Intervista a Michael
Warshawski, direttore dell’Alternative
Information Center.
D:
Nel tuo ultimo libro, “Israele-Palestina:
la sfida binazionale” (ed. Le minuit, Paris,
2001), parli di un “sogno andaluso”, perché?
R: La prospettiva binazionale non è presentata in questo libro come
una scelta politica concreta e immediata, ma come
un’alternativa globale ad una concezione che è la
sostanza stessa del sionismo che presuppone che normalità
sia sinonimo di omogeneità culturale, etnica,
nazionale, che ogni società pluralista in termini di
esistenza nazionale sia per definizione problematica.
Ciò
che io ho tentato di descrivere nel libro è perché
questa sia una scelta nello stesso tempo negativa e in
fondo distruttrice. E che nel contesto concreto della
Palestina e del Medio Oriente una scelta non binazionale
non può essere realizzata senza implicare una politica
permenente d’epurazione etnica, una politica
permanente di negazione dell’altro, di repressione,
d’apartheid, che veda l’espulsione di massa.
Indipendentemente che si parli di “piccola Israele”
o di “grande Israele”, c’è in questa volontà di
“stato esclusivamente ebraico” o di “stato ebraico
più che è possibile”, per definizione, il rigetto
dell’altro, e il rigetto dell’altro per definizione
è anche la degenerazione di se stessi.
Non
ho presentato la concezione binazionale come
un’alternativa ad una divisione eventuale. Anche
presupponendo la divisione il problema resta. Israele è
un paese che non è più uno stato esclusivamente
ebraico, esiste una forte minoranza araba, una forte
minoranza russa non ebraica, una minoranza che cresce di
lavoratori immigrati, tutto questo pone il problema di
uno stato democratico multi culturale e multi nazionale,
quali che siano le frontiere.
D.
L’11 settembre 2001 ha cambiato qualcosa in
Israele?
R.
Credo che l’11 settembre abbia permesso due cose. In
primo luogo ha riposizionato la politica di repressione,
violenza, negazione dell’altro in un contesto
mondiale. In Israele c’era la paura d’essere
percepiti, compreso dal mondo occidentale, come uno
“stato diverso”, come un fattore destabilizzante,
come una situazione di “anormalità”; Ariel Sharon e
la classe politica e militare israeliana hanno tirato un
sospiro di sollievo perché dopo l’11 settembre tutti
li comprendono, tutti si identificano nella loro
politica, tutti seguono la loro politica. Il risultato
dell’11 settembre è stato che oggi gli Stati Uniti
sono quasi totalmente appiattiti sulla politica
israeliana, con il silenzio e la passività complice
dell’Europa.
In
sintesi, se prima dell’11 settembre Israele poteva
essere considerato
come un fattore di “rischio” per la
stabilizzazione imperialista della regione, oggi Israele
rivendica, a giusto titolo, d’essere l’avanguardia
della crociata imperialista contro i popoli con
l’alibi della lotta contro il terrororismo. Il secondo
impatto che è lo stesso in tutto il mondo, negli Usa e
in Europa, e anche in Israele è l’utilizzo la psicosi
antiterrorismo e questa nuova legittimità data alla
“guerra di civiltà” per rafforzare la
deumanizzazione dei palestinesi e la delegittimazione di
ogni tentativo di dialogo.
D.
Subito dopo l’11 settembre Colin Powell dichiarò che
egli stesso era pronto a fare un discorso all’Onu
sulla necessità di uno stato palestinese. Dopo,
sembrerebbe in modo improvviso, la politica degli Usa è
“cambiata”…tornando ad avallare la repressione
israeliana in tutte le sue forme. Cosa ne pensi?
R.
Credo che Powell, ma non solo Powell, ma anche in
Europa, abbia fatto una specie di parallelo con la
guerra del Golfo del 1991, credendo che nella guerra,
odierna, lanciata dagli Stati Uniti fosse necessario
mettere in piedi una grande coalizione internazionale
con l’apporto sostanziale dei paesi arabi e per far
questo bisognava, come al tempo della guerra del Golfo,
mettere un freno alla politica di repressione
israeliana, per soddisfare i patnairs
arabi. Questo è il senso delle dichiarazioni di Powell.
E queste sono le valutazioni che molti hanno fatto su ciò
che è successo, ma hanno completamente sbagliato. La
scelta statunitense è quella di fare una guerra senza
compromessi, di prendere le dichiarazioni più
estremiste di Bush, in termini di “guerra di
civilizzazione”, in termini di guerra senza limiti,
compreso nel caso israeliano. E ciò è dominante
partendo dall’ipotesi che gli stati arabi e gli stati
musulmani non avrebbero osato mettere un freno alla
volontà bellicista di Bush e al carattere totale di
questa guerra. Sfortunamente Bush ha avuto ragione non
ci sono state proteste sostanziali e una rimessa in
discussione della coalizione né da parte dell’
Egitto, né da parte dell’Arabia Saudita, lasciando
campo libero ad una politica senza compromessi col mondo
arabo. Una guerra presentata come una guerra contro
l’estremismo, ma nei fatti una guerra di “messa in
riga” del mondo intero, e del mondo arabo in
particolare.
D.
I Refuseniks,
Yesh Gvul (“c’è un limite”) ha iniziato una
campagna di controinformazione nell’esercito subito
dopo l’inizio della seconda Intifada. Tu pensi che i Refuseniks
siano stati l’input
del cosiddetto “risveglio” del pacifismo israeliano?
R.
Ci sono stati due momenti importanti nel movimento dei
soldati. Dalle prime settimane dell’Intifada e della
massiccia repressione nei territori occupati Yesh Gvul ha rilanciato la campagna di rifiuto di servire in
Cisgiordania e a Gaza e centinaia di soldati hanno
firmato la petizione di Yesh
Gvul. E molti
di questi soldati hanno pagato con il carcere la loro
scelta. Questa prima fase può essere considerata, in
qualche modo, come la prosecuzione di ciò che avvenne
durante la guerra del Libano nel 1982 e la prima
Intifada. C’è una continuità e Yesh
Gvul è stata l’organizzazione più attiva nella
mobilitazione.
Di
diverso c’è un nuovo movimento parallelo e più largo
di soldati che non si riconoscono in Yesh
Gvul, che non hanno firmato la sua petizione e che
per l’orrore dei metodi usati dall’esercito, per
l’orrore dei crimini di guerra permanenti che sono
commessi nei Territori Occupati, ha deciso di prendere
una nuova iniziativa che si è voluta differenziare da
quella di Yesh
Gvul.
E’
un rifiuto che deriva dalla Intifada stessa, dalla
politica attualmente messa in atto, non è un rifiuto
nella logica più sistematica del rifiuto
dell’occupazione. Essi dicono: non vogliamo prendere
parte a questa
guerra.Questo ha fatto breccia nella società
israeliana, tant’è che Sharon lo ha rispreso nel suo
discorso alla nazione, che sta provocando un grande
dibattito nell’esercito e nell’opinione pubblica.
D.
Arafat…
R. Credo che Arafat, dopo il processo di Oslo, abbia una politica
doppia. E sono personalmente in disaccordo con chi
definisce Arafat un collaboratore d’Israele, lo
identifica con Petain, e paragona Arafat e l’Anp
all’esercito del Libano del Sud del generale Lahad.
Penso che sia un errore. Penso che Arafat abbia in
passato e continui ad attuare una doppia politica. Che
è nel contempo quella di cercare un compromesso che non
trova sempre consenso nella comunità palestinese e che
provaca dei dibattiti e degli scontri anche gravi, ma
Arafat ha un limite alla politica del compromesso,
Arafat è un dirigente nazionale aperto a dei grandi
compromessi che si possono e si devono discutere e che
vengono messi in discussione. E’ esattamente
l’immenso errore che deriva dall’arroganza coloniale
di Barak quello d’aver creduto d’essere riuscito ad
imporre ad Arafat un piano di bantustans. Arafat ha già
accettato un compromesso estremo: rinuncia al 80% della
patria, accetta la riconciliazione con Israele, ma non
sono disposti a rinegoziare il 20% restante. Il minimo
è chiaramente definito nella politica di Yasser Arafat.
L’arroganza coloniale ha portato Barak a credere di
poter trasformare Arafat e l’Anp in ministri
israeliani che gestissero un sistema di bastuntans, un
sistema d’apartheid.
Penso
che la politica di Arafat continui a giocare un ruolo,
egli non ha chiuso la porta ad una cooperazione con
Israele, ma ha un limite.
E
Israele ha “ragione” a lamentarsi del “doppio
gioco” di Arafat: egli negozia, è pronto giocare un
ruolo adatto ad una politica di pacificazione della
regione, ma ciò ha un prezzo e finché Israele non è
pronto a pagare questo prezzo, Arafat in parte dirigerà
la resistenza all’occupazione. Doppio ruolo, quindi:
resistenza all’occupazione e negoziazione compromesso
con Israele.
Il
problema è che ariel Sharon e prima di lui Barak, hanno
ristretto i margini di manovra di Arafat spingendolo a
più resistenza e a meno cooperazione, perché non ha
modo non perché non voglia. E’ prigioniero a Ramallah
mentre l’esercito distrugge le infrastrutture della
polizia palestinese e quelle dell’amministrazione. La
capacità di Arafat di “mantenere l’ordine” e un
minimo di resistenza per ottenere un compromesso
accettabile dalla popolazione palestinese è molto
limitata.
D.
Ma l’ Intifada esprime un nuova leadership?
R.
C’è sicuramente da oltre un anno e mezzo una
direzione che combatte contro l’occupazione che viene
dall’interno, una nuova generazione, militanti della
prima Intifada, di tutte le formazioni politiche ma
essenzialmente di Fatah, che è il nuovo quadro della
resistenza attuale. Ma che non è in rotta con Arafat,
ma in un rapporto conflittuale con Arafat e l’Anp.
Anche
l’arresto dei militanti del Fplp, o la chiusura degli
uffici di Hamas, o l’arresto di certi militanti e
dirigenti di Hamas, sono tutte cose si potrebbe dire “
negoziate” tra l’Anp e le stesse organizzazioni.
Sappiamo che Arafat incontra quotidianamente i dirigenti
dell’opposizione. C’è contemporaneamente un fronte
unito anti israeliano e delle misure repressive, che
ovviamente non soddisfano Israele. E’ una manovra
delicata dall’esito incerto, perché al contrario
degli altri governi israeliani, Sharon non ha nulla da
proporre. Sarebbe logico se Sharon dicesse questo è ciò
che voglio e questo è il prezzo, Arafat potrebbe dire,
d’accordo pago il prezzo per ottenere ciò che mi
offri. Ma vediamo che nulla basta mai, come nel caso
dell’arresto dei militanti del Fplp accusati
dell’assassinio del ministro Zeevi. Arafat prende
queste misure non solo e non tanto per colpire Sharon,
ma quanto per colpire l’opinione pubblica
internazionale. Con quegli arresti Arafat si rivolge in
effetti a Bush e all’Europa. Come a dire: ciò è
quello che posso fare. E’ più un lavoro di propaganda
politica che vera e propria repressione.
D.
In Italia ha avuto molta risonanza il movimento
Action for Peace. A tuo avviso è sufficiente come
solidarietà?
R.
Credo che l’invio di missioni italiane e
internazionali in Palestina è importante per tre
ragioni. Primo perché l’espressione della solidarietà
con i palestinese è molto utile sotto il profilo
morale, perché sono molto isolati. E l’isolamento può
diventare un fattore di smobilitazione. In questo senso
il fatto che una parte della società civile europea e
internazionale esprima solidarietà è estremamente
importante.
Secondo:
in quel momento c’è un allentamento della repressione
israeliana. Lo sguardo della stampa internazionale ma
anche la presenza di militanti internazionali che sono
ai Check point, nelle strade, mette in difficoltà una
parte dell’esercito e della classe politica.
Ma
la terza ragione è quella per me più importante:
essere capaci di servirsi delle testimonianze di chi
viene e vede
per rafforzare nei loro paesi un movimento di massa di
solidarietà e per far pressione sui propri governi.
Questa è la priorità. E in alcuni paesi, come la
Francia e il Belgio, che seguo più da vicino, si è
riscontrato un cambiamento in fascia più larga di
opinione pubblica. Anche dopo l’offensiva anti araba
post 11 settembre.
D.
Porto Alegre. Tu vi hai partecipato, ha aperto nuove
prospettive?
R.
Per quel che mi riguarda penso che Porto Alegre
rappresenta il posto dove il movimento internazionale
contro il neo liberismo ha avuto una svolta. Ma penso
che in coloro che orientano e dirigono il movimento ci
sia molta attenzione verso l’economia e meno ansalisi
sulla politica. Secondo l’ipotesi che la
globalizzazzione neo liberale passi esclusivamente
attraverso la dittatura del mercato. La guerra, al
contrario, non è stato un soggetto forte a Porto
Alegre. Penso che i giornalisti “neutri”, “
borghesi” hanno parlato molto del mercato, ma hanno
parlato poco della dittatura della guerra imperialista
che è parte integrante della globalizzazione.
Nonostante le grandi manifestaziioni contro il Fmi e i
Mac Donald, le manifestazioni contro la guerra concreta,
oggi contro l’Afghanistan domani contro l’Iraq, con
l’eccezione dell’Italia, nel resto dell’Europa
sono state limitate.
Intervista
raccolta da Cinzia Nachira il 26/02/2002.
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