Le ultime ore di Yasser Arafat?

L’assedio dell’esercito israeliano al Muqata (il quartier generale dell’Anp a Ramallah) si preannuncia lungo ed estenuante. E’ possibile che per il momento il governo israeliano abbia temporaneamente messo da parte l’obiettivo iniziale di liquidare fisicamente Arafat e gran parte del gruppo dirigente palestinese, in ogni caso se crollasse l’unica palazzina ancora rimasta in piedi siamo sicuri che nel governo israeliano nessuno verserebbe una lacrima.

Questo ennesimo atto di forza viene in un momento in cui, è bene ricordarlo, il contesto generale in Medio Oriente lasciava intravvedere a Sharon e Peres la possibilità di “risolvere” una volte per tutte la questione palestinese. L’obiettivo vero di Israele, non di ora ma dal 1948, è l’espulsione del maggior numero possibile di palestinesi per poter annettere senza difficoltà l’intera Cisgiordania, Gerusalemme Est e la parte migliore della striscia di Gaza. Quello che ha fermato le ruspe a pochi metri dal Muqata (che resta in ogni caso minato e circondato da un numero spropositato di carriarmati e soldati) non sono state solo le pressioni degli Usa, che indubbiamente hanno interesse a che Sharon, Peres e compagni restino buoni per non rovinare i piani per un attacco preventivo e criminale contro l’Iraq, ma anche la reazione della popolazione palestinese che nella notte tra sabato e domenica, a pochi minuti dall’inizio della demolizione del Muqata sono scesi in strada a centinaia di migliaia da Ramallah a Gaza passando per Jenin (dove ricordiamolo Arafat dovette rinunciare a recarsi dopo la prima fase dell’assedio nel maggio scorso perché non avrebbe trovato una folla festante ad accoglierlo…) e Nablus. Sfidare il coprifuoco non è cosa da poco, ma il bilancio relativamente basso di 5 morti e 40 feriti (nella notte tra il 21 e 22 settembre, nei giorni seguenti si conteranno altri nove morti e cinquanta feriti), lascia intendere che l’esercito israeliano è rimasto spiazzato dall’ennesima prova di unità e determinazione dei palestinesi.

E’ possibile che alla fine dell’assedio attuale ad Arafat non resti altra via che quella dell’esilio, ma se Sharon spera che espellere Arafat spiani la strada a quella parte del gruppo dirigente palestinese che vorrebbe un accordo senza principi con la rinuncia di ogni rivendicazione a qualsiasi diritto, ha fatto i conti senza l’oste.

Pochi giorni prima del 21 settembre la riunione del parlamento palestinese ha fatto emergere la volontà della stragrande maggioranza dei deputati di non voler più dare assegni in bianco a chicchessia, Arafat compreso, tanto che per evitare figuracce il governo è stato, di fatto, obbligato a dimettersi al completo e non solo in parte come voleva lo stesso Arafat, che però alla fine ha dovuto cedere. In questo contesto il fatto che in queste ore drammatiche, in cui si sommano la brutale repressione quotidiana che in oltre due mesi di “tregua” è costata la vita a 71 palestinesi e l’attacco diretto all’ultimo brandello simbolico dell’identità politico-nazionale, le forze palestinesi tutte e senza eccezioni, da Hamas ai Tanzim, passando per il Fronte popolare (il cui leader, Ahmed Saadat giace nelle prigioni di Gerico dopo un ennesimo cedimento di Arafat) abbiano lanciato una mobilitazione in difesa di Arafat, è la dimostrazione che la dinamica di confronto per giungere ad una nuova forma di unità politica iniziata nel luglio scorso (fermata dalla strage inutile e gratuita di Gaza City in cui morirono 17 civili fra cui 14 bambini) non si è per fortuna interrotta.

L’autoriforma dell’Anp: come finirà?

Come è noto ormai da molti mesi i governi di mezzo mondo, Usa in testa, con l’alibi della lotta al terrorismo, chiedono di fatto la rimozione di Arafat, reo di non essersi genuflesso alle richieste di Sharon, Peres & C, ossia di non essersi arreso. L’aver da parte palestinese annunciato le elezioni generali per il gennaio 2003 ha fatto sperare per un momento gli imperialisti, anche quelli che ipocritamente giuravano di riconoscere Arafat come leader dei palestinesi in dissonanza con gli Usa e la Gran Bretagna. Invece l’autoriforma ha preso una strada per essi inaspettata e non auspicata. Infatti le rimozioni nella compagine di direzione dell’Anp hanno riguardato soprattutto quei personaggi direttori dei sevizi di sicurezza palestinesi più invisi alla popolazione per corruzione e viltà come Rajiub Jibril, responsabile dei servizi per la Cisgiordania, che nei giorni iniziali dell’aggressione a Ramallah e dell’invasione, cedette immediatamente ai diktat israeliani consegnando in mano al nemico oltre cento militanti che si erano rifugiati nella palazzina che ospitava i suoi uffici, invece di organizzare una sia pur minima resistenza, pur di salvarsi la pelle. Anche le dimissioni recenti del “governo” palestinese, cui si è già accennato, si sono rese necessarie perché l’accordo raggiunto in un primo tempo sulla rimozione dei più corrotti non ha retto al fatto che il parlamento palestinese si è trovato unito nel voler dare un segnale chiaro di sfiducia non solo verso chi ha gestito gli anni di Oslo e della tregua in modo tale da disgregare socialmente e politicamente la società palestinese. Il voto che si annunciava contrario all’intero governo era un segnale chiaro di non voler tornare ad un’altra Oslo, soprattutto dopo il massacro di Jenin dell’aprile scorso. In questo senso si spiega l’imposizione di Arafat di far dimettere l’intero governo per evitare il voto e tentare di riavere le mani libere. Tutto questo però, come è ovvio, non è sufficiente per chi, come Usa, Europa e, ovviamente, Israele, punta invece a creare un governo palestinese fantoccio, più di prima.

In questo contesto l’appoggio che oggi Arafat riceve dalle altre organizzazioni non è un assegno in bianco ma un segnale chiarissimo rispetto al fatto che il leader resta tale non perché è un feticcio, ma perché i palestinesi vogliono che porti a termine quello che ha iniziato.

 

Arafat come Salvador Allende?

Il paragone sta circolando spesso in questi giorni, ma è solo apparente. Certo Arafat ha dichiarato che invece di consegnarsi si farà saltare il cervello, ma questa dichiarazione appare logica e scontata, visto che l’alternativa è quella di consegnare se stesso e il suo popolo in mano ai propri carnefici. La differenza sostanziale fra Allende assediato alla Moneda nel settembre 1973 e Arafat assediato nel Muqata sta nel fatto che, a prescindere dalla volontà di Arafat, il popolo palestinese non rinuncerà facilmente ad ogni forma possibile di autodifesa e resistenza. Le forme che assumerà questa resistenza non sta a noi stabilirle e dovremo difenderle anche se non ci piaceranno tutte, e fino in fondo, proprio perché ad Arafat non resti la sola via del suicidio.

Cinzia Nachira, 24 settembre 2002

 

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