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   Chi sono questi trotskisti?
 

 

Chi sono questi trotskisti? 

Lev TrotzkijSe lo domandano molti compagni di Rifondazione, dopo le dichiarazioni di Cossutta, che ha tentato di giustificare la violazione delle decisioni del voto del Comitato politico nazionale del 3-4 ottobre perché prese con l'apporto determinante dei voti "trotskisti". Per parte nostra ci consideriamo dei marxisti e dei rivoluzionari.
Ma da dove sono venuti questi comunisti "illegittimi"? Facevano parte degli organismi dirigenti del Prc fin dalla fondazione, e il loro voto è stato più volte determinante, ad esempio per battere Magri e Garavini. Cossutta in quel caso non ha avuto nessun problema. Evidentemente ora non aveva argomenti migliori dietro cui trincerarsi. Per questo tira fuori questa storia, e ha evitato di presentarsi al congresso che pure aveva contribuito a decidere: anzi gli scissionisti, pur avendo tanti dirigenti, deputati, segretari di federazione ecc., hanno evitato di confrontarsi con gli altri compagni negli organi dirigenti del partito.
Ma vediamo il problema. Alcuni nostri compagni (per esempio Livio Maitan) erano entrati già al primo congresso negli organi dirigenti (e Cossutta era stato d'accordo), altri sono entrati successivamente, sulla base di una battaglia condotta con altri sulla questione della partecipazione al governo, ottenendo una legittima rappresentanza proporzionale ai voti avuti nei congressi (1). Perché allora tirare fuori questo coniglio dal cappello, si chiedono in tanti che hanno salutato con sollievo la decisione del Cpn sulla fine dell'appoggio al governo Prodi? una decisione "trotskista"? Ma che vuol dire? A tanti compagni uscire dalla maggioranza sembra una cosa più che giusta e perfino un po' tardiva, perché di questo governo sordo alle richieste dei lavoratori e dei disoccupati erano in tanti ad averne piene le tasche.
I compagni che provengono dall'esperienza della sezione italiana della Quarta Internazionale, hanno sempre evitato di autodefinirsi trotskisti, tranne che per reazione agli attacchi calunniosi. Prima di tutto abbiamo sempre detto, assai prima di confluire nel Prc, che se siamo trotskisti, siamo anche egualmente leninisti, luxemburghiani, guevariani, gramsciani, ecc. Abbiamo sempre cercato di integrare nel nostro patrimonio teorico tutti i grandi apporti del pensiero marxista e rivoluzionario, del marxismo critico e creativo. Si potrebbe dire anche che oggi, per essere un marxista e un rivoluzionario, non basta Trotskij. Tuttavia va detto che se si vuole costruire un progetto di alternativa, deve essere integrato il suo apporto teorico e politico e quello della nostra corrente storica. Chi pensa di espungere l'uno e l'altro, rimane privo di una parte importantissima della riflessione marxista e in definitiva fa una concessione gratuita ai pregiudizi seminati per decenni dalla burocrazia stalinista.
Come spieghiamo più dettagliatamente nella parte più propriamente storica di questo opuscolo, il cosiddetto "trotskismo" non è altro che una corrente del movimento operaio sorta inizialmente in Urss per combatterne l'involuzione burocratica e difendere le acquisizioni della rivoluzione russa, una corrente rivoluzionaria anticapitalista, fortemente internazionalista, che ha posto al centro della sua politica e delle sue preoccupazioni la mobilitazione delle masse popolari, la loro partecipazione e autorganizzazione, e che difende un'idea democratica del socialismo basata su forme consigliari di democrazia, di autogestione, di controllo sugli eletti, contro qualsiasi forma di verticismo, burocratismo e centralismo autoritario. In altre parole, la Democrazia socialista come presupposto e condizione per un processo di transizione verso una società realmente comunista.


Trotskismo e stalinismo: chi deve vergognarsi?

La riscoperta della discriminante antitrotskista (che lascia spazio a un recupero del vecchio repertorio stalinista) è la conseguenza di un elemento che avevamo segnalato da tempo. Il nostro partito non ha mai affrontato una vera discussione sulle cause del crollo dell'Urss, che pure figurava tra i suoi compiti iniziali. Ciò ha permesso la sopravvivenza di sacche di "nostalgici" che continuano a credere che il sistema sovietico fosse perfetto e sia caduto solo per il papa o per le "manovre della Cia" . una spiegazione penosa, perché le manovre della Cia o dei servizi segreti inglesi ecc. ci sono state fin dal giorno della vittoria della Rivoluzione d'Ottobre, e di papi reazionari e anticomunisti ce ne sono stati tanti (basti pensare al filonazista Pio XII), ma tutto ciò non è mai riuscito ad avere successo, perché in Urss, soprattutto nei primi anni, c'era un consenso larghissimo. Anche nelle fasi successive, in cui la debolezza politica del regime staliniano si manifestava nell'uso sempre più massiccio di una repressione indiscriminata, c'erano ancora ragioni profonde di attaccamento a quanto rimaneva delle conquiste dell'Ottobre. Le manovre sono riuscite solo quando i dirigenti sedicenti comunisti, da Breznev a Gorbaciov a Eltsin, da Milosevic a Tudjiman, da Zivkov a Ceausescu, da Ramiz Alia a Sali Berisha, non credevano più a nulla e non venivano più creduti da nessuno, ma pontificavano in nome del "comunismo".
I nemici del comunismo hanno usato i crimini di quei personaggi per screditare il progetto grandioso di Marx e di Lenin; gli imbecilli hanno abboccato e per "difendere il comunismo" hanno difeso i crimini di quei cinici usurpatori. Così, anche dopo la crisi, tanti compagni si sono arroccati nella "nostalgia" e trincerati dietro una spiegazione puerile, che attribuiva tutto alle "manovre" e a singoli traditori. Anche diversi intellettuali hanno continuato a non riflettere su una delle grandi tragedie del secolo, l'involuzione, declino e crollo del movimento comunista, continuando a dare per scontato che chi si diceva comunista lo fosse.
Nel Prc erano confluiti molti stalinisti fanatici: tutto quel che si diceva "comunista" li esaltava. A questi, in mancanza di altri argomenti, ha fatto appello Cossutta. Ovviamente questi sono accaniti nell'aggredire i "trotskisti" e Trotskij del quale non hanno mai letto una pagina. Di fatto si direbbe che la colpa principale dei trotskisti sia quella di aver capito con molti decenni di anticipo su altri le radici profonde della crisi del sistema sorto intorno all'Urss . Quando Cossutta polemizzava con Berlinguer rimproverandogli la sua timida dissociazione dall'Urss di Breznev entrata in una fase di decomposizione, i trotskisti avevano già colto da tempo la dinamica che portava al crollo (2).
Il movimento trotskista, che negli anni trenta era più forte di quello filosovietico in Vietnam e in molti paesi dell'America latina, non ha pagine vergognose da nascondere, ma un lungo martirologio di compagni assassinati, dai nazisti come dagli stalinisti. Lo stalinismo invece rappresenta una vergogna permanente per il movimento operaio: ha allevato tanti dirigenti diventati oggi filocapitalisti, ha cancellato ogni traccia e ogni ricordo della democrazia interna che vigeva nel partito bolscevico e nell'Internazionale comunista ai tempi di Lenin e Trotskij, ha sterminato il 90% dei dirigenti della rivoluzione d'Ottobre e perfino più comunisti tedeschi di quanti ne abbia assassinati Hitler. Solo l'ignoranza può lasciare spazio alla nostalgia dello stalinismo, che ha portato alla rovina tanti gloriosi partiti comunisti eliminandone i migliori dirigenti e sostituendoli con docili pedine della burocrazia sovietica.
Ci dispiace, anche per altre ragioni, che non sia più tra noi il compagno Lucio Libertini. Per anni, come Lelio Basso, è stato considerato poco meno che un agente della Cia solo perché aveva analizzato lucidamente il fenomeno dell'involuzione dell'Urss. Quando il Psiup confluì nel Pci, per un certo periodo fu tenuto al margine e non ammesso subito nel CC per la "colpa" di aver visto quel che altri non vedevano e non volevano vedere. Oggi Cossutta ritorna al passato e usa di nuovo lo spauracchio del "trotskismo": vuol dire proprio che il nuovo PdCI non ha altri mezzi per "farsi una base" che ripescare nel repertorio del passato evocando argomenti irrazionali ma sperimentati per decenni. Non ci sembra che così possa andare molto lontano.


Le idee forza di una corrente storica

Chi ha ascoltato i nostri interventi nei congressi, nel Cpn, nei Cpf, non ha sentito mai fare interventi dogmatici, ma sempre analizzare la situazione politica e sociale e fare proposte concrete. Qui vogliamo, se pure schematicamente, richiamare alcune idee-forza che riteniamo fondamentali per una strategia anticapitalista.


Un progetto per la trasformazione della società

La definizione di un progetto anticapitalista adeguato ai nuovi tempi e alle nuove caratteristiche della fase è un compito straordinariamente complesso. Non può discendere solo dal patrimonio teorico del movimento operaio e dalle passate esperienze storiche (anche se queste ne sono il punto di partenza fondamentale) ma richiede uno sforzo eccezionale di comprensione della fase storica del capitalismo, deve integrare l'apporto essenziale del pensiero e dell'esperienza del movimento femminista e i contributi politici e culturali del movimento ambientalista.
Dati i rapporti di forza che si sono determinati su scala mondiale, la trasformazione della realtà è un compito difficile, che va perseguito con grande determinazione di fronte alle contraddizioni drammatiche che questo sistema economico e sociale produce nel mondo. Il modo di funzionamento del capitalismo attuale mostra due limiti di fondo: come sistema economico è incapace di utilizzare lo sviluppo delle forze produttive per soddisfare i bisogni della maggioranza della popolazione; pur dominando il pianeta praticamente senza più contrasti dopo il crollo delle società burocratiche dei paesi dell'Est, è del tutto incapace di definire un ordine mondiale stabile e tanto meno di garantire il presente e l'avvenire dell'ambiente in cui viviamo.
Le politiche neoliberiste introdotte da Reagan e Thatcher e in seguito estese a tutto il mondo hanno permesso ai capitalisti di ristabilire forti margini di profitto, ma non di rilanciare una nuova fase economica espansiva del sistema, oggi posto di fronte alla minaccia di una crisi recessiva le cui dimensioni non sono ancora del tutto identificabili. Quelle politiche hanno determinato polarizzazioni sociali, hanno peggiorato le condizioni di vita dei popoli del terzo mondo che già soffrivano di grandi povertà, hanno rimesso in discussione conquiste storiche del movimento dei lavoratori nei paesi capitalistici avanzati e prodotto una disoccupazione di massa che mina alla radice le società e che, senza una alternativa di classe, rischia di precipitarle verso esiti drammatici.
L'impiego senza freni in funzione del profitto delle risorse naturali mette a repentaglio le condizioni di vita sulla Terra. Il modello capitalistico di consumo, oltre a essere ingiusto e intollerabile, non può venire generalizzato senza causare l'esaurimento delle risorse e la moltiplicazione della produzione di rifiuti. Le conseguenze dei metodi di agricoltura intensiva, il supersfruttamento degli oceani, l'uso delle fonti di energia non rinnovabili, le produzioni contaminanti e le scorie nucleari determinano una serie di limiti fisici all'estensione di questo modello, nello spazio e nel tempo. Occorre pertanto prospettare un progetto di superamento di questo sistema. Non ci si può limitare a qualche ritocco, a ipotesi riformiste di basso profilo che finiscono per subordinarsi alle scelte delle classi dominanti.
Un progetto anticapitalista, oggi, ha una valenza di lotta politica su scala nazionale, ma contemporaneamente, per le profonde connessioni del capitalismo su scala mondiale, impone compiti e necessita di strategie internazionaliste a partire almeno dallo scenario europeo. La costruzione di una strategia rivoluzionaria parte anche da rivendicazioni democratiche e di riforma, dalla paziente costruzione dei movimenti di massa a partire dalle rivendicazioni quotidiane. Sono battaglie che vanno costantemente spiegate, rapportate alla necessità di creare i rapporti di forza, indispensabili non solo per strappare qualche miglioramento, ma per scalzare la borghesia dal potere politico ed economico, per costruire una società in cui tali poteri siano nelle mani delle classi lavoratrici e le politiche economiche siano rivolte al soddisfacimento dei bisogni delle masse.
Peraltro, la storia insegna che le classi dominanti sono state spinte a politiche riformiste (con molte contraddizioni e incerti risultati) solo di fronte a catastrofi economiche gigantesche come la recessione mondiale e, soprattutto, quando si sono trovate confrontate a possenti movimenti di massa rivendicativi dalle forti caratteristiche anticapitaliste, o a vere e proprie minacce rivoluzionarie da parte delle classi subalterne. Per riferirci solo al nostro paese, i tre momenti "riformistici" fondamentali (cioè di maggiori conquiste dei lavoratori) corrispondono a tre crisi sociali di grandissima ampiezza nelle quali, se pure in forme diverse e con diversa maturità politica, fu posto il problema di una società alternativa: il biennio rosso del 1919-20, la crisi successiva alla seconda guerra mondiale chiusasi nel '48 con l'attentato a Togliatti, il lungo decennio cominciato nel '68-69, di cui la bruciante sconfitta dell'autunno '80 alla Fiat può essere considerato il termine. Ma, come dimostrano queste tre esperienze storiche, se il movimento di massa non riesce a raggiungere la piena maturità sociale e politica, se non si affermano le condizioni soggettive e oggettive dell'alternativa, se la classe lavoratrice non riesce a porre la battaglia per il potere, anche i più grandi movimenti rifluiscono, vengono sconfitti o recuperati e le precedenti conquiste erose e smantellate.


Una strategia di transizione

Quella che noi proponiamo è allora una "strategia transitoria". Con questo termine intendiamo un percorso di costruzione del blocco sociale anticapitalista che parte dalle rivendicazioni immediate, costruisce organizzazione, conflitto sociale, collega le lotte quotidiane a rivendicazioni corrispondenti ai bisogni delle masse, che il capitalismo non può, né vuole soddisfare. Questo percorso è necessario per far maturare nell'esperienza delle masse una coscienza di classe anticapitalista, la determinazione ad andare oltre, a spezzare i meccanismi di fondo del sistema costruendo così, attraverso la mobilitazione, i rapporti di forza capaci di rendere credibile e possibile la battaglia anticapitalista.
Oggi, il punto di partenza è, in tutti paesi del mondo, l'idea che è possibile una politica economica diversa dal liberismo, che questa è, anzi, indispensabile per rispondere ai bisogni sociali delle classi lavoratrici e per preservare l'ambiente naturale.


La battaglia per il lavoro


Nei grandi paesi capitalistici, l'asse centrale di questo percorso è la battaglia per il lavoro. Mobilitarsi per questo obiettivo porta a rimettere in discussione i meccanismi del sistema e spinge a una critica della società capitalistica nel suo insieme. La "lotta per il lavoro" trascina con sé la richiesta implicita di una diversa ripartizione del reddito nazionale. Inoltre, ritmi e carichi di fatica sempre più intensi e insopportabili richiedono una ripresa della lotta che potrebbe riproporre il controllo operaio sull'organizzazione del lavoro. La destrutturazione e la frammentazione del mercato del lavoro pongono, poi, il problema di nuove forme unitarie e impongono una ridiscussione del potere autoritario delle aziende. La risposta ai grandi bisogni insoddisfatti pone la necessità di un nuovo intervento del settore pubblico, mentre le vecchie esperienze clientelari delle imprese pubbliche spingono a cercare nuove esperienze di partecipazione dal basso, di controllo degli utenti e dei lavoratori.
La scarsa credibilità di una società alternativa di una società socialista, per chiamarla più propriamente con il vecchio nome è frutto di due elementi congiunti: da una parte, le sconfitte subite e i rapporti di forza sfavorevoli al mondo del lavoro che rendono, per ora, quasi utopistica agli occhi delle masse la speranza di una società in cui l'ingiustizia sociale sia sradicata e tutti possano godere della massima democrazia politica e sociale; dall'altra, l'esperienza negativa svoltasi nelle società dell'Est, utilizzata dalla borghesia per demoralizzare e convincere che qualsiasi società diversa dall'attuale può solo risultare peggiore di quella capitalista.


La lezione dei paesi dell'Est


Il crollo delle società burocratiche ha costituito la conclusione prevedibile di un lungo processo degenerativo, di una transizione bloccata tra capitalismo e socialismo; queste società hanno presentato, al termine, un bilancio così disastroso e le stesse conquiste sociali iniziali sono risultate tanto erose e distorte da apparire alla massa dei lavoratori di questi stessi paesi assai poco degne di essere difese. Anziché l'idea di una riforma radicale della società in senso autenticamente socialista e democratico, si è presentata la via della restaurazione capitalistica, apparsa come la più facile e vantaggiosa. Questa dinamica ha comportato gravi conseguenze per le masse popolari di quei paesi e per l'evoluzione della lotta di classe su scala mondiale.
Ma questo stato di demoralizzazione, può essere superato: la storia non è finita. In molte parti del mondo assistiamo a nuove mobilitazioni, a reazioni delle classi lavoratrici che non accettano i sacrifici intollerabili che le classi dominanti chiedono. Nuovi movimenti rivendicativi di massa sono presenti in Europa: l'idea di un'Europa sociale che risponda ai bisogni dei popoli anziché ai grafici dei profitti degli imprenditori e dei banchieri, anche se lentamente, cresce di giorno in giorno, e si affaccia in settori sempre più ampi l'idea che non solo è necessaria, ma è possibile una nuova politica economica. Le lotte concrete e la battaglia per le 35 ore per distribuire il lavoro esistente possono creare le condizioni non solo per chiedere questo nuovo corso, ma per imporlo.
La contraddizione lacerante tra le aspirazioni a un lavoro, a un salario decente, a una vita dignitosa e la realtà capitalista che nega questi diritti fondamentali, in un quadro in cui il movimento operaio e popolare dispone ancora di una certa forza e organizzazione, pone all'ordine del giorno una nuova attualizzazione del progetto rivoluzionario. L'accumulo progressivo di esperienze di massa, il conseguimento di vittorie parziali e la radicalizzazione delle nuove generazioni sono le basi su cui lavorare al nuovo progetto.


La democrazia socialista

Perché la classe operaia e l'insieme delle classi subalterne possano trasformare la realtà capitalistica è necessario un alto grado di organizzazione e di coscienza politica. A differenza delle rivoluzioni borghesi nelle quali le masse, che pure hanno un ruolo centrale nella mobilitazione, sono guidate da una élite sociale che già dispone di un rilevante potere economico il processo rivoluzionario del proletariato ha come protagonista un soggetto che non dispone di potere e che solo organizzando un ampio blocco sociale può uscire vittorioso dallo scontro di classe. Le rivoluzioni proletarie presuppongono quindi il massimo di partecipazione cosciente da parte delle masse, e questa richiede organizzazione e democrazia.
Il processo per costruire questo blocco sociale, naturalmente, è complesso. Il punto di partenza è costituito dalle lotte concrete attraverso le quali, nello sforzo per il raggiungimento di specifici obiettivi, settori di massa acquisiscono forza, capacità organizzativa e maturità politica. Per produrre una maturazione complessiva di coloro che sono coinvolti nelle lotte, le forme democratiche della mobilitazione sono di fondamentale importanza: da qui la necessità degli strumenti di controllo dei dirigenti dal basso, dell'organizzazione democratica delle assemblee, della costituzione di comitati di lotta e di sciopero.
Democrazia e partecipazione non sono un lusso, né quando si tratta di costruire una lotta locale, né per far crescere uno sciopero nazionale di categoria, né se occorre organizzare un movimento di resistenza per un intero paese. Tanto meno lo sono quando si tratta di battersi per la conquista del potere o per la trasformazione rivoluzionaria della società. Né se ne può prescindere nella fase in cui occorre gestire una società socialista. In tutte le grandi lotte rivoluzionarie di massa del Novecento, la lotta di classe ha riproposto la necessità della formazione di Comitati, di Consigli di fabbrica, di Soviet, articolazioni diverse nelle quali tutti i lavoratori potevano organizzarsi e battersi per rivendicazioni economiche e politiche.
L'alternativa al sistema capitalista è possibile solo se si svilupperanno strutture organizzate di democrazia dal basso capaci di costituire gli strumenti del potere del proletariato. Forme certo da considerare nella loro relazione con le nuove composizioni del proletariato e che costituiranno un laboratorio di partecipazione e di democrazia, attraverso il quale grandi settori di massa potranno comprendere la necessità di una forma di democrazia superiore a quella parlamentare e borghese.
"I diritti democratici di cui le masse godono nei paesi capitalistici, dalla libertà di parola a quella sindacale, al suffragio universale, sono conquiste strappate attraverso le lotte di massa; le lavoratrici, i lavoratori hanno interesse a estenderle per migliorare i rapporti di forza, strappare risultati sociali più consistenti, dispiegare fino in fondo le loro potenzialità e quindi intraprendere la prova di forza finale con il capitalismo nel migliore dei modi. Tutta la critica dei limiti della democrazia borghese sviluppata da Marx e da Lenin si basa sul fatto che la proprietà privata e lo sfruttamento capitalistico (cioè la disuguaglianza sociale ed economica) connessi alla specifica struttura della società borghese (frammentazione e alienazione della classe operaia, sistema legislativo che difende la proprietà privata, funzione dell'apparato repressivo ecc.) implicano che anche i più democratici regimi borghesi restringono violentemente il concreto esercizio dei diritti democratici, la possibilità pratica di usufruire delle libertà democratiche. La conclusione che scaturisce da questa considerazione è chiara: la democrazia operaia, deve essere superiore alla democrazia borghese non solo perché si estende alla sfera economica e sociale condizioni sicure di vita, diritto al lavoro, all'istruzione gratuita, al tempo libero ecc. ma anche perché espande i diritti democratici degli operai e di tutti i lavoratori in campo politico e sociale (3)".


Dinamica di burocratizzazione nel movimento operaio


La centralità della democrazia nel processo rivoluzionario della classe operaia è confermata da tutta l'esperienza del Novecento. I partiti che la classe operaia si è data, a partire dalle socialdemocrazie, hanno conosciuto trasformazioni e degenerazioni che li hanno portati assai lontano dai fini per cui erano nati. Da strumenti di organizzazione e di lotta per l'emancipazione dei lavoratori si sono trasformati in formazioni moderate, integrate nella società borghese, molte volte in aperta opposizione ai movimenti sociali prodotti dalle contraddizioni del capitalismo. Al loro interno hanno preso il sopravvento apparati burocratici conservatori che hanno prodotto interessi specifici e privilegi parassitari rispetto al movimento dei lavoratori e hanno svolto un ruolo di concertazione con le forze dominanti e di paralisi della lotta di classe. Basti pensare a quanto stanno facendo le tre grandi confederazioni italiane in questa fase storica.
Il fenomeno burocratico nasce quindi all'interno stesso dell'organizzazione dei lavoratori, dalla necessità di avere funzionari e macchine organizzative per sviluppare una forte attività. Questi strumenti sono sfuggiti molte volte al controllo dei lavoratori, per cui diventa decisivo, anche alla luce dell'esperienza storica, attivare ogni forma di democrazia, di controllo dal basso, di rotazione delle cariche, di sviluppo della democrazia dei Comitati e dei Consigli. Tutti i militanti devono avere un'attenzione costante per questo ordine di problemi, devono sapere che si tratta di un pericolo permanente della vita politica e delle forme organizzate e quindi attivare tutti gli antidoti il principale dei quali è il controllo dal basso per fronteggiare derive opportuniste e burocratiche.
Il fenomeno burocratico si è presentato in forma particolarmente grave nelle esperienze delle società post-rivoluzionarie. In Urss, un apparato di immense dimensioni, nato dalle difficoltà enormi incontrate dalla rivoluzione, ha letteralmente "divorato" il partito bolscevico, si è impossessato dello Stato, ha preteso di agire in nome del proletariato, ma in realtà sulla sua testa e a difesa di propri interessi, distruggendo l'originaria democrazia dei Soviet e imponendo alla fine un odioso regime poliziesco.
Regimi simili, se pure con modalità e forme di degenerazione burocratica diverse, si sono formati in altri paesi, creando le condizioni per la successiva crisi di quelle società. Esperienze negative che pesano sulla coscienza delle masse, e costituiscono uno degli elementi che rendono meno credibile, in questa fase, la lotta per il socialismo.


Per una società socialista e democratica

Per un partito come il nostro, è indispensabile non solo affermare la volontà di lottare per una società più giusta, per il socialismo, ma anche indicare i tratti fondamentali di tale società. La nostra concezione della società socialista è quella della organizzazione democratica delle masse, costruita su forme consiliari, sulla massima democrazia politica sociale ed economica e sul pluralismo dei partiti. Cioè, sulla democrazia socialista.
"Senza la completa libertà di organizzare gruppi, tendenze o partiti politici non esiste piena e intera espansione dei diritti e delle libertà democratiche delle masse lavoratrici sotto la direzione del proletariato. Attraverso il libero voto i lavoratori e i contadini poveri indicheranno direttamente quali partiti desiderano vedere rappresentati nel sistema dei soviet. In questo senso la libertà di organizzare raggruppamenti, tendenze e partiti diversi costituiranno una condizione preliminare per l'esercizio del potere politico da parte della classe operaia (4)".
Solo questa impostazione programmatica può rispondere agli argomenti che gli esponenti della borghesia e i dirigenti della socialdemocrazia usano contro coloro che si rifiutano di accettare le ingiustizie del sistema capitalistico e si propongono la sua trasformazione rivoluzionaria.


Una concezione democratica del partito

L'esperienza storica del movimento operaio rende evidente la necessità per i lavoratori di darsi strumenti organizzativi e politici senza i quali difficilmente possono trasformare le loro lotte e le loro aspirazioni in un movimento capace di combattere il sistema capitalistico e di trasformare la realtà. Ma sulla creazione di una organizzazione partitica incombe il rischio della delega, della burocratizzazione, del prevalere delle logiche di apparato. Tuttavia i lavoratori non possono rinunciare a uno strumento di organizzazione politica senza il quale diventa più difficile contrastare l'azione e la propaganda ideologica della borghesia. Questa, pur costituendo nella società una minoranza rispetto al lavoro salariato (che nel nostro paese comprende almeno l'80% della popolazione), detiene i mezzi di produzione e di comunicazione ed è in grado, nelle situazioni normali, di imporre come oggettivo il proprio punto di vista, esercitando la propria egemonia sulla società.
Queste sono le ragioni che rendono necessario un partito capace, attraverso l'azione collettiva e la discussione, sia di contrastare le idee dominanti, sia di rendere visibile e credibile un punto di vista di classe. Un soggetto politico organizzato, cioè, che lavori per unire i la-voratori là dove le dinamiche del sistema e l'azione dell'avversario di classe tendono a dividere e a frammentare le classi popolari, e che sappia indicare quali sono gli avversari reali, quali gli amici e gli alleati, non solo tra i lavoratori di qualche altro settore o tra i precari, ma anche nei volti dei più sventurati, il marocchino o il curdo immigrato e senza diritti.


Una concezione non giacobina

Il partito è uno strumento che costruiamo per aiutare l'emancipazione dei lavoratori; la finalità che ci prefiggiamo è rendere possibile il loro protagonismo; l'utopia possibile per cui ci battiamo è la capacità delle masse di organizzarsi e di prendere coscienza. Questo il solo percorso possibile per realizzare una società socialista.
Il partito non ha sempre ragione, quindi. Non può imporre: attraverso i suoi militanti può solo cercare di orientare, di verificare il percorso da costruire insieme ai soggetti sociali; può aiutare a riflettere su quanto fa e propone; può e deve avanzare i propri contenuti e le proprie proposte, ma deve saper rispettare le decisioni prese dagli organismi di massa. Il partito che proponiamo deve essere consapevole di dover andare contro corrente nella maggior parte dei casi, deve sapere che la lotta contro il capitalismo comporterà grandi momenti di crisi e a queste deve prepararsi per poterne uscire vittorioso insieme al movimento di massa.
E deve essere anche un "partito femminista" diverso da quello che è oggi il nostro, diverso da quello che ancora siamo noi tutti.
Noi ci battiamo per una concezione democratica del partito, nel quale ognuno possa formarsi, discutere, dissentire: non solo scegliere, ma partecipare alla formazione delle decisioni. Il partito non delega a qualcuno la facoltà di dirigere, ma deve prevedere il controllo permanente dal basso, momenti di verifica e di rotazione degli organismi dirigenti. Anche quando abbia tanti iscritti, come è auspicabile, deve soprattutto avere molti militanti sui luoghi di lavoro e nella società, senza i quali è impossibile costruire egemonia.
La democrazia deve permeare tutta la vita politica dell'organizzazione e manifestarsi a diversi livelli:
nella capacità delle strutture di base di contare, di prendere le iniziative necessarie per lotta di classe, di intervenire nelle decisioni degli organismi dirigenti, non solo di essere chiamate a ratificare;
nella capacità dei gruppi dirigenti di tutti i livelli di saper utilizzare la forza che viene da un partito militante, di comprendere le indicazioni che provengono dal basso e di costruire collettivamente le decisioni;
nella comprensione che un partito è un processo complesso, composto da varie culture e da diverse pro-poste politiche che provengono non solo dalla storia di ogni militante, ma ancor più dai problemi nuovi che lo scontro di classe pone e ai quali possono essere date diverse risposte.
Qualsiasi forma di monolitismo o di unanimismo è una camicia di forza che, anche quando sembra dare buoni risultati sul breve periodo, inaridisce il soggetto che pratica tali metodi e lo spinge lontano dai fini iniziali. Un regime interno centralista o autoritario, o anche un regime più liberale ma in cui le decisioni sono accentrate in poche mani, non favoriscono l'attività del partito.
Pensare che si possa continuare a porre il divieto delle forme organizzate di coordinamento interno di diverse posizioni (quelle che vengono chiamate correnti, tendenze, sensibilità) serve solo a "ingessare" il dibattito, a renderlo opaco, a spostarlo dal confronto sui contenuti e sulle proposte da discutere davanti a tutti, alle manovre di apparato che si svolgono nei corridoi, sostituendo la discussione con l'inquinamento del "sentito dire", secondo un meccanismo che penalizza le posizioni politiche e la crescita collettiva a vantaggio dell'opportunismo di apparato. Meccanismi di questo genere impediscono ai militanti di farsi una propria opinione intorno alle posizioni dei dirigenti e quindi di esprimere giudizi ponderati e tendono a selezionare i gruppi dirigenti sulla base della fedeltà a qualche camarilla, anziché sul senso di responsabilità verso l'insieme del partito.
A tale proposito, nella pratica di questi anni, nel Prc sono stati fatti molti passi avanti, ma ancora ci portiamo dietro questo peccato originale della storia dei partiti comunisti. Un funzionamento che pure non corrisponde alle origini della rivoluzione bolscevica quando il partito era molto democratico, consentiva non solo le tendenze ma anche le frazioni. Perfino durante la guerra civile, proprio perché il suo regime interno dava la possibilità a tutti di essere partecipi fino in fondo delle decisioni poté reggere l'urto dell'aggressione imperialista.
Molti partiti a cui noi guardiamo con interesse, come forze molto vicine a noi nella battaglia per l'alternativa, dal PT brasiliano a IU in Spagna, alla Pds tedesca, hanno un regime interno in cui esiste il diritto di tendenza e la possibilità per i sostenitori di una posizione politica di coordinarsi per poterla affermare nel partito.


L'internazionalismo

Nella storia della lotta di classe, troppe volte abbiamo visto popoli del terzo mondo ribellarsi al dominio imperialista e restare isolati di fronte all'intervento degli Usa o di qualche altra potenza occidentale; oppure abbiamo constatato come giovani rivoluzioni vittoriose venissero piegate o indebolite dal blocco economico determinato da un aiuto troppo scarso da parte del movimento operaio; oppure, ancora, nei grandi paesi capitalistici abbiamo dovuto assistere alla sconfitta di scioperi piegati perché la borghesia ha potuto trovare altrove ciò che i lavoratori rifiutavano nel paese, senza che il movimento sindacale trovasse la volontà e la forza di unificare l'azione su scala internazionale.
In un mondo caratterizzato da una crescente interdipendenza delle economie, degli equilibri ecologici, dei rapporti militari, l'internazionalismo è una risposta al peso della realtà mondiale. La borghesia, nell'epoca della mondializzazione, è ancora più di prima cosciente di questi problemi e ha moltiplicato le consultazioni e le istituzioni che le permettono di agire per stroncare movimenti e lotte rivoluzionarie.
Il movimento operaio nel suo insieme, e quello comunista in particolare, sono nati come forze internazionali: la Lega dei Comunisti per cui Marx scrisse il Manifesto era una organizzazione internazionale, e grande è stato lo sforzo del movimento dei lavoratori nel secolo scorso e nel Novecento per darsi strumenti di lotta capaci di affrontare l'avversario sul terreno complessivo su cui si articola la società capitalistica.
Oggi appare drammatica la distanza che esiste tra le capacità operative delle forze capitalistiche e il loro grado di coscienza dei problemi e i ritardi accumulati dalle forze di classe, sia sul piano obiettivo che su quello soggettivo, nel coordinare le lotte sociali in difesa delle condizioni di vita delle masse.
Queste considerazioni di fondo, ci fanno ritenere l'internazionalismo una necessità fondamentale e un tratto distintivo e peculiare della nostra corrente politica. Le disastrose esperienze della Terza Internazionale nella sua versione staliniana, le imposizioni che giungevano da Mosca (ma, poi, anche da Pechino) ai diversi partiti "fratelli" e che non corrispondevano alle necessità della lotta di classe, ma erano spesso direttamente funzionali a meri interessi politici e diplomatici degli apparati burocratici di Mosca (o di Pechino), gli interventi militari nei paesi dell'Est in nome dell "internazionalismo", tutte queste vicende hanno stravolto la concezione stessa di internazionalismo e reso diffidenti intere generazioni di militanti rispetto all'idea della costruzione di una nuova internazionale di massa. Per non parlare, poi, delle socialdemocrazie che hanno accettato il quadro degli stati nazionali e appoggiato guerre coloniali e mondiali intraprese dalla propria classe dominante.
Per lungo tempo, poi, è prevalsa una concezione "campista" dell'internazionalismo alcune tracce ne rimangono in settori del nostro partito cioè una concezione di rapporto diplomatico con i partiti fratelli più o meno grandi e di identificazione assai poco critica con l'una o l'altra società burocratica.
La battaglia per l'internazionalismo non è quindi facile: si scontra con queste esperienze negative e con il fatto che sincronizzazione e convergenza delle lotte non costituiscono un processo naturale: le situazioni differiscono molto da un paese all'altro, ogni movimento politico, sociale e rivoluzionario ha la propria storia e il proprio percorso di lotte. Ma proprio perché oggi il movimento operaio è ben lontano dall'avere gli strumenti delle multinazionali e degli organismi capitalistici mondiali, occorre moltiplicare gli sforzi per cercare di ri-durre una distanza che rischia di essere fatale per la lotta degli sfruttati.
L'internazionalismo è in primo luogo la capacità di mobilitarsi, di sostenere, di solidarizzare con le lotte, con le mobilitazioni democratiche, antimperialiste, rivendicative che si svolgono nel mondo.
Si stanno moltiplicando anche gli incontri internazionali e regionali su temi specifici: ambientalisti, pacifisti, incontri di donne, convegni e iniziative contro il debito del terzo mondo, iniziative contro le istituzioni economiche del capitalismo e contro il progetto Ami. Tutto ciò è segno che è in corso un processo di presa di coscienza del livello dello scontro. Le iniziative in Europa delle marce per il lavoro e più in generale quelle per rivendicare un'Europa sociale indicano una via che è appunto quella da seguire.
Noi pensiamo dunque l'internazionalismo come un progetto cosciente e concreto per moltiplicare le iniziative comuni e l'unità delle esperienze della lotta di classe su scala internazionale, che si sforzi di collegare movimenti sociali, settori di lavoratori (a partire da quelli di una stessa multinazionale), di individuare rivendicazioni convergenti su cui mobilitarsi, di creare le condizioni di una nuova unità di classe al di sopra delle frontiere.
L'agire globale del capitalismo, la generalizzazione di politiche neoliberiste in tutti i paesi del mondo con lo stesso segno economico e sociale determinano reazioni e resistenze di massa che presentano caratteristiche comuni. Più di ieri è possibile far capire che la lotta dei lavoratori di un altro paese muove dalle stesse premesse di quanto avviene nel nostro.


La Quarta Internazionale


Occorre allora inserire una dimensione più alta dell'internazionalismo, che vada oltre la pur indispensabile solidarietà, e permetta di progettare insieme le resistenze sociali, di costruire organizzazioni politiche e sindacali, di formare quadri e militanti che sappiamo sempre meglio rapportarsi a questa dimensione dello scontro di classe, superando la semplice visione del proprio paese che inevitabilmente porta a concezioni e strategie limitate e anguste se non a distorsioni nazionaliste.
Lo sforzo della Quarta Internazionale è sempre stato quello di mettere in collegamento esperienze concrete di lotta di classe, di assumerle da un punto di vista internazionalista, di individuare i terreni del collegamento, di costruire una rete di quadri capaci di combinare la presenza attiva nei movimenti del proprio paese con l'azione internazionale. Quadri, cioè, capaci di sentirsi parte di una battaglia più complessiva, di avviare una sintesi delle diverse espressioni della lotta di classe. La Quarta Internazionale, dunque, si propone come luogo di incontro di esperienze, di analisi di momenti di lotta, come occasione per non dimenticare le lezioni fondamentali della storia del movimento operaio. Si tratta dunque di tentativi, se pure ancora parziali, di costruire un superiore livello di collegamento delle mobilitazioni sociali.
Per noi, questo significa anche preparare il futuro, gettare una prima pietra per la costruzione di una Internazionale di organizzazioni, di partiti rivoluzionari con un reale radicamento di massa. Vogliamo dare il nostro contributo perché il movimento operaio internazionale possa dotarsi, in un futuro non troppo lontano, di questo strumento.


Il nostro contributo al pensiero marxista


Tutti i luoghi comuni seminati dallo stalinismo ripetono "Trotskij è morto e sepolto" , "Un'internazionale è cosa del passato che non interessa nessuno" oppure "I trotskisti sono sterili e non hanno mai concluso niente" . Allora perché tanta tenacia nel combatterli?
Come mai, finché c'è stata l'Urss, a Mosca uscivano ogni anno opuscoli in tutte le lingue per denunciare le colpe della sinistra comunista e "smascherare i trotskisti" , se non contavano niente e le loro idee erano "sorpassate" e "sconfitte" ? Forse proprio per la ragione opposta a quella dichiarata. I rivoluzionari hanno sempre saputo che certi sconfitti sono più vivi dei loro vincitori. Chi ha dimenticato Spartaco? E chi ricorda invece il console Crasso, che lo vinse? Guevara è infinitamente più vivo di Mario Monje, che lo tradì, dei vari Arismendi o Corvalán o Giorgio Amendola che lo derisero, e che tutti hanno dimenticato.


L'analisi della natura dell'Unione sovietica


Il contributo più prezioso e insostituibile di Trotskij è l'analisi delle contraddizioni dell'Urss, del ruolo della burocrazia. Non "demonizzante", o "speculare a Stalin" come dicono alcuni ignoranti in cattedra, ma un'analisi ricca e dialettica. Anche quando Stalin gli aveva assassinato i figli, i migliori amici e collaboratori, e lo stava braccando in ogni parte del mondo, Trotskij non ha mai ceduto a una visione criminalizzante; casomai ha analizzato la politica di Stalin come suicida, perché non si rendeva conto che apriva le porte a Hitler. Nonostante questo, anche dopo crimini come il patto Ribbentrop-Molotov con la brutale spartizione della Polonia, le annessioni del Baltico, la deportazione in Siberia e lo sterminio di centinaia di migliaia di polacchi, i marxisti rivoluzionari ribadirono sempre che il movimento comunista e la Quarta Internazionale dovevano continuare a difendere l'Urss, perché era oggettivamente antagonista a Hitler anche se Stalin brindava alla sua salute e gli consegnava 2000 comunisti tedeschi. Questa capacità di distinguere la natura di fondo di una rivoluzione dalle sue forme apparenti, a volte inquietanti, ha permesso ai marxisti rivoluzionari di essere tra i primi a riconoscere, e quindi a difendere, una rivoluzione (quella cinese, quella cubana, quella algerina) pur constatandone i limiti e le debolezze.


La concezione della burocrazia

Ma anche su altre questioni il contributo della nostra corrente (di Trotskij in particolare) è stato prezioso. Ha difeso il patrimonio essenziale del marxismo in anni in cui la teoria era ridotta a semplice abbellimento a posteriori delle scelte fatte per ragioni empiriche, e non sempre confessabili.
Per esempio, il "socialismo in un paese solo" era assolutamente inconcepibile per Marx, Lenin o qualunque teorico marxista; il concetto fu difeso da Stalin facendo confusione tra la presa del potere (ovviamente possibile) e la costruzione del socialismo. Per calunniare chi si opponeva si diceva che "non voleva il socialismo" , mentre il problema era un altro: se era possibile costruire il socialismo in un paese isolato, circondato da paesi capitalisti, con una grande massa contadina arretrata e abituata all'ubbidienza cieca (salvo esplodere a volte in rivolte disperate). L'esperienza ha confermato che quel che si è costruito non era socialismo, non foss'altro per le enormi sperequazioni sociali tra i privilegi della burocrazia e le condizioni delle masse, private non solo di molti beni essenziali, ma anche di un minimo di informazioni sulle scelte, per non parlare della possibilità di intervenire su di esse. Per questo l'Urss e il suo sistema sono crollati miseramente e così facilmente (5).


Fascismo, Fronte unico proletario e Fronti popolari

Nelle sue opere e nella sua azione politica Trotskij ha difeso e sviluppato un'analisi marxista quando il movimento comunista procedeva a sbalzi e zig-zag, passando da un'idea all'altra con la massima disinvoltura. Negli anni 1929-1934 l'Internazionale comunista abbandona le sue precedenti analisi del fascismo, e lo considera uguale a qualsiasi regime borghese (per cui tutti vengono definiti "fascisti", e diventa perfino possibile allearsi con i nazisti contro i socialdemocratici "socialfascisti" come avvenne in Germania nel 1932, pochi mesi prima della vittoria di Hitler). Trotskij viene deriso come "allarmista" anche e soprattutto da Togliatti perché tra il 1929 e il 1932 denuncia il pericolo fascista in Germania.
Subito dopo, la Terza Internazionale stalinizzata passa all'eccesso opposto, e per fronteggiare Hitler invece del Fronte unico proletario rifiutato fino a poco prima, si propone un Fronte popolare in cui ci sono, in Francia e in Spagna, importanti esponenti della borghesia. Il programma è quindi, di fatto, il loro, con conseguenze tragiche sulla questione coloniale (le colonie non si toccano e si affidano anzi a generali conservatori che si riveleranno filofascisti).
Il Fronte popolare non è l'allargamento del Fronte unico di classe, ma la sua negazione. Per fare un esempio esopico, è più o meno come se i topi minacciati da un famelico gatto si coalizzassero con un altro gatto. Comunque i risultati sono stati catastrofici sia in Spagna che in Francia, ma nessuna riflessione è stata mai fatta. I Fronti popolari sono evocati nell'immaginario collettivo del popolo comunista come un mito eroico e basta. Si ripete "No pasaràn!" e non ci si domanda come e perché i fascisti passarono.
Negli anni dei Fronti popolari, inoltre, i partiti comunisti non parlavano più dell'imperialismo francese o di quello britannico, che Stalin voleva avere come alleati dimostrando loro che solo lui era in grado di fermare i processi rivoluzionari in Europa. C'era solo l'imperialismo tedesco. Ma nel 1939, cambiate le alleanze, l'Urss, e dietro di lei tutti i partiti comunisti, denunciarono l'aggressività dell'imperialismo franco-britannico ed elogiarono le proposte di pace di Hitler. Una vergogna indelebile. Anche per essersi opposti a quella politica sciagurata, che ha portato i partiti comunisti a praticare la collaborazione di classe non meno dei socialdemocratici da cui si erano divisi vent'anni prima, i marxisti rivoluzionari sono stati odiati e calunniati implacabilmente, con la forza di un apparato mondiale di propaganda paragonabile solo a quello del Vaticano.


La battaglia per ricostruire un'internazionale


Trotskij ha scritto in quegli anni che quel che aveva fatto in passato poteva essere fatto da altri, e che il suo ruolo alla testa dello Stato sovietico e dell'Armata Rossa non è stato il suo contributo fondamentale al movimento operaio. Egli pensava al contrario che quel che di più importante ha fatto nella sua vita è stata la difesa del marxismo mentre veniva prostituito agli interessi contingenti di una burocrazia ottusa e cinica.
L'orientameno a costruire una nuova internazionale, la Quarta, emerge soprattutto quando occorre constatare, nel 1933, che la Terza Internazionale, ormai piegata ai voleri di Stalin, rifiuta perfino di prendere atto della tragedia rappresentata dalla vittoria di Hitler (si continua a dire che la situazione è ottima e eccellente, e che la rivoluzione in Germania è imminente). La proposta non è quella di un'internazionale dei "trotskisti", ma quella di tutti quelli che vogliono ancora combattere il capitalismo e si oppongono allo stalinismo. I primi tentativi sono fatti con raggruppamenti comunisti e socialisti di sinistra di varia provenienza. Se i tentativi non vanno in porto, non è mai per ragioni ideologiche settarie, ma la rottura avviene quando questi rinunciano a principi fondamentali, per esempio quando il Poum spagnolo collabora con forze borghesi nel governo di Fronte popolare in Catalogna (salvo essere ugualmente accusato di "trotskismo", calunniato e perseguitato).
Molti hanno deriso questa difficile battaglia, magari ironizzando sul modesto numero di coloro che, dopo cinque anni di tentativi, parteciparono al congresso di fondazione della Quarta Internazionale (6). Erano pochi, ma avevano ragione loro e non Stalin che aveva subordinato il movimento operaio agli imperialisti francesi e britannici, che in quello stesso settembre 1938 stavano dando via libera a Hitler in Cecoslovacchia con gli accordi di Monaco; loro e non Stalin, che poco tempo dopo si sarebbe illuso di evitare la guerra accordandosi con Hitler per la spartizione dell'Europa orientale.
La Quarta Internazionale è stata piccola fino al 1968, quando ha saputo conquistare settori importanti della nuova radicalizzazione operaia e studentesca in Europa, in America latina ecc. Ma il problema è un altro: la Quarta Internazionale è ancor oggi più piccola dei partiti comunisti che sono sopravvissuti al cataclisma, e dei grandi partiti socialdemocratici. Come spiegare che il compito di costruire un'organizzazione internazionale del proletariato, che era preoccupazione fondamentale di Marx e Lenin in un periodo in cui la "globalizzazione" o "mondializzazione" del capitale c'era ma non come oggi, è stato abbandonato da tutti? L'internazionale socialista è solo un club di cinici servitori del capitale nei rispettivi paesi, o al massimo un tramite per la penetrazione dell'imperialismo tedesco in Africa e in America latina. Stalin aveva ridotto la Terza Internazionale a un volgare e rozzo strumento di trasmissione degli interessi della burocrazia sovietica nel mondo, poi l'ha sciolta nel 1943 per tranquillizzare gli imperialisti statunitensi e britannici, suoi nuovi alleati. Perché i partiti comunisti non hanno fatto nulla per ricostituirla in questi decenni, mentre era evidente che gli organi di centralizzazione politica, militare ed economica dell'imperialismo si rafforzavano in un mondo sempre più unificato?
La Quarta Internazionale non pretende di essere quel che sarebbe necessario nel mondo di oggi, ma è l'unico nucleo che ha mantenuto vivo non solo il pensiero marxista classico, ma anche un funzionamento internazionale che impedisce o riduce il pericolo degli adattamenti alle pressioni locali.


Scheda: Un patrimonio di esperienza rivoluzionaria

Gli scritti di Trotskij continuano a essere attualissimi, ma in Italia sono oggetto di un sostanziale boicottaggio da parte delle case editrici. Le edizioni esistenti sono ormai introvabili. Nel più famoso di questi, La rivoluzione tradita , che è del 1936, dopo aver esaltato le conquiste fatte dall'Urss nonostante la direzione burocratica, concludeva con la previsione che in caso di crollo del paese una parte della burocrazia si sarebbe messa a disposizione del nemico imperialista. Accadde già nel 1941-1945, quando Hitler trovò non pochi collaborazionisti anche tra gli alti ufficiali, ma soprattutto dopo il 1989-1991, quando quasi tutti i burocrati "comunisti" sono diventati "democratici" filocapitalisti e complici dell'imperialismo.
In tutti gli scritti di Leone Trotskij, per esempio quelli che riflettono la sua attività di dirigente dell'Internazionale Comunista tra il 1919 e il 1925, si nota una grande ricchezza analitica: fu il primo a cogliere il nuovo ruolo degli Usa sulla scena mondiale e a intuire che il capitalismo negli anni venti si stava riorganizzando. La sua analisi del fascismo rimane insuperata, ma fu dimenticata negli anni in cui i partiti comunisti stalinizzati consideravano i socialisti "nemico principale" e non esitavano ad allearsi con Hitler (cfr. in L. Rapone Trotskij e il fascismo , Laterza 1978).
Il corpus delle opere di Trotskij è facilmente reperibile in francese (Maspero, Edi, Ed. de Minuit, La breche), in inglese (Pathfinder press) e in spagnolo. Delle opere in italiano esiste una bibliografia che comprende solo gli scritti pubblicati in volume o in opuscolo (con l'esclusione degli scritti su periodici) curata da Pardo Fornaciari: "Gli scritti di Trotskij in Italia (1918-1978)" in Critica comunista , n. 4/5, settembre-dicembre 1979, numero monografico su Trotskij (ancora disponibile in un numero limitato di copie presso la nostra redazione). I titoli più importanti sono accompagnati da una breve scheda; delle raccolte sono riportati i sommari. A proposito delle edizioni trotskiane in Italia Pardo Fornaciari ha pubblicato anche "Note sulla 'fortuna editoriale' di Trotskij in Italia" nel fascicolo speciale della rivista fiorentina Il ponte (n. 11-12, 1980) curato da David Bidussa e Attilio Chitarin e interamente dedicato a "Trotskij nel movimento operaio del XX secolo" che conprende fra gli altri scritti di N. Geras, M. Löwy, H. Weber, E. Mandel, M. Dreyfus, A. Chitarin, D. Bidussa, P. Naville.
Tra gli scritti accessibili al lettore italiano segnaliamo:
Storia della rivoluzione russa , Newton Compton 1995;
La rivoluzione permanente , Oscar Mondadori 1979
La rivoluzione tradita , Oscar Mondadori 1990;
Il programma di transizione , Nuove Edizioni Internazionali1995;
Scritti sull'Italia , Erre Emme 1990;
La loro morale e la nostra, Nuove Edizioni Internazionali 1995;
Opere scelte in 10 volumi, Prospettiva edizioni, dicui sono usciti i primi volumi.
Con una buona dose di fortuna potrebbero essere reperiti in qualche libreria testi fondamentali che vale davvero la pena di cercare. Per esempio:
La mia vita , Oscar Mondadori 1976;
Letteratura e Rivoluzione , Einaudi 1973;
Problemi della rivoluzione cinese e altri scritti , Einaudi 1970
1905, La Nuova Italia 1971
Diario d'esilio , Il saggiatore,
e con molta fortuna o a casa di qualche vecchio compagno (in ogni caso siamo disposti a fornirne fotocopia)
La Terza internazionale dopo Lenin , Samonà e Savelli
In difesa del marxismo , Samonà e Savelli 1968.
Una piccola, ma utile raccolta è in Per conoscere Trotskij , Oscar Mondadori 1971.


L'apporto di Ernest Mandel alla critica dell'economia


Ernest Mandel ha rappresentato forse una delle ultime figure della grande tradizione culturale del movimento operaio moderno (7) . La sua formazione culturale, punto di incontro di espressioni molteplici e cosmopolite di un movimento sociale vivo e creativo, permette di comprendere il ruolo da lui svolto nella storia dei marxismi contemporanei.
Mentre il mondo culturale ancora ignorava i Grundisse , Rosdolskj, Parvus, Korsch e Kondratiev il pensiero di Mandel se ne arricchiva, come dimostra il suo libro La Formazione del pensiero economico di Karl Marx (1967, in italiano Laterza 1969).
Nel secondo dopoguerra il suo pensiero è attirato da due problemi di fondo. Perché, contrariamente ai pronostici ottimisti dell'Opposizione di sinistra e malgrado lo sviluppo della rivoluzione cinese e jugoslava, la fine della guerra non ha prodotto un movimento operaio di massa, ma rafforzato il controllo delle burocrazie riformiste e staliniane sulle organizzazioni del movimento operaio? E come spiegare la ritrovata dinamica del "neocapitalismo" negli anni del boom?
Le sue risposte (cfr. in particolare La longue marche de la Révolution, 1976) non sono mai semplificatrici e monocausali: i fattori politici vi svolgono un ruolo chiave ma non dispensano dallo studio rigoroso delle tendenze economiche di fondo.
Una parte essenziale dell'opera di questo studioso è consacrata all'analisi dei meccanismi e delle contraddizioni del capitalismo contemporaneo: dal Trattato marxista d'economia (1962, in italiano Samonà e Savelli, 1965, Erre Emme, 1997), La crisi (1977, in italiano La salamandra 1979), Neocapitalismo e crisi del dollaro (Laterza 1973) Le onde lunghe dello sviluppo capitalista (1980, inedito in italiano), fino al classico La terza età del capitalismo (Der Spätkapitalismus , 1975, inedito in italiano ma di cui è disponibile in fotocopia la bozza della traduzione).
Il secondo risvolto, complementare, di questa ricerca riguarda la burocrazia e i suoi enigmi: si vedano allora La burocrazia (1971, in italiano Nuove edizioni internazionali, 1981), Dove va l'Urss di Gorbaciov (1989), Power and Money (1991).
In un periodo in cui il pensiero economico ufficiale, illuso dagli anni di crescita, credeva a una eterna espansione, Mandel ha mantenuto l'ipotesi dei cicli economici e delle onde lunghe, pur rendendosi conto dei problemi che quest'ultima teoria non risolveva. Se la caduta tendenziale del tasso di profitto, scandita sui mutamenti tecnologici e sulle trasformazioni dell'organizzazione del lavoro, permetteva di rendere conto della periodicità approssimativa delle onde lunghe e della fase di inizio della recessione, nessuna "legge" economica spiegava la ripresa verso una nuova onda lunga espansiva. Per questo occorreva far intervenire fattori politici "esogeni" rispetto alla sfera economica e in larga parte aleatori. Ma se le condizioni che devono spiegare tali svolte restano incerte, come comprendere la regolarità relativa dei ritmi economici manifestatasi nella durata (certo limitata) di due secoli? Mandel cercava una risposta nell'articolazione tra ritmi economici e ritmi specifici delle lotte e dei movimenti sociali.
Pur senza creare una scuola, Ernest Mandel ha saputo trasmettere l'eredità di un marxismo vivente e ispirare il rinnovamento della critica dell'economia politica, reso evidente dai lavori, tra gli altri , di Winifred Wolf in Germania, di Charles-André Udry in Svizzera, di Michel Husson in Francia, di Francisco Louça in Portogallo, di Jesùs Albarracin e Pedro Montes in Spagna, di Stravros Tombazos a Cipro e di molti altri in Brasile, in Messico, nei paesi anglosassoni.
Nel suo pregevole saggio Il dibattito nel marxismo occidentale (1976, in italiano Laterza, 1977), Perry Anderson scrive: "A differenza di quasi tutti i teorici della sua generazione, Trotskij non aveva scritto alcuna opera economica di rilievo; Rosdolskj, che non era un economista di professione, si assunse questo compito, ritenendolo [...] un dovere nei confronti delle generazioni future. Le sue speranze non erano vane: quattro anni dopo [la sua morte], Ernest Mandel [...] pubblicò in Germania un vasto studio sul tardo capitalismo, dedicato appunto a Rosdolskj. Era la prima analisi teorica dello sviluppo complessivo del modo di produzione capitalistico dal dopoguerra in poi a basarsi sulle categorie dei classici del marxismo" . Lo stesso saggio suggerisce anche una ragione dell'accoglienza ostruzionistica in particolare da parte dei partiti comunisti ufficiali, delle case editrici e degli economisti a questi legati che il pensiero di Trotskij e quello di Mandel ebbero in Francia [e ancor più in Italia]: "Per molti aspetti la tradizione originata da Trotskij si trova agli antipodi del marxismo occidental. [Trotskij] si dedicò soprattutto alla politica e all'economia, non alla filosofia [...]. Questa tradizione politica e teorica costituisce oggi uno degli elementi decisivi per una rinascita del marxismo rivoluzionario su scala mondiale" .
Mandel, nella grande tradizione di Marx, di Lenin, di Rosa, di Trotskij non ha mai separato la ricerca teorica dall'impegno pratico, materiale, organizzativo, in un'epoca in cui lo scarto tra i due ambiti tendeva alla rottura. Fino alla fine della sua vita e non è l'ultimo dei suoi meriti ha sempre consacrato larga parte della sua energia, peraltro considerevole, alle questioni pratiche, materiali, organizzative della lotta quotidiana per la costruzione della Quarta Internazionale.
Non per nulla Mandel lascia anche un'immensa massa di articoli, sparsa su riviste militanti di tutto il mondo sulla pianificazione e sull'autogestione, sul movimento operaio europeo e sulla costruzione dell'unificazione europea, sugli avvenimenti rivoluzionari del secolo, sulle formazioni sociali latino americane e sulla rivoluzione culturale cinese, oltre a una produzione pedagogica di qualità di cui esempi significativi sono la Introduzione al marxismo (Datanews, 1998), Introduzione alla teoria economica marxista (Erre Emme, 1996), Il posto del marxismo nella storia (IIRF).


Scheda: Il tardo capitalismo (Der Spätkapitalismus)

Quest'opera, la maggiore di Ernest Mandel (in francese La troisième age du capitalisme ) rappresenta il primo tentativo di combinare la teoria generale delle "leggi di sviluppo" del modo di produzione capitalista, scoperte da Marx, con la storia concreta del capitalismo del XX secolo.
L'opera prende l'avvio dall'esame dei dibattiti intorno ai metodi per lo studio delle economie capitalistiche e mostra perché gli approcci classici di Rosa Luxemburg, di Bukarin, di Bauer e di Grossman non siano riusciti nel tentativo di completare la teoria di Marx. Der Spätkapitalismus delinea la struttura del mercato mondiale e le varie forme del profitto (il plusvalore) che hanno caratterizzato le diverse fasi storiche. Su questa base il libro giunge alla presentazione di uno schema audace di "onde lunghe" d'espansione e di recessione nella storia del capitalismo, dalle guerre napoleoniche a oggi, criticando e affinando la celebre utilizzazione della nozione di "onde lunghe" fatta da Kondratiev.
In seguito, il libro valuta le principali caratteristiche economiche del tardo capitalismo quale è emerso nel periodo contemporaneo. L'ultima delle onde lunghe di espansione, afferma, si apre con la vittoria del fascismo sul continente europeo e con il sorgere delle economie di guerra negli Stati uniti e in Gran Bretagna per poi proseguire negli anni del boom economico (1947-1972). Mandel, infine, interroga in profondità le ragioni per le quali la dinamica della fase ascendente si bloccò e raggiunse il proprio limite attorno agli anni settanta. Analizza inoltre perché poi si sia avviata una onda lunga di stagnazione economica e di intensificazione della lotta di classe.
Il tardocapitalismo costituisce una pietra miliare nella critica economica marxista. Destinato in particolare a spiegare la recessione internazionale, resta ancora oggi una guida ineguagliata per la esauriente comprensione della natura delle crisi economiche mondiali. In questa opera fondamentale, concepita come una restaurazione della critica dell'economia politica, il lavoro teorico di Ernest Mandel si presenta come una ricerca vigorosa, ricca di acutezza e di profondità e rappresenta un potente strumento intellettuale che permette non solo di analizzare i tentativi neo-liberisti attuali, ma anche di lottare contro di essi, proprio quando questi sembrano riuscire a pervadere il pianeta.
L'interpretazione dinamica del capitalismo contemporaneo si fonda sia sui solidi fondamenti teorici forniti dalle tesi classiche di Karl Marx che sviluppa in modo originale, sia sui nuovi dati oggettivi e soggettivi (storici, sociali, politici ) di ogni nuova epoca.


E infine, un po' di storia

Ma che vuol dire "trotskista"? Se lo chiedeva anche Guevara, sentendo che i burocrati sovietici (e quelli cubani filosovietici) gli davano del "trotskista" per i suoi ultimi discorsi in cui criticava lo scarso impegno dei "paesi socialisti" in difesa del Vietnam, e la sostanziale complicità con l'imperialismo nello scambio ineguale tra macchinari sovrapagati e materie prime sottopagate (8).
A quanto pare è una vecchia abitudine liquidare in questo modo chi dice cose scomode. Vedremo perché e quando è cominciato, ma intanto sappiamo che almeno uno di quelli accusati di questa misteriosa "colpa", Guevara, è uno dei rivoluzionari al di sopra di ogni sospetto. Giustamente il compagno Fausto Bertinotti ha replicato che se qualcuno agita lo spauracchio del trotskismo, vuol dire che c'è ancora lo stalinismo (9).


Trotskij non era "trotskista"

Il termine "trotskismo" non è mai stato usato da Leone Trotskij, né più né meno come vivo Lenin nessuno (tranne i suoi nemici) parlava di "leninismo": il termine marxismo-leninismo è stato coniato dopo la sua morte da Stalin, che ha trasformato il pensiero vivo e quindi a volte contraddittorio dei due grandi rivoluzionari in un sistema dogmatico rigido, che aveva bisogno poi di un sommo sacerdote per proporre l'interpretazione "corretta". Anche Marx disse che non era marxista.
Il termine tuttavia fu usato da Lenin in polemica con Trotskij negli anni tra il 1903 e il 1917, quando questi fu, come e insieme a Rosa Luxemburg, un critico severo della concezione del partito proposta da Lenin. A sua volta Lenin era stato durissimo, come era consuetudine nelle polemiche interne al movimento operaio, con l'uno e con l'altra, e in particolare con il "trotskismo".
I falsari staliniani hanno usato quelle polemiche, staccandole dal contesto e assolutizzandole. Trotskij e Rosa Luxemburg polemizzavano allora contro il pericolo di una eccessiva centralizzazione del partito, anzi contro una possibile sostituzione del partito alle masse e del Comitato centrale al partito, ma in forma diversa hanno ammesso entrambi di essersi sbagliati. Rosa non ha potuto farlo in un lavoro organico, perché non ha fatto in tempo, ma ha reso onore dal carcere alla lungimiranza di Lenin e del partito bolscevico in un suo scritto, per altri aspetti critico sulla Rivoluzione russa. Trotskij lo ha detto più ampiamente, e fin dalla primavera del 1917 si ricongiunse ai bolscevichi diventando "il migliore dei bolscevichi", e difendendo fino all'ultimo giorno della sua vita la concezione del partito di Lenin. La maggior parte della nuova sinistra ha presto buttato alle ortiche Lenin, non solo sul partito, e riprende (forzandole) le critiche di Rosa. Su Trotskij silenzio. Eppure diceva le stesse cose.


Il ruolo di Stalin

Stalin era il vero regista della campagna contro il "bonapartismo" di Trotskij. Tuttavia, essendo praticamente sconosciuto e tutt'altro che brillante (non parlava neppure bene il russo), fu sottovalutato un po' da tutti, dato che appariva solo il "braccio" di altri dirigenti, come Kamenev, Zinoviev prima e poi Bucharin, che egli invece utilizzò e poi liquidò brutalmente. Il suo potere cominciò a crescere nell'ombra solo nel 1922, l'ultimo anno in cui Lenin poté occuparsi del partito (10). E la carica di cui si impossessò e che fu la leva per il potere era originariamente tecnica: "segretario" era chi curava i rapporti del gruppo dirigente con la periferia (11). Sia chiaro: questa carica, passata poi in tutti i partiti comunisti negli anni successivi, non era mai stata di Lenin! Da quella posizione tuttavia, approfittando delle difficoltà organizzative del periodo successivo alla guerra civile, Stalin cominciò a designare i suoi uomini in periferia. Lenin denunciò il pericolo nel suo Testamento politico (12), ma non fu ascoltato. Nel giro di pochi anni tutte le cariche cessano di essere elettive, i dirigenti periferici sono nominati dall'alto e quindi rispondono non alla base ma a chi li ha designati. la base del potere personale di Stalin. L'apparato a disposizione del segretario si gonfia fino a raggiungere decine di migliaia e poi centinaia di migliaia di funzionari fedeli al capo. Poi il meccanismo comincia a estendersi ai partiti comunisti di altri paesi.
Per cominciare a creare il culto di Stalin "infallibile" come un papa, bisognerà arrivare al 1929. A quel punto erano state liquidate successivamente l'Opposizione di sinistra (a Trotskij si erano uniti la vedova di Lenin e anche Zinoviev e Kamenev) e quella di "destra" di Bucharin, Rykov, capo del governo, e Tomskij, leader dei sindacati. Ma ancora nel 1934, nel congresso detto "dei vincitori" perché erano già state soppresse tutte le opposizioni interne, ci furono critiche e voti contrari alla candidatura di Stalin. L'assassinio del suo principale collaboratore e ora divenuto moderatamente critico, Kirov, fu attribuito falsamente all'opposizione e avviò lo sterminio di massa, in cui morirono tra l'altro il 70% dei delegati al congresso del 1934 e degli stessi membri del CC eletto in quell'occasione, tutti staliniani.


Trotskij al confino e in esilio


Appena iniziata la campagna contro di lui, Trotskij aveva rinunciato a ogni carica, pensando di combattere una battaglia politica nel partito, ma il controllo burocratico fu tale che i congressi furono prima truccati, poi trasformati in plebiscito. Nell'ultimo periodo di vita Lenin aveva insistito perché Trotskij assumesse anche la carica di capo del governo, ma egli aveva rifiutato preoccupato che i nemici esterni e interni usassero (come usarono) la sua origine ebraica per bassi attacchi. Espulso nel 1927 per aver tentato di riprodurre al ciclostile un documento che a norma di statuto avrebbe dovuto essere stampato sull'organo del partito, e per aver portato nelle celebrazioni del decennale del 7 novembre uno striscione contro la burocrazia e per la democrazia sovietica, fu poi deportato nel lontano e isolato Kazachstan, e successivamente imbarcato a forza in una nave diretta in Turchia, dove fu confinato su un'isoletta. Braccato in tutto il mondo, cacciato da ogni paese come rivoluzionario e intanto calunniato come "fascista" e complice dell'imperialismo, Trotskij trovò alla fine un solo paese disposto ad accoglierlo, il Messico rivoluzionario di Lazaro Cardenas, che stava rilanciando la riforma agraria e nazionalizzava il petrolio, ma dopo vari tentativi vi fu assassinato da un sicario di Stalin (13).
A distanza di tanti anni, le calunnie contro di lui sono state riproposte ogni anno, magari ritoccandole, chiamandolo agente del nazismo quando l'Urss si alleava con l'imperialismo franco-britannico, poi agente britannico nel biennio di idillio staliniano con Hitler. Gli ideologi stalinisti che oggi svolgono il loro sporco lavoro per Eltsin, non dicono più che era un servo dell'imperialismo, ma che era un estremista pericoloso, un avventuriero irresponsabile che voleva promuovere rivoluzioni dappertutto. La sua sconfitta fu il riflesso della distruzione, nella guerra civile e nei convulsi processi successivi, di quella classe operaia russa che era stata protagonista delle rivoluzioni del 1905 e di quella del '17. Il punto debole della proposta di Trotskij è che faceva appello alla democrazia operaia e alla coscienza di classe di una classe operaia che non c'era più o non era più la stessa.


Che cos'è davvero il centralismo democratico?


Su Stalin, tranne pochi "nostalgici", potrebbero essere oggi d'accordo quasi tutti nel nostro partito. Più difficile fare i conti con quello che l'epoca staliniana ha lasciato nell'eredità degli stessi partiti comunisti più "antistaliniani". Prima di tutto nella concezione del partito, o "forma-partito" come è di moda dire. Per esempio ogni volta che si nomina il "centralismo democratico", tutti inorridiscono. Eppure sarebbe bello se nel Prc vigessero le norme in vigore nel partito bolscevico. Non solo prima del 1917, ma anche durante tutti gli anni terribili della guerra civile, quando il potere sovietico era appeso a un filo, nel partito bolscevico c'era non solo il diritto di tendenza ma perfino quello di frazione. Vuol dire che nei congressi si potevano presentare documenti diversi con pari diritto, ed era possibile il raggruppamento pubblico tra un congresso e l'altro dei sostenitori di una posizione rimasta in minoranza (che solo così poteva accettare la disciplina, dato che poteva al tempo stesso lavorare per diventare maggioranza al congresso successivo), e i congressi erano ravvicinati (tra il '17 e il '23, uno all'anno).
Pari diritti voleva dire anche che se il relatore di maggioranza parlava due ore, anche chi presentava l'altra posizione doveva avere uguale tempo. Nella concezione di Lenin, inoltre, l'organo sovrano era il congresso, e tra un congresso e l'altro il comitato centrale. L'Ufficio politico doveva solo applicare la linea tra una riunione e l'altra del CC, non sostituirsi a esso, e ancor meno potere decisionale aveva la segreteria, che era un organo tecnico di esecuzione delle decisioni. Nei partiti comunisti stalinizzati, invece, si considerava sovrana la segreteria.


Perché i partiti comunisti hanno seguito Stalin


Ma come è stato possibile che tutti i partiti comunisti abbiano accettato una direzione autoritaria e a volte insensata che decideva tutto da Mosca? Prima di tutto dobbiamo ricordare come è nata l'Internazionale comunista: sull'onda della delusione e lo sdegno per il tradimento dell'Internazionale socialista, e dei principali partiti operai, nascono piccoli gruppi che combattono la guerra e hanno come punto di riferimento l'atteggiamento coerente del partito bolscevico. Ma sono in genere giovani e inesperti, e fanno molti errori, anche quando nel '19 nasce finalmente la nuova internazionale. La Terza internazionale nasce molto aperta e non dogmatica: Lenin dice che bisogna costruirla con tutti quelli che combattono il capitalismo e si oppongono al riformismo e alla collaborazione di classe, anche se hanno idee diverse dai bolscevichi. "La stiamo costruendo, dice nel '20, anche con tendenze semianarchiche e persino anarchiche".
Molti partiti, a partire da quello italiano e quello tedesco, fanno errori di estremismo e settarismo. Vengono criticati da Lenin e Trotskij, ma senza la minima misura amministrativa o imposizione di cambi nel gruppo dirigente. Anche Gramsci condivise in quei primi anni il settarismo di Bordiga, Terracini e altri nei confronti del partito socialista, e stentava a capire perché dopo essersi separati da questo dovessero riproporre azioni comuni (il "fronte unico" contro il fascismo, appunto).
Quando la verifica delle conseguenze degli errori fatti spinse la maggior parte dei partiti comunisti ad accettare con tre o quattro anni di ritardo le critiche dell'Internazionale, questa era mutata profondamente, e pretendeva ben altro, anche se si dovrà arrivare al 1928 perché si arrivi a sostituire una direzione eletta, come avvenne in Germania, dove fu imposto nuovamente al partito Ernst Thaelmann, che era stato destituito.
Intanto, anche per gli errori del movimento comunista (e i crimini socialisti), il fascismo aveva trionfato in Italia e veniva imitato da molti regimi autoritari dai Balcani alla Polonia. I partiti comunisti, fuori legge quasi ovunque, avevano bisogno sia di aiuti materiali sia di certezze gratificanti e si adattarono dunque alle pressioni dei nuovi dirigenti della Terza Internazionale. Lo fece inizialmente anche Gramsci, ma quando si accorse di cosa stava accadendo in Urss scrisse già nel 1926 (quando si era ancora lontani dalle espulsioni, dalle deportazioni, dagli assassinii degli oppositori) una lettera di severa critica al CC del Pc russo, che fu intercettata e bloccata da Togliatti che rappresentava il partito a Mosca. L'episodio è stato sempre minimizzato da quelli che partono dalla radicata convinzione che tutto quel che è accaduto doveva accadere, e che ogni tentativo di opporvisi era ovviamente vano, come deducono dal fatto che è fallito.
Gramsci la pensava diversamente. Nella sua risposta personale a Togliatti, che aveva sostenuto che i partiti comunisti dovevano limitarsi a "studiare le questioni russe" e a farle conoscere, senza interferire, Gramsci aveva dato un giudizio severissimo sull'episodio: "Questo tuo modo di ragionare [...] mi ha fatto un impressione penosissima" , scrive; "tutto il tuo ragionamento è viziato di burocratismo" . La frase più dura, che lasciava intravedere una rottura di rapporti umani e politici, investe alla radice la mentalità di Togliatti: "Saremmo dei rivoluzionari ben pietosi e irresponsabili se lasciassimo passivamente compiersi i fatti compiuti, giustificandone a priori la necessità" .
Così la pensava Gramsci, che rimase anche per questo isolato in carcere. Non si cercò di ottenere la sua liberazione con uno scambio di prigionieri tra l'Urss e il Vaticano, che era possibile; per anni non si parlò di lui, fino a quando la campagna per la sua liberazione ricominciò alla vigilia della sua morte e quando non avrebbe in nessun caso potuto riprendere l'attività politica. Dopo la morte Gramsci divenne per Togliatti quel che Lenin era per Stalin (tra l'altro gli mise in bocca frasi mai pronunciate come "Trotskij è la puttana del fascismo" ).
Lo stesso avvenne in quasi tutti i partiti comunisti nel corso degli anni trenta: vennero allontanati quelli che avevano avuto un ruolo nei primi anni, tutti accusati di "trotskismo". Alcuni raggiunsero effettivamente il movimento per la Quarta Internazionale, da Pandelis Pouliopoulos segretario del PC greco a Chen Du-tsiu, primo segretario del Pc cinese.


L'opposizione di sinistra nel PCd'Italia


Anche tre dei sei membri dell'Ufficio politico del PCd'I (il settimo era Gramsci, in carcere) furono espulsi dagli altri tre, che per avere la maggioranza diedero voto effettivo al rappresentante dei giovani, Pietro Secchia, che in base allo Statuto lo aveva solo consultivo. I tre espulsi erano Pietro Tresso, Alfonso Leonetti, Paolo Ravazzoli, di cui quasi nessuno, nel Pci del dopoguerra, ha saputo mai nulla, e tanto meno che la loro posizione nel 1929-1930 coincideva senza che allora lo sapessero con quella di Gramsci in carcere. Ancor meno si sa che i tre, quando capirono che le loro critiche alla folle politica estremista del Comintern coincidevano con quelle di Trotskij, si avvicinarono a lui e al movimento per la Quarta Internazionale. Meno ancora si sa che Pietro Tresso, catturato dai nazisti mentre era partigiano in Francia, fu "liberato" da un commando del Pcf che assaltò la prigione, e che subito dopo uccise lui e altri trotskisti. La vicenda dell'espulsione dei "Tre" è stata ricostruita egregiamente da Paolo Spriano, militante e dirigente del Pci, ma prima di tutto storico di grande onestà.


Scheda: Trotskij e la Rivoluzione d'Ottobre

La "colpa" principale che non è stata perdonata a Trotskij da tutti gli apologeti e dai tardivi "nostalgici" del regime staliniano è stata la lucidissima critica che ne fece dall'interno. E non certo perché fosse un "emarginato". Negli anni tra il 1917 e il 1923 nessuno in Russia e nel mondo dubitava che dopo Lenin la figura più prestigiosa della rivoluzione fosse Trotskij. Era stato già presidente del Soviet di Pietroburgo nel 1905, e fu di nuovo la figura pubblica più eminente nei mesi febbrili che precedettero l'Ottobre. Oratore eccezionale che infiammava le folle, fu anche paziente organizzatore dell'insurrezione (la tanto vituperata "presa del palazzo d'Inverno" che oggi nel linguaggio della sinistra, compresa la "nuova", è diventata sinonimo di qualcosa da evitare accuratamente). Commissario del popolo agli Esteri, poi organizzatore dell'Armata Rossa, con cui visse gli anni più duri della guerra civile in prima linea, sul leggendario treno blindato, era adorato dai giovani ufficiali proletari forgiatisi nella lotta.
Forse anche per questo, già nell'anno della lunga agonia di Lenin, cominciò una campagna di denigrazione contro Trotskij, accusato di volere il potere personale, di essere un "bonapartista", e soprattutto di non essere stato un "bolscevico doc" tra il 1903 e il 1917 e per le sue critiche ai pericoli di involuzione autoritaria del partito. L'accusa era del tutto priva di fondamento. Egli rinunciò sdegnato a tutte le cariche, e a chi gli domandava anni dopo perché non avesse usato l'Armata Rossa per fermare Stalin e la burocratizzazione, rispose che se lo avesse fatto avrebbe accelerato e non fermato l'involuzione. Il ricorso all'esercito, anche se è il più democratico del mondo come l'Armata Rossa di allora, non può mai garantire la democrazia.
La ragione di tanta ostilità (a parte l'invidia dei mediocri e impopolari nei confronti di un leader tanto amato) era dovuta al fatto che già nel 1923 Trotskij aveva colto, insieme a molte decine di dirigenti prestigiosi del partito e dello Stato sovietico, i pericoli di involuzione che si delineavano non solo per l'immensa burocratizzazione ma per le tendenze filocapitalistiche che comparivano come sottoprodotto della NEP.
Su questi aspetti, che è ovviamente impossibile sviluppare in questa occasione, oltre al libro fondamentale di Edward Carr sull'Urss (Storia della rivoluzione sovietica , Einaudi, Torino 1964-1984, purtroppo in ben nove grossi tomi), e alla sintesi stesa dallo stesso Carr, La rivoluzione russa. Da Lenin a Stalin (1917-1929), Einaudi, Torino 1980, rinviamo al libro di Antonio Moscato, Intellettuali e potere in Urss (1917-1991), Milella, Lecce 1995.


Bandiera rossa


Ma tutto quanto qui raccolto non basta certo a conoscere i compagni e le compagne di Rifondazione che fanno riferimento alla tradizione della Quarta Internazionale, e ancor meno a seguire l'attività del movimento mondiale al quale si richiamano. Il solo modo, forse, per avere sufficienti informazioni, conoscere le loro proposte e i temi dei dibattiti in cui sono impegnati è seguire la loro rivista, Bandiera rossa.
Inutile qui fare la storia di un giornale che da cinquant'anni costituisce una delle voci più coerenti della sinistra comunista e che è stato uno degli strumenti che hanno partecipato attivamente e in modo convinto alla costruzione di Rifondazione comunista. Nelle sue rubriche (primo piano, politica e società, dossier, speciali, interventi, nel mondo, ecc.) mensilmente essa affronta i principali argomenti della discussione politica nazionale e internazionale. Basti un accenno ai dossier di quest'anno "Giovani comunisti in marcia" (n. 76), "Risposta al Libro nero del comunismo" (n. 77), "Ami-Mai, nuovo strumento del gendarme mondiale" (n. 78), "Successe un '68", in Italia (n. 79) e nel mondo (n. 80), "Ricostruire l'alternativa" (n. 82 e 83), "Lotte studentesche in Europa" (n.84) ai quali si affiancano sovente dei servizi "speciali" come quello sulle 35 ore (del n. 76), sulla Fiat (del n. 78), sul femminismo (del n. 83) su "Capitalismo e povertà mondiale" (del n. 84) e altri.


Le iniziative di dibattito

Importa piuttosto segnalare come intorno alla rivista si esprimano altre iniziative: convegni a livello cittadino o nazionale sui temi più importanti del momento, iniziative di dibattito, incontri di approfondimento su temi politici, economici, di strategia sociale. Nell'ultimo periodo, per esempio, la rivista ha promosso, a maggio a Milano, un convegno in occasione dell'attuazione dell'Europa di Maastricht che ha costituito forse l'unica voce esplicita di opposizione nel clima di demoralizzata accettazione della sconfitta che quell'attuazione costituiva per il movimento operaio europeo. La rivista, per fare un altro esempio, ha animato quest'anno in decine di località, la presentazione del recente libro di Livio Maitan Tempeste sull'economia mondiale, utile occasione per discutere dello stato attuale dell'economia e delle strategie che il movimento operaio deve assumere in questa fase. Analoghe iniziative sono strate assunte in altre città.


I libri

Periodicamente, inoltre, la rivista pubblica alcuni libri che si prefiggono di approfondire e integrare i temi trattati: quest'anno, in occasione del settantesimo della Rivoluzione d'ottobre ha pubblicato Lenin, il partito e la rivoluzione con contributi di Livio Maitan, Daniel Bensaïd, François Vercammen e Antonio Moscato e Sessant'anni di dibattiti e di lotte della Quarta Internazionale , curato da Livio Maitan.


Gli incontri di settembre

Più significativa e importante, infine, è la scadenza che viene riproposta ogni anno: un seminario residenziale di quattro giorni, rivolto a tutti i lettori e tutte le lettrici, tenuto quest'anno a Santa Severa, che ha visto la partecipazione di oltre centocinquanta compagni e compagne per discutere alcuni temi riassunti nel titolo generale di "Ricostruire l'alternativa!" e articolati nei temi delle giornate "L'operazione euro", "Partiti e istituzioni", "Sindacati e movimenti", "La Quarta Internazionale" in occasione del sessantesimo anniversario della fondazione.


Le pubblicazioni internazionali

Strumenti di particolare interesse sono le riviste pubblicate direttamente dall'Internazionale Inprecor in lingua francese (ma con edizioni in tedesco e spagnolo) e International viewpoint in lingua inglese che offrono panorami documentati della lotta di classe nei vari paesi del mondo. A questo proposito è poi interessante seguire le riviste delle principali sezioni (o gruppi simpatizzanti o raggruppamenti in cui operani i nostri compagni): il settimanale Rouge e la rivista Critique Communiste in Francia, La gauche in Belgio, Combate in Portogallo, Socialist Action in Gran Bretagna, Sozialistiche Zeitung (Soz) in Germania, Em Tempo in Brasile, Against the Current , negli Stati uniti, Hika nei Paesi baschi e Viento Sur nello Stato spagnolo, Page * 2 in Svizzera, per citarne solo alcuni. Né da trascurare sono le riviste tematicamente specializzate come Ost-West gegen Informationen sui paesi dell'Est o Cahier du femminisme .


L'attività dell'IIRF

Ad Amsterdam ha sede, poi, un istituto di ricerca dotato di ampia biblioteca che organizza periodicamente convegni di studio su particolari temi di interesse generale per i rivoluzionari nel mondo, su temi economici, su problematiche internazionaliste ecc.) e pubblica (in francese e in inglese ma talvolta anche in spagnolo) una serie di documenti di studio di grande interesse. Alcuni titoli sono riportati nella colonna a fianco. Alcune di queste pubblicazioni sono state tradotte e pubblicate in italiano.


Il campo internazionale della gioventù rivoluzionaria


Diverse centinaia di giovani, provenienti da tutti i paesi d'Europa (e anche da altri continenti), ogni anno si incontrano in un diverso paese europeo in un campo "della gioventù rivoluzionaria e femminista", che costituisce una grande occasione di dibattito, di divertimento e di amicizia.


NOTE

1) A questo proposito va detto che ci sembra assai scorretto definire "trotskista" tutta la minoranza eletta nel congresso del 1996 in base alla mozione 2 perché questa era formata da compagni di varia provenienza, alcuni ex "cossuttiani doc".
2) A Trotskij e al movimento trotskista si è ispirato invece Che Guevara negli ultimi anni della sua vita, come ora è stato documentato dal ritrovamento dei suoi appunti di Bolivia. Il diario è rimasto in larga misura inedito, proprio per questo: il regime sovietico sapeva solo imbavagliare e usare una vana censura, illudendosi di superare con la repressione le proprie contraddizioni.
3) da Dittatura del proletariato e democrazia socialista , documento del XII Congresso della Quarta Internazionale.
4) Lev Troskij, Il programma di transizione , Nuove Edizioni Internazionali, Milano 1981.
5 Che poi i regimi successivi siano ancora peggiori, non dimostra nulla, dato che in tutti i paesi sorti dal crollo i dirigenti sono gli ex "comunisti". Bell'allevamento di vipere e di ipocriti avevano fatto Stalin e i suoi degni successori, da Chrusciov a Breznev, fino a Gorbaciov e Eltsin.
6) Per una breve storia della Quarta Internazionale attraverso i suoi documenti vedi Livio Maitan, Sessant'anni di dibattiti e di lotte della Quarta Internazionale , Nuove Edizioni Internazionali, 1998.
7) Questa pagina è tratta dalla prefazione scritta da Daniel Bensaïd per la nuova edizione francese de La troisième age du capitalisme , Les édition de la passion, Paris 1997.
8) Negli ultimi anni Guevara cominciò a leggere e studiare Trotskij, per capire le ragioni delle tante scelte dell'Urss che non condivideva. Ne abbiamo finalmente prove più consistenti dei pochi accenni di qualche lettera o note dei collaboratori, dato che sono stati trovati e pubblicati i suoi quaderni di studio in Bolivia, pieni di citazioni di Trotskij, appunto. (Cfr. A. M. "Guevara era trotskista?" in Bandiera rossa n.80 giugno-luglio 1998).
9) Non dimentichiamo lo stupore e lo scandalo di alcuni compagni, oggi usciti con i "cossuttiani" quando Bertinotti nel suo libro Tutti i colori del rosso , parlando delle letture che lo avevano formato, fece riferimento a Rosa Luxemburg e a
La rivoluzione tradita di Trotskij.
10) Basta leggere I dieci giorni che sconvolsero il mondo di John Reed per comprendere che nel 1917 Stalin non era nessuno.
11) Fino alla sua morte nel 1919 tale compito era stato assolto da Jacob Sverdlosk con l'aiuto di un numero esiguo di compagni. Dal VI congresso del 1919 la segreteria diventa un organo collegiale, in cui tuttavia nessuno è membro dell'Ufficio politico, che ha compiti di direzione tra un comitato centrale e l'altro. Il coordinamento è affidato nel 1919 a Elena Stasova, l'anno successivo a Krestinskij, e nel 1921 a Molotov, e solo nel 1922 a Stalin che si presenta come segretario generale (cioè coordinatore degli altri segretari).
12) noto come Testamento politico un documento che Lenin già gravemente ammalato cominciò a scrivere il 23
dicembre 1922 in cui proponeva "una serie di mutamenti nella nostra struttura politica" e critica pesantemente Stalin. Il documento non fu reso pubblico e praticamente soppresso. Su tutto l'ultimo periodo della vita di Lenin Cfr. Moshe Lewin, L'utima battaglia di Lenin , Laterza 1969.
13) Una utile biografia di Trotskij è quella di Pierre Broué, (Boringhieri, 1990), mentre un bilancio critico della sua opera è in Ernest Mandel Trotsky , Maspero 1980, purtroppo inedito in Italia. Vedi inoltre R. Massari, Trotsky , Erre Emme 1990.
13) Anche nel nostro partito questo metodo è rimasto: la segreteria decide tutto, la direzione (o il Direttivo a livello provinciale) è di norma un organo quasi consultivo, mentre Cpn, Cpp, ecc., non contano praticamente più nulla, e non vengono nemmeno informati di molte decisioni. E su questo terreno che bisogna cambiare profondamente i metodi, se si vuole trasformare tutto il partito in forza consapevole e capace di agire.

EDIZIONI IIRF

Ernest Mandel, Il posto del marxismo nella storia
Pierre Rousset, La rivoluzione cinese (due fascicoli)
Daniel Bensaïd, Strategia della rivoluzione oggi
Muto Ichiyo, Lotta di classe e mutamenti tecnologici in Giappone
Adolfo Gilly, Michael Löwy e altri, Populismo in America latina
Catherine Samary, Piano, mercato e democrazia, l'esperienza dei cosiddetti paesi socialisti
Daniel Bensaïd, Gli anni di formazione della Quarta Internazionale
Michael Löwy, Marxismo e teologia della liberazione
Robert Lochhead, Le rivoluzioni borghesi
Miguel Romero, La Guerra civile spagnola in Euzkadi e Catalogna
André Gunther Frank, La guerra del Golfo e il Nuovo ordine mondiale
Livio Maitan, Dal Pci al Pds
Josè Iriarte Bikila, I lavoratori hanno una patria?
Ernest Mandel, Ottobre 1917, Colpo di stato o Rivoluzione sociale ?
Catherine Samary, La frammentazione della Jugoslavia
David Mandel, Consigli di fabbrica e controllo operaio nella Pietrogrado del 1917
Penny Duggan e Heather Dashner, Vita delle donne nell'economia globale
Tony Smith, Lean production, una utopia capitalistica
Susan George e Michel Chossudovsky, Banca mondiale, Fmi, Wto, il fiasco del libero mercato ‑ettivo del popolo comunista come un mito eroico e basta. Si ripete ÇNo pasarˆn!È e non ci si domanda come e perchè i fascisti passarono. Negli anni dei Fronti popolari, inoltre, i partiti comunisti non parlavano più dell'imperialismo francese.

 

"Se quest'ombre v'han noiato, dite (e tutto è rimediato) che, in un sonno pien di larve, tal visione qui v'apparve. Noi farem, scusati, ammenda".    ( W. Shakespeare )

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