllo burocratico fu tale
che i congressi furono prima truccati, poi trasformati in
plebiscito. Nell'ultimo periodo di vita Lenin aveva insistito perché
Trotskij assumesse anche la carica di capo del governo, ma egli
aveva rifiutato preoccupato che i nemici esterni e interni usassero
(come usarono) la sua origine ebraica per bassi attacchi. Espulso
nel 1927 per aver tentato di riprodurre al ciclostile un documento
che a norma di statuto avrebbe dovuto essere stampato sull'organo
del partito, e per aver portato nelle celebrazioni del decennale del
7 novembre uno striscione contro la burocrazia e per la democrazia
sovietica, fu poi deportato nel lontano e isolato Kazachstan, e
successivamente imbarcato a forza in una nave diretta in Turchia,
dove fu confinato su un'isoletta. Braccato in tutto il mondo,
cacciato da ogni paese come rivoluzionario e intanto calunniato come
"fascista" e complice dell'imperialismo, Trotskij trovò alla fine un
solo paese disposto ad accoglierlo, il Messico rivoluzionario di
Lazaro Cardenas, che stava rilanciando la riforma agraria e
nazionalizzava il petrolio, ma dopo vari tentativi vi fu assassinato
da un sicario di Stalin (13). A distanza di tanti anni, le
calunnie contro di lui sono state riproposte ogni anno, magari
ritoccandole, chiamandolo agente del nazismo quando l'Urss si
alleava con l'imperialismo franco-britannico, poi agente britannico
nel biennio di idillio staliniano con Hitler. Gli ideologi
stalinisti che oggi svolgono il loro sporco lavoro per Eltsin, non
dicono più che era un servo dell'imperialismo, ma che era un
estremista pericoloso, un avventuriero irresponsabile che voleva
promuovere rivoluzioni dappertutto. La sua sconfitta fu il riflesso
della distruzione, nella guerra civile e nei convulsi processi
successivi, di quella classe operaia russa che era stata
protagonista delle rivoluzioni del 1905 e di quella del '17. Il
punto debole della proposta di Trotskij è che faceva appello alla
democrazia operaia e alla coscienza di classe di una classe operaia
che non c'era più o non era più la stessa.
Che cos'è davvero il
centralismo democratico?
Su Stalin, tranne pochi
"nostalgici", potrebbero essere oggi d'accordo quasi tutti nel
nostro partito. Più difficile fare i conti con quello che l'epoca
staliniana ha lasciato nell'eredità degli stessi partiti comunisti
più "antistaliniani". Prima di tutto nella concezione del partito, o
"forma-partito" come è di moda dire. Per esempio ogni volta che si
nomina il "centralismo democratico", tutti inorridiscono. Eppure
sarebbe bello se nel Prc vigessero le norme in vigore nel partito
bolscevico. Non solo prima del 1917, ma anche durante tutti gli anni
terribili della guerra civile, quando il potere sovietico era appeso
a un filo, nel partito bolscevico c'era non solo il diritto di
tendenza ma perfino quello di frazione. Vuol dire che nei congressi
si potevano presentare documenti diversi con pari diritto, ed era
possibile il raggruppamento pubblico tra un congresso e l'altro dei
sostenitori di una posizione rimasta in minoranza (che solo così
poteva accettare la disciplina, dato che poteva al tempo stesso
lavorare per diventare maggioranza al congresso successivo), e i
congressi erano ravvicinati (tra il '17 e il '23, uno
all'anno). Pari diritti voleva dire anche che se il relatore di
maggioranza parlava due ore, anche chi presentava l'altra posizione
doveva avere uguale tempo. Nella concezione di Lenin, inoltre,
l'organo sovrano era il congresso, e tra un congresso e l'altro il
comitato centrale. L'Ufficio politico doveva solo applicare la linea
tra una riunione e l'altra del CC, non sostituirsi a esso, e ancor
meno potere decisionale aveva la segreteria, che era un organo
tecnico di esecuzione delle decisioni. Nei partiti comunisti
stalinizzati, invece, si considerava sovrana la
segreteria.
Perché i partiti comunisti
hanno seguito Stalin
Ma come è stato possibile che
tutti i partiti comunisti abbiano accettato una direzione
autoritaria e a volte insensata che decideva tutto da Mosca? Prima
di tutto dobbiamo ricordare come è nata l'Internazionale comunista:
sull'onda della delusione e lo sdegno per il tradimento
dell'Internazionale socialista, e dei principali partiti operai,
nascono piccoli gruppi che combattono la guerra e hanno come punto
di riferimento l'atteggiamento coerente del partito bolscevico. Ma
sono in genere giovani e inesperti, e fanno molti errori, anche
quando nel '19 nasce finalmente la nuova internazionale. La Terza
internazionale nasce molto aperta e non dogmatica: Lenin dice che
bisogna costruirla con tutti quelli che combattono il capitalismo e
si oppongono al riformismo e alla collaborazione di classe, anche se
hanno idee diverse dai bolscevichi. "La stiamo costruendo, dice nel
'20, anche con tendenze semianarchiche e persino
anarchiche". Molti partiti, a partire da quello italiano e quello
tedesco, fanno errori di estremismo e settarismo. Vengono criticati
da Lenin e Trotskij, ma senza la minima misura amministrativa o
imposizione di cambi nel gruppo dirigente. Anche Gramsci condivise
in quei primi anni il settarismo di Bordiga, Terracini e altri nei
confronti del partito socialista, e stentava a capire perché dopo
essersi separati da questo dovessero riproporre azioni comuni (il
"fronte unico" contro il fascismo, appunto). Quando la verifica
delle conseguenze degli errori fatti spinse la maggior parte dei
partiti comunisti ad accettare con tre o quattro anni di ritardo le
critiche dell'Internazionale, questa era mutata profondamente, e
pretendeva ben altro, anche se si dovrà arrivare al 1928 perché si
arrivi a sostituire una direzione eletta, come avvenne in Germania,
dove fu imposto nuovamente al partito Ernst Thaelmann, che era stato
destituito. Intanto, anche per gli errori del movimento comunista
(e i crimini socialisti), il fascismo aveva trionfato in Italia e
veniva imitato da molti regimi autoritari dai Balcani alla Polonia.
I partiti comunisti, fuori legge quasi ovunque, avevano bisogno sia
di aiuti materiali sia di certezze gratificanti e si adattarono
dunque alle pressioni dei nuovi dirigenti della Terza
Internazionale. Lo fece inizialmente anche Gramsci, ma quando si
accorse di cosa stava accadendo in Urss scrisse già nel 1926 (quando
si era ancora lontani dalle espulsioni, dalle deportazioni, dagli
assassinii degli oppositori) una lettera di severa critica al CC del
Pc russo, che fu intercettata e bloccata da Togliatti che
rappresentava il partito a Mosca. L'episodio è stato sempre
minimizzato da quelli che partono dalla radicata convinzione che
tutto quel che è accaduto doveva accadere, e che ogni tentativo di
opporvisi era ovviamente vano, come deducono dal fatto che è
fallito. Gramsci la pensava diversamente. Nella sua risposta
personale a Togliatti, che aveva sostenuto che i partiti comunisti
dovevano limitarsi a "studiare le questioni russe" e a farle
conoscere, senza interferire, Gramsci aveva dato un giudizio
severissimo sull'episodio: "Questo tuo modo di ragionare [...] mi ha
fatto un impressione penosissima" , scrive; "tutto il tuo
ragionamento è viziato di burocratismo" . La frase più dura, che
lasciava intravedere una rottura di rapporti umani e politici,
investe alla radice la mentalità di Togliatti: "Saremmo dei
rivoluzionari ben pietosi e irresponsabili se lasciassimo
passivamente compiersi i fatti compiuti, giustificandone a priori la
necessità" . Così la pensava Gramsci, che rimase anche per questo
isolato in carcere. Non si cercò di ottenere la sua liberazione con
uno scambio di prigionieri tra l'Urss e il Vaticano, che era
possibile; per anni non si parlò di lui, fino a quando la campagna
per la sua liberazione ricominciò alla vigilia della sua morte e
quando non avrebbe in nessun caso potuto riprendere l'attività
politica. Dopo la morte Gramsci divenne per Togliatti quel che Lenin
era per Stalin (tra l'altro gli mise in bocca frasi mai pronunciate
come "Trotskij è la puttana del fascismo" ). Lo stesso avvenne in
quasi tutti i partiti comunisti nel corso degli anni trenta: vennero
allontanati quelli che avevano avuto un ruolo nei primi anni, tutti
accusati di "trotskismo". Alcuni raggiunsero effettivamente il
movimento per la Quarta Internazionale, da Pandelis Pouliopoulos
segretario del PC greco a Chen Du-tsiu, primo segretario del Pc
cinese.
L'opposizione di sinistra
nel PCd'Italia
Anche tre dei sei membri
dell'Ufficio politico del PCd'I (il settimo era Gramsci, in carcere)
furono espulsi dagli altri tre, che per avere la maggioranza diedero
voto effettivo al rappresentante dei giovani, Pietro Secchia, che in
base allo Statuto lo aveva solo consultivo. I tre espulsi erano
Pietro Tresso, Alfonso Leonetti, Paolo Ravazzoli, di cui quasi
nessuno, nel Pci del dopoguerra, ha saputo mai nulla, e tanto meno
che la loro posizione nel 1929-1930 coincideva senza che allora lo
sapessero con quella di Gramsci in carcere. Ancor meno si sa che i
tre, quando capirono che le loro critiche alla folle politica
estremista del Comintern coincidevano con quelle di Trotskij, si
avvicinarono a lui e al movimento per la Quarta Internazionale. Meno
ancora si sa che Pietro Tresso, catturato dai nazisti mentre era
partigiano in Francia, fu "liberato" da un commando del Pcf che
assaltò la prigione, e che subito dopo uccise lui e altri
trotskisti. La vicenda dell'espulsione dei "Tre" è stata ricostruita
egregiamente da Paolo Spriano, militante e dirigente del Pci, ma
prima di tutto storico di grande onestà.
Scheda: Trotskij e la
Rivoluzione d'Ottobre
La "colpa" principale che
non è stata perdonata a Trotskij da tutti gli apologeti e dai
tardivi "nostalgici" del regime staliniano è stata la lucidissima
critica che ne fece dall'interno. E non certo perché fosse un
"emarginato". Negli anni tra il 1917 e il 1923 nessuno in Russia e
nel mondo dubitava che dopo Lenin la figura più prestigiosa della
rivoluzione fosse Trotskij. Era stato già presidente del Soviet di
Pietroburgo nel 1905, e fu di nuovo la figura pubblica più eminente
nei mesi febbrili che precedettero l'Ottobre. Oratore eccezionale
che infiammava le folle, fu anche paziente organizzatore
dell'insurrezione (la tanto vituperata "presa del palazzo d'Inverno"
che oggi nel linguaggio della sinistra, compresa la "nuova", è
diventata sinonimo di qualcosa da evitare accuratamente).
Commissario del popolo agli Esteri, poi organizzatore dell'Armata
Rossa, con cui visse gli anni più duri della guerra civile in prima
linea, sul leggendario treno blindato, era adorato dai giovani
ufficiali proletari forgiatisi nella lotta. Forse anche per
questo, già nell'anno della lunga agonia di Lenin, cominciò una
campagna di denigrazione contro Trotskij, accusato di volere il
potere personale, di essere un "bonapartista", e soprattutto di non
essere stato un "bolscevico doc" tra il 1903 e il 1917 e per le sue
critiche ai pericoli di involuzione autoritaria del partito.
L'accusa era del tutto priva di fondamento. Egli rinunciò sdegnato a
tutte le cariche, e a chi gli domandava anni dopo perché non avesse
usato l'Armata Rossa per fermare Stalin e la burocratizzazione,
rispose che se lo avesse fatto avrebbe accelerato e non fermato
l'involuzione. Il ricorso all'esercito, anche se è il più
democratico del mondo come l'Armata Rossa di allora, non può mai
garantire la democrazia. La ragione di tanta ostilità (a parte
l'invidia dei mediocri e impopolari nei confronti di un leader tanto
amato) era dovuta al fatto che già nel 1923 Trotskij aveva colto,
insieme a molte decine di dirigenti prestigiosi del partito e dello
Stato sovietico, i pericoli di involuzione che si delineavano non
solo per l'immensa burocratizzazione ma per le tendenze
filocapitalistiche che comparivano come sottoprodotto della
NEP. Su questi aspetti, che è ovviamente impossibile sviluppare
in questa occasione, oltre al libro fondamentale di Edward Carr
sull'Urss (Storia della rivoluzione sovietica ,
Einaudi, Torino 1964-1984, purtroppo in ben nove grossi tomi), e
alla sintesi stesa dallo stesso Carr, La rivoluzione russa. Da
Lenin a Stalin (1917-1929), Einaudi, Torino 1980, rinviamo al
libro di Antonio Moscato, Intellettuali e potere in Urss
(1917-1991), Milella, Lecce 1995.
Bandiera
rossa
Ma tutto quanto qui raccolto non basta certo
a conoscere i compagni e le compagne di Rifondazione che fanno
riferimento alla tradizione della Quarta Internazionale, e ancor
meno a seguire l'attività del movimento mondiale al quale si
richiamano. Il solo modo, forse, per avere sufficienti informazioni,
conoscere le loro proposte e i temi dei dibattiti in cui sono
impegnati è seguire la loro rivista, Bandiera rossa. Inutile qui
fare la storia di un giornale che da cinquant'anni costituisce una
delle voci più coerenti della sinistra comunista e che è stato uno
degli strumenti che hanno partecipato attivamente e in modo convinto
alla costruzione di Rifondazione comunista. Nelle sue rubriche
(primo piano, politica e società, dossier, speciali, interventi, nel
mondo, ecc.) mensilmente essa affronta i principali argomenti della
discussione politica nazionale e internazionale. Basti un accenno ai
dossier di quest'anno "Giovani comunisti in marcia" (n. 76),
"Risposta al Libro nero del comunismo" (n. 77), "Ami-Mai, nuovo
strumento del gendarme mondiale" (n. 78), "Successe un '68", in
Italia (n. 79) e nel mondo (n. 80), "Ricostruire l'alternativa" (n.
82 e 83), "Lotte studentesche in Europa" (n.84) ai quali si
affiancano sovente dei servizi "speciali" come quello sulle 35 ore
(del n. 76), sulla Fiat (del n. 78), sul femminismo (del n. 83) su
"Capitalismo e povertà mondiale" (del n. 84) e
altri.
Le iniziative di
dibattito
Importa piuttosto segnalare come intorno
alla rivista si esprimano altre iniziative: convegni a livello
cittadino o nazionale sui temi più importanti del momento,
iniziative di dibattito, incontri di approfondimento su temi
politici, economici, di strategia sociale. Nell'ultimo periodo, per
esempio, la rivista ha promosso, a maggio a Milano, un convegno in
occasione dell'attuazione dell'Europa di Maastricht che ha
costituito forse l'unica voce esplicita di opposizione nel clima di
demoralizzata accettazione della sconfitta che quell'attuazione
costituiva per il movimento operaio europeo. La rivista, per fare un
altro esempio, ha animato quest'anno in decine di località, la
presentazione del recente libro di Livio Maitan Tempeste
sull'economia mondiale, utile occasione per discutere dello stato
attuale dell'economia e delle strategie che il movimento operaio
deve assumere in questa fase. Analoghe iniziative sono strate
assunte in altre città.
I
libri
Periodicamente, inoltre, la rivista pubblica
alcuni libri che si prefiggono di approfondire e integrare i temi
trattati: quest'anno, in occasione del settantesimo della
Rivoluzione d'ottobre ha pubblicato Lenin, il partito e la
rivoluzione con contributi di Livio Maitan, Daniel Bensaïd,
François Vercammen e Antonio Moscato e Sessant'anni di
dibattiti e di lotte della Quarta Internazionale , curato da
Livio Maitan.
Gli incontri di
settembre
Più significativa e importante, infine,
è la scadenza che viene riproposta ogni anno: un seminario
residenziale di quattro giorni, rivolto a tutti i lettori e tutte le
lettrici, tenuto quest'anno a Santa Severa, che ha visto la
partecipazione di oltre centocinquanta compagni e compagne per
discutere alcuni temi riassunti nel titolo generale di "Ricostruire
l'alternativa!" e articolati nei temi delle giornate "L'operazione
euro", "Partiti e istituzioni", "Sindacati e movimenti", "La Quarta
Internazionale" in occasione del sessantesimo anniversario della
fondazione.
Le pubblicazioni
internazionali
Strumenti di particolare interesse
sono le riviste pubblicate direttamente dall'Internazionale
Inprecor in lingua francese (ma con edizioni in tedesco
e spagnolo) e International viewpoint in lingua inglese
che offrono panorami documentati della lotta di classe nei vari
paesi del mondo. A questo proposito è poi interessante seguire le
riviste delle principali sezioni (o gruppi simpatizzanti o
raggruppamenti in cui operani i nostri compagni): il settimanale
Rouge e la rivista Critique Communiste in
Francia, La gauche in Belgio, Combate in
Portogallo, Socialist Action in Gran Bretagna,
Sozialistiche Zeitung (Soz) in Germania, Em
Tempo in Brasile, Against the Current , negli
Stati uniti, Hika nei Paesi baschi e Viento
Sur nello Stato spagnolo, Page * 2 in Svizzera,
per citarne solo alcuni. Né da trascurare sono le riviste
tematicamente specializzate come Ost-West gegen
Informationen sui paesi dell'Est o Cahier du
femminisme .
L'attività
dell'IIRF
Ad Amsterdam ha sede, poi, un istituto
di ricerca dotato di ampia biblioteca che organizza periodicamente
convegni di studio su particolari temi di interesse generale per i
rivoluzionari nel mondo, su temi economici, su problematiche
internazionaliste ecc.) e pubblica (in francese e in inglese ma
talvolta anche in spagnolo) una serie di documenti di studio di
grande interesse. Alcuni titoli sono riportati nella colonna a
fianco. Alcune di queste pubblicazioni sono state tradotte e
pubblicate in italiano.
Il campo internazionale
della gioventù rivoluzionaria
Diverse centinaia di
giovani, provenienti da tutti i paesi d'Europa (e anche da altri
continenti), ogni anno si incontrano in un diverso paese europeo in
un campo "della gioventù rivoluzionaria e femminista", che
costituisce una grande occasione di dibattito, di divertimento e di
amicizia.
NOTE
1) A questo proposito va
detto che ci sembra assai scorretto definire "trotskista" tutta la
minoranza eletta nel congresso del 1996 in base alla mozione 2
perché questa era formata da compagni di varia provenienza, alcuni
ex "cossuttiani doc". 2) A Trotskij e al movimento trotskista si
è ispirato invece Che Guevara negli ultimi anni della sua vita, come
ora è stato documentato dal ritrovamento dei suoi appunti di
Bolivia. Il diario è rimasto in larga misura inedito, proprio per
questo: il regime sovietico sapeva solo imbavagliare e usare una
vana censura, illudendosi di superare con la repressione le proprie
contraddizioni. 3) da Dittatura del proletariato e
democrazia socialista , documento del XII Congresso della
Quarta Internazionale. 4) Lev Troskij, Il programma di
transizione , Nuove Edizioni Internazionali, Milano
1981. 5 Che poi i regimi successivi siano ancora peggiori, non
dimostra nulla, dato che in tutti i paesi sorti dal crollo i
dirigenti sono gli ex "comunisti". Bell'allevamento di vipere e di
ipocriti avevano fatto Stalin e i suoi degni successori, da
Chrusciov a Breznev, fino a Gorbaciov e Eltsin. 6) Per una breve
storia della Quarta Internazionale attraverso i suoi documenti vedi
Livio Maitan, Sessant'anni di dibattiti e di lotte della
Quarta Internazionale , Nuove Edizioni Internazionali,
1998. 7) Questa pagina è tratta dalla prefazione scritta da
Daniel Bensaïd per la nuova edizione francese de La troisième
age du capitalisme , Les édition de la passion, Paris
1997. 8) Negli ultimi anni Guevara cominciò a leggere e studiare
Trotskij, per capire le ragioni delle tante scelte dell'Urss che non
condivideva. Ne abbiamo finalmente prove più consistenti dei pochi
accenni di qualche lettera o note dei collaboratori, dato che sono
stati trovati e pubblicati i suoi quaderni di studio in Bolivia,
pieni di citazioni di Trotskij, appunto. (Cfr. A. M. "Guevara era
trotskista?" in Bandiera rossa n.80 giugno-luglio
1998). 9) Non dimentichiamo lo stupore e lo scandalo di alcuni
compagni, oggi usciti con i "cossuttiani" quando Bertinotti nel suo
libro Tutti i colori del rosso , parlando delle letture
che lo avevano formato, fece riferimento a Rosa Luxemburg e a La
rivoluzione tradita di Trotskij. 10) Basta leggere I dieci
giorni che sconvolsero il mondo di John Reed per comprendere
che nel 1917 Stalin non era nessuno. 11) Fino alla sua morte nel
1919 tale compito era stato assolto da Jacob Sverdlosk con l'aiuto
di un numero esiguo di compagni. Dal VI congresso del 1919 la
segreteria diventa un organo collegiale, in cui tuttavia nessuno è
membro dell'Ufficio politico, che ha compiti di direzione tra un
comitato centrale e l'altro. Il coordinamento è affidato nel 1919 a
Elena Stasova, l'anno successivo a Krestinskij, e nel 1921 a
Molotov, e solo nel 1922 a Stalin che si presenta come segretario
generale (cioè coordinatore degli altri segretari). 12) noto come
Testamento politico un documento che Lenin già
gravemente ammalato cominciò a scrivere il 23 dicembre 1922 in
cui proponeva "una serie di mutamenti nella nostra struttura
politica" e critica pesantemente Stalin. Il documento non fu reso
pubblico e praticamente soppresso. Su tutto l'ultimo periodo della
vita di Lenin Cfr. Moshe Lewin, L'utima battaglia di
Lenin , Laterza 1969. 13) Una utile biografia di Trotskij
è quella di Pierre Broué, (Boringhieri, 1990), mentre un bilancio
critico della sua opera è in Ernest Mandel Trotsky ,
Maspero 1980, purtroppo inedito in Italia. Vedi inoltre R. Massari,
Trotsky , Erre Emme 1990. 13) Anche nel nostro
partito questo metodo è rimasto: la segreteria decide tutto, la
direzione (o il Direttivo a livello provinciale) è di norma un
organo quasi consultivo, mentre Cpn, Cpp, ecc., non contano
praticamente più nulla, e non vengono nemmeno informati di molte
decisioni. E su questo terreno che bisogna cambiare profondamente i
metodi, se si vuole trasformare tutto il partito in forza
consapevole e capace di agire.
EDIZIONI
IIRF
Ernest Mandel, Il posto del marxismo nella
storia Pierre Rousset, La rivoluzione cinese
(due fascicoli) Daniel Bensaïd, Strategia della rivoluzione
oggi Muto Ichiyo, Lotta di classe e mutamenti
tecnologici in Giappone Adolfo Gilly, Michael Löwy e
altri, Populismo in America latina Catherine Samary,
Piano, mercato e democrazia, l'esperienza dei cosiddetti paesi
socialisti Daniel Bensaïd, Gli anni di formazione
della Quarta Internazionale Michael Löwy, Marxismo e
teologia della liberazione Robert Lochhead,
Le rivoluzioni borghesi Miguel Romero, La
Guerra civile spagnola in Euzkadi e Catalogna André
Gunther Frank, La guerra del Golfo e il Nuovo ordine
mondiale Livio Maitan, Dal Pci al
Pds Josè Iriarte Bikila, I lavoratori hanno una
patria? Ernest Mandel, Ottobre 1917, Colpo di
stato o Rivoluzione sociale ? Catherine Samary, La
frammentazione della Jugoslavia David Mandel,
Consigli di fabbrica e controllo operaio nella Pietrogrado del
1917 Penny Duggan e Heather Dashner, Vita delle
donne nell'economia globale Tony Smith, Lean
production, una utopia capitalistica Susan George e Michel
Chossudovsky, Banca mondiale, Fmi, Wto, il fiasco del libero
mercato ‑ettivo del popolo comunista come un mito eroico e
basta. Si ripete ÇNo pasarˆn!È e non ci si domanda come e perchè i
fascisti passarono. Negli anni dei Fronti popolari, inoltre, i
partiti comunisti non parlavano più dell'imperialismo
francese.
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